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Mario Consoli

 

 

Il dovere e la dignità dei ruoli

 

L'uomo e la società Diritti e doveri Un criterio per la valutazione della storia Origine del dovere e dell'autorità La differenziazione dei ruoli La dignità dei ruoli Il dovere dello Stato Un problema di valori.

 

 

 

L'uomo e la società

 

Affermare che l'uomo debba essere naturalmente collocato nella società dove è nato e ad essa legato da vincoli e doveri, può sembrare ovvio e privo di particolare interesse. Ma, avvolti come siamo dai fumi della società democratica e del benessere consumista, per condurre una lucida analisi sui ruoli, sui diritti e sui doveri, occorre necessariamente ricollegarsi a tale affermazione per riferire ad essa ogni considerazione successiva.

 

Le ideologie democratico-universaliste, quand'anche non pretendono di negare esplicitamente il legame biogenetico, non cessano un solo momento di porlo in crisi, di incrinarlo, di sfilacciarlo, attraverso la deresponsabilizzazione, l'esasperato incoraggiamento all'egoismo, la banalizzazione di ogni aspetto della vita, la riduzione delle strutture sociali ad una funzione strumentale e contingente, avulsa da ogni finalità globale.

 

Il senso stesso della vita rimane stravolto e svilito. L'angoscia si diffonde a ritmo crescente e l'unica possibilità di evitarla risulta quella di sottrarsi a tutte quelle occasioni di riflessione e di meditazione che potrebbero indurre ad assumere coscienza di sé e del proprio stato. Ed invero la « civiltà » tecnologica offre alle masse ritmi e stordimenti che, per capacità di coinvolgimento, non hanno precedenti nella storia dell'umanità.

 

Nella società democratica l'individuo si considera avulso da ogni disegno che globalmente interessi la comunità, giacché il proprio fine si esaurisce nel maggior benessere ottenibile per se stessi; il legame con la società si manifesta solo dove e quando questa può configurarsi come facilitazione all'ottenimento del fine individuale.

 

Si tratta di una concezione della vita che atomizza, isola l'individuo non solo in rapporto agli altri ed alla società, ma anche nel tempo, rispetto alla tradizione ed alla discendenza.

 

Si tratta di una concezione della vita che, sviluppando in maniera esasperata l'interesse egoistico e materiale, propagandando una dottrina di diritti che a tutti ugualmente spettino, prescindendo totalmente dall'agire del singolo, dalla responsabilità, volontà e capacità dimostrate, tende al progressivo sfaldarsi della coscienza di sé dei popoli, tramutandoli in masse disponibili al controllo ed allo sfruttamento internazionale da parte di quelle forze che, attorno al totem del dio-denaro, hanno costruito le mura del proprio dominio, dando vita ad una tirannide diffusa e potente, quanto mai nessun'altra nella storia dell'uomo.

 

La concezione della vita di tipo democratico, proprio in quanto atomizzante e materialista, tende alla disgregazione del gruppo, alla distruzione dei valori spirituali ed unificanti, alla rarefazione di quelle iniziative che si proiettano nel tempo verso le generazioni successive, e che passano alla storia come realizzazioni di civiltà.

 

A tale concezione della vita si oppone quella tipicamente costruttiva che si fonda sui valori spirituali e sulla tradizione.

 

Volendo rappresentare in un grafico gli effetti sociali di queste due opposte concezioni, ponendo sull'asse delle ordinate i valori relativi alla compattezza del gruppo ed alle realizzazioni civili e sull'asse delle ascisse il trascorrere del tempo, otterremo una parabola nella quale gli effetti sociali delle concezioni tradizionali e spirituali saranno rappresentate dal segmento ascendente e quelli delle concezioni democratiche e consumiste dal segmento discendente.

 

Non sono certamente le odierne concezioni democratiche le prime di questo tipo, ad essere comparse nella storia e ad aver cagionato alle società effetti negativi. A conclusione di cicli costruttivi, di fasi di espansione civile, di affermazione di volontà e di spiritualità, si sono alternati periodi negativi, di decadenza, di frazionismo, di esasperazioni individualistiche ed egoistiche. La nostra insistenza ad utilizzare il termine democratico vuol rendere più immediata la comprensione delle nostre affermazioni; distinguere cioè, l'analisi che andiamo svolgendo da ogni opposizione che si incentri solo su effetti particolari del sistema che noi indichiamo come globalmente responsabile della tendenza discendente, involutiva, imposta alla nostra civiltà. Pur attenti a tutto l'insegnamento che può derivarci dall'intera storia delle società umane siamo soprattutto impegnati a mettere a fuoco dimensioni ed origini del tempo di crisi in cui ci siamo trovati a vivere.

 

Riteniamo dunque che, nell'affrontare il problema dei ruoli, dei diritti e dei doveri, occorra prioritariamente affermare la dimensione sociale dell'uomo, la sua esistenza non già a sé stante, sospesa in un irreale vuoto, slegata dal luogo e dal tempo, ma ben collocata e ricca di legami col gruppo di appartenenza e con l'epoca storica.

 

L'uomo è in quanto uomo sociale; da tale stato deriva doveri e diritti, che nella società si esprimono e si proiettano da generazione a generazione in un'organico, logico discorso di civiltà. L'uomo cui noi volgiamo l'interesse è l'uomo reale, aderente alla propria più tipica natura, appartenente ad un determinato gruppo, figlio di una tradizione e di una storia.

 

A questo riguardo sarà opportuno ribadire il rifiuto dell'uomo-eremita, così come dell'uomo-fuggiasco. L'uno si illude di salvaguardare i propri valori chiudendoli nel proprio io; l'altro si illude di poter cercare una società che lo soddisfi fuggendo quella nella quale non si riconosce più, ma alla quale appartiene. Non è mai lecito confondere il discorso delle radici, della tradizione, dei legami con il gruppo originale, con il discorso sul contingente. In ogni caso eremiti e fuggiaschi sono parimenti corresponsabili, con il loro atteggiamento, del perdurare della crisi della propria società.

 

Pretendere che la realtà muti rotta da sola e, nell'attesa, accontentarsi dei «mali minori» , vuol dire non aver compreso o, più comodamente, non voler comprendere quanto storia e società siano risultato della volontà umana e degli impegni che testimoniano tale volontà.

