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Piero Sella

 

Gli Stati Uniti a Yalta  

 

La situazione militare La cornice e i protagonisti Roo­sevelt e la delegazione USA

Gli obiettivi strategici degli Stati Uniti.

 

Yalta è la conferenza nella quale si riassumono e si precisano gli accordi finali tra alleati e sovietici per il « dopo».

Il conflitto poteva dirsi infatti concluso. All'inizio del sesto anno di guerra, i sovietici hanno estromesso dalla lotta a nord la Finlandia, hanno rioccupato gli Stati Baltici, è invasa la Slovacchia, si combatte ormai su suolo tedesco.

Più a sud la Romania è raggiunta anch'essa dall'ondata dell'invasione. Re Michele, un altro monarca traditore, cerca invano di salvare il trono schierandosi contro il vecchio alleato. Uguale patetica ingenuità è da registrarsi da parte dei Bulgari. Essi avevano sperato di essere risparmiati sulla base della fratellanza razziale coi Russi e del resto, nella guerra dell'asse contro la Russia, si erano dichiarati neutrali. Quando però giungono ai loro confini, le truppe comuniste non si fermano, nonostante, nel tentativo di evitare l'invasione, i Bulgari avessero dichiarato guerra alla Germania. Caso davvero singolare essi si trovano così in guerra contemporaneamente contro tutte le grandi potenze.

Più a occidente le truppe tedesche, evacuate Albania e Jugoslavia, difendono ancora accanitamente Budapest.

Tutto il fronte est è in pieno movimento offensivo.

In occidente gli alleati sono al Reno. Ma lo scontro più violento degli ultimi mesi in tale teatro di operazioni, resta quello provocato dall'offensiva tedesca delle Ardenne (dicembre 44). È certo che a occidente i combattimenti non reggono per decisione e violenza il confronto con quelli sulla Vistola e sull'Oder. Solo l'attività dell'aviazione anglo-americana è davvero notevole, fatto questo che s'inquadra, col martellamento delle retrovie germaniche sul fronte dell'est, nel disegno di agevolare l'avanzata dei Sovietici.

Anche in estremo oriente la guerra è agli sgoccioli: Manila, nelle Filippine è caduta. Le superfortezze USA hanno già fatto nel territorio metropolitano giapponese decine di migliaia di morti. La Marina del Sol Levante non esiste più. A differenza di altre flotte che hanno terminato il conflitto disarmandosi ingloriosamente in acque nemiche le navi giapponesi sono scese sul

fondo del mare con la bandiera di combattimento spiegata. L'ammiraglia, la Yamato, la corazzata più grande del mondo, 80 mila tonnellate di stazza, è salpata per l'ultima battaglia con la nafta necessaria per la sola andata.

* * *

Tali premesse militari giustificano in tutto e per tutto il clima euforico e disteso della conferenza di Yalta.

Nulla di meno rispondente al vero il pensare che in tale sede Americani e Inglesi si siano battuti per difendere l'Europa dall'espansionismo slavo-comunista, e che siano stati costretti a chinare la testa solo di fronte a impreviste circostanze avverse, o per colpa di loro uomini di stato non all'altezza di affrontarle.

Il clima fu invece piuttosto quello, amichevole anche se pervaso di diffidenza, della spartizione del bottino dopo una rapina conclusa senza intoppi.

L'accoglienza sovietica è fastosa. Gli alleati è il 12 febbraio 45 sono ricevuti nella residenza estiva e di cura dello zar Nicola II a Livadia, non lontano da Yalta, antica colonia di Genova sul Mar Nero.

È presente il capocuoco del Cremlino. Fiumi di champagne del Caucaso, vodka e ben tre vagoni di caviale, pari a sedici tonnellate, sono predisposti perché le delegazioni straniere possano trovarsi a loro agio.

Tanto fu in seguito giudicata Yalta un disastro per l'Europa, per l'«occidente», che ai commentatori storici non fu possibile eludere un'approfondito esame dell'evento. Ma essi per lo più lo dipinsero come imposto ai recalcitranti alleati occidentali e per dare di questa interpretazione spiegazioni plausibili, furono costretti di volta in volta a far ricorso ad argomentazioni diverse, ognuna peraltro fornita di un documentato substrato di verità.

