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La multinazionale

della « pace »

 

 

In Libano, con la copertura della Forza di « pace », si sta perfezionando il nuovo disegno di sopraffazione di Israele sostenuto dal suo grosso satellite statunitense.

Lo stesso Reagan è prigioniero in patria dell'establishment ebraico: aveva proposto come sanzione, per il rifiuto di Israele di ritirarsi dal Libano, una modesta riduzione degli stanziamenti militari. Ebbene, gli uomini del congresso, i famigli dell'economia e della stampa USA, non solo hanno respinto la richiesta, hanno anzi aumentato gli stanziamenti per Israele.

Dopo l'espulsione dei Palestinesi dalle loro terre, dopo le stragi perpetrate senza che le grandi potenze muovessero un dito, Israele sta ora di fatto procedendo allo smembramento del Libano. L'occupazione del piccolo stato è cosa ormai di un anno fa e tutto lascia presagire che sarà permanente. Così come i nuovi insediamenti in Cisgiordania, cui seguirà necessariamente l'allontanamento della maggioranza araba.

  Le forze che consentono un simile stato di cose sono chiamate «forze di pace ». Esse di fatto collaborano con gli Israeliani, garantendo loro il mantenimento delle posizioni raggiunte. E questo nonostante il comportamento degli Israeliani. Persino il comandante del contingente USA in Libano, Colonnello Mead, ha accusato gli Israeliani di comportarsi tatticamente in modo irresponsabile, di sparare indiscriminatamente senza essere attaccati. di aver così provocato la morte di vari civili. Anche il comandante dei marines R. Barrow si è associato deprecando: « le provocazioni di chi dovrebbe essere alleato ».

Non c'è da meravigliarsi che in un clima del genere forse con la stessa responsabilità degli Israeliani interessati a sabotare ogni tentativo di comporre la crisi si susseguano gli attentati.

Purtroppo a causa del servilismo verso gli USA dei nostri governanti, tra le forze di « pace » ci sono anche truppe italiane.

A che titolo sono state inviate in Libano? Non in appoggio alla politica di organizzazioni internazionali cui l'Italia aderisce, come l'ONU o la NATO, ma solo per togliere dall'isolamento Israeliani e Statunitensi, dando una patina di internazionalità e di folclore alla loro occupazione militare.

Non solo allora le nostre truppe non hanno quei compiti di pace, sui quali caramellosamente e in malafede insiste certa stampa, ma la loro presenza in quel contesto è contraria agli interessi italiani, è contraria agli interessi dell'Europa, è utile solo ai disegni di controllo delle superpotenze sul mondo arabo e sull'Europa.

I nostri soldati rischiano quindi la vita e muoiono (né viene loro riconosciuta la pensione di guerra perché, giustamente, si osserva che l'Italia non è in guerra con nessuno) senza che l'Italia abbia qualche interesse per spingerli al sacrificio.

Da parte dei partiti, al di là di un generico pietismo umanitaristico incentrato sui casi personali, nessuna critica di fondo. Ed è chiaro il perché. Essi sono d'accordo con la chiave di interpretazione della politica internazionale che sottende l'operazione. Essi dimostrano di gradire l'asservimento dell'Europa alle superpotenze. Essi dimostrano la più totale disponibilità a seguire, allineati e coperti, i capofila statunitensi e sovietici e le loro propagandistiche parole d'ordine.

E' in particolare questa assoluta mancanza di rispondenza col desiderio di indipendenza del popolo europeo che deve rendere diffidenti verso i partiti. Essi rappresentano il passato, l'ordine di Yalta. Non è nostalgico chi vuole per il popolo europeo un domani di libertà, un destino degno del suo passato. E un nostalgico, un superato chi pensa di fermare il tempo al 1945, considerando valide per sempre quelle soluzioni di allora che, a causa dell'emergenza, potevano anche essere accettate. Ouell'Europa distrutta e sfiduciata non esiste più; il suo potenziale economico, culturale e spirituale è in grado di restituirle un ruolo mondiale di primissimo piano.

L'unico ostacolo sono le strutture politiche, messe in piedi dai vincitori. Invecchiate e incapaci di rinnovarsi a vantaggio del popolo europeo ne intralciano lo sviluppo e mantengono l'Europa in uno stato di inammissibile sudditanza.

Nessuna delle vecchie strutture politiche può assumersi il coraggio di incitare all'aperta ribellione. Restano ancorate alle tesi dei nostalgici e dei teorizzatori ideologici della sconfitta. Restano vicine e ne traggono tutti i vantaggi economici possibili agli interessi dei nemici dell'Europa.

Sono però ormai emarginate dalla realtà sociale degli attenti e degli onesti, presso i quali non godono più credibilità alcuna.

Una conferma di ciò sta nella fiduciosa speranza che l'opinione pubblica ripone nei movimenti alternativi. L'eclissi europea sta per finire. Nascono nelle nazioni più martoriate dal « Sistema », la Germania ad esempio, forze che hanno trovato l'ardire a quarant'anni dalla guerra di chiedere la fine dell'occupazione, la firma di un trattato di pace, l'allontanamento dei mezzi di offesa militare stranieri dal suolo europeo.

E' logico che queste forze vengano attaccate con rabbia « fuori i nazisti verdi dal Bundestag» si è visto scritto perché non abbiano a diffondere in Europa, con la rapidità di un'epidemia, la peste dell'indipendenza e del rinnovamento.

 

Piero Sella