EUROPA
1939-1979
Dalle vicende
dell'ultimo conflitto mondiale alle prospettive per il domani
A quarant'anni dallo scoppio del conflitto, i nuovi
equilibri mondiali, la crescita della Cina, ma, in particolare, quella degli
stati arabi, possono permettere all'Europa di rimettere in discussione il
ruolo subalterno che le assegnò l'assetto post-bellico.
Il lungo periodo di eclissi non va però dimenticato, esso
è stato determinato da precise responsabilità e, sviscerarle, ci pare un
contributo positivo, necessaria premessa per indirizzare su un binario sicuro
i futuri rapporti internazionali dell'Europa.
Numerosi sono stati, negli ultimi mesi, gli scritti sulla
seconda guerra mondiale ed era speranza generale che ne uscissero rievocazioni
politicamente complete, discussioni ampie e precise valutazioni.
Certamente gli anni trascorsi potevano considerarsi
sufficienti ad assicurare una definitiva ricostruzione dei fatti e a far
perdere virulenza alle polemiche più esasperate.
Era, cioè, possibile passare dalla cronaca alla storia
con meditato distacco e giudizi più freddi. Nella sostanza, però, questa
legittima attesa è andata in buona parte delusa.
Accese partigianerie e falsificazioni propagandistiche si
sono puntualmente ripresentate e le rievocazioni sono rimaste su un piano di
genericità, non sono, cioè, servite ad approfondire, a capire di più.
La realtà storica è stata messa, ancora una volta, al
servizio della linea politica prescelta e sono stati lasciati in ombra fatti di
grande importanza per illuminarne altri, particolari, marginali.
Sebbene la realtà del poi macini spesso impietosamente le
convinzioni e le illusioni del prima, tuttavia, nessuna tesi nuova che
prendesse atto di ciò è venuta a turbare il coro della storiografia e, di
conseguenza, le discussioni, il dibattito, il confronto, per i quali, in
apparenza, tutti smaniano, sono in effetti mancati.
Il ristagnare dell'indagine storica è psicologicamente
sostenuto dal senso di sbigottimento che ha colpito gli spiriti europei nel
constatare il crollo della potenza continentale e dalla sensazione, collegata,
di ineluttabilità della situazione di quasi colonizzazione che ne seguì.
Il rassegnato adattamento nel quale il continente ancora
oggi vive, ha anche motivazioni più strettamente politiche.
È possibile, tuttavia, avviare un azione rigeneratrice.
Essa, preso il via dall'abbandono di ogni preconcetto ideologico, dovrà
condurre ad una approfondita valutazione del comportamento politico delle
parti in causa durante il conflitto, alla conseguente revisione critica dei
giudizi sui rapporti internazionali dal dopoguerra in poi e portare al
ripensamento degli attuali equilibri.
L'autocritica non è il forte dei politici di oggi, tesi a
voler gestire persino il proprio fallimento. Attendersi, quindi, la svolta
rinnovatrice da una loro decisione ragionata ed autonoma è impensabile. Non
solo essi sono privi di fantasia, lungimiranza e sane ambizioni, ma sono anche
imprigionati da enormi interessi intercontinentali.
Sanno, per di più, che altri e migliori modelli di Europa
sarebbe possibile realizzare, ma sanno altrettanto bene che ciò significherebbe
la perdita delle posizioni di preminenza da loro acquisite in questa Europa,
posizioni che si ostinano, così, a difendere per interesse materiale e miope
patriottismo di partito.
Continuano essi, perciò, a prestare copertura anche al
gioco della tutela sull'Europa, di Usa e Urss, entrambe interessate al
mantenimento della situazione attuale.
La svolta auspicata non potrà, perciò, che derivare da un
profondo, radicale cambiamento politico.
Riteniamo che, alla lunga, del resto, le popolazioni
europee non potranno evitare di prendere posizione a difesa dei loro stessi
interessi e quei politici che si arroccheranno a difesa di interessi che europei
non sono, abbiano il solo destino di combattere battaglie di retroguardia per
un esercito in fuga.
Per accelerare questa presa di coscienza nel senso di una
autonomia europea, va dichiarata guerra aperta ad ogni forma di immobilismo
culturale posta in atto attraverso i suoi condizionamenti, dal regime.
È nostro obbiettivo, stimolando ogni capacità di
reazione, suscitare le premesse di pensiero dalle quali possa scaturire il
riesame delle grandi scelte politiche.
Ricerca e dibattito sui punti chiave del passato
volutamente trascurati, indispensabili per determinare la piena, necessaria
comprensione dei fatti storici, rientrano in questo compito.
Riteniamo, quindi, utile accertare, col senno di poi in
aiuto, cause e responsabilità del conflitto, fino ad oggi, non ammesse o
sorvolate, verificare quanto delle enunciazioni della «Carta Atlantica» sia
stato effettivamente messo in pratica, riconoscere, infine, quanto ancora
l'Europa di oggi dipenda da quegli eventi, ormai lontani, ma che continuano, come
una sostanza radioattiva a far sentire i loro effetti e valutarne le
conseguenze su scala continentale e mondiale attraverso l'esame degli equilibri
internazionali post-bellici.
Puntualizzato, attraverso tale esame, lo stato di salute
dei vecchi equilibri determinati dal conflitto, è nostro intendimento giungere
a delineare la nuova politica che possa portare alla costruzione di un
equilibrio diverso e più vantaggioso per l'Europa.
Responsabilità sovietiche e degli alleati nello scoppio
del conflitto
Sospette, perché superficiali e ingiustificatamente
benevole, ci appaiono le interpretazioni del comportamento sovietico per gli
anni 39-41. L'Unione Sovietica viene per lo più presentata come potenza
aggredita, dimenticando le grosse sue responsabilità antecedenti il
coinvolgimento diretto nel conflitto.