Si parlò di un fronte non compatto fra Americani e Inglesi: « vado più d'accordo con Stalin che con Churchill» confessa Roosevelt; ma anche se ciò era sostanzialmente vero, da parte del vecchio statista inglese non si registra tuttavia alcuna presa di posizione autonoma, che cercasse di distinguersi per maggiori riguardi da usarsi all'Europa.

Si parlò di un Roosevelt plagiato da Stalin: «se Stalin dà la sua parola, si può avere in lui assoluta fiducia », « gli voglio bene e penso che anche lui me ne voglia », sono alcune sue affermazioni, che confermerebbero una tale diagnosi, e che per la loro oggettiva idiozia contribuirono a ridimensionare la statura intellettuale dell'antagonista sovietico, ritenuto da alcuni, per come erano andate le cose, furbissimo.

Si disse anche che Stalin fosse riuscito a volgere a suo favore la situazione approfittando di elementi certo esistenti nella psicologia rooseveltiana; tra essi, principalmente, la civetteria sinistroide del ricco che non vuole assolutamente essere considerato un reazionario e si crogiola anzi nella gioia di poter condividere le tesi progressiste dei rivoluzionari autentici.

Ma anche queste argomentazioni, pur simpatiche, sembrano costruite su misura per aver modo di scaricare su un morto imbecille responsabilità assai più vaste, responsabilità proprie di tutta una dirigenza, della quale Roosevelt era solo il portavoce.

Di fronte alle obiezioni di chi rifacendosi al loro operato a Yalta mise poi in discussione la credibilità degli U.S.A. come alleati dell'occidente, fu facile strategia democratica l'ammettere che la presidenza Roosevelt era mancata in fatto di volontà concreta di opporsi al disegno egemonico dell'imperialismo comunista. Ma le carenze manifestate, ed i risultati negativi ad esse conseguiti sostengono i difensori d'ufficio degli U.S.A. non furono voluti, dipesero dalla malattia di Roosevelt, nota a tutti, e che di lì a un paio di mesi l'avrebbe portato alla tomba. Poco tempo prima, nel novembre del 1944, il giorno del suo quarto insediamento a Washington, il presidente non aveva cessato di tremare durante tutta la durata del discorso.

E del resto, a voler presentare Roosevelt sotto una luce poco buona, c'è solo da scegliere tra l'abbondante documentazione storica a disposizione. Il presidente è di natura indolente, tende ad improvvisare affidandosi all'intuito. Allievo mediocre, studente senza diploma, avvocato senza cause, non ha mai approfondito un problema importante. Non è colto, né cerca di diventarlo, non ama né libri, né pittura, né musica. Per lui al cinema esistono solo i films western.

Ma ecco per quel che lo riguarda la cronaca degli eventi più vicini alla conferenza. Imbarcatosi il 23 gennaio a Norfolk sull'incrociatore Quincy, durante tutta la traversata non ha quasi mai abbandonato la cuccetta, dormendo, leggendo romanzi polizieschi e sfogliando alcuni albums della collezione di francobolli che ha voluto portare con sé. Il Dipartimento di Stato gli aveva preparato una cassa colma di importanti documenti, riguardanti tutte le dispute in corso nel mondo. La cassa non è nemmeno stata aperta.

La conferenza si apre con un Roosevelt spinto su una poltrona a rotelle dal suo cameriere negro. Né il resto della delegazione americana appare meglio attrezzata per confrontarsi efficacemente coi sovietici. Il consigliere del presidente, Hopkins, è roso dal cancro; è arrivato a Yalta in barella. Altro pezzo grosso della delegazione, è Alger Hiss, denunciato nel 1939 da un compagno di fede comunista come spia dei sovietici.

Ma l'addebitare ad una situazione di tal fatta i risultati consegnati alla storia dalla conferenza, non ci trova affatto consenzienti. Oggi può essere utile al gioco U.S.A. il sostenere simili tesi. E ci voglion far credere che Yalta non rappresenta il volto degli Stati Uniti, ma solo quello della sopraffazione comunista, contro la quale anzi gli Stati Uniti sono l'unica difesa e ci invitano comunque a mettere una pietra sopra eventuali errori del passato.

