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Sergio Gozzoli

 

Il   nodo del costume sessuale

 

Il   rapporto fra i sessi come radice di ogni realtà biosociale La sovversione del costume nella strategia dell'imperialismo economico: le forze operanti dietro la « rivoluzione sessuale » La condizione esistenziale nelle società del nuovo costume: l'uomo, la donna, il vecchio, il bambino L'eros, ultima spiaggia di « naturalezza », minacciato dalla intellettualizzazione e dalla massificazione consumista Le « conquiste » del nuovo costume: violenza, criminalità, droga, prostituzione selvaggia, parassitismo e improduttività Moralità sessuale come fattore di moralità civica Degenerescenza civile, sociale e biologica: il pericolo dell'estinzione Il dovere della rivolta.

 

 

 

 

 

L'argomento è tragicamente vitale.

 

Trascurato dagli alti strateghi di Stato e di partito, e dai profeti delle grandi ideologie che vorrebbero cambiare il mondo, il nodo del costume sessuale sta invece al cuore stesso dell'intero problema politico. Tutta la storia, in ultima analisi, altro non è che espressione di fondamentali leggi di sopravvivenza e di crescita dei diversi gruppi umani; e queste leggi biosociologiche si esprimono nella realtà dei popoli e delle civiltà soprattutto ed in primis attraverso la regolamentazione dei rapporti fra i sessi, e di quelli fra i genitori e la prole: è di qui che comincia, in ogni consorzio umano, la faticosa edificazione di un ordine civile.

 

E tuttavia, la politica « ufficiale » quasi ignora il problema.

 

Non v'è dottrina scritta di movimento ideologico, né programma ufficiale di partito, che accanto ai grandi temi della struttura sociale, della sicurezza, della politica estera, dell'economia e dello sviluppo, si preoccupi di disegnare un modello di morale sessuale, come elemento centrale del proprio sogno di ordine e di civiltà. Quando il problema è avvertito, esso viene affrontato in modo del tutto marginale, quasi per demagogico onor di firma nei confronti di radicate consuetudini, o di realtà sociali emergenti, o di forze religiose con le quali si debbano fare i conti; ma sempre come qualcosa di accessorio e di secondario, qualcosa cui l'alta politica non si degna di concedere l'onore del primo piano.

 

* * *

 

Si tratta invece di qualcosa che è tutt'altro che secondario.

 

Non a caso, da qualche decennio in qua, le grandi forze che vanno cambiando il mondo e facendo la storia alle spalle e sopra la testa delle forze politiche « ufficiali », hanno posto al centro del proprio mirino l'obiettivo della rivoluzione dei costumi.

 

Dietro le grandi case di produzione cinematografica, dietro le catene editoriali e le agenzie di informazioni internazionali, dietro i più dei canali televisivi e molte delle Università soprattutto americane, dietro le cosiddette Fondazioni che attraverso il gioco delle sovvenzioni decretano il successo o il fallimento di singoli studiosi o di intere correnti di pensiero, stanno i grandi potentati economici sovrannazionali i manipolatori di capitali bene organizzati in loro strutture di vertice, a cominciare dalla « Trilateral Commitee» (1), che controllano per intero settori chiave della finanza e del commercio mondiali, ed in grande parte quelli della tecnologia, della produzione e della cultura.

 

Assisi dietro i portoni d'ottone dei loro Clubs, al chiuso delle rocche di una smisurata potenza protesa a cavallo di tutti i confini, essi guardano ai popoli del mondo come a pedine sulla loro scacchiera, e a tutti i Paesi come a province di un loro potenziale impero.

 

Alla luce della logica del profitto, e sotto la spinta di esigenze tecnico-organizzative di produzione e di smercio, questi aspiranti Signori del mondo programmano i gusti e le esigenze delle masse per poterne programmare i consumi.

 

Se essi per calcoli loro decidessero che tutti i consumatori debbono mangiare in piatti quadrati o esagonali anziché nei tradizionali piatti rotondi, non farebbero altro che lanciare una ben orchestrata campagna «promozionale », ed in pochi anni la gente correrebbe a comprare i loro piatti: naturalmente, all'insegna del « progresso ».

 

Le necessità fondamentali le condizioni base del loro strapotere sono tre: un sistema politico che garantisca governi relativamente precari ed instabili perché siano ricattabili e manovrabili, e perché mai il potere politico possa essere più forte di quello economico; forze armate tecnicamente efficienti ma povere di orgoglio e di tensioni ideali, e del tutto prive di autonomia morale e spirito di casta, perché non possano mai farsi fonte o strumento di rivolta; ed una sostanziale uniformità culturale e psicologica delle masse mondiali che costituiscono il loro immenso mercato, perché le difformità non impongano una produzione troppo differenziata che aumenta i costi e non creino imprevedibilità di gusti che ostacola la programmazione.

 

Ma a tutto questo si frapponeva, come un duro ostacolo, la morale tradizionale. Essa incentrava tutta la struttura della società sulla famiglia patriarcale, attribuendo alla figura paterna un'autorità che dalla base della piramide sociale saliva a prefigurare e a coonestare il prestigio e l'autorità del potere politico; essa concentrava disponibilità finanziarie e funzioni amministrative nelle mani dei maschi adulti, escludendo dal potere d'acquisto le masse femminili ed i giovanissimi, che rappresentano invece i settori più aperti alle suggestioni del consumismo; essa fondava la stabilità sociale su di un tradizionalismo che si traduceva in una psicologia di ostilità al nuovo e al diverso, mentre proprio sull'amor di novità si fonda ogni campagna di moltiplicazione dei bisogni, motore primo del mercantilismo consumistico; ed infine, essa cristallizzava le difformità e le differenze, codificando nella tradizione il diritto delle varie culture a conserverare la propria identità e la propria specificità, così da non consentire l'uniformità del mercato.

