Considerazioni

su  ugualitarismo e selezione

 

 

La matrice prima della concezione ideologica e delle strutture rappresentative caratterizzanti i sistemi socio-economico-politici delle democrazie occiden­tali è l'ugualitarismo.

 

Dall'illuminismo ad oggi tanto si è detto, e soprattutto non detto, sull'ar­gomento, da far apparire l'ugualitarismo corollario dei diritti umani, della liber­tà, della legalità politica.

 

Lo stesso «monopolio del potere» che vorrebbe l'identificazione libertà-­sistema democratico strutturato sui partiti, vorrebbe l'identificazione ugualitari­smo-rispetto dei diritti umani.

 

Da quando l'uomo oppresso si schierò sotto il vessillo «uguaglianza-fratellanza-libertà», ad opera di antichi e moderni illuministi (complici tutti quelli che col «non dire» hanno accettato il gioco) è stato operato lo spostamento dell'asse naturale che regola lo strutturarsi dell'uomo sociale, per fondare e perpetrare una serie di regimi politico-economico-sociali che soffocano e ten­tano di annullare l'uomo, nella totalità dei suoi valori fondamentali.

 

L'uomo oppresso voleva l'uguaglianza quale possibilità di realizzarsi, in un mondo che tale possibilità negava a vantaggio esclusivo di pochi investiti per via ereditaria.

 

L'illuminismo e via via tutti gli altri epigoni dell'ugualitarismo hanno spostato i termini dal palo di partenza al palo di arrivo.

 

L'uguaglianza quale possibilità di partenza per tutti gli individui diveniva uguaglianza finale: l'apporto Socio-politico dell'uomo considerato a prescindere da competenze e capacità.

 

Spostamento essenziale e determinante. Non si volle infatti strutturare la società in guisa favorevole allo sviluppo dell'uomo. Guai a parlare di Sostituire gerarchie «ereditarie» con gerarchie di «valore» e di «capacità»; occorreva ed occorre rendere gli uomini più uguali possibile, alla fine, al palo di arrivo.

 

Ecco nascere il concetto di massa e di massificazione: elemento base di ogni sistema politico ugualitario.

 

Massa di elettori. Massa di lavoratori. Massa di studenti. Massa di teleuten­ti. Massa di consumatori.

 

Massa.

 

La differenza che esiste tra una massa ed un popolo è circa la differenza che esiste tra l'animale e l'uomo.

 

Il popolo è quell'insieme di individui che, riconosciuta un'anima comune, si struttura in società organica, solidaristica, costruttiva.

 

Il popolo è quell'insieme di individui che sentono interessi complementari, che vivono fedi e ideali comuni, che lottano e si organizzano per costruire obiet­tivi avvenire, per poi, una volta realizzati, superarli e costruirne di nuovi.

 

Il popolo è l'Uomo, sintetizzatore dei valori e degli apporti che ogni singo­lo uomo racchiude e che, attraverso lo Stato, si organizza e vive.

 

La massa è quell'insieme di individui che «ha bisogno di...», che si trova accomunata da un minimo comun denominatore di istinti.

 

La massa non ha fede o ideale: può avere rabbia, ma non energia; violenza, ma non creatività costruttiva. La massa quindi va guidata, anzi condizionata. La massa «delega», per il proprio governo, gruppi di condizionatori (partiti, sin­dacati ecc. ...) che per la loro stessa natura finiscono per essere anch'essi condi­zionabili.

 

Il popolo costruisce laddove la massa consuma ciò che gli è messo a dispo­sizione.

 

La società ugualitaristica, allontanando i suoi componenti dai valori di re­sponsabilità e di effettiva partecipazione, si trova ad essere, per conseguenza logica ed irreversibile, oggetto e non soggetto della pubblica gestione.

