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Enrico Ronzoni

 

 

Il senso recondito

della lezione di Céline

   

La battaglia per la libertà autentica dell'uomo europeo — Il rifiuto del mondo moderno — Roma e Gerusalemme — Il destino suicida del Sistema.

 

 

 

Sul numero il di questa rivista, nel mettere a fuoco un famoso paradosso di Céline (1), non ci arrestammo al mero senso letterale della frase, ma tentammo di enuclearne il significato più profondo.

A taluni, tale tentativo può essere apparso un uscire dal seminato, ed un volere far dire a Céline qualcosa di troppo. Torniamo allora a chiarire che vi sono molte altre pagine celiniane dedicate alla prassi invisibile del democratismo, e che, per Céline, molti differenti « .. . ismi» di questa pseudociviltà dell'Usura sono espressione di un'unica visione del mondo, le molte maschere di un solo volto, i molti sentieri che conducono alla stessa trappola: per riconoscere la vera natura del nemico dell'uomo di oggi, vanno demistificati e abbattuti gli steccati che tengono ingannevolmente divisi e apparentemente separati i miti moderni e le odierne ideologie.

Tutto questo, comunque, non toglie che le parole di Céline, anche solo letteralmente interpretate, restino vere, convincenti e preziose.

Céline infatti avverti per primo questa oscura verità, e per primo la mise a nudo in piena luce, quando affermò che l'antisemitismo viene spesso in qualche modo manovrato e rinfocolato da movimenti ebraici o da organismi giudaizzanti. Egli mise in guardia contro certo antisemitismo impulsivo, ingenuo o stupido, che troppo facilmente può essere strumentalizzato — o addirittura gestito

—    da occulte centrali sioniste; ed avverti ed espresse chiaramente il terrore che gli antisemiti si facciano gli iloti inconsci dell'ebraismo internazionale.

D'altro canto, ad una lettura e ad una meditazione non superficiali degli scritti di Céline, appare evidente che il suo antisemitismo non è mai fine a se stesso, ma è solo strumento e via preliminare al suo tentativo di sensibilizzare non solo le consapevoli minoranze, ma le masse stesse, a quello che era per lui il problema centrale e vitale: la battaglia per la libertà autentica dell'uomo europeo, la minaccia mortale della sconfitta, la capitale necessità di riconoscere e

smascherare tutti i suoi nemici— tanto più pericolosi quanto più subdoli — sotto qualunque aspetto ed in qualunque atteggiamento essi si presentino, e particolarmente quando non vestano i panni del potere ufficiale e palese.

Céline merita quindi di essere valutato assai più per la passione e la forza con cui tenta di educare le masse inconsapevoli e indifese alla libertà autentica — il valore più alto e più lontano nei tempi oscuri che viviamo — che non per il suo antisemitismo, puro e semplice espressione simbolica della sua ribellione alle forze aliene e disumanizzanti della plutocrazia sovrannazionale.

Nel Medio Evo, all'immaginazione delle folle, il Male veniva dipinto con le corna e la coda del Maligno, avvolto dalle fiamme e dagli acri vapori infernali. A noi pare che Céline, consapevole che per le masse moderne tale iconografia del Male era ormai frusta e stantia, abbia voluto aggiornarla sotto la specie di un giudaismo occhiuto quanto l'onniveggente Maligno, opulento di mezzi quanto il multipotente Maligno, sotterraneo ma ubiquitario quanto l'onnipresente Maligno.

Certo il giudaismo, anche così come è stato percepito e dipinto da Céline, non può incarnare interamente la mortifera perfidia pensante del Sistema — questo potere occulto all'uomo e alle masse — che dirige oggi sulla terra le sorti di un'umanità espropriata del proprio destino, anche perché è certo che la potenza di questo Male è oggi assai superiore a quella che egli stesso poteva immaginare. E tuttavia nessun ideologo, nessun riformatore, nessun profeta dopo Nietzsche è stato capace, più e meglio di Céline, di dare del male una rappresentazione così nuda, concreta e viva da suscitare qualcosa come una nuova spiritualità per la coscienza raziocinante dell'uomo moderno.