 

È in questa luce, che trova spiegazione l'attuale strategia mondiale di sovversione dei costumi;

 

* * *

 

D'altro canto nessuno, che sia attento ed onesto osservatore delle cose del mondo, può oggettivamente giungere alla conclusione che i grandi rivolgimenti nel campo del costume cui abbiamo assistito nel corso degli ultimi decenni nel mondo occidentale siano stati del tutto spontanei e liberi. Come spiegare le decennali campagne cinematografiche chiaramente intese a frantumare il mito della famiglia patriarcale e il valore della fedeltà femminile; come spiegare le convergenze di indirizzo innovatore in senso lassista di tutta la stampa quotidiana e periodica in tanti Paesi così lontani tra di loro; come spiegare il pullulare di centri di pressione dalle illimitate disponibilità finanziarie a favore di divorzio, aborto, libertà sessuale, educazione permissiva; come spiegare la simultaneità di tutto questo in tutto l'occidente ed in quelle parti del terzo mondo che giacciono nell'orbita americana, se non come espressione di una occhiuta e potentissima regia di vertice?

 

Non si intende qui negare che siano esistite anche spinte dal basso, sotto forma di spontanee aggregazioni sociali o di gruppi politico-culturali organizzati, che mal sopportavano un costume austero, o che vi trovavano un ostacolo ai loro disegni di sovversione politica. E tuttavia queste pressioni che nelle nostre società esistevano da sempre non avrebbero avuto, di per sé, alcuna pratica e reale possibilità di affermazione, condannate come erano al velleitarismo e alla sterilità di tutti gli spontaneismi di base e di periferia.

 

Neppure la favorevole circostanza di un accresciuto e lievitante benessere può giustificare il rapido successo di questi fermenti libertari e permissivistici: giacché il processo di « rivoluzione sessuale » è stato troppo repentino in aree a diversissimo livello di sviluppo, e troppo simultaneo e diffuso, per spiegarsi tutto e soltanto con il dilatarsi, il fondersi ed il crescere di spontanei ed autonomi movimenti di base sorti a migliaia di chilometri di distanza, in Paesi separati da profondi fossati razziali e linguistici, e da secolari barriere culturali e religiose.

 

Dalla Svezia alla California, da New York all'Iran dello Scià, dall'Olanda alla Sicilia, da Berlino a Barcellona, tutti i venti della cultura ufficiale, dei mass-media, degli orientamenti legislativi hanno cominciato e di colpo a soffiare nella stessa direzione; e tutte le distanze di quell'immensa parte dell'ecumene che è sottoposto all'influenza americana si sono trovate e di colpo ad essere percorse dagli stessi predicatori, e percosse dalle stesse martellanti parole d'ordine.

 

Gli oscuri fili che legano fra di loro i nodi della smisurata ragnatela restano invisibili; ma la disinvolta onnipresenza del ragno ne denuncia la necessaria esistenza.

 

* * *

 

Comunque sia, il costume è mutato, radicalmente: esautorato il padre di famiglia dalla predicazione del permissivismo più totale nell'educazione dei figli, e da una legislazione che lo pareggia alla moglie e che persino può consentire al magistrato di sostituirglisi nell'esercizio della patria potestà; depenalizzato l'adulterio femminile, e incoraggiate più che tollerate le esperienze prematrimoniali delle giovani donne; approvate ufficialmente, e stimolate con ogni mezzo, le pretese di libertà sessuale degli adolescenti d'ambo i sessi; liberalizzata la pornografia, legalizzato l'aborto, rotti gli argini alla prostituzione, che da circoscritto e ben controllato fenomeno di periferia si è fatta ubiquitaria ed incontrollabile; accettate come ineluttabili calamità naturali la straripante delinquenza minorile e la diffusione della droga, resa incontenibile da una tolleranza che è complicità di educatori, di legislatori e di governanti.

 

A prestare orecchio ai corifèi del « trionfante progresso », tutto questo rappresenta una conquista.

 

V'è qualcosa di ameno e di patetico nell'immagine di questi figuri, ritti su cumuli di siringhe e profilattici usati a pontificare di ascesa morale impugnando a mò di bandiera cucchiai ostetrici e riviste oscene. Ma v'è, molto di più, del tragico; Si avverte come una follia in questi pretesi razionalizzatori, una vena di dementia serpeggiante al fondo della loro logica. Sembra di intuire, di indovinare un'ansia di morte, una volontà suicida nella loro pretesa di affrancare i piaceri della vita dal freno di ogni dovere, d'ogni rinuncia e d'ogni sacrificio.

 

Ma la loro follia è lucida, e si maschera di una seriosità talmente suadente da meritare qualche contestazione. Vediamo allora di esaminare il problema più da vicino, e di metterne in chiara luce le componenti.

 

Secondo i corifèi, dunque, il nuovo costume sarebbe apportatore di vantaggi tali, nella « qualità della vita », che gli inevitabili inconvenienti che esso reca con sé droga e crescente criminalità incluse rappresenterebbero un ben piccolo prezzo, da pagarsi con entusiasmo.

 

Ma di quali vantaggi si tratta, e per chi? Per l'uomo? Per la donna? Per il vecchio forse, o per il bambino? O forse per l'intera società?

 

* * *

 

Non certo per l'uomo. Già il giovane maschio ha perso ogni dignità virile prima ancora di esserne investito dalla prima barba. Mentre tutta la sua natura lo spinge all'affermazione di sé, alla conquista, al possesso, che nei rapporti con l'altro sesso si traducono in un'istintiva gelosia, egli è costretto ad amare in comproprietà: quando non anche nel presente, egli deve accettare l'idea che quantomeno nel passato o nel futuro qualcun altro abbia posseduto o possieda le braccia e i pensieri di quella donna che egli con tutte le forze più profonde e più imperiose della sua natura disperatamente vorrebbe solo per sé; Deve accettare quest'idea, dal momento che la nuova morale penalizzando la gelosia di ridicolo e di patologico non gli accorda il diritto di pretendere che una donna sia sua e sua soltanto per la vita.

Quando un giovane uomo bacia la sua donna, e ne assapora i palpiti, egli sa che qualcun altro può averlo fatto prima di lui, o potrebbe farlo già da domani. Egli è ben consapevole di questo, perchè nulla nel nuovo costume vieta questo: non v'è condanna, né disapprovazione, né obiezione di sorta. Ed ècostretto a tenersi questo tormentante pensiero chiuso al fondo di tutti i suoi pensieri, a comprimerlo nel profondo del suo essere, a ricacciarselo giù per la gola strozzata dalla morsa della frustrazione.

