Ordine umano
Crisi esistenziale e ricerca di un nuovo patto di partecipazione e
consenso
Parlare della crisi dei nostri tempi è
avventurarsi sul terreno della più inconcludente retorica se non si centrino e
si chiariscano contestualmente i temi e gli interrogativi necessari per
procedere ad una concreta e chiarificante riflessione.
Innanzitutto va definita e compresa la natura
base della crisi dal momento che molti osservatori, purtroppo, confondono cause
ed effetti rimanendo così ai margini del problema.
Esempio tipico di questo modo di portare
avanti le proprie riflessioni o di dialogare con il pubblico è quello di definire
in qualche maniera il settore della crisi: crisi morale; crisi
economica; crisi di istituzioni; crisi di classi dirigenti; etc.
La crisi, infatti,
è un po' tutto di ciò, ma sostanzialmente nulla di questo giacché a monte le
cause sono assai più vaste e profonde e ciò di cui soffriamo, ciò che siamo
abituati a sentir indicare come “la crisi” è invece la serie incalzante degli
effetti di una causa primaria la cui individuazione esatta costituisce non
soltanto l'obiettivo di ogni serio tentativo di analisi, ma anche la sola possibilità
di cura del malanno.
Sollecitare
l'analisi e la discussione partendo da questo tipo di premessa è fondamentale
perché la grande maggioranza spesso tende a rifiutare un esame a monte, un po'
per pigrizia intellettuale, e perché sviata da chi tenta di imbrigliare le
idee, confondendole, al fine di ritardare ogni processo rinnovatore.
Esempio tipico di
confusione volutamente determinata è quello che riguarda a tutt'oggi i due
concetti di libertà e di democrazia. Questi due termini dai contenuti
specifici, ciascuno storicamente evolutosi in direzioni particolari, spesso
mutevoli e contrastanti con le precedenti, possono essere ravvicinati nel loro
valore ideologico soltanto sul piano del genericismo e della retorica.
Libertà è infatti
contenuto globale diretto a considerare l'uomo e la sua sfera naturale, quindi
irrinunciabile ed immutabile; democrazia è forma di governo, metodo di
gestione, scelta sociologica volta alla considerazione del cittadino ed alla
sfera dei suoi comportamenti e delle sue vocazioni politiche.
E per quanto tali
comportamenti e vocazioni siano difficilmente disgiungibili dal loro valore di
comportamento esistenziale dell'uomo e quindi si possa in questo contesto
operare una similitudine uomo-cittadino, è pur vero che il discorso filosofico
sull'uomo (e quindi sulla libertà) configura una sfera di interessi e
sensibilità totali ed immutabili, almeno quanto il discorso politico sul
cittadino (e quindi sulla democrazia) costituisce l'espressione di una permanente
e necessaria evoluzione, storicamente sempre presente ad un'analisi dei fatti e
del pensiero.
Non si può dunque
contestare il concetto di libertà come ancoraggio obbligato del potere, senza
porsi fuori dalla dinamica degli sviluppi civili della società; si può invece
e si deve, dialogare sulla rispondenza attuale del metodo di gestione
democratico del potere senza per questo “scadere” al livello di cultori di
violenza e sopraffazione, ma rimanendo invece ancorati a ruoli e vocazioni
riformatrici per la più opportuna e rispondente gestione della cosa pubblica.
Tutti gli equivoci
di schieramento ideologico, che complicano il già pesante discorso della
“crisi” della società attuale partono da qui.
Prendere posizione
per la libertà stabilisce una convergenza di intese filosofiche e culturali
che non possono essere assolutamente equiparate ad una qualsiasi delle molte,
possibili dichiarazioni di fede democratica.
Le certezze, ad
esempio, che possiamo ricavare dall'essere il pensiero socialista in linea con
il valore di libertà, non esistono più nei confronti del pensiero comunista che
pure si spertica in dichiarazioni di convincimento democratico.
Per il pensiero
comunista, infatti, il concetto di democrazia si evolve e si articola
attraverso varie aggettivazioni che testimoniano in sostanza la flessibilità
tattica della dottrina comunista; abbiamo così da quella parte una democrazia
progressista, popolare, proletaria o di altra aggettivazione.
Ora proviamo per un
attimo ad aggettivare invece con gli stessi termini il concetto di libertà.
Avremo così libertà progressista, popolare, proletaria.