Si parla troppo spesso di un Céline antisemita, quando egli è stato non meno ferocemente antiborghese, anticapitalista, antimarxista, anticlericale, antimassonico, contro tutte le sette e contro tutti gli internazionalismi: in una parola contro il Potere-senza-Volto, il « sistema » mondialista dei potenti che si accingevano in quel tempo a scatenare il macello degli impotenti: quella carneficina mondiale che Céline aveva, con raccapriccio, anticipato prima e meglio di ogni altro pensatore (2) Se tutto il suo travaglio ideale e la sua passione polemica trovarono il loro sbocco apicale nell'antisemitismo, fu soltanto perché tutto sembrava logicamente ricondurvelo, come le spire di una ragnatela riconducono inesorabilmente alle grinfie del ragno. Tutte le sue bestie nere gli apparivano emergenti da una matrice ebraica: l'alta finanza, l'organizzazione della cultura e dell'arte, il mondo dell'informazione e dello spettacolo, gran parte della ricerca e del pensiero scientifico li vedeva dominati o controllati da ebrei; il comunismo, inventato dal figlio di un rabbino, lo vedeva in larga misura diretto, sostenuto e propagandato da circoncisi; persino quel mondo cristiano che per lunghi secoli si era giurato nemico del popolo che crocifisse il Cristo, lo vedeva adorare un dio ebreo e fondare la sua dogmatica sul Libro sacro agli ebrei. Se poniamo mente con. Céline alle due facce del fenomeno storico cristiano — la prima di erede della romanità, così ferocemente antisemita da predica-re coi più miti fra i suoi Santi, quali Antonio e Bernardino, la marchiatura e il rogo per l'ebreo-usuraio, e la seconda il veicolo della cultura giudaica all'interno del mondo greco-romano e poi germanico — non vediamo forse già confermata, secondo una particolare dimensione della realtà storica, la tesi celiniana degli « ebrei persecutori di ebrei »?

 

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Certamente non fu Céline ad inventare l'antisemitismo, ed il suo antisemitismo era solo apparentemente viscerale: il giudaismo era, per lui, il biblico Leviathan, il drago dalle sette teste, il cuore segreto di quel Potere che si era dato troppi volti per poter essere chiaramente riconoscibile.

In verità, neppure la creatività e l'originalità del genio artistico di Céline poteva prescindere dalle influenze di una tradizione e di una letteratura antisemite che poggiavano su fondamenta di secoli. Un'influenza particolare esercitò su di lui l'opera del generale prussiano Erich Ludendorff, teorico del neo-paganesimo e pensatore antisemita, col quale Céline si trovò a condividere anche le motivazioni sostanziali della propria scelta politica: come Ludendorff, anche Céline aderì al nazionalsocialismo in quanto antisemita, e non fu al contrario antisemita in quanto nazista, come qualcuno ha cercato di insinuare allo scopo di far apparire Céline un pennivendolo rinnegato al servizio della propaganda tedesca (3).

Ma la lezione celiniana è più profonda e più ricca: in un mondo oramai sostanzialmente ebraizzato — se non biologicamente, certo culturalmente — l'antisemitismo puro e semplice, razzisticamente inteso, è grezzo, ingenuo e persino pericoloso, perché dimostratosi alla prova dei fatti deviante nei confronti dell'obiettivo autentico. L'antisemitismo biologico è solo un falso scopo, nella lotta contro un avversario che è ormai più dentro che fuori di noi. Ma allora, che fare? chi combattere? come lottare?

Céline, con tutta la grandezza del suo genio, esprime tragicamente proprio questo momento dell'impotenza, della disperazione e della inadeguatezza delle forze dell'uomo a fronteggiare tutte insieme le dimensioni conosciute e sconosciute di questo nuovo e oscuro male. Il suo messaggio getta l'uomo nell'occhio stesso del vortice, al centro del più tragico dilemma del nostro tempo, e gli mostra il compito disperato che lo attende: combattere contro il suo mondo, contro il suo tempo, contro i valori che egli ha assorbito, contro i parametri attraverso i quali la sua vita quotidiana si articola, e quindi contro se stesso, per la liberazione propria e dell'uomo di domani.

Giacché il nemico dell'uomo non ci opprime e non ci possiede dal di fuori, o dal di sopra, ma dal di dentro.

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Ma Céline non ci indica alcuna via, alcun modo concreto per distruggere fisicamente l'oscura nuova tirannide. Egli si limita a smascherare il nemico a scoprire le mire, a svelarne le arti subdole e la menzogna celata sotto il miele del farisaico linguaggio dei nuovi detentori del Potere. Forse, il sogno di Céline stava tutto qui: che all'uomo bastasse la consapevolezza, la perfetta e generalizzata conoscenza dell'esistenza di questo potere invisibile, e dei suoi strumenti di lusinga, di corruzione, di perversione, di lento e inavvertito abbrutimento, di alienazione, perché la ribellione — prima o poi — esplodesse vittoriosa. Ma Céline non si illudeva: sapeva che non esiste un nemico fisicamente individuabile, che possa essere sfidato o provocato in campo aperto, e guardato nel bianco degli occhi. Come la romanità fu culturalmente ellenizzata dalla Grecia sconfitta, così l'intero Occidente — prima e maggiormente l'America, ma oggi anche l'Europa — è ormai totalmente ebraizzato. È lo « spirito dei tempi », l'irriducibile nemico dell'uomo di oggi. E la cultura del « mondo moderno ». Céline non fu il solo grande spirito, ad avere chiara questa percezione: la ebbero Spengler e Knut Hamsun, Junger e Codreanu, Ezra Pound e Julius Evola, e molti altri ancora. Ardengo Soffici, partendo da un'analisi critica dell'arte moderna, così concludeva: « E stato detto che tutto ciò che è moderno è ebreo. E profondamente vero ».