 

Attraverso la delega l'uomo ugualitarizzato ha la sensazione di poter sce­gliere, così come nella vita economica, quando in effetti egli compie solo degli atti già previsti e calcolati dai condizionatori che lo gestiscono. Ed i condiziona­tori (sarebbe infantile ed illusorio prevederlo) non trovano certo validi motivi per interpretare e valorizzare la società che vogliono condizionare, bensì sono portati, per scelta utilitaristica (a questo punto ovvia), a servire interessi di ca­rattere economico e di potere. Economia e potere che sono le due facce della stessa medaglia: il potere si regge sugli appoggi economici; i gruppi e gli interes­si economici sono tutelati e facilitati dall'esistenza di quel determinato potere.

 

I regimi massificatori si strutturano attraverso una fittissima ragnatela di condizionamenti, dei quali il primo posto spetta sempre a quello economico.

 

Nel trionfo dell'ugualitarismo e della massificazione nasce e si impone il «consumismo».

 

Creare dei bisogni edonistici sempre crescenti. Moltiplicare prodotti sem­pre meno duraturi.

 

Indurre a bisogni crescenti significa aumentare la necessità di denaro.

 

Il «dio denaro» prende il posto dei valori, si impadronisce di ogni aspetto esistenziale, a lui vengono sacrificate le migliori energie.

 

Il valore lavoro perde gradatamente significato per divenire mero strumen­to di acquisizione di denaro.

 

La spirale consumistica vincola e condiziona l'individuo in maniera totale, assoluta. L'individuo assorbito dal gioco acquisizione denaro-consumo è sempre più spinto ad essere massa, controllabile, controllato e non libero.

 

Certamente governare una massa è molto più facile che governare un po­polo di uomini responsabili, coscienti, partecipanti e quindi liberi.

 

L'individuo dalla massa viene schiacciato, il suo spazio vitale soppresso.

 

* * *

 

«Gli uomini sono tutti uguali». Quindi il voto politico ed amministrativo del più competente ha lo stesso valore del voto del meno competente.

 

Benissimo: abbiamo realizzato il grande, meraviglioso miracolo di elevare le capacità del più limitato a quelle del più dotato!

 

Nossignore: l'operazione è esattamente l'inversa; il valore unitario che si ottiene è esattamente quello del più limitato, nemmeno quello medio.

 

Un'elementare dimostrazione algebrica lo può dimostrare.

 

Dovendo prendere una decisione per la costruzione di una casa ci si rivolge (dando a ciascuno la possibilità di esprimere un voto) a tre individui che da dieci anni vivono e lavorano nella stessa impresa e che, sulla base di capacità, volontà, spirito d'iniziativa e senso di responsabilità, hanno ottenuto, pur par­tendo da uguali mansioni, tre diversi livelli di qualificazione: un manovale, un capo cantiere, un progettista dirigente.

 

Diamo ora un valore numerico (puramente convenzionale) ai tre voti, valo­re indicante le competenze, le esperienze e le capacità di ogni singolo elettore. Esemplifichiamo in uno il potenziale apporto del manovale, in due del capo-cantiere, in tre del progettista dirigente.

 

Espresso il voto, questo rappresenterà tutta la competenza del manovale, metà competenza del capo-cantiere, un terzo di competenza del progettista-di­rigente. Quindi, avendo a disposizione sei unità di competenza, ai fini della decisione, avrà avuto peso solamente la metà delle competenze esistenti. Il manovale sarà stato senz'altro accontentato, ma gli altri due avranno visto le proprie individualità svilite, offese e quindi avranno avuto una spinta verso minori impegni, minore responsabilità, minore creatività, minore inventiva, minore apporto. E la casa costruita con tali decisioni, certamente, non sarà la migliore casa, ma la più mediocre.

 

Questo esempio è puramente convenzionale perché non sarà certo mai possibile contare un'intelligenza, una competenza, una creatività, una coscienza.

 

Ed è quindi con proporzioni macroscopicamente più vaste e sproporzionate che questo esempio si può applicare al voto politico ed amministrativo.

 

Una prima obiezione: ma i cittadini votano liste politiche, esprimendo un indirizzo globale; sono i partiti ad indicare e qualificare le competenze redigen­do le liste dei candidati.

