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Marzio Pisani

 

 

«Resistenza» e «collaborazionismo»

nella seconda guerra mondiale

 

(1O) I Paesi neutrali

 

 

Negli anni fra il 1939 ed il 1945, la bufera della guerra investì l'intera Europa. Schierati nel campo dell'Asse o in quello degli Alleati e spesso divisi alloro interno in opposte fazioni che si combattevano spietatamente, quasi tutti i popoli europei presero parte al più grande conflitto della storia. Solo un esiguo numero di nazioni Spagna, Portogallo, Irlanda, Svezia e Svizzera riuscirono a tenersi fuori dalla lotta che insanguinava l'Europa e il mondo. Neppure in questi ultimi casi, tuttavia, si può dire che questi popoli siano rimasti totalmente estranei alla guerra: benché ufficialmente « neutrali », governi, stampa, servizi segreti e organizzazioni politiche di questi Paesi presero posizione a favore dell'una o dell'altra parte, influenzando talvolta il corso del conflitto in modo sostanziale.

 

Spagna

Senza dubbio la Spagna fu tra le nazioni europee neutrali quella che più di ogni altra venne influenzata dagli sconvolgimenti politico-ideologici degli anni trenta. Nel 1939, infatti, il Paese era appena uscito da un'atroce guerra civile che aveva visto lo schieramento « nazionale » (Falangisti, Carlisti, militari ecc.) sconfiggere quello « repubblicano » (anarchici, comunisti, socialisti, ecc.) e instaurare un regime autoritario.

Le ragioni che impedirono alla Spagna di entrare in guerra a fianco dell'Asse si possono ridurre a due: la debolezza del Paese a causa della recente guerra civile e l'ideologia piccolo nazionalista di Franco.

Che Franco già allora non avesse intenzione nè di partecipare al conflitto, né di avviare la fascistizzazione della Spagna, appare oggi fuor di ogni dubbio (1). Tuttavia, nel 1940, l'ala più intransigente del fascismo spagnolo spe­rava ancora nell'entrata in guerra al fianco di Italia e Germania: la possibilità di recuperare finalmente Gibilterra appariva particolarmente allettante. A questa prospettiva Franco opponeva il rischio di sbarchi alleati nelle Canarie, nel Sahara spagnolo e nel nord del Paese, nonché l'impreparazione di un esercito appena uscito dalla guerra civile, e la mancanza delle risorse necessarie ad uno sforzo bellico prolungato.

Quando, nell'ottobre 1940, Hitler chiese a Franco di entrare in guerra al suo fianco, il Caudillo rispose domandando in cambio aiuti militari ed economici che il Reich non era affatto in grado di fornire. Tuttavia, si hanno buoni motivi per ritenere che, se anche tali aiuti fossero stati forniti, Franco non sarebbe ugualmente entrato in guerra. Questa non è soltanto l'opinione dei fascisti spagnoli più accesi e dei Tedeschi (Hitler disse più tardi a Mussolini che avrebbe preferito farsi strappare 3 o 4 denti piuttosto che incontrare di nuovo Franco), ma anche quella di Churchill. Il premier britannico, dopo la guerra, scrisse: « La politica del generale Franco per tutta la durata della guerra fu affatto egoista e freddamente calcolatrice. Egli pensava soltanto alla Spagna e agli interessi spagnoli. Non gli passò mai per la testa di mostrarsi grato a Hitler o a Mussolini per il loro aiuto.. .sono lieto di documentare la doppiezza e l'ingratitudine sua nei riguardi di Hitler e Mussolini » (2).

Ad ogni modo, il Paese poteva ugualmente essere considerato una compo­nente della nuova Europa, essendosi schierato politicamente dalla parte dell'Asse: la Spagna aveva aderito al patto anticomintern e aveva stipulato un patto di amicizia con la Germania alla quale forniva importanti materiali strategici (come il Wolframio), mentre la stampa della nazione iberica appoggiava apertamente la causa fascista. Quando poi, nel giugno 1941, cominciò la guerra sul fronte orientale, i fascisti spagnoli più intransigenti esasperati dalla politica attendista di Franco decisero di prendere parte al conflitto contro l'Unione Sovietica costituendo la « Divisione Azzurra » (2500 divisione della Wehrmacht) forte di 18.700 volontari che venne impiegata tra l'inverno 1941 e il 1944 nel settore settentrionale del fronte orientale, dando ottima prova di sé. Sempre sul fronte orientale operarono 5 squadriglie da caccia spagnole. Complessivamente, furono circa 47.000 (3) i volontari spagnoli che militarono nelle Forze Armate nazional-socialiste.