 

E che si tratti di frustrazione è fuor di dubbio. Perché hai ben voglia di cambiare cultura, e modelli, e valori « ufficiali »: la natura non cambia. Ed il giovane maschio di oggi, come quello di ieri e di sempre, porta dentro di sé questa necessità inalienabile e prepotente di possedere la donna che ama: di possederla nei pensieri, nei desideri, nell'integrità fisica; e di possederla nel presente, come nel passato e nel futuro. Egli porta questa necessità dentro di sé come condizione di un orgoglio che, se appagato, genera sicurezza, stabilità, equilibrio; inappagato, si ritorce in sfiducia, disadattamento, frustrazione.

 

Come medico, sono quotidiano testimone delle tragedie interiori di tanti giovani uomini, costretti a subire situazioni di questo tipo. Poiché può essere facile, a trenta o a quarant'anni, ritenere problema insignificante la verginità della donna di cui ci si innamora; ma è del tutto innaturale a diciotto o a venti.

 

E tuttavia questo nuovo costume costringe il giovane a subire, negandogli il diritto di essere se stesso, di esprimersi cioè per quello che egli naturalmente è e naturalmente sente. Il nuovo costume ne fa perciò un frustrato. E si tratta, a parte poche fortunate eccezioni, di masse di giovani che si porteranno dietro queste frustazioni per tutta la vita; e che, per un'ineluttabile legge naturale di compensazione, scaricheranno queste loro frustazioni sul terreno sociale. Cioè sulla società e contro la società.

 

Ma non è questa l'ultima delle conseguenze negative del nuovo costume sull'uomo di oggi. Non educato ad un ideale di dignità virile fin dall'infanzia non «coltivato » cioè nelle sue naturali inclinazioni egli si è andato femminilizzando. Collanine e braccialetti, chiome ossigenate ed arricciate dalla permanente, abbigliamento, atteggiamenti e comportamenti fanno ormai a pugni con ogni modello di civile virilità.

 

Così il processo, si apre e si richiude su se stesso come un circolo vizioso: il giovane maschio non affronta la donna da uomo, e non ne ricava quindi quelle gratificanti esperienze che sono necessarie al suo orgoglio perché egli possa maturare come uomo.

 

Come uomo e quindi come individuo, come padre e come cittadino.

 

No, il nuovo costume non ha arrecato al maschio vantaggio alcuno.

 

* * *

 

   Ma neppure alla donna . Disancorata dal millenario ruolo di madre, essa è costretta a lasciare la casa. Anzi , abbagliata dalle tentazioni e dalle promesse dell'indipendenza, è lei stessa a rifiutare ogni protezione ed ogni tutela, convinta dalla nuova educazione di poter affrontare da sola tutte le strade del mondo: quindi si avventura nella società, scala carriere e successi, moltiplicà le esperienze sessuali, non conosce più freni nei comportamenti e nel linguaggio, in una forsennata imitazione dell'uomo che annulla in lei ogni femminilità. Poiché questa è la dura condanna che pesa oggi su ogni donna che abbia natura di vera donna: nel seguire il flusso dei mutamenti del costume, essa deve andare a rimorchio di quei movimenti che van sotto il nome di femminismo, e che sono invece fondati su valori che di femminile hanno ben poco.

 

In fondo il fenomeno è tutt'altro che nuovo. Che cosa vi è di sostanzialmente diverso fra la « rivolta di Saffo » e quella delle « femministe » odierne? Vi sono sempre state donne che, poco dotate di naturale femminilità, mal sopportano la condizione sociale dell'essere femmina, da loro naturalmente vissuta come giogo e catena. «Donne » di questo tipo hanno sempre impostato la propria esistenza alla luce di esigenze e di scelte che oggi si chiamano femministe, ma che in realtà fondate come sono sull'imitazione del maschio dovrebbero più propriamente chiamarsi maschiliste.

 

L'unica differenza fra la realtà odierna e quella del passato sta nel fatto che quest'antica « rivolta di Saffo », favorita e nutrita oggi dal nuovo costume, può ormai trascinare e condizionare anche donne realmente donne.

 

Presa dal vortice di così grande fenomeno sociale, culturale e consumistico qual'è quello del nuovo costume, irretita dalla possibilità di alti guadagni e di indipendente disponibilità economica, condizionata dai crescenti bisogni creati da incalzanti e ossessive campagne pubblicitarie, la donna dì oggi non puo, né potrà in futuro, tornare indietro da sola.

 

Né può aiutarla l'uomo, poiché oggi di uomini ce ne son sempre meno: la mascolinizzazione della donna porta con sé la femminilizzazione dell'uomo.

 

È questa la tragedia più vera della donna di oggi, la fonte ormai di gran lunga più rilevante di nevrosi e di frustrazioni femminili, che fan da contrappeso a quelle del maschio: poiché, se l'uomo non trova pìu una donna da possedere, la donna non trova più un uomo cui appartenere; mentre tutte le forze più vere della sua natura la fanno tendere prima che essa sia madre, ma spesso anche dopo verso questo obiettivo.

 

Nata per sedurre fingendo di venir sedotta, è oggi spinta dal nuovo costume a farsi avanti sfrontatamente, a rinunciare ad ogni schermaglia d'amore nella quale, soprattutto, sta la sua vera superiorità sul maschio. La sua forza, che poggiava tutta sull'apparente fragilità, viene ora bruciata in un rapporto alla pari che non le consente più di intenerire, di affascinare, di soggiogare se non il debole: ma l'amore di un uomo debole non è mai appagante per una donna, ed una donna inappagata è quasi sempre una donna nevrotica.

 

Si tratta, è vero, di problemi certamente non nuovi: vi sono sempre state donne inappagate perché condizionate da un fisico ingrato, o da un ambiente sociale oppressivo, o dalla negativa personalità di un uomo. Ma oggi il fenomeno è di massa, ed il processo di alienazione della donna comincia già nella fanciulla. Gettata nel mondo troppo presto, non ha il tempo di maturare appieno né come futura madre né come amante: traguardi, questi, che richiedono tempi naturali assai lunghi, anni di attesa e di sogno, stagioni di coltivazione a preparare quella del raccolto.