Il patto Ribbentrop-Molotov del 23 agosto '39 con
l'annesso accordo di spartizione della Polonia, è la svolta di politica estera
che consente alla Germania di porre fine ad ogni esitazione nei confronti
della Polonia, trincerata nella sua assurda indisponibilità a trattare.
Sollevata dal timore che alle minacce anglo-francesi
potesse far seguito un intervento sovietico contro di essa, la Germania ha
finalmente via libera. I tedeschi non ebbero dubbi nel ritenere che gli
alleati davvero intendessero offrire una garanzia alla Polonia e ritennero
mossa vincente il loro accordo con i sovietici.
Pensavano che, coinvolta l'Urss in un attacco contro la
Polonia, gli alleati venissero a trovarsi con le spalle al muro, sia per
l'impossibilità militare di garantire la Polonia contro i due potenti vicini
coalizzati, sia a maggior ragione di scatenare un conflitto punitivo, di
rappresaglia, contemporaneamente contro ambedue.
Grande, quindi, l'euforia tedesca e, occorre
riconoscerlo, del tutto logica, sol che la garanzia alleata alla Polonia, non
fosse stata quello che i fatti successivi dimostrarono: un tranello di Francia
e Inghilterra.
Nonostante mai nella storia prima di quel momento, da
parte inglese si fosse dimostrato un interesse, spinto al punto da gettarsi in
un conflitto, per un paese della lontana Europa orientale, tuttavia la
propaganda bellica alleata sostenne sempre che la guerra fu dichiarata per
difendere la Polonia.
Non fu mai in grado, però, tale propaganda, di spiegare
come mai la reazione all'attacco contro la Polonia, nel momento in cui questo
divenne realtà, ebbe ad indirizzarsi solamente contro uno degli aggressori, la
Germania, e non contro l'altro aggressore, l'Urss, tanto più che è storicamente
dimostrato che l'attacco fu concertato e i sovietici non furono certo quelli
che territorialmente ne trassero i minori vantaggi.
Il momento storico dello scoppio della seconda guerra
mondiale non fu quindi determinato dall'esplodere di un conflitto di limitata
importanza, anche perché presto esaurito nel tempo, in una regione periferica
del continente, regione per di più geograficamente non ben delimitata ed
etnicamente mista (in Polonia i cittadini di nazionalità polacca erano solo il
60%).
Il momento dello scoppio del secondo conflitto mondiale
fu invece la dichiarazione di guerra franco-inglese contro la Germania.
* * *
Dopo aver dichiarato guerra alla Germania, gli alleati,
si comportarono in modo tale per cui, l'opinione che i motivi del conflitto
vadano cercati altrove e che il loro interesse per la Polonia fosse del tutto
inesistente, ne esce rafforzata.
Essi, infatti, non mossero un dito a difesa della Polonia
e in seguito, non solo tacquero quando i sovietici a Katyn eliminarono quindicimila
ufficiali, cioè gran parte della classe dirigente polacca, e non portarono
alcun aiuto ai Polacchi insorti a Varsavia nel 1944 contro i Tedeschi, ma quel
che è più grave, a guerra conclusa, non fecero difficoltà alcuna a consegnare
il paese ai sovietici, sotto il cui tallone ancora si trova
Questo fu ciò che alla Polonia portarono la garanzia
inglese ed il conseguente conflitto mondiale.
Che le cosiddette «garanzie automatiche», concesse
dall'Inghilterra anche ad altri paesi, fossero destinate a funzionare a senso
unico, cioè erano valide, la parola veniva mantenuta, solo quando c'era di
mezzo la Germania, fu riconfermato pochi mesi dopo, quando la Romania, che
unitamente a Polonia e Grecia «godeva» di una delle suddette garanzie, fu
aggredita dai sovietici.
Questa volta gli inglesi nulla trovarono da eccepire.
* * *
Tedeschi e sovietici, ultimate il 29 settembre 1939 le
operazioni di occupazione del territorio polacco, si riuniscono a Mosca a
livello di ministri degli esteri. Viene dato alla stampa un comunicato che è
facile comprendere come oggi non trovi ospitalità in alcun testo.
In tale comunicato congiunto, si sostiene che, «terminata
la campagna di Polonia resa necessaria dagli errori del precedente trattato di
pace (tesi che è molto difficile confutare) e dalla garanzia franco-inglese che
aveva spinto i polacchi a rifiutare ogni trattativa, appare evidente che non
esiste alcun motivo valido per proseguire nel conflitto, fino a quel momento
solo dichiarato e, qualora malauguratamente questo dovesse invece
effettivamente passare alla fase guerreggiata, la responsabilità del conflitto
mondiale che ne sarebbe seguito, sarebbe toccata interamente a Francia e
Inghilterra».
Sempre tenaci nelle loro convinzioni, i comunisti
condividono ancora oggi questo giudizio storico che porta la prestigiosa firma
del loro Molotov?
I fatti immediatamente successivi contribuiscono a
chiarire ulteriormente le posizioni in campo: il 6 ottobre, pochi giorni dopo,
Hitler in un discorso alla Camera tedesca, svolgeva importanti argomentazioni.
Rilevato come l'assurdità dell'ingerenza britannica in un settore strategico ad
essa tradizionalmente estraneo mettesse in luce il carattere pretestuoso della
guerra, proseguiva testualmente:
«Se Quarantasei milioni di Inglesi pretendono di dominare
su quaranta milioni di chilometri quadrati della superficie terrestre, non è
un'ingiustizia che ottantadue milioni di tedeschi rivendichino il diritto di
vivere su ottocentomila chilometri quadrati di territorio».
E ancora:
«Sarebbe pazzia distruggere milioni di vite umane e
centinaia di miliardi di beni per ristabilire lo stato polacco che già, fin
dalla sua origine, fu definito da tutti i non polacchi un aborto politico.