Franco, da parte sua, tollerava di buon grado questo contributo volontario alla « crociata antibolscevica»: oltre a « salvare la faccia » di fronte a Hitler e Mussolini, egli si liberava di una parte cospicua dell'ala dura del fascismo spagnolo, rendendo così più facile il proprio ruolo moderatore in politica interna. Tuttavia, nell'aprile del 1944, il Caudillo prevedendo la vittoria degli Alleati ordinò il ritiro dei volontari superstiti e il loro rientro in Spagna. Circa 500 di questi, però, rifiutarono il rimpatrio, e confluirono nelle Waffen-SS continuando a combattere fino alla fine della guerra: una compagnia spagnola partecipò anche alla battaglia di Berlino.

In campo opposto, il contributo militare spagnolo fu pressoché insignificante: piccoli contingenti combatterono nelle formazioni partigiane comuniste, per esempio, antifascisti spagnoli presero parte all'insurrezione partigiana in Slovacchia e a quella di Parigi. Le ragioni che determinarono questa situazione, a parte la sanguinosa sconfitta nella guerra civile, sono da ricercare nelle aspre divisioni interne all'antifascismo spagnolo (comunisti, anarchici, socialisti, comunisti e socialisti dissidenti, ecc.) e nel fatto che il suo nucleo più numeroso, trovandosi in Francia, era caduto nelle mani dei Tedeschi al momento dell'invasione nel 1940.

Anche se, entrando in guerra, avrebbe potuto dare un contributo politico-militare di gran lunga maggiore si può dire che la Spagna appoggiò la causa dell'Asse per tutto il conflitto.

Paradossalmente, più che durante la guerra, la Spagna servì la causa del fascismo al termine del conflitto, quando divenne un sicuro rifugio per i fascisti di vari Paesi europei, (Tedeschi, Belgi, Francesi, Croati, Italiani ecc.). Questo non impedì tuttavia a Franco di iniziare subito un graduale processo di riavvicinamento politico tra la Spagna e le democrazie occidentali, che doveva preludere al definitivo rientro del Paese nel novero degli Stati a regime liberal-democratico.

 

 

Portogallo

La politica estera portoghese nel corso della guerra rispecchiò le contraddizioni di fondo del proprio regime che era sì anticomunista ed antidemocratico, ma senza la volontà di essere radicalmente fascista nonostante lo si considerasse spesso tale. In effetti il regime portoghese si trovò in una situazione quantomeno imbarazzante. Da una parte si era dichiarato ideologicamente affine al fascismo da cui veniva in gran parte influenzato (si veda, ad esempio, la struttura politica a partito unico) e che si presentava come la più valida protezione, a livello europeo e mondiale, contro il pericolo marxista che tanto preoccupava Salazar; dall'altra però il Paese era vincolato da una secolare tradizione di alleanza con la Gran Bretagna tradizione ancora molto sentita dal popolo portoghese. Queste simpatie popolari per la Gran Bretagna si fecero evidenti fin dal 1940, quando i Portoghesi diedero un non trascurabile aiuto economico agli Inglesi sotto forma di sottoscrizioni al « prestito Spitfire.

Da parte sua il Governo di Lisbona, combattuto tra le proprie simpatie ideologiche e la fedeltà all'alleanza con l'Inghilterra, segui, in politica estera, una linea contraddittoria se non ambigua.

Quando le potenze dell'Asse e i loro alleati invasero l'URSS nel giugno 1941, il Portogallo decise di dare il proprio contributo alla lotta contro il marxismo inviando sul fronte orientale la « Legione Verde », formata da volontari fascisti portoghesi. Tale iniziativa costituiva la continuazione logica dell'atteggiamento portoghese al tempo della guerra civile spagnola, durante la quale Lisbona aveva appoggiato lo schieramento nazionale contro i repubblicani. Tutto questo non impedì al Portogallo di mantenere stretti legami politici e commerciali con la Gran Bretagna e di mettere a disposizione degli Alleati le proprie basi nelle Isole Azzorre basi di grande importanza strategica nell'àmbito della « battaglia dell'Atlantico ».