 

È proprio attraverso la volontà e l'impegno degli uomini sensibili, capaci di rifiutare globalmente il sistema e di vedere oltre la cortina fumogena dei tempi brevi, che la società può essere trasformata e la storia indirizzata verso più degni traguardi.

 

 

Diritti e doveri

 

È convinzione corrente, in questo mondo permeato dalle ideologie democratiche, che l'uomo, per il fatto stesso di esistere, debba possedere diritti.

 

Inizialmente ci si riferiva ad alcuni diritti, detti «fondamentali », ma, successivamente, trascinati dalla logica ambientalistica della deresponsabilizzazione, i diritti innati si sono moltiplicati vorticosamente, finendo per ricoprire tutta la sfera dell'agire umano. Il dovere, in tale quadro peraltro solo teoricamente e solo sotto forma di alibi rimane esclusivo appannaggio della società.

 

Taluno, nel timido tentativo di frenare la slavina delle conseguenze democratiche, insiste sul fatto che ad ogni diritto debba corrispondere un dovere e viceversa.

 

Noi cercheremo di illustrare qui il nostro convincimento in materia; esso al tempo stesso si oppone al criterio dei diritti innati ed intende superare la semplicistica equazione del diritto-dovere.

 

Noi affermiamo che i diritti rappresentano la regola dell'agire individuale che una società organica dà ai propri appartenenti, a seguito di una ben determinata, dura ed efficace conquista.

 

Noi riteniamo che il dovere non rappresenti il prezzo da pagare per l'acquisizione di un diritto, ma un valore esistente in sé, in assoluto, per ogni individuo appartenente ad una comunità.

 

L'osservanza dei doveri rappresenta la discriminante per appartenere legittimamente ad una data società; dobbiamo dunque parlare non più di doveri, ma di un unico valore-dovere.

 

I diritti non sono altro che la proiezione particolare del diritto acquisito, non innato, ma duramente conquistato attraverso il proprio comportamento: il diritto di appartenere alla propria società; il diritto di avere cittadinanza in un determinato Stato.

 

Il dovere verso il gruppo si identifica con il dovere verso se stessi, in quanto uomini sociali. Si tratta di un valore che si può accettare o no, che permea un'esistenza o viene ignorato.

 

Sia il dovere che il diritto tendono ad identificarsi e sintetizzarsi in un superiore valore, che ci riconduce all'inizio del ragionamento: il valore della socialità dell'uomo.

 

In ogni società si manifesta, puntualmente, la presenza disturbatrice di uomini che trasgrediscono al dovere, cioè alla socialità; ciò è reso inevitabile dalla natura umana, nella quale disuguaglianza ed aggressività svolgono un ruolo fondamentale: l'uomo sociale è il punto di equilibrio tra istinti e capacità diversi; quando tale punto di equilibrio manca viene intaccato l'organico assetto e lo sviluppo della società. La società si deve difendere, e si sa difendere, ma solo quando si trova nella fase ascendente, di costruzione. E si arroga il compito di processare, di condannare, di colpire il trasgressore. A questo punto appare estremamente chiaro il baratro che separa una società organica, edificata su valori spirituali, morali e di solidarietà, dalla società democratica. In quest'ultima per l'individuo che si è dimostrato incapace di socialità si sente il dovere di « reinserirlo » e « rieducarlo », prima ancora di punirlo. Lo spettacolo quotidiano che si offre ai nostri occhi è eloquente. La diffusione delle concezioni tese alla tutela indiscriminata di ogni diritto individuale irrobustiscono le fila della malavita. In assenza di una separazione decisa tra bene e male, di una definizione chiara della responsabilità individuale, gli individui nei quali l'equilibrio sociale si manifesta in modo debole e precario, il cui numero percentualmente è spesso elevato, sono portati a scegliere con sempre maggiore indifferenza tra dovere e trasgressione. Una siffatta società tende al suo interno a peggiorarsi e ad offrirsi sempre più indifesa alle volontà aggressive che la insidiano dall'esterno.

 

 

Un criterio per la valutazione della storia

 

L'assuefazione alle ideologie, al loro modo astratto di teorizzare la società, di elaborare modelli di vita estranei alla realtà, ha ingenerato confusione enorme nello studio della storia. Avendo costantemente presente la visione di un'utopia perfetta, armoniosa in ogni sua componente, si è indotti a giudicare negativamente ogni società passata, in quanto in ognuna sono riscontrabili fenomeni di sopraffazione ed ingiustizia. Quando poi si voglia, a tutti i costi, dare un porto alla propria indagine, molti amano spostarsi nel tempo sino all'epoca delle società primitive; i tratti sommari e sporadici che ci sono sinora giunti, consentono alla fantasia di disegnarle a piacimento, ed ai cervelli utopici di colorarle di ugualitarismo spontaneo, di bontà innata e generalizzata, di perfezione.

 

Ma la realtà fu sempre, come è ora e sarà domani, ben diversa. Le società degli uomini non furono né mai potranno essere perfette; gli elementi che le compongono sono svariati, contraddittori e spesso opposti. L'egoismo individuale è sempre presente in ogni tipo di società e sempre si oppone agli interessi della comunità. Il problema essenziale, nello studio dei fenomeni storici, così come in quello della vita contemporanea e nelle previsioni rivolte al futuro, è quello di constatare se le forze predominanti sono quelle dell'egoismo individuale, ovvero quelle che incarnano i valori attorno ai quali è possibile la solidarietà, e da essa la costruzione sociale. Si tratta di stabilire dove conduca la tendenza operante in quel determinato periodo storico, presso quel popolo, se verso progressive atomizzazioni individualistiche, o piuttosto verso un rafforzamento dei vincoli e degli autentici valori della collettività; una tendenza negativa, nel primo caso, autodistruttiva, e una tendenza positiva, di affermazione, di espansione, nel secondo.

 

L'uomo, con tutti i suoi istinti ed egoismi, preesiste alla società, essendo questa una sua costruzione, ma dal momento vitale ed obbligato che questa è posta in essere, sono il meccanismo solidaristico che l'ha resa necessaria ed i valori che l'hanno resa possibile ad essere l'asse portante della realtà. Quando a prevalere sono gli istinti egoistici, di individui o di gruppi, come oggi accade, è la società stessa che è posta in crisi, nel suo presupposto essenziale; una crisi tremenda, poichè conduce perdurando la tendenza alla graduale autodistruzione.