Quale altro motivo c'è per continuare a battersi? Ha avanzato forse la Germania
verso l'Inghilterra una qualche pretesa che minacci l'impero britannico o che
ponga in pericolo la sua esistenza?
No, la Germania non ha formulato pretese del genere né
contro la Francia né contro l'Inghilterra.
Se la guerra dovesse avere inizio, i patrimoni nazionali
dell'Europa saranno dissipati in munizioni, mentre i popoli si dissangueranno
sui campi di battaglia.
La Germania è pronta a discutere la pace e non ha paura
di essere tacciata di viltà nel dichiararlo.
Prendano ora la parola quei popoli e i loro capi che sono
del mio stesso parere. Respingano la mia mano coloro i quali credono di vedere
nella guerra la soluzione migliore».
* * *
Ma le proposte di Hitler non vennero accettate neppure
come base di discussione e, nemmeno nei successivi mesi invernali,
riconsiderate.
Cosa avrebbe potuto e dovuto spingere gli alleati a
riconsiderarle?
Il crescere della potenza e dell'aggressività sovietica.
Mentre la Germania, con le armi al piede, tentava ogni
strada diplomatica per evitare l'estendersi del conflitto, affiancata, ma
infruttuosamente, da altri governanti di buona volontà come i Reali d'Olanda e
del Belgio, la Russia sovietica dilagava in Europa con una catena di
aggressioni senza precedenti nella storia moderna e tali da dover destare le
più serie preoccupazioni, dato che l'intera situazione europea ne risultava
strategicamente modificata.
È da rilevare
la reticenza degli storici nel presentare un quadro completo di queste
aggressioni. Limitatissima è infatti, la disponibilità di fonti storiche e,
solo di quando in quando, ci si imbatte in fuggevoli cenni sull'argomento, proprio
quando il tacere non è possibile per le lacune materiali e temporali che
creerebbe.
L'egemonismo sovietico ha perciò origini lontane e non
può certamente essere scusato solo per il fatto di essersi poi incamminato su
una strada gradita ai commentatori storici e politici di oggi.
Prima di procedere nel discorso, proprio per favorirne la
piena comprensione, ci pare il caso di ricordare queste aggressioni con la
necessaria completezza.
Le aggressioni sovietiche 1939-1940
Settembre J939 - Incuranti della garanzia franco-inglese e di un patto di
non aggressione riconfermato solo pochi mesi prima (31 maggio 1939) dal loro
ministro degli esteri Molotov, i sovietici invadono la Polonia, impegnata ad
ovest dalle truppe germaniche. Entrano in Polonia un centinaio di divisioni,
vengono catturati migliaia di militari polacchi, tra cui gli ufficiali che
verranno poi massacrati a Katyn; altre migliaia di civili vengono deportati
all'est.
Novembre 1939 - Anche alla Finlandia l'aver firmato con l'Urss un patto
di non aggressione non serve a nulla. Le truppe comuniste il 30 novembre la
invadono. Dopo un tragico inverno di combattimenti, è dei sovietici su
Helsinki, il giorno di Natale, il primo bombardamento terroristico di tutta la
guerra, i finlandesi sono costretti a deporre le armi. L'unico «aiuto» che i
finlandesi ottengono dall'occidente è l'espulsione dell'Urss accusata di
aggressione, il 14 dicembre 1939, dalla Società delle Nazioni, la vecchia ONU.
La grave condanna morale subita, non impedirà ai
sovietici di sedere a Norimberga tra coloro che giudicarono i capi della
Germania nazista accusati di guerra di aggressione.
Giugno 1940 - I sovietici, il 26 giugno 1940, pretendono, con un
ultimatum dalla Romania, che godeva di una garanzia inglese come la Polonia, la
consegna di Bessarabia, Bucovina e parte del principato di Moldavia.
La garanzia inglese, come già detto, rimane inoperante e
l'evacuazione dei territori oggetto dell'ultimatum è inevitabile; essa avviene
sotto la costante pressione dei sovietici incalzanti migliaia di persone in
fuga.
Pochi giorni dopo, mentre dai territori occupati
iniziavano le ormai tradizionali deportazioni, i sovietici, con un ulteriore
colpo di mano, si impossessavano senza alcuna considerazione per gli accordi
internazionali che regolavano la navigazione del fiume, di tutto il delta del
Danubio. Tale episodio segnò il passaggio, attraverso una crisi politica interna,
della Romania nel campo dell'Asse.
Luglio 1940 - È la volta dei Paesi Baltici: Lettonia, Lituania,
Estonia. In tali paesi, già nell'ottobre precedente, l'Urss aveva preteso basi
militari, ora, 21 luglio 1940, scatta con maggiore facilità l'occupazione
totale. I piccoli stati baltici, sette milioni di abitanti in tutto, vengono
annessi dopo essere stati complessivamente accusati di «complotto contro
l'Urss». Inizia subito la guerriglia anti-bolscevica; tra il luglio 1940 e il
maggio 1941 vengono scoperti settantacinque gruppi clandestini anticomunisti.
La repressione sovietica è durissima. In Lituania sono arrestate
trentacinquemila persone, centomila tra Lettonia ed Estonia.
La «Carta Atlantica»
Mentre per effetto di queste azioni aggressive un enorme
territorio, dal Mar Glaciale Artico al Mar Nero, passava in mano comunista, gli
Inglesi, quelli che erano entrati in guerra per difendere un piccolo popolo,
erano a Mosca con il loro ministro degli esteri Eden a discutere i piani della
futura collaborazione bellica anglo-russa.