Allo stesso tempo, però, i nazional-socialisti sudafricani (le « camicie grigie »), che organizzavano la resistenza antibritannica in Sudafrica, trovarono spesso rifugio nelle colonie portoghesi dell'Africa australe, così come, alla fine della guerra, poterono rifugiarsi in Portogallo molti fascisti europei.

In sostanza, la politica estera portoghese fu un tentativo costante di mantenersi in buoni rapporti con entrambe le parti tentativo, del resto, pienamente riuscito.

 

 

Irlanda

Al momento dello scoppio del conflitto, l'Eire si trovava in una situazione abbastanza singolare: pur facendo parte del Commonwealth britannico, i suoi interessi storici andavano contro quelli della Gran Bretagna. Il governo irlandese decise quindi di non imitare altri Paesi del Commonwealth che, come l'Australia e il Canadà, erano scesi in campo al fianco dell'Inghilterra; al contrario, seguì la più stretta neutralità neutralità che in realtà favoriva più la causa dell'Asse che non quella degli Alleati. Il solo fatto che l'Irlanda non fosse entrata in guerra privava la Gran Bretagna di importanti basi navali dalle quali sarebbe stato possibile proteggere più efficacemente i convogli alleati nell'Atlantico settentrionale dagli U-boot tedeschi.

Il governo irlandese di De Valera si rifiutò di formare un'unione difensiva con l'Ulster. Tale decisione era un chiaro atto di ostilità, di provocazione antiinglese, tanto da far temere un invasione britannica specie dopo che Roosevelt si era rifiutato di garantire la neutralità irlandese. Il governo di Londra, da parte sua, prefeù però limitarsi ad esercitare pressioni diplomatiche su quello dell'Eire, per non irritare la numerosa colonia irlandese degli Stati Uniti e spingerla su posizioni anti-interventiste.

Ma se anche il governo aveva deciso per la neutralità, una parte del popoìo irlandese partecipò ugualmente al conflitto. Nell'Ulster facente ancora parte del Regno Unito nonostante le rivendicazioni da parte dell'Eire furono formati reparti irlandesi dell'esercito britannico ai quali si aggiunsero volontari antifascisti dell'Eire. Tuttavia questi soldati si dimostrarono non sempre fidati. Un gruppo di Irlandesi prigionieri dei Tedeschi aderì alle Waffen-SS britanniche. Inviati in « missione speciale » in Irlanda svolsero attività di spionaggio al servizio dell'«Abwehr» tedesca, e tennero i contatti tra questa e l'I.R.A. Secondo la stessa storiografia britannica (4) « una parte malauguratamente grande delle perdite in aerei» subite dagli Inglesi in Malesia, era dovuta al doppio gioco di un ufficiale irlandese della RAF che comunicava ai Giapponesi l'orario di decollo delle formazioni aeree inglesi: le formazioni aeree della RAF venivano così distrutte al suolo da quelle nipponiche quando si trovavano ancora ammassate a terra in attesa di decollare. Non si può escludere che si siano verificati diversi altri episodi del genere, dal momento che in questo campo le autorità britanniche mantengono il più stretto riserbo.

Sentimenti filo-Asse si registrarono anche fra la popolazione, non solo tra i fascisti locali (le « camicie blu »), ma anche nelle file dell'I.R.A., il cui nazionalismo aveva parecchi punti di contatto con il fascismo, tanto che, se i Tedeschi avessero invaso la Gran Bretagna , si sarebbe creata una situazione favorevole ad un'insurrezione nell'Ulster, e gli Inglesi si sarebbero così trovati a combattere su due fronti.

 

 

Svezia

La politica estera della Svezia nel corso del conflitto seguì sempre una linea di pragmatismo teso ad allontanare dal territorio svedese lo spettro della guerra.

Nella prima fase del conflitto, la Svezia accettò di buon grado di rifornire la Germania di ferro. Questi rifornimenti erano di importanza vitale per l'industria bellica tedesca e, senza di essi, la Germania sarebbe probabilmente stata sconfitta con relativa facilità dagli Alleati. « Se si potessero troncare tutti i rifornimenti di minerali svedesi alla Germania da oggi alla fine del 1940 » dichiarava Churchill « la sua potenza bellica subirebbe un colpo tanto grave quanto una nostra clamorosa vittoria in terra o in cielo, e senza sacrificio di vite umane. Potrebbe anche riuscire decisiva ». La Svezia, tuttavia, respinse le avances inglesi e continuò a rifornire il Reich di preziosi minerali.