 

Il dovere è il primo valore ad essere annullato, poichè al suo posto si erge l'interesse, non più della comunità, ma dell'individuo.

 

Sotto questa luce lo studio della storia, che potremo qui definire studio delle tendenze storiche, si fa campo d'indagine vitale e prezioso di insegnamenti, spesso molto più di quanto possa esserlo un'esasperata e miope indagine ristretta ai tempi brevi.

 

Lo sguardo indagatore si posa su ere diverse di espansione e di decadenza, di civiltà e di barbarie. Dalla civiltà egiziana a quella ellenica. Dall'impero romano al Medioevo. Dalla riforma protestante alla rivoluzione industriale. Dalla rivoluzione francese a Napoleone. Dalle rivoluzioni nazionali, agli Stati Uniti d'America, alla rivoluzione sovietica, al crollo dell'Europa. Enormi periodi storici che la lontananza ci consente di valutare con distacco e precisione identificando i periodi di crescita, separandoli da quelli di decadenza.

 

Un siffatto studio risulta importante proprio per mettere a fuoco, più che la semplice realtà contingente, la tendenza che si manifesta nella società, verso quali sviluppi può muoversi, e il peso che in tale tendenza hanno la volontà e l'impegno degli uomini. L'origine del crollo degli Imperi, la scomparsa delle civiltà, lo scoppio delle rivoluzioni vanno ricercati nel momento, spesso di molto antecedente, in cui la linea della parabola aveva cominciato a farsi discendente. A ben scarsi risultati potrebbe approdare una ricerca che si limitasse a valutare i soli elementi finali dei fenomeni storici.

 

Rapportato all'oggi, tale criterio di indagine ci indica con chiarezza la tendenza negativa in atto, e ponendoci in dimensioni storiche più vaste, ci aiuta ad individuare i valori e le dinamiche che potrebbero invertire la tendenza.

 

 

Origine di dovere e autorità

 

Riteniamo opportuno immaginare come devono essersi formate le società originarie. Il meccanismo di tale ricostruzione non può considerarsi esclusivamente fantasioso poiché può essere rivissuto in ogni comunità, anche piccolissima, che si viene a formare ai nostri giorni, entro e fuori le strutture di una società già esistente.

 

Riteniamo che l'esistenza, anche all'inizio della storia della nostra specie, di un uomo isolato, debba considerarsi estremamente improbabile, ma non essendo questo l'aspetto del problema che qui ci interessa, possiamo far partire la nostra ricostruzione da questa fase teorica ed ipotetica.

 

L'antico cacciatore, pescatore o agricoltore, l'uomo che viveva ancora isolato, esclusivamente impegnato a procurarsi i mezzi di sopravvivenza ed a difenderli dagli attacchi di altri isolati, dovette ben presto comprendere la precarietà della propria situazione e l'ossessivo abbrutimento cui era costretto. Una volta procuratasi la preda, o raccolto i frutti dalla propria coltivazione, stanco e desideroso di riposo, tornato al proprio rifugio, si trovava a dover affrontare una serie, sempre più numerosa, di problemi che dovevano essere necessariamente risolti: la cottura dei cibi, la concia delle pelli per ripararsi dal freddo, la forgiatura degli utensili indispensabili alla caccia, o alla pesca, o alla coltivazione; ed ancora, la fortificazione del proprio rifugio in previsione delle intemperie e di sgradite visite di animali feroci o di propri simili malintenzionati. Dev'essere stato inoltre ben frequente il caso dell'uomo che trovava, al suo rientro, il rifugio devastato da una fiera o saccheggiato di utensili, pelli e cibo. Le necessità dovevano così moltiplicarsi. Si viveva sempre nel timore di dover ricominciare tutto daccapo.

 

Quando poi l'uomo si fosse scelto una donna e con essa avesse procreato, i problemi, anziché diminuire; erano destinati ad aumentare. Perché, se è vero che la donna poteva aiutarlo nella cottura dei cibi, nella concia delle pelli, nella forgiatura degli utensili, il problema della sicurezza si faceva improvvisamente più arduo. Essendo impossibile trascinarsi dietro donna e bambini, la probabilità di trovarli rapiti od uccisi doveva essere davvero grande. Questa eventualità veniva a creare, oltre agli abituali problemi di ordine pratico, tutta una serie di altre preoccupazioni, relative all'orgoglio, alla sfera affettiva, all'istinto alla procreazione (almeno per quelle razze, come la nostra, che posseggono geneticamente tale istinto). Ed all'angoscia derivata da un'esistenza precaria doveva aggiungersi un'angoscia di tipo spirituale.

 

Davvero brevissimo deve essere quindi stato l'intervallo tra l'isolamento, se pur vi è mai stato, e la vita di gruppo. Ma è proprio questo obbligato passaggio che riteniamo importante, da valutare e comprendere, cogliendone l'intimo significato. È in questo momento infatti che gli uomini si sono trovati a scegliere, in comune, regole ed accettare una forma di autorità. Un qualsiasi solidarismo, infatti, quando rimane ad un semplice livello di contingente necessità, quando non si traduce in regole, quando non si subordina ad una precisa autorità capace di giudicare, di comandare, di rappresentare il gruppo, rimane una realtà precaria, esposta all'entropia, facile preda di gruppi più forti perché più organizzati e socialmente compatti.

 

Necessità di regole, quindi di differenziazione dei ruoli, di gerarchia, e necessità di autorità, di protezione, quindi di valori comuni a tutti i componenti il gruppo, tanto da far accettare un comando ed un giudizio da parte di chi si dimostra maggiormente depositario di tali valori. La tipologia dei valori è stata tanto molteplice, perlomeno quanto le caratterizzazioni genetiche delle razze e dei gruppi formatisi al loro interno, ma un valore sintetizzatore degli altri valori si manifesta necessariamente in ogni gruppo teso ad accrescere la propria compattezza ed in via di espansione: il dovere. Il dovere di rispettare le regole e di accettare l'autorità. Un dovere che, sin dall'inizio doveva avere le caratteristiche della spontaneità e, al tempo stesso, del timore per le conseguenze di una trasgressione.

 

Differenziazione dei ruoli e dovere sono le caratteristiche essenziali che fanno da perno, da spina dorsale ad ogni società. Intaccarne una o l'altra non può voler dire quindi, mai, un'«evoluzione». , una « modificazione» , o altro ancora, ma, sempre, indirizzare la società verso un'innarrestabile decadenza, destinata a tradursi in autodistruzione, in assenza di forze capaci di ripristinare l'integrità della spina dorsale intaccata.