Non ci sembra che
funzioni.
D'altronde non è
solo in direzione comunista che può essere svolta la nostra considerazione.
Se provassimo a
parlare di libertà socialista, di libertà liberale, di libertà cristiana, di
libertà monarchica, repubblicana così come si parla, e si può parlare, di
democrazia socialista, liberale, cristiana, monarchica, repubblicana, avvertiremmo
lo stesso stridore e ciò per il semplice motivo che andiamo sostenendo:
quello cioè di un concetto
immutabile e permanente di libertà ed un altro, da interpretare e gestire, di
democrazia.
Si dirà che, in fondo nulla è permanente ed
immutabile sul piano delle idee e che anche del concetto di libertà è possibile
discutere, ma questo è parte scontata dell'estremizzazione filosofica del
pensiero stesso, mentre ciò che appartiene al reale è che libertà è concetto
dai contenuti filosofico-culturali precisi e definibili, mentre democrazia è
contenuto aperto, dinamico, da articolarsi nel tempo della sua attuazione.
Possiamo cioè dire
che la forza della libertà è proprio nella sua stabile e ferma autorevolezza
civile, mentre una forza civile della democrazia, all'inverso, consiste ed
esiste solo nella sua capacità di articolarsi in versioni mutevoli ed
alternantesi, soprattutto capaci di andare incontro all'evoluzione dei tempi.
*
* *
Perché abbiamo
focalizzato l'attenzione sui contenuti differenti dei concetti di libertà e
democrazia; perché ne facciamo oggetto di così attenta riflessione nel contesto
generale del discorso della “crisi”?
Noi pensiamo che un
qualsiasi discorso di miglioramento civile e di rifondazione strutturale della
società o si articola in una prospettiva assolutamente aperta e generale o
diventa compromesso ipocrita del potere con la cosiddetta “Opposizione di sua
maestà”, quell'opposizione cioè di comodo che nasce soltanto per impedire ogni
autentica presa di coscienza innovatrice della collettività.
La democrazia
governo di popolo si involve cioè in democrazia governo di maggioranza e si
lacera qui ogni pur generica coincidenza con il discorso della libertà
dell'uomo.
In altre parole o
“sul” e “nel” presupposto della libertà si apre un discorso totale sulle
istituzioni e si tenta di pervenire al nodo essenziale dei problemi per
scioglierlo definitivamente in un quadro di riarticolazione dinamica del vivere
e del pensare, oppure, si affonda in sabbie mobili destinate a risucchiare il
pensiero libero riconducendolo alla melma conformista. O insomma il discorso
sulla crisi esamina e discute anche la “fonte” e la “sede” formativa del
pensiero dell'uomo e quindi necessariamente investe gli istituti della democrazia
in cui oggi tale pensiero muove (o dovrebbe muovere) i propri passi, oppure
ogni discorso di analisi, di riforma, di rinnovamento, viene reso sterile ancor
prima di formularsi giacché privo della possibilità di andare a fondo e
centrare criticamente gli obiettivi, nella necessaria dimensione esistenziale.
Perché questa
nostra preoccupazione sulle possibilità autentiche di un discorso aperto, di
fondo sugli istituti societari, libero dal pregiudizio e dal tabù di un
costituito inamovibile ed immutabile? Perché questa nostra preoccupazione di
stabilire il confine preciso e invalicabile tra il rispetto, la convinzione, la
coscienza della libertà come valore naturale di fondo dell'uomo e l'analisi, la
critica, la ricerca dialettica aperta sul metodo di gestione del potere?
La risposta è nel
nostro convincimento che la “crisi” (eccoci giunti al punto focale) risiede
nella “rottura” del collegamento tra apporto umano e istituti, tra personalità
creativa e potere, tra capacità, competenza, fantasia, idealità dell'uomo e
società costituita e istituzionalizzata.
Si tratta di una rottura (ribadiamo di
rottura, badate bene, non di interruzione, che sarebbe problema diverso) che è
tanto più grave in quanto incide sulla stessa linfa di sviluppo del consorzio
umano, ed è destinata ad arrecare danni irreparabili perché operante sulle
possibilità di ricambio autonomo del corpo malato.