È quindi contro il mondo moderno, contro la sua cultura, contro la sua ideologia di fondo — l'americanismo liberal-progressista — che l'uomo deve imparare a lottare, non contro le persone fisiche dei singoli ebrei, i milioni di « fratelli minori » (4) che — sparsi nel mondo o arroccati in Israele — non possiedono una briciola di potere più di qualunque altro uomo e sono essi stessi vittime e strumenti del mostro mondialista.

In verità, in tutto l'Occidente, non possiamo non dirci ormai tutti ebrei. Per non esserlo, per riconquistare un'identità nostra, dobbiamo, per prima cosa, conquistare la consapevolezza della minaccia che ci sovrasta e dell'identità del nemico, nonché della potenza e della raffinatezza dei suoi mezzi. E rifiutare questo mondo — tutto e intero — dentro di noi.

Impareremo quindi a riconoscere gli uomini liberi — gli ultimi rimasti liberi fra gli uomini di oggi — e a valutare il loro grado di autentica libertà interiore, dal loro atteggiamento naturale di fronte alla realtà quotidiana. Quanto più un uomo sguazza beato in questa realtà, quanto più gli piacciono, lo inorgogliscono, lo entusiasmano le mode, i miti, le conquiste, gli pseudo-valori, i modelli antropologici dei tempi che viviamo, tanto più egli è integrato e addomesticato dalla civilizzazione ebraica. Quanto più al contrario un uomo avverte questi tempi come irriducibilmente ostili alla sua più profonda natura, quanto più li rifiuta con ripugnanza e disgusto, tanto più egli è orgogliosamente libero, e padrone di una propria identità e autenticità.

È questo, nella sostanza più profonda, l'insegnamento di Céline.

 

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Quel che segretamente e forse inconsapevolmente alimentava dalle radici l'antisemitismo di Céline, era la percezione che esistono due mondi: da una parte quello organico degli uomini e delle comunità, delle identità etniche e delle tradizioni, delle naturali differenze e gerarchie, dell'amore, e della fantasia, per la creatività e per il proprio destino; dall'altro quello polverizzato e uniforme degli individui e della massa, dell'internazionalismo e della spersonalizzazione, del progressismo e dell'ugualitarismo, dell'amore per il danaro e per il benessere, del gusto per la speculazione e l'usura. Il mondo degli uomini che amano le scelte e le responsabilità, e il mondo degli esseri che odiano le scelte e le responsabilità.

Queste due opposte realtà antropologiche hanno dato vita alle più diverse culture e civiltà e, nel corso della storia, alle più diverse forme di società e di Stato; le quali tutte, però, si situano lungo una linea che corre fra i poli opposti di queste due incompatibili visioni dell'uomo, del mondo, della vita.

Roma e Gerusalemme simbolizzano la polarizzazione di queste due opposte concezioni, i due punti estremi all'interno dei quali ogni passata civiltà ha dovuto collocarsi; i due modelli ideali ai quali ogni realtà consociata futura dovrà uniformarsi o tendere.

Per un Romano, politica significava ordinamento del mondo attraverso l'Imperium concepito come organismo in sé, come realtà organica vivente di vita propria, superiore al singolo cittadino e alle singole comunità che pur conervavano una propria identità e dignità, organicamente integrate in un armonico mondo di differenze, rese compatibili dall'esistenza di un centro e dall'articolazione delle gerarchie. Per un ebreo, politica significava imposizione della legge del proprio Dio a garanzia del destino del popoìo ebraico, inteso come mera somma dei singoli individui che lo componevano, ognuno dei quali rimaneva depositanio di un'uguale frazione di potere come interlocutore del suo Dio, e di una uguale frazione di diritto di ottenerne la benevolenza. Tutto quello che ancora, e in apparenza più palesemente, differenzia i due mondi nasce da questa fondamentale diversità originaria nella concezione della propria società: il Romano la costruisce, la organizza, l'articola, l'adatta alle esigenze dell'oggi e del domani: in una parola la crea, con una serie di libere scelte e di atti positivi; l'ebreo invece la riceve da Geova, e l'accetta e la vive e la difende così com'e: in una parola la subisce, in un atto di sottomissione al suo Dio. Per un Romano il compimento di vita era rappresentato dai suoi doveri verso lo Stato, e dal superiore interesse della comunità organizzata nell'Imperium; per un Ebreo il compimento della sua vita era rappresentato dalla libertà, dalla ricchezza e dalla salvezza proprie o, al massimo dell'estensione, dei membri del proprio clan famigliare.

