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Dall'universalismo alla riscoperta delle radici

 

 

Esiste un fenomeno che si manifesta, in Europa, con toni ogni giorno più insistenti ed accesi: quello delle rivendicazioni autonomiste dei gruppi regionali e delle tendenze separatiste delle minoranze etniche.

Ciò che avviene in alcune regioni spagnole, francesi, irlandesi e italiane, rappresenta solo la sommità di un iceberg che sta formandosi in maniera sempre più consistente e diffusa, sotto le acque stagnanti del sistema insediato in Europa.

Contrariamente alla miriade di fenomeni che riguardano le più disparate minoranze che ricevono il benevolo imprimatur del sistema (ogni particolarismo, persino ogni disfunzione si tratti di drogati, di delinquenti, di omosessuali o di transessuali ha diritto di cittadinanza, purché esaurisca la propria ricerca di identità nell'àmbito di una prioritaria accettazione delle ideologie dominanti), le tendenze autonomiste non godono di tutela alcuna, e questo perché dimostrano di non voler accettare la visione del mondo universalista sulla quale poggia l'attuale potere internazionale dei business men americani o americanizzati e degli pseudo-rivoluzionari che fanno capo a Mosca. Per questo vengono «punite» con un atteggiamento dei mass-media che va dalla ridicolizzazione, alla minimizzazione, all'esplicita condanna.

Ogni fenomeno sociale, per positivo o negativo che sia, ha delle origini, delle motivazioni; manifesta, per il fatto stesso d'esistere, una volontà o una negazione, in ogni caso una tendenza verso realtà diverse da quella esistente.


  È per questo che riteniamo opportune alcune considerazioni sul fenomeno delle tendenze autonomiste, che vadano più al fondo delle cause e dei possibili effetti, di quanto ci hanno abituato a fare le centrali culturali e dell'informazione del Sistema.

La concezione della vita imposta al mondo moderno sin dalla rivoluzione francese, ma con particolare incidenza ed incontrastato dominio a partire dalla seconda guerra mondiale, è basata soprattutto su due pilastri: il dio-denaro e l'universalismo. Sorvolando, ora, sul primo, occupiamoci del secondo.

Dopo il tramonto delle « idee imperiali », la storia europea ha visto la nascita degli stati nazionali. Queste nuove realtà non nacquero sempre da compatte istanze popolari, fecero anzi spesso violenza ad un mondo che non manifestava alcun desiderio di riconoscersi nei nuovi stati; non raramente ebbero luogo vere e proprie resistenze armate, e di non breve durata. I nuovi stati nazionali si fondarono spesso su disegni ideologico-strategico-politici orchestrati da potenze straniere. Tuttavia, decenni di storia, la realtà razziale e linguistica, la comune cultura, le numerose guerre combattute, hanno fatto sì che tutti gli strati popolari si riconoscessero gradualmente sotto la bandiera della propria nazione.

Ma, a partire dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale, periodo in cui le tensioni nazionali avevano raggiunto le massime espressioni, i popoli europei vengono espropriati dai vincitori extra europei anche della loro identità nazionale, sino a vedersi privati di ogni idea di specificità. Tale processo si è manifestato:

attraverso i canali ideologico-culturali, che hanno propagandato l'affermazione di un uomo « nuovo », uguale, al di là di frontiere, classi e razze;

attraverso la politica delle superpotenze (USA-URSS) che, pur conservando al loro interno una volontà nazionale e di dominio, hanno esportato le teoriche immagini e le reali strutture dell'internazionalismo mercantile da una parte, dell'internazionalismo comunista dall'altra;

attraverso le nuove correnti religiose che nascoste nella soffitta dei ricordi scomodi le immagini dei cappellani militari e dei sacerdoti che benedicevno i propri popoli e maledicevano quelli nemici si sono aperte ad un umanitaristico abbraccio universale, denso di conseguenze;

attraverso il sistema economico che, per pianificare i consumi, ha unificato i «bisogni» dei vari popoli, propagandando un unico modello di benessere, non raggiungibile da tutti, ma da tutti ambito.