Quando, infatti, a
questa tesi, qualcuno obietta che la nostra critica è sterile giacché la
democrazia quale metodo di gestione del potere possiede già in se stessa le
possibilità di autodeterminare i correttivi rivitalizzanti, ci sembra che quel
qualcuno non tenga conto di alcuni elementi fondamentali intervenuti nel “recente”
storico della società.
E qui diventa
opportuno, ad esempio, il richiamo alla esasperata rapidità degli sviluppi
tecnologici che hanno determinato non poche situazioni nuove, di cui troppo
poco ci si vuol ricordare e soprattutto “poco” nella giusta direttrice di
analisi, un'analisi che, a nostro giudizio, deve focalizzare i guasti profondi
operati nella sfera psicologica dell'umano.
Lo sviluppo
tecnologico della società è stato non soltanto pressoché totale in quanto a
materie e settori, ma è avvenuto anche così rapidamente, da non consentire
alcuna possibilità di assimilazione per le grandi masse.
È questa
una verità semplice, direi elementare, ma come tutte le verità semplici, se
trascurata, è capace di intralciare la chiarificazione propedeutica per lo
sviluppo dialettico successivo. Provate a leggere senza che l'alfabeto vi sia
profondamente e naturalmente familiare! Non riuscirete mai a districarvi nelle
pagine scritte per quanto possiate abituarvi a “vedere” e “riconoscere” singolarmente
le varie lettere.
E quanto avviene
oggi di fronte ai più grandi fenomeni tecnici di cui moltissimi, le masse,
assistono abitualmente al manifestarsi, ma di cui non comprendono appieno il
sottile condizionamento e le mutazioni inconsce che determinano nella sfera
del pensiero e della riflessione.
Vorrei, evadendo
dalla stretta logica dell'argomentazione politica cui stavamo rifacendoci,
dedicare un attimo di attenzione al rapporto tra tecnologia e sentimenti e tra
sentimenti e riflessioni così come opera attivamente nel campo dei mezzi di
informazione e comunicazione. Cinema, televisione, radio, sono in grado di
“rappresentare” le testimonianze visibili di verità preconfezionate. Ora quando
una verità di parte, quindi una “non verità”, ma soltanto un argomento, è
accompagnata da immagini presentate con sfrontata autorevolezza testimoniale,
il pubblico dei destinatari si dividerà tra quanti assimilano “in buona fede”
il messaggio preconfezionato e lo faranno circolare come proprio, aumentando le
energie testimoniali dell'argomento “non verità” e coloro che, per contro, in
grado di cogliere la pretestuosità del messaggio-informazione tenderanno per
reazione a mettere in circolazione una contro-verità, che anch’essa per
riuscire a “controbattere” efficacemente la precedente argomentazione
diventerà “forzata” “dialetticamente polemica”, quindi “non verità”.
Ora una pubblica opinione
che forma i propri sentimenti, e dai sentimenti le convinzioni e le
riflessioni, partendo da piattaforme di non-verità, di informazione
preconfezionata, di convincimento soltanto dialettico, è certo una pubblica
opinione destinata a porre in essere la confusa retorica degli argomenti
piuttostochè un'esatta analisi selettiva per la soluzione dei problemi.
Se guardiamo poi al
crollo dei miti e dei sentimenti generati dalla frattura violenta tra ciò che
era “prima” convincimento e immagine autonoma del singolo, immagine
equilibrata e graduata con una globalità pensante, e se osserviamo invece
quanto diviene “scoperta”, “imposizione razionale”, “sostituzione di realtà
sempre pensata” a motivo di avvenimenti scientifici o scoperte susseguentesi,
ci renderemo subito conto della vastità degli spazi mentali posti in crisi di
adattamento e di riflessione dal turbine tecnologico degli ultimi decenni.
Non si salvano
nemmeno gli spazi emotivi più intimisti e personali se riflettiamo un attimo
alle “emozioni” (che chiamerei piuttosto “turbe”) generate dalla conquista
dell'atomo, dalle sue applicazioni nel campo della distruzione a quelle della
creatività e dell'esplorazione.
È chiaro,
ad esempio, che un giovane abituato a “fantasticare” romanticamente nelle
notti di plenilunio si troverà oggi a disagio “considerando” il via-vai
tecnologico di questi ultimi decenni negli spazi celesti. E questo non perché
“il fantasticare” sia inconciliabile con l'avanzata tecnologica, tutt'altro, ma
perché questo pone problemi di riflessione, di assorbimento di cognizioni, di
maturazione di opinione, che non è assolutamente possibile riempire autonomamente
in misura equilibrata se non con l'apporto di “fonti” di cognizione e opinione
assolutamente imparziali e competenti.