Le risorse e la posizione strategica della Scandinavia la posero in una situazione poco invidiabile: Sovietici, Tedeschi e Britannici puntavano contemporaneamente a porla nella propria sfera di influenza. Quando i Sovietici, tra il dicembre 1939 e il marzo 1940, invasero la Finlandia, la Svezia decise di aiutare apertamente i Finnici. Fu così che 300 pezzi di artiglieria, 80.000 fucili, denaro e persino materie prime vennero inviati alla Finlandia, mentre 2 battaglioni di volontari anticomunisti svedesi presero parte alla « guerra d'inverno » contro l'URSS.

Quando invece i Tedeschi, prevenendo gli Inglesi, occuparono la Norvegia, il governo di Stoccolma permise il transito di treni militari germanici da e per Narvik.

Nel 1941 inoltre la Svezia mise la propria rete ferroviaria a disposizione dei Tedeschi per permetterne l'afflusso di forze germaniche dalla Norvegia alla Finlandia, dando così un contributo indiretto all'invasione dell'URSS. Questa politica filogermanica era dettata non da simpatie ideologiche gli Svedesi erano, almeno nella maggioranza, convinti democratici ma dalla consapevolezza del pericolo sovietico. Inserita nel blocco comunista, la Svezia sarebbe stata destinata ad un ruolo subalterno; in caso di vittoria germanica, al contrario, gli Svedesi sarebbero stati tra i primi ad essere integrati ai vincitori, date le affinità etniche e culturali fra i due popoli. Questo, del resto, era già stato teorizzato dai nazisti tedeschi, costretti ad ammettere che gli Scandinavi erano più « germanici » di loro. Un'aliquota di volontari del Partito Popolare Nazional-Socialista Svedese di Furugard e Lindholm, confluì nelle Forze Armate tedesche. Circa 300 Svedesi si arruolarono nelle Waffen-SS: inquadrati nella Panzerdivision « Wiking » ebbero modo di combattere in Ucraina, nel Caucaso, a Kursk, in Polonia e in Ungheria.

Tuttavia, quando la guerra prese una piega sfavorevole alla Germania, la Svezia tentò, da una parte, di favorire i contatti tra le diverse potenze nella speranza che si arrivasse ad un armistizio, e, dall'altra, permise ai movimenti di resistenza danese e norvegese di formare unità militari in Svezia. Nel complesso, quasi 20.000 resistenti danesi e norvegesi si organizzarono militarmente in Svezia. Questi militari, tuttavia, furono utilizzati dai governi di Norvegia e Danimarca come forze di polizia solo dopo la fine del conflitto. Ad ogni modo, il timore di Hitler che la Svezia potesse entrare in guerra al fianco degli Alleati prendendo così alle spalle e facendo crollare le posizioni dell'Asse in Finlandia e in Norvegia si dimostrò eccessivamente pessimistico.

Al termine del conflitto, la Svezia continuò a seguire una politica alquanto incoerente e contradditoria: nel novembre 1945, i volontari estoni e lettoni delle Waffen-SS che si erano rifugiati in Svezia vennero consegnati ai Sovietici; al contrario, un buon numero di fascisti croati trovò asilo entro le frontiere del Paese scandinavo, mentre nessuna vera repressione o epurazione venne adottata contro i nazional-socialisti svedesi.

 

 

Svizzera

Fra tutti i Paesi neutrali, nessuno mostrò sentimenti più filo-alleati della Confederazione elvetica. Già prima del conflitto, il governo svizzero aveva seguito una politica repressiva nei confronti dei movimenti fascisti e nazional-socialisti elvetici.

Non si trattava soltanto di avversione ideologica per l'estrema destra benché la potente massoneria elvetica vedesse certi movimenti politici come un pericolo per la sua esistenza ma anche di fondato timore per la stessa soprav­vivenza della Confederazione come Stato indipendente: i nazional-socialisti della Svizzera tedesca, in particolare, avrebbero visto di buon occhio uno smembramento della Confederazione ed una sua spartizione tra Italia e Germania.

Per tutto il corso de conflitto la Svizzera appoggiò, nei limiti consentiti dalla situazione internazionale, gli Alleati.