L'universalismo si è manifestato dunque attraverso diverse tappe, differentemente strutturate e più o meno «legittimate» da un generico umanitarismo, ma approda ad un unico risultato, ben definibile e ben circostanziabile nei fatti: la scomparsa dei popoli, della loro identità, e l'avvento di un'umanità amorfa, indifferenziata e, soprattutto, facilmente sfruttabile ai fini mercantilistico-finanziari.

Lo spettacolo che si offre allo sguardo del « nuovo » cittadino del mondo, del suddito del sistema, è uniforme e desolato, lo spettacolo di una società senza nome, senza valori e tensioni, senza certezze che vadano oltre la chimerica ricerca del benessere economico, senza argini interiori o sociali che i oppongano alle degradazioni di ogni tipo.

Il «cittadino del mondo» ha perso la sua identità e con essa anche la volontà di esistere oltre il contingente della propria individualità: non vuole più figli attraverso i quali perpetuarsi; non erige più monumenti per testimoniare nel tempo la propria civiltà; non è disposto a sacrificare qualcosa per la costruzione di strutture familiari, sociali, statali che garantiscano continuità tra le generazioni.

Il sistema avrebbe dunque vinto. La società internazionale si sarebbe insediata ovunque. L'uomo nuovo avrebbe definitivamente sepolto quello vecchio e, stordito dal benessere fine a se stesso, avrebbe inconscientemente iniziato il cammino verso una graduale, ma inevitabile estinzione.

Ma il « cittadino del mondo », anche se per ora solo a livello inconscio, sta riconoscendo il proprio stato di naufrago senza appigli e ripari e sta ricercando nuove strade. Ad inficiare l'apparente trionfo del sistema esistono molti sintomi, tra i quali, non ultimo, quello delle rivendicazioni autonomiste. L'uomo che vuole ritrovare un'identità si aggrappa, istintivamente, a ciò che gli è più vicino e naturale: il proprio gruppo.

Al contrario di quanto i mass-media, superficialmente, vogliono far apparire, l'aspetto preminente delle tendenze autonomiste esprime una carica positiva (ricerca di una propria identità e quindi indipendenza) dalla quale deriva, come conseguenza logica ed obbligata, il rifiuto di una sovranità oramai subita come straniera e la ribellione ad una struttura statale nella quale non ci si riconosce più.

L'internazionalismo ha sì dissolto i confini delle nazioni, ma l'uomo, lungi dal riconoscersi universale, riscopre il proprio gruppo e manifesta la volontà di essere se stesso.

Non si tratta qui di teorizzare una strategia dei separatismi o di esaltarli in assoluto. Riteniamo che essi siano fenomeni transitori e storicamente destinati ad essere superati da processi di carattere unificante, tra gruppi omogenei che, coalizzandosi, potranno rappresentare una realtà nuova con effettive possibilità di costruzione e di alternativa.

Riteniamo che quello autonomista sia innanzitutto un sintomo estremamente importante e chiarificatore. L'uomo, ed in particolare l'uomo europeo, non accetta di morire, vuole ritrovare la propria identità, inorgoglirsi di essa, attorno ad essa edificare la casa in cui vivere e far vivere i propri figli, con mura sufficientemente solide da resistere agli attacchi dei nemici.

Il fenomeno delle rivendicazioni autonomiste può rappresentare l'anticamera di un separatismo ben più importante e vasto: quello dell'Europa dal sistema imposto al mondo da Americani e Russi. Un separatismo culturale, che rigetti l'americanismo e l'internazionalismo di ogni estrazione; un separatismo economico, che si ribelli agli arroganti diktat della finanza legata al dollaro ed al grande capitale; un separatismo politico, che rivendichi originali e libere strutture di rappresentanza, superando i regimi comunisti e demo-partitocratici oggi imposti dalle superpotenze; un separatismo strategico, che ci faccia ricercare costruttive alleanze con quei popoli che già si sono mossi sulla strada dell'indipendenza e della libertà e si sono istintivamente ribellati al dominio USA-URSS.

Fuori dal sistema l'Europa ha infinite possibilità. È degli europei il diritto, e il dovere, di porre in essere questo salutare, necessario, pregiudiziale separatismo.

 

Mario Consoli