Ed ecco che il discorso ritorna alle sedi di
elaborazione del pensiero, agli strumenti di formazione del pensiero stesso, e
quindi ad un argomento addirittura propedeutico: il costo e la disponibilità
degli strumenti di formazione del pensiero e di gestione dell'informazione.
Argomento propedeutico perché essenziale alla definizione ed al formarsi delle
classi dirigenti. Elemento essenziale quindi per qualsiasi discorso di
“governo” della società, di superamento della crisi, d’individuazione delle
ragioni della crisi.
*
* *
Noi pensiamo che la
“crisi” si generi, in tutti i settori del vivere civile, perché sono in crisi
la dinamica formativa del pensiero, la sede e gli strumenti dell'educazione
civile attraverso cui si realizza la formazione delle classi dirigenti di cui
sopra dicevamo.
Quando abbiamo
indicato il guasto gravissimo determinato dalla confusione “costruita” intorno
alla presunta identità tra i concetti di libertà e democrazia volevamo appunto
pervenire alla individuazione della impossibilità di uscire dalla crisi se non
attraverso un discorso aperto e radicalmente rinnovatore degli istituti, perché
così come sono previsti e organizzati, e per gli strumenti che ne determinano
la sostanziale funzionalità, essi sono generatori di non verità, di
informazione parziale, di condizionamento sul manifestarsi del pensiero e
dell’opinione.
Perché abbiamo
posto il problema del costo e della disponibilità degli strumenti di formazione
del pensiero e abbiamo abbinato l'argomento a quello della macroscopica
velocità di sviluppo delle tecniche e delle scoperte scientifiche?
Ove si rifletta che
la dinamica autentica della libertà risiede tutta nella diffusione di idee e di
intuizioni, nella possibilità di organizzare intorno ad esse consenso e potere
per affermarle e gestirle nel pieno rispetto del diritto di altre idee di
percorrere la medesima direttrice, si constaterà che è proprio il metodo di
raccolta del pensiero e la sua organizzazione verso consenso e potere il punto
focale del rapporto societario e dell'ordinato sviluppo civile.
Non vi è dubbio che
tenuto conto di ciò, quanti, singoli o gruppi, in coincidenza all'epoca delle
grandi trasformazioni e conquiste scientifiche, hanno potuto pagare i costi
delle scoperte tecnologiche o pervenire alla loro disponibilità per via di
consenso-violenza vincente, si sono garantiti la possibilità di una duratura
ipoteca sul potere.
Non ci sottrarremo
certo, a questo punto, al dovere dialettico di una diffusa disamina analitica
delle responsabilità, dei fallimenti, delle condizioni generali e particolari
che hanno determinato il sorgere della risposta democratica ai problemi della
società. Lo faremo diffusamente nei capitoli che seguiranno.
È certo
tuttavia che dobbiamo preliminarmente sgombrare il terreno dal tabù ideologico
esistente a ridosso dello spazio definito democratico sul cui prato si
vorrebbe rendere impossibile tagliare l'erba e provvedere a nuove semine.
Se non sgombriamo
il terreno dal conformismo culturale che ha determinato l'attestarsi del
convincimento libertà uguale democrazia e viceversa, noi rischiamo di girare
intorno al problema effettivo, storicamente essenziale, cioè quello del
rapporto uomo-società costituita, idea e istituzioni, pensiero e proiezioni
rappresentative del consenso che da esso discende. E questo significherebbe
ignorare il soggetto eterno della storia che è l'uomo e la sua vocazione e
destinazione creativa da attuarsi autonomamente, certo in direzione di una società
collettiva, ma non per questo in diritto di collettivizzare l'entità primaria
essenziale cioè, come dicevamo, l'uomo stesso.
*
* *
In che rapporto
oggi è l'uomo nel confronto della società e dei suoi istituti ad ispirazione
democratica? Garantiscono questi e quella l'effettiva autonomia del pensiero in
rapporto alle sue destinazioni politiche concrete: consenso e
rappresentatività? È onesto affermare che gli
istituti della società umana del nostro tempo garantiscono il diritto dell'uomo
ad essere attore diretto nella rappresentazione del proprio pensiero o appare
più giusto denunziare un ruolo di comparsa che emargina l'uomo dagli itinerari
del suo pensiero, talché il pensiero espresso finisce per giungere “diverso”,
“inquinato”, “condizionato” alla fine del percorso e affidato a realtà
umanamente e istituzionalmente non in grado di proiettarne l'immagine esatta?