 

Indotta a farsi femmina ancora adolescente, deve mascherare le immaturità della sua seduzione con la sgraziata imitazione dell'adulta, o compensarle con una più impudica disponibilità. Smaliziata dalla « educazione sessuale » questa invenzione del nuovo costume che è una vera e propria istigazione a delinquere scatenata dalla carenza d'autorità paterna, protetta dagli anticoncezionali, garantita dalla legalizzazione dell'aborto, essa ignora ogni limite: invano cercheresti traccia di pudore in quegli occhi ancora infantili, o dolcezza nel gesto, o grazia nel linguaggio.

 

Ma senza grazia, senza dolcezza e pudore, può davvero sopravvivere quella divina cosa che si chiama femminilità?

 

Neppure alla donna, reca vantaggio il nuovo costume.

 

* * *

 

Non per il vecchio. Distrutta la famiglia patriarcale, allentati i vincoli di reciproca dipendenza fra le generazioni, ideologicamente negato in nome dell'idolatria del «nuovo» ogni valore alla saggezza come frutto di faticata esperienza, nell'odierna società lo spazio per il vecchio non può essere che marginale. Ieri, le strutture del vasto clan famigliare gli garantivano persistenti funzioni e naturale prestigio, nonché sostegno fisico e calore affettivo. Oggi, alla terza età non resta ormai che la condanna della solitudine.

 

Già fortunati se non ridotti in vedovanza, i vecchi d'oggi devono sostituire l'affetto dei figli con la televisione o col «telefono amico», mentre quello dei nipoti giunge quando giunge come una occasionale meteora che non riscalda e non illumina.

 

Da sempre, ed in ogni civiltà, i vecchi avevano, con l'intera società, un rapporto che passava attraverso la propria famiglia, come avviene per i bambini. Ed il legame con la loro professione o condizione dell'intera vita non si recideva mai del tutto: così essi erano o restavano vecchi contadini, o vecchi operai, o vecchi commercianti, o vecchi possidenti, o vecchi artigiani, o vecchi marinai, o vecchi soldati. Se non erano più in grado di lavorare, si diceva che erano «a riposo». Oggi invece, essi sono, tutt'insieme, definiti «pensionati»: essi costituiscono cioè, nella società del nuovo costume, una classe a parte.

 

Prima, e da sempre, l'essere vecchio costituiva una condizione naturale, senza implicazioni di sorta che non fossero quelle fisiologiche; oggi è una condizione sociale, un nuovo status che costringe nell'emarginazione del ghetto, nella frustrazione di una solitudine che può essere anche dorata, ma che nega il più naturale e sereno fra i compimenti di vita: scendere la china dell'esistenza accanto ai nipoti che la salgono, trasmettendo loro l'umanamente più valida delle eredità quella della saggezza attraverso un concreto contatto affettivo.

 

Nel «pensionato », la nuova società ha ucciso il «nonno».

 

Neanche a loro, poveri vecchi, il nuovo costume ha portato vantaggi.

 

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Men che meno per il bambino. È lui il vero protagonista, ancorché passivo, dell'intero dramma. Poiché è lui, come vittima, che sta al centro della scena.

 

Codificata dal nuovo costume la superiorità dei diritti dei coniugi rispetto ai doveri dei genitori, in un ribaltamento verticale della più alta fra le conquiste civili dell'uomo, la sorte del bambino non ha più legale tutela.

 

Il suo destino è affidato al caso. Se ai due genitori la ciambella matrimoniale riesce col buco, bene, il bimbo conserverà padre e madre. Ma se uno dei due, ergendosi in tutta la fierezza della sua « presa di coscienza » come « persona », pronuncerà la fatidica frase: « Anch'io ho diritto alla mia felicità! », è giocoforza che il bambino perda il padre, o la madre, o tutti e due.

Certo, di siffatte tragedie ne accadevano anche prima, nonostante la tutela della legislazione e del costume. E tuttavia, al di là della sporadicità del fenomeno, vi erano tutte le compensazioni che una più ampia e articolata struttura famigliare poteva offrire: una zia poteva vicariare la madre, un nonno il padre; mentre oggi, una famiglia ridotta alla coppia è per i figli davvero l'ultima spiaggia.

 

Ma se anche un bimbo è fortunato, e la roulette dei rapporti coniugali fra i genitori gli regala l'en plein dell'integrità famigliare, egli è ben lontano dal ricevere tutto quello di cui ha naturalmente bisogno.

 

Inizialmente egli ha, soprattutto, bisogno della madre.

 

Ma non per poche settimane, o mesi: ne ha bisogno per anni. E non di una madre a ore la sera al ritorno dal lavoro, o al mattino, di corsa, prima d'andarci - bensì di una madre a permanenza. Egli ne ha un bisogno essenziale, incomprimibile, imprescindibile.

 

Ma la madre a permanenza non c'è più. Giacché non v'è scelta: la donna impegnata a rivaleggiare con l'uomo nella società, o a contribuire col proprio guadagno al soddisfacimento degli accresciuti « bisogni » che il consumismo porta con sé, deve disertare la casa. Cioè , i figli.

 

Così, in una famiglia in cui la donna lavora, a pagare il frigorifero, e la lavastoviglie, e le rate della macchina, o le vacanze al mare e la « settimana bianca », non è la madre col suo lavoro, ma il bambino con le sue lunghe giornate prive del calore affettivo materno.

 

Ma non basta. Poiché la donna finalmente emancipata di oggi, nella « presa di coscienza dei suoi diritti », vuole rivaleggiare con l'uomo non solo nelle professioni e negli impegni sociali, ma anche nel « vivere la sua vita » nell' ambito mondano, ecco che la madre deve « uscire alla sera ».

Il nuovo costume però ha previsto tutto, e a vicariare la madre è pronta una baby-sitter. Che non è quella del pomeriggio, e neppure quella della settimana scorsa, giacché il nuovo costume vuole che le baby-sitter siano rotanti, precarie, interscambiabili. Meglio, così nel bambino non rischia di radicarsi la pericolosa idea della unicità ed insostituibilità della figura materna.

 

Poi, crescendo, un bimbo ha bisogno del padre: un modello di rassicurante onnipotenza e di rispettata autorità tutelare, una gratificante fonte di affettuosa repressione educativa.

 

Ma dove sono, oggi, i padri?