Gli Inglesi, infatti, nonostante la spartizione della
Polonia e il preoccupante accrescersi della potenza sovietica, erano rimasti
fermamente ancorati all'idea di muovere guerra alla Germania. L'insistere in
tale atteggiamento dovette essere giustificato dagli alleati, consci dei lutti
e delle distruzioni che la loro azione avrebbe provocato all'Europa, con
nobilissime affermazioni di principio.
L'ingenuità di tali affermazioni poteva di per sé farle
ritenere del tutto inattendibili, ma la serietà e la solennità con la quale
vennero enunciate, unitamente all'apparente mancanza di altri motivi di
contesa, ottennero il risultato di imporle all'attenzione della pubblica
opinione.
A cose finite, dei principi allora enunciati, non si
parlò più, ma non è possibile dimenticare che proprio attraverso quelle
solenni promesse, gli alleati convinsero molti popoli a lottare con loro e
tolsero a molti degli avversari, i più tiepidi e i più ingenui, il mordente
necessario al proseguimento della lotta.
Gli alleati riassunsero in un documento ufficiale, che
prese il nome di «Carta Atlantica», i motivi che li spingevano a combattere e
organizzarono, del documento, una diffusione propagandistica senza precedenti.
Eccone due tra i capoversi più significativi «La guerra
viene combattuta senza mirare ad alcun ingrandimento territoriale e si esclude
qualsiasi cambiamento che non sia in accordo con la volontà liberamente
espressa dai popoli interessati».
«Sarà rispettato il diritto di tutti i popoli a
scegliersi la forma di governo sotto la quale vivere e si ristabilirà
l'auto-governo nelle nazioni che ne sono state private con la forza».
Gli accordi di Yalta e i trattati di pace seguiti alla
cessazione delle ostilità, disegnarono un'Europa ben diversa da quella che ci
si sarebbe potuto aspettare prevedendo la vittoria degli estensori della Carta
Atlantica. Le conseguenze politiche del conflitto furono per l'Europa
gravissime. Nessuna popolazione poté esprimere la sua volontà circa le nuove
frontiere imposte dai vincitori e per milioni di persone l'unica salvezza fu la
fuga. Milioni di profughi (diciotto milioni solamente i tedeschi) si
ritirarono di fronte all'avanzata comunista.
Fu codificata la servitù dei popoli dell'Europa
orientale, la Germania smembrata.
Per noi italiani a rendere ancora più cocente la vergogna
dell'8 settembre, non ci fu alcun trattamento di particolare benevolenza. Ben
scarsa, fin da allora, la considerazione internazionale goduta dagli statisti
della partitocrazia. Quelli di oggi si muovono nel solco di tale negativa
tradizione, anzi hanno dimostrato di saper fare... di meglio.
Vogliamo, qui, a tale proposito, aprire una parentesi per
riferire alcune considerazioni circa il capolavoro della diplomazia democristiana,
il trattato di Osimo, la cui esistenza ha suscitato problemi che sono tuttora
da risolvere e determinato il sorgere di fermenti politici suscettibili di
imprevedibili sviluppi.
Il trattato
di Osimo
Il trattato di pace del 1947, stabiliva la creazione del
territorio libero di Trieste, la cui effettiva nascita fu impedita da grosse e
insuperabili difficoltà internazionali. La Jugoslavia però, già soddisfatta dal
trattato di pace con la cessione dei territori istriani, nulla poteva più avere
a pretendere. Successivamente al trattato di pace, nel 1975, a Helsinki gli
anglo-russi, preoccupati di un possibile risveglio del nazionalismo europeo e,
quindi, di un turbamento dello status quo, avevano voluto che tutti gli stati
europei dichiarassero di loro gradimento le frontiere quali erano uscite dalla
seconda guerra mondiale. Anche la Jugoslavia aderì a tali accordi.
I nostri governanti non approfittarono degli accordi di
Helsinki, per invocare, sia pure tardivamente, l'applicazione del trattato di
pace e chiedere, quindi, l'allontanamento delle truppe jugoslave dalla zona B
del territorio libero di Trieste illegalmente occupata e il loro ritiro entro i
confini fissati alla Jugoslavia dal trattato di pace. Anzi, dopo aver più volte
smentito all'opinione pubblica nazionale, attraverso stampa e parlamento,
l'intenzione di farlo, iniziarono trattative con gli slavi e le conclusero con
il trattato di Osimo.
Tale trattato, che oggi viene falsamente presentato dalla
stampa come un accordo per insediamenti industriali nel Carso di più o meno
valida opportunità, riconosce invece alla Jugoslavia la piena sovranità sulla
zona B del territorio libero di Trieste, cento chilometri di coste e una
superficie pari a quella della provincia di Milano; un territorio, sul quale,
il costante orientamento della Suprema Corte di Cassazione ha stabilito mai
essere venuta meno la sovranità italiana.
È venuta così a
crearsi, a vantaggio della Jugoslavia, una situazione per cui essa, senza
contropartita alcuna, ha ingrandito ulteriormente il proprio territorio, quasi
come se, dopo il 1947, avesse vinto un'altra guerra.
Un lembo di territorio nazionale con città italianissime
come Capodistria, dove D'Annunzio ricorda nacquero sei Dogi della Serenissima
Repubblica di Venezia, Isola, Pirano, Portorose, Umago, Cittanova, è stato
consegnato allo straniero.
È nostro intendimento che quanto qui esposto venga inteso
come segnalazione alla Magistratura per l'apertura del relativo procedimento
giudiziario ai sensi dell'articolo 241 del Codice Penale: «Attentati contro la integrità, l'indipendenza o l'unità dello Stato.
Chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio dello Stato o una
parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare
l'indipendenza dello Stato, è punito
con la morte».
È prevedibile
la linea di difesa degli accusati, la loro autentica meraviglia di democratici,
nel vedersi perseguiti nonostante il voto parlamentare di approvazione del
trattato.