Sono questi gli
interrogativi della crisi e bloccare l'attesa di convincenti risposte in nome
di un ingiustificato “j’accuse” verso ogni analisi che voglia porsi il problema
della rispondenza del metodo di gestione democratica della vita, della società,
del pensiero, del consenso, della partecipazione, è destinato solo a produrre
reazioni violente, e quindi perverse, perché generate dalla disperazione e
dalla stanchezza di coscienze che non reggono più alla impossibilità di un
libero pensiero creativo.
Non la
disperazione, non la stanchezza, quindi meno che mai violenza ed anti-umanità
potranno rompere l'immobilità dello stagno culturale, ma, potranno farlo
soltanto l'apertura e la insistenza paziente, ma irremovibile e decisa, su
nuovi filoni culturali e di libero pensiero.
Quando scaturisca
dalla convinzione profonda della libertà, e dalla sua insostituibile
dimensione di pluralità di apporti e di linfe per il progresso civile; quando
sia saldo il sentimento del diritto di ciascuno a farsi portatore di soluzioni
alternative e più rispondenti, dove potrebbe poggiare il “j’accuse” contro gli
innovatori, come potrebbe sostenersi un diritto costituito e inamovibile al
tabù dialettico sul metodo democratico di gestione del consenso, della partecipazione,
del potere?
Ancora diciamo: si
vuol difendere il governo di popolo o il governo della maggioranza?
Ma allora in che
posizione poniamo tutti i precursori di un ordine anticipatore di conquiste
ideali e concrete e quanti si fecero interpreti di un sentimento degli uomini a
mutare “non percepito” dalle “maggioranze” del tempo?
Quanti degli stessi
eroi, anticipatori, pensatori, politici, celebrati dalla tradizione culturale
democratica dovrebbero essere sconfessati e rinnegati dalla cronaca delle
“maggioranze” dell'oggi?
O perché Cristo,
come profeta di una rivoluzione dell'esistenza si ebbe in compenso la croce,
coloro che si fanno assertori convinti di necessarie rivoluzioni esistenziali,
debbono tutti attendersi la corona di spine e i chiodi e le catene? Sarebbe un
pur affascinante accostamento, di grande prestigio per le vittime. Uscendo di
retorica, vogliamo soltanto, e più modestamente, affermare che un diritto
conculcato può anche essere messo in quarantena dialettica, ma esso esplode e
riprende la sua marcia offrendo al pensiero respinto nuovi spazi e nuove
occasioni.
Ed eccoci così alle
proposte di “grandi” riforme costituzionali, allo svilupparsi del dialogo sul
“sistema” e sui correttivi. C'è in questi spazi l'accenno a motivi cui occorre
stabilire valvole di sfogo, ma siamo lontani dalla “percezione” e più ancora
dalla “volontà” di affrontare la matrice della crisi esistenziale del nostro
tempo.
La crisi dunque è
crisi di formazione del pensiero, è crisi dell'uomo inteso quale fonte creativa
ed apporto autonomo per la società; quindi crisi di partecipazione e di consenso.
L'uomo non giunge
alle istituzioni, non ne vive e non vi si riconosce più. Il problema non è
soltanto politico, esso si fa esistenziale nell'intrecciarsi dei rapporti e
delle interdipendenze che lo sviluppo tecnologico cui si accennava hanno determinato.
Il potere oggi
invade la sfera globale degli interessi dell'uomo e vi si installa come
elemento estraneo e quindi turbativo del suo equilibrio. La rabbia che monta
contro i vertici politici, colpiti unitariamente dalla crisi di rigetto del
cittadino e dell'uomo (fenomeno non soltanto italiano) ha origine proprio dalla
utilizzazione degli strumenti tecnologici per fini di potere. Il metodo di
gestione del potere, la necessità di un consenso numerico e non qualitativo, il
luogo stesso di formazione ditale consenso, cioè un confuso arengo di folle
eterogenee, finiscono per determinare una partecipazione episodica e
sostanzialmente priva di apporti autonomi reali. Il metodo e le istituzioni ad
ispirazione democratica se anche garantiscono una sfera di libertà di scelte
innegabile (da qui la difesa accanita e convinta di molti intellettuali)
lasciano tuttavia il destinatario della dialettica democratica, cioè l'uomo, in
posizione subalterna di fronte alle decisioni da assumere, al consenso da
offrire e decidere, al grado di partecipazione possibile.