 

Giustissimo: quindi il voto nel sistema ugualitaristico esprime solo una generica ed illusoria delega a gruppi (partiti) attribuendo a questi il potere di determinare le rappresentanze, quindi di assumere le decisioni.

 

Una seconda obiezione: ma nell'ambito delle liste sono i cittadini, attraver­so le preferenze, che scelgono i candidati da eleggere.

 

Tre risposte:

 

- gli elettori scelgono i candidati, ma le liste sono espressione dei partiti e non del corpo elettorale;

 

- la validità della scelta rimane la stessa del microrganismo elettorale (impresa edile) che abbiamo già visto;

 

- presso la massa è più popolare un grande scienziato o un noto calciato­re? un valente economista o un cantante alla moda?

 

Una terza obiezione: quale sistema di partecipazione potrebbe praticamente attuarsi in alternativa a quello ugualitario?

 

Non ribaltiamo i termini della verità!

 

È il sistema ugualitario che si è posto in alternativa al sistema umanamente naturale, che è quello selettivo: non il contrario.

 

In un gruppo di bambini che giocano emerge subito chi organizza i giochi, chi vuole fare questo, chi vuole fare quello. Mettete tre persone a svolgere lo stesso lavoro e sarà sempre uno dei tre che inventerà un sistema migliore di lavorare e diverrà il motore del gruppo.

 

È la selezione che consente all'uomo di realizzarsi, di migliorarsi, di supe­rarsi.

 

Il sistema pratico potrà variare secondo i periodi storico-ambientali, dovrà essere dibattuto e ricercato, rinnovato e perfezionato, ma dovrà sempre essere un sistema selettivo e mai ugualitario.

 

Una quarta obiezione: se non riconosciamo uguale valore al voto di ogni individuo, avremo individui più partecipanti ed individui meno partecipanti, individui più liberi ed individui meno liberi.

 

La risposta la possiamo trarre dalla moderna tecnologia. Prendiamo degli accumulatori elettrici di diverso potenziale, e carichiamoli. I casi sono due: o metterò la stessa carica di energia elettrica in ogni accumulatore (sistema ugua­litario) ed allora avrò al massimo un solo accumulatore effettivamente carico (il più piccolo) o li caricherò completamente ed avrò tante quantità di corrente per quanti accumulatori avrò caricato, ma tutti saranno carichi. Il più grande sarà completamente carico esattamente come il più piccolo.

 

* * *

 

Una verità è basilare se si vuole ragionare sulla libertà e sulla partecipazio­ne dell'uomo: l'uomo non è uguale.

 

Ogni individuo deve aver garantito il proprio realizzarsi; ad ogni individuo devono essere consentite uguali possibilità di partenza, senz'altro: è pregiudizia­le, ma l'uomo non è uguale; raggiungerà sempre differenti traguardi, dimostrerà sempre potenzialità selezionabili.

 

Ad opera degli antichi e moderni illuministi si è ripetutamente tentato di attribuire ai condizionamenti ambientali la responsabilità delle differenziazioni umane.

 

Estremizzando queste teorie tutte le reazioni, tutti i comportamenti, in una parola tutto l'agire dell'individuo è frutto di condizionamento esterno. Prima la famiglia, poi la scuola e le amicizie, infine l'ambiente di lavoro e la società.

 

Così facendo l'ugualitarismo opera un altro fondamentale passo contro l'uomo: colpisce ed annulla il valore della responsabilità.

 

L'uomo è sempre più irresponsabile: verso la società e verso se stesso. Ogni aspetto della responsabilità viene reso scomodo ed impraticabile.

 

Responsabilità verso la morale: atteggiamento considerato da tutti oramai donchisciottesco; annullando tutti i valori che possono formare un'etica di vita la morale scompare, lasciando il posto ad un «costume» generico e mutevole, determinato dalle centrali degli interessi economici e di potere.