 

Per ciò che concerne il dovere non è mai sufficiente un'imposizione o una repressione a garantirne il rispetto, ma è indispensabile un comune sentimento di accettazione da parte della stragrande maggioranza dei componenti la società. Non può mai configurarsi la possibilità, per una forza utopistica, estranea all'intima ed effettiva realtà, di condurre una comunità verso il senso ed il rispetto del dovere; questo compito è esclusivo appannaggio delle effettive aristocrazie di quella determinata società, capaci di interpretarne, rappresentarne i valori, e di guidarla.

 

È dall'accettazione del dovere che l'uomo, in quanto uomo sociale, acquista dignità e diritti effettivi. I diritti infatti possono trarre origine esclusivamente dall'adesione spontanea a valori solidaristici, rafforzati da una comune tendenza spirituale. Tale adesione, unita ad un comportamento ad essa coerente, fa acquisire il diritto di appartenere a quella comunità, ed è tale diritto che, oltre a proiettarsi in tutti i diritti specifici, infonde dignità ad ogni agire dell'uomo, verso se stesso, e verso ogni altra componente la medesima società. E di dignità vengono permeati tutti i ruoli esistenti e riconosciuti utili all'interno della comunità, dal più umile al più prestigioso, poichè ognuno contribuisce, pur se in differente misura, a formare quel complesso e concatenato mosaico che è una società organica.

 

 

Differenziazione dei ruoli

 

È universalmente noto l'apologo che Menenio Agrippa rivolse nel 494 a .C. alla plebe radunatasi sull'Aventino con intenti frazionistici. Egli narrò di membra che, ritenendosi sfruttate dall'«ozioso» stomaco, scioperano, causando così, oltre al deperimento dello stomaco, ovviamente, anche il loro.

 

Ne conseguì, logico e comprensibile a tutti, come solo un buon funzionamento dello stomaco potesse garantire salute a braccia e gambe, cosicché la cosa più importante doveva essere l'armonia di tutto il corpo sociale, in ogni sua più minuta componente.

 

Noi intendiamo qui sottolineare che l'obiettivo costante cui una società sana deve tendere è la sua organicità, cioè la distribuzione dei ruoli ad essa più consona, rispondente a quelle gerarchie di valore e di capacità offerte dalla naturale disuguaglianza degli uomini. Questo non vuole significare che siano potute esistere società perfette, o che queste siano ipotizzabili nel futuro, ma se una società non ha rotto il legame con la propria tradizione, non ha infranto il tabernacolo dei propri valori, ogni disfunzione può e deve essere composta, ogni prepotenza punita, ogni errore corretto. In questo senso si può stabilire se una società è avviata a costruirsi un domani migliore o viceversa. Ma curare e correggere vuol dire superare, riassorbire, cancellare la malattia così come l'errore, non già attardarsi nel suo studio, tanto da ritenerlo accettabile, sino ad istituzionalizzarlo.

 

È questo il primo dei due grandi errori della democrazia: fare un'istituzione delle fazioni, ad esempio, sul piano politico, attraverso i partiti e sul piano sociale, attraverso i sindacati. Le istituzioni, una volta create, tendono a conservarsi e ad accrescere la porzione di potere a loro disposizione. Avviene così che le contrapposizioni di idee e di interessi, spesso suscitate da validi motivi e origine di giuste intuizioni, finiscono, una volta istituzionalizzate per impedire il ritorno all'armonia e per allontanare progressivamente la società dalla sua dimensione organica.

 

Il secondo errore democratico è quello di indicare le masse come il soggetto sovrano della società. Ma più che di un errore riteniamo si tratti di una vera e propria truffa.

 

Il primo aspetto di questa truffa è rappresentato dalla caratterizzazione che si vuole dare della massa. Pretendendo di rappresentarla dotata di personalità, in grado di volere, di scegliere, di decidere, di governarsi, la si quantifica nei valori medi. Poiché in ogni società le realtà qualitative configurano sempre una forma piramidale, le capacità migliori essendo rappresentate da una porzione numericamente assai esigua, la massa viene automaticamente identificata nella media dei valori inferiori. Traspare a questo punto il secondo aspetto della truffa: una massa così qualificata, e su questo metro strutturata, non può da sola esprimere un governo, e quando anche ciò fosse reso possibile da particolarissime condizioni ottimali sempre presenti in ogni ipotesi utopistica è da escludere che un governo così espresso possa rappresentare il miglior governo possibile.

 

Una massa può essere presa in considerazione solo quando assume coscienza di sé, ma a questo punto non può più chiamarsi massa, ma popolo, e non prende decisioni, non si governa, ma esprime aristocrazie nelle quali si riconosce e forma gerarchie attorno alle quali si organizza.

 

La truffa prende corpo quando il potere cade in mano ai manipolatori delle masse o, per dirla con la loro fraseologia, del cosiddetto consenso democratico. I manipolatori condizionano, inducono a seguire questa o quella fazione, facendo leva sugli interessi egoistici e sui bassi istinti, talmente « propri» alla massa, che questa tende ad accettare il governo che, le si dice, essa stessa ha espresso, non con entusiasmo, poiché nessuna molla spirituale del suo essere è stata toccata, ma con la rassegnazione di chi si guarda allo specchio, si scopre brutto e, convinto di non poter porre rimedio alcuno alla propria realtà, si lascia andare e si rifugia nel piacere materiale che gli è possibile afferrare.

 

Questa è la lunghezza d'onda sulla quale il « consenso » democratico viene richiesto ed accordato. Cosa ben diversa dal consenso effettivo, quello cioè di un popolo verso le proprie manifestazioni migliori e più autentiche, le aristocrazie.

 

* * *

 

Nella società democratica si sviluppa una grande tendenza alla mobilità dei cittadini tra i ruoli, e dei ruoli tra i diversi livelli delle categorie sociali. Questa tendenza si manifesta a prescindere da una oggettiva valutazione di valore, capacità e utilità, ma solo in virtù del fatto che, ritenendo ogni uomo di avere gli stessi diritti, ognuno vorrebbe per sé un ruolo privilegiato ed ogni ruolo pretenderebbe, per il solo fatto di esistere, maggiore peso, decisionalità e, soprattutto, più larghi benefici economici.