La conquista delle
maggioranze e di un loro consenso di massima è processo cui soltanto con
strumenti e tecniche perfezionatissime e costosissime si può pervenire.
La nostra critica
al metodo di gestione democratico del potere è indirizzata proprio al modo e al
momento “formativo” del pensiero e della partecipazione.
La prospettiva
nella quale ci poniamo è quella dell'uomo e dei suoi valori e ci chiediamo
quando e dove questo (l'uomo) e quelli (i suoi valori) vengono esaltati e
valorizzati dalle attuali forme istituzionali.
Ci chiediamo il
perché dell'accusa di vocazione a regimi non liberi per coloro che sognano
spazi più ampi di libertà e di apporti creativi per l'uomo del nostro tempo. Ci
interroghiamo sulla natura autentica delle forze che “tanto” hanno amato
democraticamente la libertà in questi decenni da gestirne le proiezioni
attraverso le forme di un potere che non può più ignorare i suoi frutti: la
crisi dell'uomo e dei suoi valori resa manifesta attraverso il dilagare delle
filosofie del denaro e dell'arricchimento, l'eclissi dei sentimenti spirituali
di ogni tipo, l'appiattimento delle vocazioni, delle capacità, delle competenze
operato in nome di una esaltazione della massa che strappa all'uomo la sua
personalità restituendogli, in compenso, soltanto un generico diritto a dire
“mi fanno male”.
Ora che questa
crisi di cui tutti abbiamo percezione precisa, di cui tutti, in fondo, sentiamo
la vera natura di disagio esistenziale, possa essere risolta in un contesto che
non faccia preliminarmente giustizia delle sottrazioni decisionali operate a
danno dell'uomo è veramente assurdo, illusorio.
L'uomo ha bisogno
di ritrovare coscienza di se stesso attraverso una ricarica di fiducia nelle
sue possibilità creative, di ricerca, di analisi, di intervento, di soluzioni.
Questa fiducia non gli è certo restituita dal modo con cui la società di oggi è
organizzata.
Il momento
essenziale in cui l'uomo “può decidere di se stesso e del suo futuro”, nelle
società organizzate e autenticamente libere, è quello in cui l'uomo “può
partecipare” del grande dibattito civile della costruzione politica, che è poi
scelta conseguente di cultura, di esistenza, di rapporti, di economia. Ebbene,
o questo momento viene organizzato in modo tale da trasferirlo effettivamente
in una continuità di apporti e partecipazioni, nel cervello, nella coscienza,
nell'amore, nel lavoro dell'uomo, o l'uomo stesso, di quel momento, finché si
caratterizzi invece con l'attuale sterilità di una presenza soltanto formale,
si sentirà schiavo e finirà per ribellarsi, non fosse altro, come sta avvenendo,
con l'apatia, il disinteresse, lo scetticismo.
Vi è bisogno di
restituire all'uomo la sovranità oggi sottrattagli da istituzioni non più
rispondenti. Questo è il vero problema.
La resistenza delle
classi dirigenti di oggi, che si sono cristallizzate intorno al potere, ad
operare tale restituzione è la vera ragione della crisi.
*
* *
La nostra critica
afferma dunque la libertà ed è solo in nome di essa che accusa la gestione
democratica del potere di furto di sovranità, di consenso, di partecipazione,
ai danni dell'uomo.
Non possiamo
accettare la risposta abituale che viene opposta alle critiche alla democrazia:
il popolo può sempre mutare direzione di scelte, la sovranità è nelle sue mani
attraverso il momento elettorale. Questo è vero soltanto in dimensione
formale.
Il momento
elettorale, infatti, è il risultato di anni di formazione del pensiero, anni
che l'uomo “subisce”, a causa della impossibilità di accedere come entità e
valore autonomo alle tecniche ed agli strumenti tecnologici attraverso cui il
pensiero stesso si “informa” e si “forma”. Le istituzioni dei nostri tempi, la
struttura organizzata della società, non riescono a trasformare l'uomo in
attore del pensiero, lo collocano in una falsa dimensione di comparsa nella
grande recita della “pubblica opinione”.