 

Responsabilità verso il lavoro: avendo perso ogni carattere di valore e dive­nuto esclusivamente strumento di guadagno, il lavoro non merita alcun rispetto o responsabilità. Le categorie dipendenti cercano di dare sempre meno, chie­dendo sempre di più; le categorie imprenditoriali sono responsabili esclusiva­mente sino al punto limite del proprio utile. Così come il mercante prende il posto dell'artigiano, del contadino, dell'artista, del produttore, il lavoratore mercanteggia se stesso, seguendo il gioco economico, non accorgendosi a quale svilimento ed annullamento viene ridotto: la sua individualità scompare, il suo reale valore finisce per perdere importanza e ruolo.

 

Responsabilità verso la società: come si può spiegare o giustificare un tale sentimento quando «sociale» non è un rapporto solidaristico, volitivo, costrut­tivo, ma una realtà contingente di interessi materialistici?

 

Responsabilità verso se stessi: prima e più importante. Quando gli uomini «sono» tutti uguali e solo i condizionamenti esterni determinano atteggiamenti e decisioni, la vita perde valore e fascino, la spinta costruttiva e creativa si annulla, si arriva alla «pensione» senza poter dare un significato alla propria esistenza.

 

A quale deprimente e mostruoso ruolo viene relegato l'uomo! Al ruolo dell'uomo-oggetto, succube, più vicino al ruolo di spettatore che a quello di attore nel teatro della vita.

 

Il risultato di tali teorie appare evidente, soprattutto ai giorni nostri: allo stesso modo che si svilisce la creatività, l'energia, l'individualità dell'uomo, si giustifica e si riassorbe nei tessuti sociali il delinquente, il corrotto, l'assassino, il ladro e così via.

 

Non intendiamo affermare che famiglia e società non possano influire (po­sitivamente o negativamente) sull'individuo. Tutt'altro: è chiaro però che que­ste influenze otterranno diverse reazioni e diversi comportamenti da individuo a individuo.

 

Gli uomini sono diversi tra di loro.

 

Sono di questi giorni le polemiche, oltreché ideologiche, scientifiche sull'argomento (De Benoist e Lorenz in Francia, Jensen in America,...); potremo occuparcene in seguito, ora qui vogliamo solo fare delle considerazioni sull'a­spetto ideologico dell'inuguaglianza umana.

 

Il valore uomo rappresenta un potenziale (individuale e quindi sempre dif­ferente) di intelligenza, di predisposizioni, di creatività, di aggressività, di ener­gia, di sentimento. È chiaro che l'ambiente esterno potrà fecondare o meno tale potenziale, potrà favorire o impedire il suo realizzarsi, ma è altrettanto chiaro che il migliore «ambiente» non riuscirà mai a trasformare un limitato in genio, e che il peggiore «ambiente» non riuscirà mai a trasformare un intelligente in imbecille.

 

Le caratteristiche individuali rimangono sempre punto di partenza necessa­rio. I tesori artistici e culturali rinascimentali (ad esempio) è stata senz'altro la società dell'epoca a favorirli, ma sono stati gli uomini intelligenti di allora (loro e non altri) a crearli.

 

Così come ai nostri giorni la tremenda eclissi culturale ed artistica crea un vuoto (e quale vuoto!) ma le intelligenze, pur se inespresse, rimangono: saranno potenziali sprecati in campi infecondi, saranno diseducate, diverranno involute e sterili, ma non per questo saranno state soppresse.

 

* * *

 

Sembra lontano il tempo della polemica attorno alla scuola: si dibatteva su scuola selettiva alla quale si contrapponeva quella di massa. Polemica apparen­temente sopita, perché ormai ovunque trionfa la seconda, nonostante il terro­rizzato, quanto inutile, tentativo di far macchina indietro da parte dei suoi stessi artefici, di fronte allo spettacolo travolgente del disastro provocato.

 

Allora si riteneva logico interpretare se l'individuo fosse portato più per un lavoro manuale o per gli studi. E se per uno studio di numeri e formule o per quello classico, letterario o filosofico. Nossignore: le scuole ugualitarie si devo­no unificare, sempre di più, e devono recepire tutti, non importa con quali risultati.