 

L'invidia è perciò malattia cronica in una società dove ognuno tende incessantemente ad occupare posizioni di privilegio; conduce irrimediabilmente verso uno smembramento della comunità, nella quale le diverse componenti sono portate non più a collaborare armoniosamente, ma a combattersi, le une per difendere i privilegi acquisiti, le altre per impossessarsene. La disaffezione al proprio ruolo si impone prepotente allorquando il cittadino si sente destinato solo provvisoriamente ad una mansione; nell'attesa di occasioni più propizie, considera la situazione del momento una palla al piede che lo costringe al di sotto dei livelli ai quali, secondo quanto gli è stato insegnato, ha diritto.

 

Ne conseguono due aspetti parimenti negativi, per quel che concerne l'individuo e la società. L 'individuo è destinato ad una costante insoddisfazione, la società ad una turbolenza delle sue componenti, ad un peggioramento della propria funzionalità, ad un logoramento dei propri tessuti originariamente unitari.

 

Contrariamente alle pretese delle ideologie ugualitarie e progressiste, il mondo che appare ai nostri occhi è caratterizzato da un uomo infelice, accidioso, invidioso e profondamente insoddisfatto (esempio tipico ne è il moderno operaio industriale), che riabilita con sempre maggiore chiarezza condizioni sociali del passato, quando persino all'analfabetismo ed alla limitazione delle risorse economiche, faceva da contrappeso una serenità esistenziale, una profonda affezione al proprio ruolo, un ordine sociale, un sentirsi istintivamente parte di un tutto organico, di cui spesso si andava altamente orgogliosi (esempio tipico i militari, i contadini e gli artigiani del passato).

 

Nella società democratica si assiste all'avvento implacabile di un nuovo elemento misuratore e simbolo stesso del successo e del potere: il denaro; è questo che puntualmente prende il posto dei valori spirituali, morali e di solidarietà soppiantati dalla nuova realtà permeata esclusivamente dagli interessi egoistici e materialistici.

 

È la facilità di produrre denaro che fa divenire più o meno « importante» ed « influente » un uomo, e appetibile un ruolo, non già il suo valore intrinseco o la sua oggettiva utilità sociale. È l'esasperata sete di guadagno economico, vera e propria corsa all'oro collettiva e indiscriminata, che condiziona scelte e comportamenti, che giustifica azioni e situazioni. È la conquista della ricchezza che rappresenta il nuovo indiscusso metro morale, in piena conformità con i principi ebraici e calvinisti che permearono tutto lo sviluppo delle società, dalla rivoluzione industriale ad oggi.

 

L'accumulo di denaro è sempre stato prerogativa di quelle categorie sociali e di quegli individui naturalmente portati alla speculazione, alla furbizia, all'egoismo ed all'usura. Si tratta di categorie ed individui che sempre sono stati presenti nell'àmbito di qualsiasi società; il fatto nuovo è rappresentato quindi non dalla loro esistenza, ma dalla conquista da parte loro della gestione politica, e perciò della possibilità di condizionare ogni aspetto della vita sociale, dalla sua cultura alla sua struttura, dalla sua linea di sviluppo alla scelta delle dirigenze.

 

Il denaro premia sempre chi ad esso sacrifica valori e principi, chi lo rispetta, quasi lo venera, come entità a sé stante, ed appare quindi logico come il suo accumulo sia reso possibile esclusivamente a ben precise tipologie umane.

 

Alcune categorie sociali, quale quella politica, vengono imbastardite dagli uomini del denaro, i quali le gestiscono a proprio vantaggio; altre categorie, quella del pensiero, dell'insegnamento, della difesa, della giustizia, dell'arte, della letteratura, dell'etica, vengono gradatamente emarginate, private di influenza e prestigio, escluse da ogni potere decisionale, salvo utilizzarle saltuariamente, ad uso di particolari disegni, per poi rigettarle subito ai margini della società.

 

Non occorre dilungarsi in un'approfondita ricerca analitica, ma è sufficiente guardarsi attorno, per constatare quanto siano divergenti la capacità di accumulare denaro, da intelligenza e valore morale; la possibilità di accedere ai posti di comando, da preparazione culturale ed autentica rappresentatività; l'odierna facoltà di conservare il potere, da reali doti di autorevolezza e prestigio.

 

Le nuove « élites» così emergenti, sia all'interno della società che nel teatro della « grande » politica internazionale, cambiano gli usuali tratti somatici: non sono più chiamati a comporle gli individui maggiormente intelligenti, ma i più furbi; non più chi dei valori è personificazione, ma i gestori della ricchezza o le loro teste di paglia; non più i depositari dello spirito, della saggezza e dell'autorità, bensì gli egoisti ed abili manipolatori di capitali. Veri e propri caproni giunti a pascolare nei fori delle grandi civiltà, a defecare nei templi, a prendere a cornate i millenari contributi dell'intelligenza, della creatività e della spiritualità.

 

* * *

 

Il prodotto negativo dell'eccessiva mobilità sociale, della disaffezione ai ruoli, della forsennata corsa all'utile economico, non si limita alle ripercussioni sulla funzionalità della collettività e sulla condizione spirituale degli uomini, ma investe singolarmente ogni aspetto della vita, peggiorandone lo svolgimento sia dal punto di vista qualitativo che da quello pratico. Alcuni esempi saranno utili per comprendere a fondo la portata del fenomeno.

 

La naturale e tradizionale differenza tra i ruoli propri dell'uomo e quelli della donna è stata tra le maggiormente bersagliate e contestate presso la società democratica. La donna, avendo diritto alla « parità », è stata portata ad invadere ruoli e mansioni di abituale spettanza maschile, col solo risultato di lasciare scoperti i ruoli che più le erano consoni.

 

La donna si è trovata così a svolgere mansioni esterne alla famiglia, pur non potendosi completamente sottrarre a compiti ed occupazioni domestici. Per la donna quindi un aggravio di occupazioni che sono andate assommandosi, ed una doppia frustrazione, per la partecipazione alla corsa a migliori ruoli nel lavoro e per dover pur sempre attendere alla gestione della casa. Per l'uomo una pesante limitazione, sia per trovarsi nuovi concorrenti nelle professioni che prima gli erano esclusive, sia perché gli è venuto a mancare nella vita privata quell'ordine funzionale, precedentemente garantito dalla donna, che così contribuiva a potenziare il ruolo da lui svolto nella società. Quante volte nella storia non affiora la figura di una donna che con la semplice adesione al proprio ruolo ha reso più facili grandi imprese, imponenti lavori intellettuali, mirabili opere d'arte?