 

Esautorati a forza di legge, o spontaneamente rinunciatari per sfuggire l'umiliante accusa di arretratezza civile, o svirilizzati da una parità con la moglie che toglie loro ogni prestigio agli occhi di un bambino, essi non hanno ormai più nessun modello da offrire, che soddisfi le naturali esigenze psicologiche dei figli.

 

Né, d'altro canto, l'uomo può essere padre cioè protettore ed educatore, oltre che procreatore senza che la donna glielo consenta affiancandolo come madre cioè nutrice e consolatrice, oltre che generatrice. Così il cerchio si chiude: la donna non è più « schiava », il padre non è più « padrone » e i figli non son più « condizionati ». Bene. E' il progresso.

 

A condizionarli, fra qualche anno, penserà la nuova morale della società consumista. Cominciando col primo spinello.

 

Ai bimbi meno che a tutti, ha portato vantaggi questo nuovo costume.

 

* * *

 

Ma si afferma che, tutto sommato, ne ha guadagnato l'intera società. Si dice che il nuovo costume garantisca una migliore « qualità della vita ». Che la libertà sessuale allontani i giovani da modelli e valori « primordiali » - l'onore, la virilità, la competizione - favorendone una formazione « pacifista » aliena dalla violenza. Che la rimozione d'ogni tabù e d'ogni repressione in campo sessuale, aprendo una larga valvola di scarico alle prepotenti pulsioni dei sensi, esorcizzi gran parte dell'aggressività sia individuale che sociale. Che una concezione della vita come ricerca del benessere e del piacere elevi il gusto, l'amore del bello, il grado di cultura. Che la rottura delle rigide strutture della famiglia tradizionale liberi l'individuo da una mentalità « territoriale », e lo disponga ad una più facile integrazione sociale, preparandovi un potenziale pacifico « cittadino del mondo ». Che la caduta della natalità, riducendo il numero ed elevando il benessere pro-capite, allenti le tensioni sociali, favorisca tolleranza e civismo, e produca felicità.

 

Bene, la parata dei risultati è sotto gli occhi di tutti: i figli della libertà sessuale e della famiglia « aperta », organizzati in bande o imbrancati in occasionali aggregazioni, hanno portato la violenza a livelli mai prima toccati: aggressioni e pestaggi, grassazioni, devastazioni di stadi e di locali pubblici, stupri di gruppo, scippi, conflitti a fuoco sono cronaca quotidiana. Mentre lo « spirito di gruppo », entro i confini della « zona » o del « quartiere », offre loro quella « territorialità » che non trovano più nel perduto senso di appartenenza alla famiglia o alla comunità nazionale.

 

Evidentemente, se questa è una società « più libera », la violenza della libertà non è inferiore a quella della più dura tirannide.

 

La criminalità è in ascesa: prospera, organizzata, incontenibile. La lotta che la società le muove è sterile, limitata a scaramucce tattiche di retroguardia.

 

Manca una strategia, perché la strategia, dovendo mirare alle radici del fenomeno che sono culturali e di costume si ritroverebbe a colpire i valori-base della società stessa: la libertà come natura, il benessere come scopo, il piacere come diritto, il dovere come repressione, la repressione come infamia.

 

La prostituzione dilaga incontrollata, fornendo alla criminalità humus e sostegno logistico, con bilanci finanziari da capogiro.

 

E controllarla non si può, giacché qualunque passo legislativo in questo senso dovrebbe muovere dal riconoscimento della realtà sociale ma anche naturale del fenomeno: se se ne debbono fissare i limiti legali, è giocoforza partire dalla sua accettazione ufficiale. Cosa questa palesemente in contrasto inconciliabile con tutti i canoni del nuovo costume, che vuole la donna parificata all'uomo nei vizi come nei diritti; e che, affermando la libertà sessuale come valore, si rifiuta di operare la tradizionale distinzione fra donne «libere» e donne «oneste». Anche qui, come in altri campi, si palesano i tragici limiti di tutte le culture irrealistiche, fondate cioè su premesse puramente ideologiche: si nega ogni realtà che stia fuori dagli «schemi», perché le ideologie tutte le ideologie non sono in fondo altro che idolatrie.

 

Criminalità e prostituzione, insieme, fan da supporto alla diffusione della droga; la quale, a sua volta, alimenta l'una e l'altra, dilatando così sempre più la spirale del perfido meccanismo che semina morte, che espande e incrementa le malattie veneree, che getta nella disperazione individui e famiglie, che sconcia le strade e le piazze dei nostri paesi, che rende insicura la vita di tutti, che appesantisce la fisiologia del corpo sociale di milioni di improduttivi parassiti.

 

Ma quali sono le radici del fenomeno, nelle sue odierne dimensioni?

 

Esso nasce oggi dal permissivismo nell'educazione dei figli, dall'edonismo come religione ufficiale, dalla «morale dei diritti» trionfante su quella dei doveri; e si nutre di tutte le frustrazioni prodotte da una cultura utopica ed innaturale che rende l'uomo straniero alla sua propria natura: un giovane maschio che non può più essere un maschio, una giovane donna che non può più essere femminile, un adolescente che non può più sentirsi figlio perché non ha più un vero padre ed una vera madre, cercano nella droga compensi alla propria alienazione, nella criminalità sbocchi al proprio ribellismo, nella prostituzione mezzi di indipendente sopravvivenza.

 

Ma se il nuovo costume ha rarefatto la sostanza interiore dei modelli naturali di madre e di femmina, di padre e di maschio, di figlio e di bimbo o di adolescente esso ne ha del tutto stravolto l'immagine, l'aspetto esteriore. Qualcuno potrebbe ritenere quest'ultimo un problema banale, un innocente capriccio della moda. Ma la banalità è solo apparente: l'abbigliamento, gli atteggiamenti, lo «stile», sono la prima e fondamentale forma di comunicazione fra gli uomini, il messaggio elementare che precede la parola, ed attraverso il quale ci si presenta, e si offre e si chiede un rapporto. L'aspetto dice, l'aspetto rivela quel che vi sta dietro: i sentimenti, la personalità, il ruolo, la funzione.

 

In una recente trasmissione televisiva, una femminista che aveva scelto di vivere sola con le due figlie descriveva il suo rapporto con loro, e affermava o aveva l'aria di affermare che le figlie erano felici e senza problemi; ad un certo punto, però, si lasciò scappare che la più piccola delle due, un giorno in cui lei avrebbe dovuto accompagnarla a scuola, le aveva chiesto per quella occasione almeno di « vestirsi da mamma .