Ma Yalta per gli USA fu tutt'altro che un errore. Fu lo strumento diplomatico attraverso il quale essi raggiunsero gli scopi che con il loro sforzo militare ed economico si erano prefissi. E questi scopi erano di imporre in Europa ed in Asia una gestione politica egemonica nella quale fosse coinvolta l'altra maggior potenza mondiale, la Russia comunista. Ed una tale politica non poteva avere sviluppo altro che in chiave antieuropea.

Per attuarla non occorreva assumere nei confronti dei sovietici una tattica battagliera; era sufficiente dar spago alla loro prepotenza e, fingendosi ingenui, dimostrare intransigenza su punti di scarsa importanza sui quali ai sovietici cedere non sarebbe costato nulla (cfr. l'ONU), per essere invece condiscendenti verso quelle mire sovietiche che fossero coincidenti col disegno perseguito di spartizione del mondo.

Salvo oggi, a giochi conclusi, e considerato che le chiacchiere non costano, riconoscere che tale condiscendenza fu eccessiva e, bontà loro, mostrarsene pentiti.

Per portare il disegno a compimento, quanto all'Europa, non occorreva agitarsi molto, anzi, bastava segnare materialmente il passo (scalpore suscitarono a suo tempo le proteste del generale Patton, trattenuto a fatica mentre avrebbe potuto facilmente addentrarsi nel cuore della Cecoslovacchia) e lasciar avanzare indisturbati i sovietici, per avere sul piatto la Germania, oltre che militarmente battuta anche interamente ed equilibratamente occupata, nonché irrimediabilmente divisa e perciò manovrabile a piacimento.

Fu tale la prudenza degli americani nel perseguire l'attuazione di questa strategia, che prestarono la massima attenzione, affinché nessun torto, neppure indiretto, venisse fatto ai sovietici. Agli Inglesi, impegnati in Grecia a reprimere la rivolta comunista, furono rifiutate ad esempio, nell'autunno 1944, dall'ammiraglio King, su espresso ordine di Roosevelt, le navi necessarie al trasporto dei rinforzi. Non si doveva creare ai sovietici alcuna preoccupazione nei Balcani che potesse distrarli dal ben più importante risultato che da essi ci si aspettava: la celere avanzata nel cuore dell'Europa che doveva coinvolgerli durevolmente nell'occupazione della Germania.

Sistemate le cose in Europa con la spartizione di fatto tra Anglo Americani e Sovietici, postisi sui territori occupati anche fisicamente a contatto, minor importanza vennero ad assumere le questioni che attraverso la spartizione si erano fatte ormai di competenza interna a ciascuno dei due blocchi. Tutta una serie di ampie concessioni fu infatti operata senza resistenza dagli Americani e dagli Inglesi, a favore dei Sovietici sulla pelle dei popoli balcanici e di quelli dell'Europa centro-orientale. Esempio emblematico di ciò fu la Polonia, per la sopravvivenza e libertà della quale essi avevano scatenato il conflitto (questa almeno la tesi ufficiale) e che fu invece abbandonata alla schiavitù comunista, privandola per di più, definitivamente, dei territori che a oriente i Russi le avevano sottratto d'intesa con Hitler.

Gli occidentali si disinteressarono in sostanza di qualsiasi cosa fosse per accadere dietro la cortina di ferro. Il loro mondo finiva dove iniziava quello comunista, un mondo diverso ma i cui obiettivi di sopraffazione sull'Europa erano perfettamente coincidenti coi loro. Ecco il perché del consenso ai nuovi confini di Russia-Polonia-Germania e di quanto a tale sistemazione seguì. I nuovi confini furono infatti la premessa politica per quella gigantesca operazione di sterminio e deportazione delle popolazioni germaniche che configura il più grande spostamento di popoli dei tempi storici, e che ha portato l'espansionismo slavo ad occupare, nel cuore del continente europeo, territori che mai lo avevano visto attivo e presente, con pregiudizio gravissimo per il futuro dell'Europa.