Ma come non abbiamo mai ritenuto possibile elevare il
numero di per sé e, quindi, qualsivoglia maggioranza, a criterio di verità e di
giustizia, non essendovi appunto tra verità e numero e tra giustizia e
maggioranza nessun nesso logico, così non riteniamo il voto parlamentare possa
discriminare i politici implicati nel fatto.
Qualche attenuante, quella ad esempio di aver agito nel
contesto di un sistema istituzionalmente costruito su principi di
irresponsabilità, potrà tuttalpiù venir riconosciuta a coloro che espressero il
loro voto favorevole al trattato senza, tuttavia, determinarlo con una attiva
partecipazione di primo piano.
Lo sfruttamento politico del conflitto
Anche gli stati europei, usciti militarmente vincitori
dal conflitto, Francia e Inghilterra, non solo non accrebbero la loro potenza
ma dovettero, in breve, constatare come l'aver agito per conto e a vantaggio di
altri si fosse rivelato nei risultati, uno sciocco suicidio.
Sotto qualsiasi visuale se ne esaminino i risultati, la
guerra segnò per l'Europa intera una disastrosa sconfitta militare e anche
morale, in quanto i sacrifici delle nazioni coinvolte nella lotta non sortirono
alcun risultato, anzi, per molte popolazioni la realtà uscita dal conflitto fu
senz'altro peggiore della precedente.
La ricerca di nuove strade che portino, se non al
recupero delle posizioni perdute nel conflitto, almeno al traguardo della piena
indipendenza politica e della forza militare necessaria per conservarla, deve
passare per gli europei attraverso l'accettazione piena di questa realtà.
Agli storici europei della democrazia, il coraggio di
questa ammissione è finora mancato; non hanno voluto riconoscere, per di più,
che è stato proprio il trionfo delle loro idee a segnare l'affossamento della
potenza continentale. Hanno eluso, essi, l'indagine sugli errori di valutazione
che hanno condotto il continente al disastro e, invece di procedere ad un serio
esame che automaticamente doveva condurre al rigetto di quelle posizioni che
accettano il perpetuarsi di egemonie esterne a danno dell'Europa, hanno scelto
testardamente, non potendo nella sostanza negare la sconfitta, il rallegrarsi
di averla subita.
Identificarono nel male i regimi degli sconfitti, sui
quali a prezzo dello sfacelo dell'intera Europa fu riportata la vittoria, e
nella loro sconfitta il trionfo del bene.
A sostegno ditale tesi manicheistica e, quindi,
antistorica, la verità dei fatti venne adattata a tesi precostituite; vennero
ingigantite le colpe e i crimini di guerra degli sconfitti e conclusioni da
laboratorio infarcite di reticenze e falsità vennero presentate attraverso i
mass-media alla pubblica opinione come assiomi indiscutibili. Tali
conclusioni, per l'appunto dimostrate come vere, per il sol fatto di essere
state enunciate, sono il cupo monotono scenario che da trent'anni ospita la
recita della storiografia europea.
Estrema, infatti, è l'intolleranza con cui quasi ogni
settore della stampa reagisce contro chiunque affacci dubbi o richieste di
chiarimenti circa quanto, senza una adeguata documentazione, è oggetto di diffusione
culturale.
Ma il bisogno di nuovi spazi di libertà nel campo
dell'informazione e della cultura affiora, specie tra i giovani che non si
accontentano più di vuote affermazioni propagandistiche, soprattutto quando
hanno il sospetto che queste tendano a mascherare una gravissima forma di
terrorismo ideologico.
Nessun argomento, deve essere escluso dalla discussione,
tanto meno quelli che, presentati come verità già acquisite, formano, nelle
intenzioni di chi li ha manipolati, il presupposto in base al quale impedire
all'avversario politico di prendere la parola ed organizzarsi.
Un elogio a tale proposito va fatto alla rivista «Storia»
della Mondadori, che sfidando ogni anatema, dal numero di agosto '79, ha dato
spazio al problema dell'esistenza o meno di camere a gas nei campi di
concentramento tedeschi, ospitando un'intervista del francese Faurisson e le
repliche di quanti con esso non si trovavano d'accordo.
È necessario che, su tale linea di revisione storica e di
apertura al dibattito, ad una seria analisi delle denunce alleate e comuniste
sul comportamento degli sconfitti, si accompagni un'altrettanto accurata
ricerca sulle possibili atrocità commesse dai vincitori.
E ciò, oltre che per stabilire la verità storica dei
fatti, anche per togliere all'opinione pubblica il sospetto che si sia fin qui
agito solo in base al collaudato «Vae victis» onde rendere incolmabile il
vantaggio politico acquisito.
L'istruttoria a carico dei vincitori, allo scopo di
giungere ad una Norimberga, ovviamente ormai solo storica e morale, dovrebbe
riguardare ed elenchiamo esemplificativamente:
Violazioni del Diritto Internazionale -
Occupazione di territori di paesi neutrali
- Islanda - Isole Azzorre - territori francesi d'oltremare - invasione congiunta
sovietica e anglo-americana dell'Iran - aggressioni sovietiche, oltre quelle
già ricordate, operate sul finire del conflitto, Bulgaria (ottobre 1944),
Giappone (agosto 1945), attaccato a tradimento tra il lancio della prima e
quello della seconda bomba atomica americana, nonostante con esso i sovietici
avessero in vigore un trattato di non aggressione e, fossero stati da esso
incaricati come potenza amica, di avviare trattative di pace con gli alleati.