 

Niente di più emblematico e, allo stesso tempo, accusatorio. Perché l'«unisex», i calzoni alle donne e le collanine agli uomini, servono solo a distruggere l'immagine dei ruoli. Ma senza ruoli non v'è specificità di funzioni, e senza specificità di funzioni non v'è articolazione, pluralismo, organicità: non vi sono cioè quei canali naturali attraverso i quali lievita e cresce la civiltà in un consorzio umano.

 

Quanto alla pretesa elevazione del gusto, del senso estetico, del livello culturale, è davvero necessario spendere parole per confutarla?

 

In realtà basta la più superficiale delle osservazioni, a misurare lo sconcio estetico di questa società cialtronesca e scurrile, sciatta scarmigliata e «casual», nella quale il turpiloquio è regola per il cinema e la televisione, e vezzo per le «signore», e dove il gusto dell'orrido si imprime persino sulle facce oltre che negli abiti dei personaggi «symbols».

 

Ma la devastazione del buon gusto dell'armoniosa misura del bello, del nobile, del sublime è andata così a fondo, ed è ormai talmente estesa, che sarebbe qui davvero pleonastico l'attardarsi sui bassissimi livelli dell'attuale produzione artistica in tanti campi, o sullo scadimento civile dei rapporti interpersonali nell'attuale società.

 

Ci interessano di più, invece, le gravi ripercussioni del nuovo costume sessuale su alcuni fondamentali contenuti e componenti esistenziali dell'odierna vita consociata, e le sue dannose conseguenze di ordine pratico: cioè sociale, economico e politico.

 

* * *

 

Ricordo di avere assistito di sfuggita, una sera, ad uno spezzone di trasmissione televisiva: si trattava di un'inchiesta fra giovani donne sull'innamoramento, condotta dall'Alberoni che è divenuto, pare, il massimo specialista sull'argomento.

 

Le giovani donne venivano interrogate sul loro primo amore: età, circostanze, atmosfera, sensazioni, impressioni, valutazioni a posteriori, tutto veniva dettagliatamente sciorinato in una confessione a ruota libera. Vi era qualcosa di triste, anzi di penoso, in questa sfrontata pubblicizzazione dei sentimenti più riposti, dei più intimi segreti della passione, delle più personali debolezze.

 

In alcune di esse, è vero, era percettibile una persistenza di dignità, un'inconscia resistenza, alla violazione impudica del loro privato; ben presto vinte e superate, comunque, dall'irresistibile tentazione dell'esibizione in TV: anche questo è nuovo costume, innestato sul vizio antico della vanità. In altre, più amaramente, l'esposizione a nudo, la rinuncia ad ogni privato riserbo e ad ogni civile pudore non chiedeva, palesemente, alcun prezzq: una sorta di cinica disponibilità, di fredda intellettualizzazione di ogni sentimento, di scopertamente distaccata indifferenza, al di là d'ogni percezione di bene e di male, denunciava crudamente che il senso del pudore, in tante giovani donne, è stato ormai totalmente anestetizzato da questo nuovo costume. Si impone ormai l'eros di massa, il collettivo della sessualità, l'impudico calderone pubblico dei sensi e dei sentimenti. Sembra di stare in un branco di scimmie, dove ogni accoppiamento è pubblico, e dove ogni femmina in estro è condivisa da una lunga serie di maschi in lista d'attesa.

 

È indiscutibile che il cosiddetto amore quell'insieme cioè di legami di sensi, d'intelletto, di tensione affettiva che unisce un uomo ad una donna generando la coppia stabile è stata una delle acquisizioni filogenetiche che hanno consentito l'emergenza dell'uomo attuale dall'animalità dei predecessori e che ogni «cultura» ha avuto come oggetto, insieme ad altri valori, la «coltivazione» dell'amore.

 

La componente poetica, misterica, magica ed interiore del rapporto fra i due sessi al suo livello più alto quello che gli uomini dei gruppi antropologicamente più maturi chiamano appunto amore rappresenta senz'ombra di dubbio uno dei campi di esperienza esistenziale più ricchi, più fecondi, più benèfici e più gratificanti. La letteratura, la poesia, la musica, le arti figurative di tutte le epoche ne fanno testo. Si tratta, in sostanza, di un fattore certo di civiltà. Come è allora possibile considerare la distruzione di questa componente un segno di ascesa civile?

 

Al contrario, essa denuncia una chiara tendenza delle nostre società al reimbestiamento culturale.

 

Che cosa resterà più all'individuo di privato, di intimamente suo, di gelosamente segreto, se questo processo di massificazione dell'amore e del sesso continuerà a frugarlo dentro per esporne ogni più nascosta fibra alla pubblica curiosità?

 

Che cosa gli resterà di magico, di poetico, di fascinosamente misterioso, se questo processo di pretesa razionalizzazione continuerà a derubarlo d'ogni sogno e d'ogni più profonda vibrazione?

 

L'uomo, per come è strutturalmente fatto in termini biogenetici, ha bisogno del trascendente, del magico, del misterioso. Di questa esigenza elementare e peculiarmente umana sono naturali espressioni le religioni, la produzione artistica, e gran parte della stessa attività politica.

 

E la vita, a ben guardare, per essere piena e feconda ha bisogno di essere inconsapevole almeno in alcuni dei suoi momenti essenziali; il presente, per esplodere nella propria realtà, deve ignorare il passato e il futuro.

 

Gli uomini erano certo più felici, quando potevano cercare lo spirito nella roccia e nella zolla, o quando potevano invocare un dio nella propria spada, ed intessere un colloquio con l'eterno di fronte al palpitare delle stelle.

 

Ora, la consapevolezza dei mille enigmi disciolti ci nega questa felicità, e lascia inappagata la nostra innata sete di poesia e di mistero. E di questa rinuncia, che la nostra profonda natura vive e subisce con un senso di ribellione, soffrono insieme agli individui anche le intere società.

 

E tuttavia, finché il rapporto fra i due sessi ha conservato integra questa carica di magica inviolabilità, di segreta rocca dell'irrazionale, all'uomo rimaneva un angolo, un rifugio, una sua riserva interiore di naturalezza.