 

Lasciandosi andare alla fantasia dell'assurdo, prende corpo la raccapric­ciante immagine di un mondo fantascientifico, logica ed estrema conseguenza del più ortodosso ed ottuso ugualitarismo: un mondo dove tutti praticano gli stessi studi, dove tutti ottengono la stessa laurea, dove tutti svolgono lo stesso lavoro, dove tutti sono educati allo stesso gusto e dove tutti, volendo vivere allo stesso modo, fanno le stesse cose.

 

Diceva un vecchio contadino, che ebbi ventura di incontrare, che l'uomo ha bisogno di zappare la zolla che «sente» e di seminare la pianta che «vuole»; e che quella zolla la feconderà sempre più, la irrigherà sempre meglio, perché le piante che vi cresceranno dovranno essere ogni anno più rigogliose dell'anno precedente. E questo lo potrà fare solamente se avrà capito la terra, se avrà imparato ad amarla, a lavorarla nelle giuste stagioni, a rispettarne i riposi sta­gionali e periodici. «Ed è perciò che vedi in questo campo il migliore frumento della zona, nel campo vicino il migliore granoturco, nell'altro la migliore uva».

 

L'uomo è soddisfatto quando sa superarsi. Quando il frumento di quest’anno è più florido dell'anno scorso. L'uomo vuole costruire sempre qualcosa di più perché l'uomo è differente, e nella differenza sta la gioia della creatività e la grandezza della conquista. In questa differenza ed in questo superarsi sta il senso più grande della vita.

 

L'uomo può essere vecchio a vent'anni quando, raggiunta una «posizio­ne», può già prevedere sull'organigramma del suo ufficio lo svolgersi di tutta la sua esistenza. L'uomo può essere giovane a settant'anni quando ancora non ha finito di vivere le «sue» esperienze e ne sogna ancora di nuove.

 

Se gli uomini fossero tutti uguali la vita stessa perderebbe valore. Che sen­so profondo di inutilità, di monotonia!

 

L'uomo è soddisfatto quando sente che quello che ha prodotto è stato lui ad averlo ideato o realizzato e nessun altro avrebbe potuto farlo in modo ugua­le.

 

L'uomo è orgoglioso della sua vita quando la sente lotta, conquista, costru­zione, e quando la riconosce «sua», voluta da lui, piena di errori e di esperien­ze, di sacrifici e risultati, ma «sua», irripetibile e diversa.

 

Ma il mondo non è identificabile con i confini della sua casa; la vita non inizia con la data della sua nascita e non è destinata a finire con la data della sua morte. È per questo che l'uomo cerca una dimensione di continuità, fuori dal tempo limitato della propria individualità: si crea una famiglia, si inserisce in una società, si riconosce in un popolo, si organizza in uno Stato.

 

Ma l'uomo vuole fare tutto questo senza perdere la sua libertà, quindi deve partecipare, per tutto quello che è, alla costruzione, alla gestione, al realizzarsi della propria società. Lo deve fare allo stesso modo col quale vuole costruire, gestire e realizzare la propria vita e se stesso; cioè in modo diverso, totale, creativo, volitivo.

 

Solo così potrà realizzarsi una società selettiva (capace di recepire gli appor­ti di tutti in misura totale), dinamica (l’uomo che vuole superare se stesso sarà divenuto popolo che vuole superare se stesso), creativa (vivrà della creatività dell'uomo, quindi la favorirà), libera (come l’uomo che si sente vivo solo quando «vuole» la propria vita, l’uomo potrà essere libero solo quando parteciperà ef­fettivamente a tutto il fenomeno sociale).

 

* * *

 

Un altro aspetto caratterizzante nelle tendenze ugualitarie è la superspecia­lizzazione dell'individuo nell'interno della società.

 

Mentre da una parte potrebbe apparire una contraddizione dell'ugualitari­smo, la superspecializzazione dell'individuo in effetti rappresenta la migliore garanzia perché la massa rimanga tale e perché l'intelligenza, atomizzandosi, diventi condizionabile.