* * *

Andava affrontata a questo punto la parte centrale, più importante della conferenza, quella che agli U.S.A. stava più a cuore, perché si trattava di ottenere l'assenso sovietico sul modo di chiudere politicamente la guerra col Giappone.

Lo scacchiere del Pacifico, nelle intenzioni americane andava regolato con gli stessi intendimenti strategici usati in Europa. L'Unione Sovietica andava trascinata in guerra contro il Giappone per coinvolgerla, anche sul versante del Pacifico, nella gestione della pace.

Roosevelt sa benissimo che la lotta col Giappone è finita, sa che il contributo dell'U.R.S.S. consisterà unicamente nel partecipare alla divisione delle spoglie del vinto (i sovietici interverranno infatti contro il Giappone 1'8 agosto 1945, il giorno successivo al lancio della prima atomica americana su Hiroshima), ma si batte egualmente perché i comunisti, violando il patto di non aggressione, attacchino il Giappone. Vuole che dalla pugnalata alla schiena inferta al Sol Levante, i Russi traggano vantaggi tali da poterli associare nel mantenimento dei nuovi equilibri destinati a reggere le sorti dei popoli che si affacciano sull'Oceano Pacifico.

È quindi obiettivo politico quello che si prefiggono gli americani, non militare. E quanto ciò sia vero è dimostrato dal fatto che al generale Mac Arthur vengono sottratti trasporti utilissimi nella campagna delle Filippine, per utilizzarli nell'invio di rifornimenti ai sovietici a Vladivostok. Ne è ulteriore conferma il fatto che a Yalta si discute del problema giapponese senza che da parte americana siano interpellati il comandante delle forze di terra gen. Mac Arthur e il comandante della flotta del Pacifico amm. Nimitz.

Roosevelt ed i suoi apparentemente svaniti consiglieri sapevano benissimo che i due comandanti in capo non avrebbero che potuto confermare quanto fosse inutile l'appoggio russo, per di più non immediato, contro un paese che poteva dirsi già vinto.

Pur di avere i sovietici con loro, invece, gli Americani non badano a spese. Per assicurarsi l'intervento sovietico entro tre mesi dalla caduta della Germania vengono promesse ai Russi: Sakalin, le Curili, la Manciuria, forse dimenticando di averla in precedenza già promessa all'alleato cinese generalissimo Chang Kai Shek.

Roosevelt arrivò anche a proporre sulle spalle dell'alleato francese assente un mandato dei tre grandi sull'Indocina. Con lungimiranza soggiunse: « gli Indocinesi son gente di piccolo calibro, per nulla bellicosi! ».

Dicono i presenti che al termine della conferenza di Yalta, nella quale fu definito lo smembramento della Germania, di massima i nuovi confini polacchi, l'assetto dei Balcani e il problema giapponese, Roosevelt fosse come fuori di sé dalla gioia; lo testimonia questa sua frase: « ho ottenuto tutto quello che volevo e non l'ho neppure pagato troppo caro! ».

L'atteggiamento degli Americani così sprovveduto, ingenuo e demagogicamente teso a concludere con rapidità il conflitto per inaugurare una felice era di commerci e di pace (non per nulla uno dei punti su cui più a lungo si soffermarono i colloqui fu il futuro assetto da dare all'ONU.) era l'unico che potesse tacitamente appagare ogni pretesa sovietica, senza aver l'aria che il tutto fosse stato mercanteggiato a spese dell'Europa.

Proprio questa fu invece la realtà dei fatti.

Ed il meccanismo di declassamento dell'Europa a ruoli subalterni, messo in moto dalla sconfitta e codificato a Yalta, ebbe in seguito una continua accurata manutenzione attraverso la diffusione di tesi politiche gradite ai nuovi padroni.

Decenni di asservimento culturale alla democrazia e al comunismo hanno paralizzato la volontà di rinascita dell'Europa ed impedito agli europei di veder chiari i concreti interessi nascosti dietro il vaniloquio ideologico e propagandistico.

Oggi, molti segni ci dicono che l'Europa si sta svegliando dal lungo sonno.

Piero Sella