 

Per la società l'effetto negativo derivato dalla cosiddetta « emancipazione » femminile è stato grande, e per molteplici motivi. Trascurando gli altri, sia qui sufficiente evidenziare il ruolo determinante e naturale che spetta alla donna, e cioè la nascita, la cura e l'educazione dei figli. Che questo sia il ruolo principale della donna rimarrà indiscutibile, almeno sino a quando una qualche ideologia progressista ed « emancipatrice» non riuscirà a far partorire un uomo. Che tale ruolo sia talvolta, presso alcuni gruppi razziali (ad esempio i Guaycurù del Brasile, gli Alacaluf, gli aborigeni australiani, ecc.) , istintivamente mal sopportato o addirittura rifiutato dalle interessate, è vero come d'altronde è vero che si tratta di gruppi estinti o in via di estinzione. Che la disaffezione a tale ruolo, la scomparsa dell'istinto alla procreazione, sia auspicabile, può essere convinzione solo di individui disposti ad assistere col sorriso sulle labbra, o abbandonati in una « beata » incoscienza, alla progressiva, implacabile scomparsa del proprio gruppo etnico dalla storia e dal mondo.

 

L'esistenza all'interno della società di una famiglia indebolita dal disimpegno della donna, significa inoltre doversi occupare collettivamente, con istituti, enti, strutture costose e spesso dispersive, della cura e dell'educazione dei bambini, riuscendo a farlo peraltro in modo assai incompleto, soprattutto per ciò che concerne la sfera affettiva; in secondo luogo significa veder diminuire implacabilmente il tasso della natalità, essendo, in una siffatta società, dalle coppie, ma soprattutto dalle donne, i figli, considerati un peso, un fastidio, una limitazione alla propria libertà ed emancipazione. E se questo potrebbe apparire persino positivo a chi si fermasse ad una superficiale e genericamente « umanitaria» considerazione sulla « fame nel mondo», , risulta assolutamente inaccettabile ed improponibile a chiunque creda ad un ruolo specifico, positivo e ben identificato, del proprio gruppo etnico e della civiltà di cui esso è depositario.

 

Gli elementi che affiorano nella società democratica, come in tutte le società di disadattati sono sempre gli stessi: l'egoismo, la rottura con la tradizione, il disinteresse verso le generazioni future. Basterebbe quest'ultima considerazione per rendere inaccettabile una siffatta società. L'uomo egoista, l'uomo staccato da tradizione e discendenza, non ha storia, non può avere dignità e dare un senso alla vita, e, soprattutto, non può avere un domani.

 

La confusione dei ruoli investe i rapporti intercorrenti tra genitori e figli, il che vuol dire tra generazione e generazione. Troncando il legame che ne collegava le funzioni quello tra tradizione, attualità e prospettive , la turbolenza caratterizzante le società democratiche è destinata, con il passare delle generazioni, ad ingigantirsi ed a farsi cagione di sempre più irreparabili danni.

 

Così come da una copertura ottimale di ogni ruolo, tutti i componenti della società ne beneficiano, allorquando le attività umane sono mal funzionanti e qualitativamente peggiorate, tutti, indistintamente, ne pagano le conseguenze. Il pane che esce dalle mani di un fornaio, bravo o meno che sia, finisce sulla tavola degli umili come su quella dei potenti. L'operato di un governo, buono o cattivo che sia, si ripercuote su tutta la comunità.

 

Un dirigente ingiusto ed egoista sarà causa di uno scarso rendimento dell'azienda, per il giustificato malumore dei dipendenti. Una società che abbia reso impossibile l'esistenza o il buon funzionamento dei ruoli considerati « umili », pagherà con una minore possibilità di costruzione e d'impegno delle aristocrazie destinate ad interpretare e guidare il popolo.

 

 

La dignità dei ruoli

 

La differenziazione dei ruoli e la loro distribuzione gerarchica rappresenta l'ossatura indispensabile a trasformare una massa in società organica, dotata di precisa identità storica e civile. Ma perché tale presupposto possa attuarsi occorre, oltre ad una funzionale ed armonica integrazione delle attività umane l'attribuzione della giusta dignità ad ogni ruolo.

 

Esiste una dignità assoluta, ed una relativa. Ambedue vanno considerate poiché l'una è necessaria parimenti all'altra.

 

Per dignità assoluta intendiamo quella che spetta ad un uomo che assolve pienamente al dovere richiesto dal ruolo ricoperto. In una società a tale dignità corrisponde il diritto di appartenere a tutti gli effetti a quella comunità. Si tratta di dignità e diritto uguali a tutti i livelli, dal più umile al più prestigioso, poiché essi presuppongono da una parte l'individuo e dall'altra lo Stato, come personificazione della società. Poiché è meritevole di pari dignità ogni uomo che assolve pienamente il dovere richiesto al proprio ruolo, si deve affermare che, di fronte allo Stato, è maggiormente meritevole un individuo che assolve pienamente il proprio dovere, pur essendo collocato in un umile ruolo, di chi, anche se estremamente intelligente, capace di ricoprire un ruolo prestigioso, assolve male, o solo in parte, i propri compiti.

 

Per dignità relativa intendiamo invece quella propria del ruolo, nei confronti degli altri ruoli ed in rapporto alla vastità del settore sociale presso il quale il ruolo ha influenza.

 

Spesso gli equilibri sociali sono stati turbati poiché, pur permanendo la dignità assoluta si era venuta a creare confusione e soverchiamenti illegittimi per ciò che concerne quella relativa. Emblematica di ciò è la società democratica dove, almeno in chiave di principio teorico solo teorico , viene garantita una forma di dignità assoluta, anzi, in virtù delle ideologie ugualitarie, si estremizzano le affermazioni e si configura una dignità esistente nell'individuo in sé, a prescindere dalla sfera dell'agire individuale e delle scelte. Ma in questa società si viene a creare un caos incredibile per ciò che concerne la dignità relativa, poiché convivono concezioni della vita e della politica talmente confuse e divergenti da rendere impossibile un'unitarietà ed un'armonia nell'assegnazione di valori alle singole componenti. Essendovi cioè mancanza di valori comuni ed accettati con continuità dalle diverse generazioni, il metro attraverso il quale la gerarchia dei ruoli viene misurata ed imposta è l'interesse, cioè il denaro; un metro che tiene conto solo di alcune, marginali, caratteristiche umane e che tende perennemente a premiare l'avidità e la sopraffazione, la povertà spirituale e l'indifferenza morale; un metro che inserisce nella società l'elemento preponderante dell'egoismo.