 

L'intervento sociale dell'uomo perde di vista la visione globale delle cose, il suo operare gradatamente si allontana dalla propria volontà e responsabilità: il suo apporto diviene limitato alla propria superspecializzazione, per tutto il resto gli rimane il triste ruolo di annoiato spettatore che può solo delegare.

 

Ecco riemergere la «delega». A questo individuo infatti tutta la partecipa­zione possibile nella società ugualitaria è una delega. Delega elettorale a gruppi di politici sempre più isolati e superspecializzati, tali da rendere progressiva­mente estranee politica e pubblica amministrazione ai cittadini.

 

L'uomo nasce per essere uomo totale. Per congiungere una fede a una morale, ad un comportamento, a tutte le espressioni della vita. Atomizzare l'apporto dell'individuo significa sottrarlo alla dirittura dei valori ed alla sintesi di una coscienza unitaria.

 

* * *

 

La libertà dell'uomo risiede nella dimensione di «scelta» costruttiva e vo­litiva che egli dà ad ogni aspetto della propria esistenza.

 

Nel tempo di crisi che stiamo vivendo possiamo dividere gli uomini, rispet­to al valore libertà, in due categorie.

 

La prima: quella degli individui che, subita la sistematica e scientifica pro­paganda ugualitaristica, hanno finito per «convincersi» della validità aprioristi­ca e dogmatica dell'«ineluttabile ordine democratico». Tali individui sono travagliati, nel proprio spirito e nelle proprie esigenze etiche (soppresse in parten­za), ma non ne hanno coscienza. Scaricano malessere e insofferenza su aspetti contingenti e secondari. Si illudono di poter far «valere» una propria protesta, ma la indirizzano su argomentazioni non fondamentali e determinanti (quasi sempre propagandate dallo stesso «sistema», nell'evidente scopo di consentire il realizzarsi di «valvole di sfogo» necessarie, ma ad esso non nocive o per esso in alcun modo preoccupanti). Scoperta (razionalmente o meno) l'inutilità di tale protesta, questi individui, nella quasi generalità dei casi, si chiudono nello scet­ticismo e nella indifferenza.

 

La seconda: quella degli uomini che nonostante il martellamento della in­formazione a senso unico del sistema, nonostante il monopolio pseudo-cultura­le, nonostante l'isolamento in cui (quali uomini pensanti), finiscono per trovarsi, non hanno perso di vista la globalità dei problemi o, quanto meno, conservano la cosciente esigenza di trovare, fuori dal «sistema», quella verità e quel ruolo (adeguato ed eticamente soddisfacente) che «sentono» impossibili ed innatura­li nelle strutture del regime ugualitaristico in cui vivono.

 

Si tratta degli uomini destinati a soffrire di più. Essi infatti, o a livello di anelito ideologicamente inespresso, ma cosciente, o a livello di chiara visione etica (che vorrebbero applicata alla propria vita ed alla propria società), «sof­frono» in prima persona, in maniera continuativa e crescente, nella tremenda, implacabile, lucida visione dell'errore, la propria esistenza contaminata ed irrea­lizzata.

 

Sono altresì questi individui che possono, dall'immane travaglio interiore, individuare e concretizzare gli anticorpi necessari, contro i germi democratici, per combattere il cancro ugualitaristico.

 

* * *

 

L'uomo non è uguale. Occorre affermare questa prioritaria verità perché attraverso questa passano necessariamente le due esigenze principali dell'uomo:

 

- conquista della totalità dei propri apporti e della propria coscienza;

 

- affermazione della propria libertà attraverso una partecipazione seletti­va e di valore.

 

L'uomo non può morire. Nel corso della sua storia diverse altre volte sem­brò che stesse per soccombere. Ma l'energia della sua meravigliosa realtà voliti­va, creatrice, costruttrice, spirituale, seppe sempre emergere.

 

L'uomo, ancora una volta, affonderà la vanga sul terreno della storia per sotterrare l'ugualitarismo massificatore, assieme alle barbarie d'ogni tempo.

 

Mario Consoli