 

Ma oggi anche quest'ultima spiaggia deve essere violata, invasa, spazzata via tn nome dell'emancipazione da tutti i tabù, della razionalizzazione dissacrante di tutte le passioni, della pianificazione consumistica dell'erotismo di massa. E questa, l'aberrazione che ammala al midollo le società del nuovo costume.

 

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Ma le implicazioni e gli effetti della nuova morale vanno molto più in là, ed investono quasi tutti gli aspetti pratici della realtà sociale.

 

Consideriamo, come esempio, uno dei più difficili e pressanti problemi attuali, quello della casa la cosiddetta crisi degli alloggi. Le case non bastano più, e alla pubblica opinione irritata e preoccupata si indicano a mo' di giustificazione, di volta in volta, le cause più svariate: economiche, tecniche, urbanistiche, politiche. Ma il recente censimento ha documentato che il numero degli alloggi, negli ultimi decenni, è aumentato assai più di quanto non sia aumentata la popolazione. E allora perché, non si trovano più le case che vent'anni fa si trovavano?

 

La spiegazione, oltre che nelle aberrazioni demagogiche tipo «equo canone», sta anche nel nuovo costume. Per la corsa al «comfort», al sesso, ai divertimenti sofisticati di massa, per il mito del neon e dei bottoni dell'ascensore, si vanno spopolando la montagna, le campagne ed i piccoli centri (2) e si sovraffollano le città, grandi o medie; mentre si frammentano e si dividono le famiglie, per la sempre crescente tendenza di giovani e vecchi ad uscire dal nucleo familiare per vivere soli: per deliberata scelta i giovani, in particolare le ragazze, per malinconica necessità i vecchi. Quanto costerà al corpo sociale, in termini di disagi, di spese e di tensioni, la soluzione di questo problema?

 

Un secondo esempio è quello dei paurosamente crescenti costi dell'assistenza sanitaria, in particolare in relazione ai ricoveri ospedalieri. In genere si accusano i medici di famiglia, che non amebbero più il proprio lavoro e si libererebbero di responsabilità e fatica «scaricando» sugli ospedali anche malati curabilissimi a casa. Può anche darsi che, in parte, quest'accusa sia fondata: se, come vedremo subito dopo, questo nuovo costume induce uno scadimento di senso morale, di responsabilità, di attaccamento al dovere e di civismo in tutte le categorie sociali, non si vede perché proprio i medici dovrebbero costituire una anacronistica eccezione. E tuttavia la causa essenziale non è questa: essa va invece individuata nel fatto che il nucleo familiare, tipicamente ridotto alla coppia e svuotato del suo perno affettivo, organizzativo ed assistenziale naturale l'«angelo del focolare» cioè la donna impegnata nella società, non è più in grado di garantire quel minimo di assistenza che il malato richiede.

 

 

  Ma l'esempio forse più stringente è quello della ridotta produttività: perché una società che garantisce a tutti maggiori diritti, e più alti guadagni, e più ricca alimentazione, e più accurata tutela sanitaria, e più varia scelta di spazi ricreativi e distensivi, produce di meno, quando le promesse dei profeti e le previsioni degli ideologi facevano ritenere che avrebbe prodotto di più?

 

La risposta dei sociologi è tautologica: perché vi è disaffezione, irresponsabilità, disinteresse. Cioè, in altre parole, si produce meno perché si lavora meno. Conclusione degna di una tesi di laurea in sociologia.

 

La verità è più profonda, più nascosta, e meno confessabile. La verità è che la formazione morale che fa il cittadino è la stessa che fa il padre; e che il padre si prepara nel ragazzo, come la madre nella fanciulla; e che il perno, il nocciolo, l'anima di una formazione morale civica sta nella morale sessuale. Poiché è soltanto una severa morale sessuale nell'infanzia e nell'adolescenza con quelle che Victor Hugo chiamava «le battaglie per la castità» che insegna il dominio di sé, la rinuncia, l'autocontrollo, la sublimazione dei propri istinti.

 

La mancanza di una rigida disciplina morale nel campo del sesso disarma d'ogni rigore anche i modelli di comportamento sociali e civici, e di ogni norma e stile gli stessi modelli professionali. Il giovane non educato al freno, non esercitato alla rinuncia, non costretto alla misura, non può promettere l'«uomo morale», l'individùo dotato di «capacità morale».

 

Ecco perché i mestieri, le professioni e le arti, e le pubbliche responsabilità, che per migliaia di anni avevano obbedito a leggi non scritte che imponevano regole e virtù specifiche, oggi non vi obbediscono più: perché gli individui non sono più coltivati e addestrati dall'infanzia a rispettare regole e ad esercitare virtù. Accade così che nel proprio lavoro esclusi pochi casi di superata e quasi patetica fedeltà gli uomini non trovino più che una mera espressione di tecnicismo e di lucro, svuotata d'ogni responsabilità e d'ogni costrittivo modello. Tutte le attività, anche le più elevate ed un tempo nobilitanti la medicina, l'insegnamento, la magistratura, la carriera militare, i pubblici impieghi, lo stesso sacerdozio sono oggi svilite, dissacrate, banalizzate. Ma non sono loro le professioni a decidere di mutare: sono gli uomini che le professano, che non possiedono più «capacità morale», capacità cioè di responsabilità, sacrificio e faticosa fedeltà ad un modello. Ecco le cause dell 'improduttività, insieme alla crescente tendenza al rifiuto del lavoro manuale, che nasce dalla femminilizzazione del gusto nel carattere del maschio.

 

Vi saranno anche altre cause, certo. Anzi, affermiamo che ve ne sono. Ma il nuovo costume sessuale è una delle cause più rilevanti. V'è un esempio dimostrativo clamoroso: il Giappone. Un Paese sovrappopolato, povero d'ogni risorsa, lontano dai mercati, periferico rispetto ai continenti e alle grandi vie di comunicazione, è balzato al secondo posto mondiale come potenza produttiva scavalcando l'Europa che lo precedeva da secoli ed insidiando dappresso il primo posto all'America. Politici, tecnici, economisti, sociologi, tentano di spiegare il miracolo giapponese senza riuscirvi. Incapaci come sono di andare al fondo morale del problema, essi si fermano alla solita tautologia: producono di più perché lavorano di più. Bella scoperta. Ma perché, lavorano di più? Forse perché li bastonano?