Sostanzialmente
l'uomo rimane oggetto, destinatario, molte volte vittima.
La grande libertà
che noi rivendichiamo è quella di propugnare un'epoca diversa in cui l'uomo
torni attore della storia e del pensiero in assoluta autonomia di sovranità,
quindi di strutture, di istituzioni; sovranità, strutture, istituzioni,
autonomia che devono poterlo direttamente rappresentare.
Per questo abbiamo bisogno di poter discutere
liberamente di tutto, di sgomberare dialetticamente il terreno da quelli che
noi chiamiamo i tabù istituzionali e culturali, non per vandalica “prepotenza”
ideologica, ma perché non vogliamo essere condizionati nella ricerca. La nostra
è esigenza dialettica, è necessità creativa, è volontà di risolvere in noi la
crisi e di contribuire a chiarirne i motivi a quanti non li abbiano ancora
chiari. È un'esigenza
di libertà del pensiero che non può passare, in quanto tale, attraverso nessuna
strada obbligata.
Altro certamente è
il discorso della necessità di convivere civilmente entro le istituzioni.
Questo ci distingue dallo sterile ribellismo viscerale che non tiene conto
dell'esigenza di “esistere” in consorzi umani comunque, bene o male,
organizzati. È nostro stesso interesse di prospettiva che i
rapporti “entro le istituzioni” funzionino civilmente perché potrebbero
“domani” essere altre istituzioni, di noi più partecipi, ad essere discusse ed
esaminate. Tuttavia, se la convivenza civile “entro le istituzioni” è
un'esigenza che riconosciamo, essa non può e non deve essere confusa con
“l'essere e l'operare ideologicamente entro di esse”.
Anche questa è una
delle confusioni costruite ad arte per confondere idee e situazioni.
Tutta
l'artificiosa, ricorrente discussione sulle cosiddette “riforme costituzionali”
ha origine proprio da qui. Noi osserviamo che se di riforme costituzionali si
parla “ideologicamente” entro il sistema, nulla del sistema stesso sarà mai rinnovato,
perché solo quando l'ideologia, la proposta rinnovatrice, anche la sola
ricerca, potranno spaziare “ideologicamente” senza preoccupazione alcuna del
tabù democratico sulle forme di gestione del potere, soltanto allora potrà
iniziare l'epoca delle trasformazioni esistenziali necessarie ad interpretare
le esigenze di vita del nostro tempo.
Ripetiamo che
questa “libertà” rivendicata in forma e dimensione globale sul piano
ideologico, non esige e non vuole contrasti con la necessaria convivenza civile
nell'ambito delle leggi e degli istituti costituiti.
Affermare il
contrario significa soltanto voler diffondere il timore della dialettica
libera, promuovere la confusione delle posizioni politiche, coprire le manovre
trasformiste dei falsi rinnovatori, a questo assoldati dal potere.
Una responsabilità
gravissima dunque, suscettibile di generare collere inconsulte e la
disperazione della violenza.
Bisogna dunque
aprire un discorso ampio e generale su nuove possibili forme di creatività per
l'uomo, individuando le sue attese di sedi, metodi, fonti alternative per la
formazione del pensiero. Occorre garantirgli la partecipazione restituendogli
il gusto della validità e dell'efficacia di questa. È necessario ricollegare
il rapporto tra uomini al di fuori di schemi obbligati da accettare o
respingere al completo; gli uomini vogliono rincontrarsi e discutere, liberi di
farlo “dove”, “come” e “con chi” preferiscono giacché non desiderano casacche
burocratiche e conformiste, ma approfondimenti ispirati alla conoscenza
intelligente e informata.
Dobbiamo insomma portare le istituzioni
all'uomo, traslando in esso il processo creativo della vita, dell'esistenza,
delle scelte, del consenso, dell'amicizia e della collaborazione, della guida
responsabile e qualificata alle conquiste di civiltà.
Valori e contenuti questi in perenne ansia di nuova
scoperta. Un'ansia certo non fotografabile sulle pagine contemporanee, inerti
relatrici di un modo statico di concepire la vita.
Contribuire a
cercare e chiarire tutto ciò è quanto cercheremo di fare nei capitoli che
seguiranno.
Giacomo De Sario