Violazioni del Diritto Bellico e della
Convenzione di Ginevra - Maltrattamento di
prigionieri di guerra - atrocità di truppe combattenti - stupri, violenze,
saccheggi, specie per quanto riguarda l'invasione sovietica dell'Europa orientale;
violenze di truppe di colore, in particolare marocchine e australiane, portate
sul continente ed impiegate in Italia - stragi commesse dai partigiani
comunisti jugoslavi a danno delle popolazioni italiane della Dalmazia e della
Venezia Giulia - appoggio in genere alla guerra partigiana ed al terrorismo.
Violazioni del
Diritto delle Genti - Deportazioni e
genocidio di interi gruppi etnici da parte dei sovietici - illegalità a danno
di civili, come ad esempio l'internamento negli Stati Uniti di cittadini solo
a causa della loro origine giapponese - bombardamenti terroristici, uso di
bombe al fosforo, lancio delle bombe atomiche.
L'equilibrio post-bellico e l'internazionalismo.
Stabilità dell'intesa Usa-Urss
L'attuale equilibrio internazione è, in sostanza, ancora
quello uscito dal conflitto, ed è frutto della debolezza europea e dello
strapotere delle due grandi nazioni, sole vincitrici del conflitto. Appare
chiaro, infatti, come la guerra non abbia determinato affatto un travaso di
potenza tra nazioni del nostro continente, ma, tra nazioni europee e nazioni
extra-europee. La leadership mondiale europea, in sostanza, con la guerra
mondiale cessò, fu come risucchiata in un buco nero e attraverso di esso, come
ipotizzano le moderne teorie cosmologiche, si riversò in un altro universo,
quello dell'imperialismo comunista e del neo-colonialismo statunitense.
A partire dall'idillio di Yalta, Stati Uniti e Urss si
occuparono della gestione condominiale dei vantaggi tratti dal conflitto:
l'eclissi dell'Europa proseguì a loro congiunto vantaggio e lo stesso
territorio del continente fu intaccato nella sua indipendenza. La spartizione
di esso in due zone di influenza ben delimitate, in due blocchi di paesi
costretti a reggersi con sistemi politici diversi, bloccò la situazione in uno
status quo positivo per Usa e Urss, e negativo per noi europei.
Per anni e anni dal 1945 in poi, la conclusione di ogni
mossa importante della politica internazionale fu univoca: l'Europa ne trasse
sempre detrimento.
Privata delle zone di influenza residue nel terzo mondo,
minacciata nella vita stessa della sua economia attraverso crisi monetarie ed
energetiche fabbricate ad arte, alle quali essa nulla poteva opporre, l'Europa
subisce da anni anche le debilitanti conseguenze dell'operato di CIA e KGB.
Le alleanze militari cui Usa e Urss diedero vita furono poi
uno strumento di controllo e di ingerenza continua. Vorrebbero esse far
credere, ancora oggi, di aver dato vita a NATO e Patto di Varsavia per fornire
altruistica, disinteressata protezione.
È evidente, invece, come in caso di conflitto, l'Urss
attraverso il patto di Varsavia, intenda servirsi dei satelliti comunisti come
ponte per l'invasione, mentre il compito dei paesi della NATO al di qua
dell'Atlantico, è solo quello di tener lontana la guerra dagli Usa e dar loro
il tempo di organizzarsi a difesa.
Nel caso di una pace durevole, come riteniamo sia negli
intenti delle superpotenze, la frantumazione della potenza europea è comunque
un obiettivo già raggiunto, e l'apocalisse nucleare una minaccia contro
chiunque intenda rimettere le cose in discussione.
L'alleanza che unì Usa e Urss durante il conflitto e che,
ancora oggi dagli storici democratici è giudicata innaturale e determinata da
fattori casuali, appare ben salda e collaudata. Si deve anzi notare come, ad
un miglioramento della situazione politico-economica europea, abbia corrisposto
una complessiva diminuzione degli attriti tra Usa e Urss e una progressiva
disponibilità ad intese e collaborazioni in ogni settore.
L'alleanza del tempo di guerra non è affatto casuale,
tanto è vero che essa non fu altro che la ripetizione di una alleanza già
funzionante nel primo conflitto mondiale. E il ricordo di questo evento
storico è tanto più significativo in quanto all'epoca del primo conflitto
mondiale, la Russia era governata dallo Zar.
Ciò dimostra come la vocazione anti-europea di Unione
Sovietica e Stati Uniti sia soprattutto strategico-geografica, e la sua
continuità nel tempo, non è difficile farla risalire addirittura alle intese
anglo-russe dell'epoca napoleonica.
Si tratta perciò di un fatto permanente, che impedirà tra
le due superpotenze ogni vero scontro; continueranno gli attriti per motivi
concorrenziali ai confini delle rispettive zone di influenza, ma con chiari
limiti.
Neppure significativa a tale proposito la possibile
obiezione: ma Usa e Urss sono rette da sistemi politici diversi.
Certo lo sono. Ma il loro agire nei confronti delle altre
nazioni, convergente negli obiettivi ed ugualmente dannoso, è generato
dall'internazionalismo che impronta la filosofia di vita di ambedue.
L'internazionalismo manovrato dalla Russia sovietica, ha
per leva la lotta di classe, sfrutta invidie ed obiettive ingiustizie sociali
ed opera, annullando ogni frontiera, attraverso le quinte colonne del
proletariato comunista.
L'internazionalismo di emanazione statunitense, proprio
di un paese di sradicati, privo di identità nazionale, esso stesso strumento
del grande capitale, agisce attraverso banche, multinazionali, agenzie di
stampa, suggerimenti culturali, diffondendo su scala mondiale la Weltanschauung
consumistica.
Ne risulta, comunque, un complessivo modello di vita
materialista, privo di sostanziali scelte di libertà per l'uomo, gradito alle
dirigenze di ognuna delle due super potenze.
Attraverso di esso è possibile snaturare l'identità delle
nazioni, ed ogni obbiettivo contro di esse diventa, con minori difficoltà,
raggiungibile.