La spiegazione è semplice: il popolo giapponese, sotto una patina superficiale di occidentalizzazione, ha conservato intatto il proprio costume. Là gli uomini sono uomini, le donne donne, i vecchi son vecchi ed i ragazzi ragazzi; la famiglia è patriarcale, l'educazione infantile e giovanile improntata ad un'austera morale e ad una rigida disciplina.

 

Da molti anni la cultura occidentale conosce e apprezza il cinema giapponese, del quale molti registi, attori e produttori hanno ottenuto altissimi riconoscimenti. Ma ve n'è uno che l'occidente ancora non conosce, perché il Giappone quasi direi gelosamente ed astutamente non l'ha mai esportato, per quanto sia quello che in patria domina il mercato e tiene incontrastato il primo posto nella critica: è Yasujiro Ozu. Egli è l'apologeta del nucleo famigliare, il celebratore del rapporto padre-figlio, il cantore delle antiche virtù. E i Giapponesi accorrono ai suoi film e vi ritrovano i Valori del proprio costume. Un costume che ne fa oggi insieme all'indubbia intelligenza il primo popolo del mondo; mentre noi ci crogioliamo nel piacere sofisticato e degenerescente delle nostre cosiddette conquiste civili, che altro non sono che espres­sioni di sordido e socialmente patologico egoismo. Giacché, qualunque argomento si escogiti, qualunque formula mimetizzante si voglia gettare sul nostro cinismo, l'essenza di questa nuova morale è soltanto l'egoistico diritto del più forte l'adulto di oggi contro il naturale dovere di protezione verso il piccolo indifeso, e di previdenza verso le generazioni di domani.

 

Ma una società incapace di sacrificarsi per il suo domani è una società che ha elevate probabilità di andare a perire.

 

Viene a mente il giudizio del saggio, che con amara tristezza osservava il popolo gaudente nella Roma della decadenza: « Morietur, et ridet ». Sta per morire, e se la gode.

 

Poiché la stessa diminuzione delle nascite è tutt'altro che un segno positivo: nella storia come nella biosfera non esistono realtà statiche. Una qualsiasi realtà vivente individuale o consociata comincia a morire nel momento stesso in cui smette di crescere; e a questa condanna si aggiunge quella che nasce dalle leggi della competizione, in un mondo in cui vi sono enormi società che a crescere non rinunciano affatto.

 

E non vale certo, a camuffare l'egoismo dell'uomo del nuovo costume, l'ipocrita affermazione che il non mettere al mondo figli è meglio per loro, che troverebbero un mondo sovrappopolato e duramente competitivo. L'uomo ha sempre dovuto competere: i nostri progenitori lontani, i nostri padri, e noi stessi. E se anche mettere al mondo dei figli significasse davvero farli nascere in una realtà che offre loro poche probabilità di sopravvivenza, il non farli nascere significa non concederne loro neppure una. A loro, come all'intera società.

 

Ma assai prima di quest'ipotesi estrema l'estinzione di un popolo per degenerescenza propria o per sopraffazione da parte di popoli più vitali vi è il problema del declino civile delle nostre società. O il ragazzo prepara in sé il padre e il cittadino e la fanciulla la madre o questa società impazzirà ed imbestierà sempre più. O questa nuova morale passerà presto come un ca­priccio della moda, o essa durerà come malattia mortale della nostra intera civiltà.

 

Queste due ultime affermazioni vanno correttamente intese, come del resto tutta la trattazione precedente: la vita di un popolo e di una società, come quella dell'individuo, è qualcosa di così composito e complesso che anche il più negativo e dannoso dei fenomeni può trovare una sua compensazione; mentre il condizionamento di uomini, donne e giovani da parte della nuova morale è ben lungi dall'avere raggiunto tutti i membri della società.

 

Tuttavia il pericolo è grave perché il fenomeno del nuovo costume è ormai un fenomeno di massa, e la tendenza dell'intera società appare essere quella di soccombervi senza opporre seria resistenza.

 

Tutti ne siamo investiti, tutti ne siamo responsabili. Se focolaio e veicolo d'infezione sono i centri di potere metapolitico che fanno l'informazione, la cultura ed il costume attraverso i mass-media, se loro strumenti sono le forze politiche di potere e no previamente asservite da condizionamenti ideo­logici e ricatti d'interesse, o semplicemente convergenti nella strategia per oc­casionali esigenze tattiche, tutti noi ne siamo i complici nel momento stesso in cui non ci opponiamo.

 

Opporsi, ribellarsi, reagire. Affinare la consapevolezza, fare appello all'orgoglio ed al senso mdrale. Cercare e offrire solidarietà agli affini, organizzarsi, difendere i figli. Ecco il dovere degli ultimi rimasti liberi fra gli uomini. Insegnare ai figli che la nostra natura uscita da una plasmazione filogenetica durata epoche incalcolabili ha così nettamente disegnato le differen­ze fra l'uomo e la donna, che per ognuno dei due sessi il peggiore dei vizi e delle condanne è l'imitazione dell'altro. Ed educare i figli e le figlie contro la morale ufficiale del nuovo costume, nel segno di una moralità che oggi appare rivoluzionaria: additando ai figli un modello di dignità virile, alle figlie di pu­dore, di grazia e di femminile dolcezza.

 

Se non si comincia di qui, non vi sarà battaglia in un'ottica storicamente e tecnicamente rivoluzionaria che valga la pena d'esser combattuta.

 

Sergio Gozzoli

 

 

 

 

 

•  Associazione degli uomini e delle famiglie finanziariamente più potenti d'America, Europa e Giappone, per cui è appunto detta Trilaìeral. E' praticamente controllata dalla famiglia Rockefeller. L'unico italiano che ne faccia parte è Gianni Agnelli.

 

(2)    Il censimento dimostra anche una certa tendenza all'esodo da alcune grandi città come Milano. Ma si tratta di una rinuncia forzosa, dettata appunto da carenza di alloggi e, forse, di posti lavoro, non di una scelta di costume; e lo spostamento avviene comunque verso i centri cittadini intermedi, non verso i paesi piccoli e piccolissimi, che continuano invece a spopolarsi.