 

Si è assistito nella storia, peraltro, anche al fenomeno inverso: società dove, pur regnando un ordine gerarchico stabile e funzionale, dove cioè era tutelata la dignità relativa, veniva a mancare la giusta assegnazione di dignità assoluta a tutti i cittadini che ne avevano diritto. Si trattò di periodi storici che recavano in sé i germi dell'autodistruzione i principi preparatori delle rivoluzioni, dei veloci crolli, delle sottomissioni a potenze straniere. In tali società venivano cioè a crearsi due condizioni negative, e precisamente:

- l'impossibilità di dare continuità al formarsi delle legittime aristocrazie;

il conseguente progressivo ridursi dell'accettazione spontanea dell'autorità, che poteva sopravvivere solamente attraverso autoritarismo e repressione.

 

Tali società erano originate generalmente dal punto di arrivo di un fenomeno selettivo spontaneo il Medioevo ce ne offre una casistica eccezionalmente numerosa e varia ed in effetti si configuravano come situazioni sociali organiche e gerarchicamente ben distribuite. Ma laddove veniva a mancare un'effettiva generale partecipazione al fenomeno della selezione sociale, laddove cioè l'aristocrazia espressa veniva a porsi come casta ermeticamente chiusa, senza effettivi legami con tutti i settori sociali, una casta che, considerando semplice proprietà la popolazione ad essa sottoposta, negava dignità assoluta a tutti i cittadini che ne avevano diritto, la situazione ottimale di partenza era destinata a scomparire e ad essa veniva a sostituirsi una cristallizzazione di potere priva di vitalizzante ricambio. Alle originarie aristocrazie, fondate su merito, capacità, accettazione generale dell'autorità, venivano a sostituirsi oligarchie di potere il cui agire poteva essere più o meno illuminato, e durare quindi tempi più o meno lunghi, ma erano destinate a divenire sempre più estranee alla realtà sociale da esse governata. Il potere così mantenuto con la forza e l'ordine conservato attraverso la repressione, finivano per alimentare, presso gli strati popolari, a schiere sempre più fitte, le potenzialità ribellistiche, che successivamente avrebbero rappresentato la pratica possibilità di successo delle minoranze rivoluzionarie. Si può dunque affermare: prima ancora che tra gli stessi agitatori, i veri responsabili delle grandi rivoluzioni che, soprattutto nell'epoca moderna, avrebbero generato un completo sovvertimento dei valori e crisi spirituali di vastissima portata, debbono essere ricercati nelle oligarchie dominanti. Il loro chiudersi alla società ed il loro conseguente agire repressivo, avevano preparato e resi possibili, con molti anni di anticipo, quegli stessi fenomeni che avrebbero poi travolto i valori dell'autorità e del dovere.

 

La dignità assoluta è elemento indispensabile alla costruzione ed al mantenimento di una società organica così come lo è la dignità relativa.

 

Libero è quell'uomo che si sente, al tempo stesso, parte effettiva di un tutto e realizzato nel ruolo che lo colloca, dignitosamente, in rapporto alla propria potenzialità, nella gerarchia sociale. Solo da un uomo libero ci si può legittimamente aspettare l'osservanza del dovere.

 

 

Il dovere dello Stato

 

Il mantenimento costante di queste due dignità, quindi il mantenimento della vera libertà dell'uomo, rappresenta il primo, indispensabile, dovere dello Stato.

 

Lo Stato deve ergersi quindi, necessariamente, al di sopra di ogni interesse privato, individuale o di categoria, e, al tempo stesso, deve essere aperto a tutti gli uomini che, attraverso il proprio comportamento, si conquistano il diritto ad esserne cittadini.

 

Nello Stato organico il formarsi di gerarchie legittime determina la funzionale organizzazione dei ruoli e l'emergere delle aristocrazie; lo Stato così realizzato rappresenta ogni propria componente, ne sintetizza ogni volontà e ne personifica i valori, guida la società verso obiettivi che tendono al miglioramento collettivo ed all'espansione della propria civiltà ed ingigantisce il valore e la portata di ogni attività individuale; l'anello si chiude nel momento in cui lo Stato garantisce la legittimità della gerarchia, la dignità assoluta a tutti i cittadini, la giusta dignità relativa ad ogni singolo ruolo. Solo così lo Stato può ricreare continuamente le premesse per il formarsi di aristocrazie effeitive, dare continuità alle realizzazioni, ottenere il costante assolvimento del dovere, garantire la libertà, manifestare autorità e ottenerne il rispetto. Il che significa anche, e soprattutto, il mantenimento di una perfetta aderenza dello Stato alla oggettiva realtà umana che rappresenta e organizza. E in particolar modo la profonda conoscenza ed accettazione della disuguaglianza umana e delle caratteristiche del proprio popolo che hanno contraddistinto i grandi statisti e storicamente ne hanno collocato le realizzazioni a livelli assolutamente superiori a quelle dei teorici ed astratti ideologhi di ogni tempo.

 

Quando questi presupposti vengono a mancare, quando le ingerenze dell'interesse privato, o di gruppo, condizionano governo e vertici politici, quando le gerarchie vengono sovvertite, i valori spirituali obnubilati, il dio-denaro posto al vertice degli elementi caratterizzanti la società, quando alle legittime aristocrazie vengono sostituiti i caproni della finanza e dell'usura, possiamo dire che non solo viene a mancare lo Stato organico, ma che non esiste più, in alcun suo aspetto ed in nessuna sua funzione, lo Stato.

 

Si può quindi affermare che, prima ancora di garantire la dignità ai cittadini ed ai ruoli, oggi, lo Stato abbia un dovere: quello di esistere.