L'internazionalismo vuole colpire quei principi che fino
a ieri hanno consentito il sano e ordinato vivere civile, e lotta contro
interessi, sentimenti nazionali, e tradizioni, onde creare un vuoto di potere
che possa da altri venire occupato.
Quanto più gli effetti destabilizzanti della sua azione
si fanno sentire nel corpo degli organismi nazionali, tanto più le minoranze
internazionaliste ne escono rafforzate.
In situazioni di sfacelo degli ordinamenti tradizionali,
infatti, ogni minoranza politica e/o economica ben organizzata, e con adeguati
agganci, è destinata ad emergere fatalmente, come la battigia al giungere della
bassa marea. A maggior ragione ciò si verifica quando la situazione di sfacelo
viene organizzata in modo istituzionale, essendo cioè, le forze
internazionaliste costituite proprio allo scopo di determinarla, ben vaccinate
contro il morbo che vanno, ad arte, diffondendo.
Quando le nazioni sono completamente svuotate del loro contenuto spirituale,
l'opera è compiuta. Le strutture esterne possono anche restare in vita, ma sono
solamente, ormai, vuota apparenza; vengono lasciate lì solo perché il compito
di governo sia facilitato coll'evitare ai sudditi troppo bruschi cambiamenti
di abitudini.
Considerando la realtà dell'internazionalismo senza la
necessaria attenzione è possibile quindi non rendersi conto di cambiamenti
importantissimi.
Nei paesi comunisti ad esempio, c'è sempre un esercito, una
bandiera, e nelle popolazioni, scatta ancora il riflesso condizionato del
patriottismo, anche se non c'è più una patria, ma solo le strutture di uno
stato, operanti contro l'interesse dei cittadini stessi.
L'intesa Usa-Urss non è solo una costruzione teorica utile alla dimostrazione
di una tesi.
Basta ripercorrere le tappe più significative della
politica internazionale e di quella economica degli ultimi decenni per
rendersene conto.
Va ricordata la riconsegna ai sovietici delle migliaia di combattenti
russi, cosacchi, ucraini che alla fine del conflitto pensavano di trovare
rifugio in occidente, e che invece furono poi fucilati dai comunisti.
Il disumano cinismo dimostrato dagli statunitensi in
quell'occasione ha trovato ulteriore, ripetuta conferma, con la riconsegna ai
sovietici di singoli profughi anti-comunisti, e con l'accettare di equiparare
ai terroristi, chi ha dovuto ricorrere al dirottamento aereo, solo perché privo
di mezzi legali per andarsene da un paese comunista.
Ed ecco il mancato aiuto agli insorti anticomunisti di
Berlino, 1953, di Potznan e di Ungheria, 1956, la vergogna del muro di Berlino,
1961, l'abbandono degli esuli cubani anticomunisti impegnati nell'attacco a
Cuba nella Baia dei Porci, 1962, che dopo essere stati sbarcati da navi
americane vennero lasciati volutamente senza i rifornimenti pattuiti, e ciò per
decisione del tanto rimpianto Kennedy. È
notizia recente del resto, quella secondo la quale la CIA sorveglia per
conto di Castro i superstiti rifugiati cubani in Usa.
E non si può dimenticare l'acquiescienza Usa
all'invasione della Cecoslovacchia, 1968, l'abbandono da parte degli
statunitensi degli alleati sudvietnamiti, abbandono a lungo patteggiato coi
comunisti, né il voltafaccia operato nei confronti dei cino-nazionalisti di
Formosa.
E che dire della gestione Usa-Urss del club atomico, che è giunta di recente
ad un comune intervento con aperte minacce contro il Sud Africa come toccasse
solo alle superpotenze per diritto divino la disponibilità dell'arsenale nucleare?
* * *
È interessante anche ricordare,
per avere un quadro preciso della «grande alleanza», le ricorrenti crisi
cerealicole che affliggono l'Urss e che vengono puntualmente risolte dagli
statunitensi.
Anche le crisi petrolifere hanno per registi le superpotenze e sopraggiungono,
guarda caso, proprio quando l'economia Usa è in crisi (quella sovietica lo è
sempre) ed i guai delle economie Usa-Urss possono così venire riversati
sull'Europa e sul Giappone. Ciò può agevolmente venir fatto, dato che le due
superpotenze sono gli unici grossi consumatori di energia ad esserne anche
grandi produttori.
Fonte per il mondo di disordine, tensione e
preoccupazione, sono poi le manovre cui vengono sottoposti oro e principali
monete.
Dall'istintiva repulsione per fortune accumulate senza un corrispondente
merito, nasce prepotente l'esigenza di un efficace controllo internazionale, in
materia, che tolga a gruppi di privati e a nazioni la possibilità di far
oscillare i mercati finanziari fuori dai limiti fisiologici.
È assurdo, ad
esempio, che a seguito degli ultimi rincari dell'oro, l'Unione Sovietica,
grande esportatrice del prezioso metallo, abbia dimezzato in un solo anno il
proprio debito estero. Ma enormi sono le colpe Usa.
Vanno ricordati ad esempio gli accordi di Brettonwoods,
1944, quando la prepotenza degli Usa, ormai vincitori, volle imporre il dollaro
come moneta di scambio internazionale, determinando per tutti gli stati la
necessità di immettere nei propri forzieri miliardi di dollari di incerto valore.
Quanto ciò sia vero e come tale generale indirizzo di sopraffazione economica
sia stato in seguito mantenuto, si ricava dalle intese intercorse tra Usa e
Germania nel marzo 1967.
In occasione di negoziati riguardanti le varie possibilità esistenti per
dividere i costi delle spese militari in Germania, i tedeschi scelsero, pur di
evitarsi esborsi materiali, di collaborare alla gigantesca truffa finanziaria
internazionale messa in essere dai finanzieri Usa.