Una mentalità « romana » non saprebbe concepire il destino dell'individuo al di fuori di una realtà comunitaria organica, che ne disciplini e ne amplii l'esistenza e la dignità; una mentalità « ebraica » non saprebbe vedere nello stato organico — in tutte le sue forme storicamente concepite — che l'annientamento dell'individuo e la compressione della sua egoistica personalità.

Per tutta una serie di fattori favorenti e di circostanze storiche che qui non indagheremo, la seconda mentalità è riuscita negli ultimi secoli a conquistare il mondo occidentale, e a recidere ogni legame organico superiore fra l'uomo e la sua comunità, in nome dell'individualismo, dell'uguaglianza, del progresso, della democrazia, del liberalismo economico, del socialismo, del mondialismo; per dare poi nascita ad una generica « società » che, modellandosi sull'esempio americano tende ad infiltrare, spianare e fagocitare tutte le realtà storiche preesistenti inglobandole nella logica produttivo-consumistica del « Sistema ».

Naturalmente, in obbedienza a leggi fisiche e biologiche fondamentali, anche questo « Sistema » deve possedere una sua qualche forma di « organicità », cioè di integrazione fra le parti che lo compongono. Ma si tratta di un'organicità abennante, che fa violenza alla natura dell'uomo, e che non può non ripugnare — in particolare — alla natura dell'uomo europeo.

Questa mostruosa forma di « civilizzazione » moderna, trova la sua rappresentazione emblematica nella figura alchemica dell'Unobono (5), del serpen te-che-si-mangia-la-coda.

Sappiamo che l'Uroboro simbolizza l'immortalità, l'unità del tutto, la natura autosufficiente ed eterna. Approfondendo questo significato, possiamo vedere nell'Uroboro il simbolo dell'autonigenerazione ottenuta a spese di una parte del tutto — la parte più debole e acquiescente — che viene concepita e valorizzata solo come riserva alimentare per la sua parte dominante. E la testa pensante del mostro, è la plutocrazia del Sistema, sono i Clubs dei Manipolatori di Capitali — formalmente internazionali, ma sostanzialmente americani — che in coerenza allo spirito dell'individualismo, della corsa alla felicità e del liberalismo economico, hanno codificato nell'ideologia del « modennismo » la soppressione dei popoli, delle loro culture, delle loro tradizioni e dei loro destini. Ma insieme a questo hanno codificato la legge della giungla in campo economico dove ognuno, se è più forte, ha diritto di diventare sempre più forte, e dove la stabilità e la crescente potenza delle multinazionali hanno il diritto di nutrirsi dell'affannosa precarietà delle attività imprenditoriali medie e piccole, e della totale dipendenza delle masse culturalmente condizionate a gioire del proprio stesso sfruttamento.

Ma se l'Uroboro può rappresentare l'àpoteosi del panassitismo, esso simbolizza anche — e prefiguna — l'autodistruzione del Sistema: nella sua mostruosa e aberrante logica antivitale, esso saccheggia la natura che lo nutre, strappa e divora le sue stesse radici, inaridisce ed istenilisce il potenziale biologico e spirituale che sta nei popoli, nelle etnie, nelle comunità naturali. Se il Sistema non esploderà per la ribellione delle sue componenti, giunte a consapevolezza come sognava Céline, esso giungerà a colpire a monte se stesso per mezzo della sua propria innaturalezza, in un futuro che già si lascia intravvedere.

 

Enrico Ronzoni

 

(1) « Quando i Francesi fonderanno una Lega antisemita, il Presidente, il Segretario ed il Tesoriere saranno ebrei ».

(2) Con l'eccezione, forse, di Spengier.

(3) Hans Eich KAMINSKY , Céline con la camicia bruna di nazista - 1938, Ipazia.

(4) « Fratelli minori » è il termine con cui vengono spesso designati tutti gli israeliti che non appartengono alla ristretta cerchia dei potentati finanziari internazionali o dei vertici sionisti.

•  Dal Greco Urà coda e Boros divorante.