 

Si tratta di un'affermazione che potrebbe apparire ovvia a molti, a chi non consideri con sufficiente attenzione e con visione globale la natura, gli effetti e le prospettive della società democratica, di una società, ossia, dove lo Stato ha praticamente cessato di esistere. Quella struttura che gli sopravvive, rappresenta esclusivamente un insieme di istituti puramente strumentali e disponibili a concedersi al miglior offerente. La pericolosità di tale disponibilità appare particolarmente evidente allorquando, ad esempio, si pensi ai possibili effetti di una magistratura condizionata dall'interesse di un gruppo privato; di un esercito agli ordini di traditori della nazione e del popolo; della scuola e delle fonti di informazione prede di manipolatori della verità; di una struttura burocratica strumentalizzata, come oggi accade, dal gioco clientelare di fazioni in lotta tra loro per conservare o conquistare i brandelli del potere politico.

 

Pur se può apparire paradossale, presso la società democratica la società dei diritti innati e generalizzati l'uomo non ha più alcuna tutela effet­iva, nessuna vera autorità cui rivolgersi, cui chiedere orientamento e protezione, nessuna idealità cui credere, alla quale dedicare l'esistenza, alla quale affidare gli entusiami, dalla quale attendersi soddisfazioni non epidermiche. Cosa poi possa offrire, a tale uomo, la cosiddetta libertà democratica, rappresenta domanda tanto spontanea, quanto retorica ed inconcludente.

 

 

Un problema di valori

 

Le indicazioni offerte per uscire dalla crisi, per ridare alla società l'impul­so verso la fase ascendente e costruttiva, sono molteplici.

 

Tralasciamo le voci che giungono da chi usa sentenziare, con un piede nella staffa dell'opposizione ed un piede nella staffa offertagli dal sistema. Le tralasciamo sia perché nulla e nessuno che accetti di condividere, anche in minima parte, l'arena del potere di questo sistema, può offrire alcunché di valido e di effettivamente alternativo, sia perché le loro affermazioni, « denunce » e proposte, sono così spesso colorate ditale idiota inconcludenza da far sorgere il sospetto di essere diretta emanazione del sistema. Questo, finanziando, dando spazio e risonanza a tali « opposizioni » intende coprirsi e distrarre gli elementi disponibili ad una opposizione globale ed alternativa, indirizzando verso strade senza uscita i loro sforzi e le loro possibilità.

 

Anche chi sa invece mantenersi completamente estraneo all'arengo democratico, talvolta, purtroppo, tende a concentrare la propria energia verso l'elaborazione di «soluzioni tecniche », di strutture solo apparentemente alternative, di semplicistiche formule politiche « concrete » e « risolutive ».

 

È a costoro che intendiamo particolarmente rivolgerci e affidare le considerazioni conclusive di questa trattazione.

 

La nostra è una società in profonda e diffusa crisi, lacerata e imbastardita in ogni sua componente, che soffre le conseguenze cancerogene e purulente di antiche malattie, i cui germi hanno avuto lunghissimi periodi di incubazione. Antiche malattie che, pur avendo radici ancor più lontane, possiamo individuare nella rivoluzione industriale, nell'illuminismo, nella rivoluzione francese, nel calvinismo, nelle ideologie ugualitarie e progressiste, nel graduale decadimento europeo, fino all' epilogo dell'ultima guerra mondiale; in una parola, nel sistema.

 

L'elemento che prima di tutto condiziona la realtà e determina la gravità della crisi è la decadenza dei valori spirituali.

 

Ci siamo occupati del valore-dovere, e ci siamo resi conto come questo non possa sopravvivere in assenza di responsabilità, di orgoglio, di morale, di libertà, di autorità, di dignità, di chiari punti di riferimento solidaristici comuni, insomma, di tutto il patrimonio di valori che originariamente assegna ad una comunità le caratteristiche di una società organica ed i lineamenti di una precisa identità.

 

Non è lecito aspettarsi da nuove o rinnovate strutture soluzioni radicali e definitive, quando non facciano loro da supporto, prima e robustamente, quei valori spirituali oscurati nella società di oggi.

 

È innanzitutto, sostanzialmente, un problema di valori.

 

È sui valori che deve essere posto l'accento; è sulle idee capaci di dare il necessario pathos alla spiritualità repressa, alle idee-forza, alle idee-sintesi, che occorre dare diffusione e credibilità.

 

La storia ci insegna che le strutture sono sempre un problema secondario o, quanto meno, successivo; si sono sempre, infatti, dimostrate capaci di adattarsi, mutarsi, rivoluzionarsi, in assonanza con i valori dominanti, mentre mai struttura alcuna si è dimostrata capace di infondere alla società valori ad essa sconosciuti.

 

Le aristocrazie, gli uomini intelligenti, capaci, onesti, sono sempre esistiti, ma è dipeso, e dipende dai valori dominanti, la loro concreta possibilità di affermazione. È impensabile che una società permeata da concezioni edonistiche e da stordimenti consumistici, possa manifestare ed imporre ai suoi vertici aristocrazie che personifichino valori spirituali. Così come è assurdo immaginare i caproni della finanza oggi al potere, nelle società del passato permeate dai valori spirituali, se non in collocazioni assolutamente marginali e ben separate dal potere politico.

 

È innanzitutto un problema di valori.Gli uomini liberi debbono sentirsi mobilitati intorno a questi, alla loro riscoperta, alla loro testimonianza, perché possano rappresentare il punto di raccolta, l'insegna avanzante offerta agli uomini dispersi, frustrati, abbandonati lungo i margini della strada dall'utopia democratica nella sua marcia verso il nulla.

 

È una marcia che ha già oltrepassato i bagliori del luna-park consumistico e le valli dove il panorama che le si poneva di fronte era reso allettante dalle utopiche luci del sole dell'avvenire. Si tratta di una marcia oramai giunta nelle strade buie e fredde della disillusione, della certezza sempre più radicata di trovare, alla prossima curva, più buio, più freddo, più desolazione. Si tratta di una marcia che lascia ai bordi della strada uomini sempre più numerosi, sem­pre più attoniti, più bisognosi di certeize e di protezione.

 

Spetta agli uomini liberi di impegnarsi ad alzare, più in alto possibile, più visibilmente possibile le idee di civiltà ed i valori spirituali perché possano essere di riferimento e richiamo.

 

Se fatto con impegno, decisione e chiarezza, questo, può significare lavorare, nella concretezza e con reali possibilità di successo, per un domani diverso.