Karl Blessing presidente della Deutsche Bundesbank impegnò la Germania a
non presentare dollari da cambiare in oro al tesoro americano. Successivamente,
in una discussione al senato americano, sollecitando i governanti Usa a
mantenere l'accordo raggiunto coi tedeschi, Benjamin Cohen ne puntualizzava
l'importanza e l'inderogabilità, ricordando che «il governo tedesco da solo ha più dollari di quanto oro c'è
a Fort Knox».
A tutto ciò fa da contorno il problema dei petrodollari, che getta una luce
di bancarotta su una delle monete paradossalmente ritenuta tra le più sicure
del mondo.
Gli ordini di pagamento in dollari relativi a forniture petrolifere hanno
raggiunto l'astronomica cifra di quasi un milione di miliardi di lire.
Si tratta di ordini nei quali il dollaro rimane solo sulla carta ma, in
realtà, come le cambiali scontate dalle banche aumentano in realtà la liquidità
di un sistema monetario, così il complessivo circolante in dollari viene
corrispondentemente accresciuto.
Un sistema siffatto è evidentemente soggetto a conseguenze impensabili sol
che i Paesi Arabi produttori di petrolio, in una delle prossime riunioni OPEC,
decidano di prendere in considerazione le proposte iraniane di cessare di accettare
in pagamento dollari.
Gli Usa rischiano di raccogliere tempesta per il vento che hanno seminato!
Il problema
palestinese
Un discorso a parte, più approfondito, merita la questione del vicino
Oriente, dove quello che non esitiamo a definire il complotto antieuropeo
Usa-Urss ha toccato il vertice di ogni violenza e ipocrisia.
Col dare vita allo stato di Israele, la violenza colpì in
primo luogo il popolo palestinese, calpestandone i più elementari diritti.
Ma l'obbiettivo dell'operazione, non erano i palestinesi,
come del resto chi doveva trarne vantaggio non erano certo gli ebrei sparsi per
il mondo, a favore dei quali si disse di agire.
Il vero obbiettivo fu l'Europa, contro la quale si volle creare un focolaio
di tensione, e una base per condizionarne i rifornimenti energetici, e
controllarne i traffici.
Un capolavoro di ipocrisia fu il costruire e, magistralmente gestire,
l'ondata di emozione diffusa nel mondo con le notizie uscite dall'Europa circa
il trattamento usato agli ebrei durante il conflitto.
Si riuscì a creare nell'opinione pubblica mondiale la sensazione che qualcosa
dovesse essere fatto. Come riparazione morale, a favore del popolo ebraico,
affinché le sue sventure non si ripetessero, e si disse questo qualcosa dovesse
consistere nel dare ad esso una patria, proprio là dove motivazioni storiche e
religiose parevano sostenere la logica del suggerimento.
Il rivendicare per un popolo il diritto ad una patria, è cosa tanto giusta
e sentita da ognuno, che la richiesta presentata all'ONU nel 1948, così autorevolmente
da Usa e Urss, sembrò a tutti naturale.
Si dimenticò, che ci si apprestava a togliere una patria al popolo
palestinese, per darla a un altro popolo che da sempre ha dimostrato, col suo
comportamento, di non desiderarla, e si giunse all'assurdo, mentre si
condannava il razzismo, e iniziava la smobilitazione del colonialismo, di
creare uno stato razzista e colonialista, fonte certa di conflitti.
* * *
Si servono Usa e Urss per i loro scopi del sionismo o non
è forse più vero l'inverso?
Ci pare più probabile la seconda ipotesi, sia
considerando che tra le minoranze ebraiche sparse nel mondo, quella
statunitense e quella sovietica sono le più numerose in cifra assoluta e
percentuale, sia tenendo conto dell'enorme potere politico che esse detengono
nei due paesi, fatto che non deve certo meravigliare sol che si pensi quanto
sionismo e internazionalismo si compenetrino.
Negli Usa, sono in buona parte controllati da ebrei i
settori giornalistici, cinematografici e finanziari, con le conseguenze
facilmente immaginabili sul mondo della politica.
In Urss, basta ricordare il predominio ebraico conservato
fin dai tempi della rivoluzione, sull'apparato dirigente del Pcus.
Fatto sta, che Usa e Urss sostennero, affiancati, le
richieste del sionismo mondiale, e, una volta creato lo stato di Israele, ne
tutelarono, in ogni modo, l'esistenza.
Questa politica dette loro la possibilità, e in ciò è il
vero motivo della nascita di Israele, di interporsi e fra Europa e paesi arabi
con una catena di interventi in tutti gli stati del vicino e medio oriente.
Contro di essi sono passate di volta in volta le due superpotenze, dalle
pressioni economiche, alle minacce, ai colpi di stato, agli interventi militari
indiretti o diretti, all'installazione di basi militari.
Il massiccio appoggio diplomatico concesso ad Israele, appoggio gravido di
minacce contro chi non si allineasse, unito a finanziamenti senza limiti, ha
permesso fino ad oggi allo stato ebraico di sopravvivere.
Ma rimane il grave problema demografico. L'immigrazione,
se si esclude quella sia pur consistente proveniente dall'Urss, è ferma; vita
scomoda e scarsi affari non sono certo prospettive capaci di incoraggiare ebrei
di altri paesi a trasferirsi in Israele.
La popolazione, di conseguenza, è oggi per il 65% di
origine afro-asiatica, costituita da ebrei profughi di paesi in guerra con
Israele.
Rimane, ad Israele, la formidabile posizione strategica,
a cavallo di tre continenti e prossima al nodo cruciale per i trasporti
internazionali del canale di Suez, abbinata ad un esercito che è,
indubbiamente, uno spaventoso strumento di guerra.