L'Alto Comando svizzero preparò piani dettagliati per resistere ad una eventuale invasione tedesca, e si tenne in contatto con i comandi alleati trasmettendo loro tutte le informazioni che la vantaggiosissima posizione geografica del Paese permetteva di carpire. La Svizzera divenne un « cavallo di Troia » all'interno della « fortezza Europa »: preziosa base per i servizi segreti alleati e sicuro rifugio per i resistenti di vari Paesi. Lo stesso servizio segreto elvetico pare abbia affiancato efficacemente le analoghe organizzazioni alleate. Basterà citare alcuni esempi ditale politica. Ufficiali dello S.M. del generale Guisan si recarono segretamente in Francia a conferire con i loro colleghi francesi, e i servizi segreti elvetici trasmettevano tutte le informazioni in loro possesso non solo a Francesi e Britannici ma, nella seconda parte del conflitto, anche ai Sovietici. Questi ultimi, grazie alla collaborazione della Svizzera, furono persino avvertiti del piano tedesco d'invasione dell'U.R.S.S. avvertimento reso inutile dall'incredulità di Stalin e di altri piani tedeschi nel corso della guerra sul fronte orientale. La « delegazione dei Movimenti Uniti della Resistenza » si riuniva a Ginevra da dove comunicava con Londra. Allo stesso modo, si permetteva l'arruolamento di volontari svizzeri nelle formazioni alleate.

Tuttavia, questa politica ufficiale non impedì ad una nutrita minoranza attiva di schierarsi su posizioni opposte. In effetti in Svizzera si era formata un'area politica che, pur tra tantè vicissitudini, rappresentava ancora un pericolo per la democrazia elvetica all'inizio del conflitto. Nel novembre 1940, la maggior parte dei gruppi politici filofascisti venne messa fuori legge, ma la loro attività continuò nella clandestinità o sotto forme più velate. Sempre nel novembre 1940, 200 cittadini elvetici di notevole posizione sociale (legali, funzionari, tecnici, medici, religiosi, ingegneri, architetti, ecc.), detti « frontisti », firmarono un manifesto che chiedeva l'inserimento della Confederazione nel Nuovo Ordine europeo. Gli attivisti nazional-socialisti in Svizzera nel 1941-1942 ammontavano a circa 25.000, dei quali 16.000 erano inquadrati paramilitarmente in « gruppi sportivi ». A questi si aggiungevano i fascisti del Canton Ticino. Oltre all'attività politica ostacolata da misure repressive questi attivisti formarono reti di spionaggio per conto dei servizi segreti tedeschi e italiani: 9.000 cittadini svizzeri vennero inquisiti, e vennero pronunciate almeno 12 condanne a morte. Un migliaio di cittadini elvetici si arruolò nelle foze dell'Asse. La maggior parte (600-800 uomini) confluì nella Divisione alpina « Nord » delle SS europee che venne impiegata in Lapponia e Carelia (fronte finnico-sovietico), in Germania, e a Berlino al termine della guerra. Altri volontari svizzeri si arruolarono nelle formazioni della R.S.I. Tra le SS elvetiche, figurano due elementi di primo piano dell'«Ordine Nero »: l'Oberfuhrer Von Elfenau (già comandante di reggimento dell'esercito svizzero, e che comandò anche le SS italiane dopo aver combattuto sul fronte orientale), e il Dott. Leonardo Conti, Generale delle SS e ministro della sanità del Terzo Reich.

Ad ogni modo, il governo elvetico perseverò nella sua politica antifascista anche dopo la fine del conflitto, effettuando un'epurazione su vasta scala fatto quantomeno singolare per uno Stato che si era sempre dichiarato strettamente neutrale. Alcune migliaia di Tedeschi residenti in Svizzera vennero espulsi, e 100 nazisti elvetici vennero processati e incarcerati per « tradimento politico ». Alcuni di questi vennero condannati a forti pene detentive per aver svolto attività a favore del Terzo Reich.

 

Marzio Pisani

 

 

(1)   E degno di nota che, all'inizio dell'insurrezione, Franco non era affatto il capo incontra­stato del « movimento », e lo divenne soltanto più tardi a seguito di circostanze a lui favorevoli e di eventi fortuiti.

(2)   Wiston Churchill La seconda guerra mondiale; voi. II, guerra in sordina - Mondadori, Milano, 1979.

(3)   L'« Enciclopedia dell'Antifascismo e della Resistenza » parla di 47.000 volontari inqua­drati nella Div. Azzurra al momento della sua partenza per la Russia. In realtà, la cifra contrasta con quella riportata da altre fonti. Con tutta probabilità la cifra riportata dall'« Enciclopedia comprende tutti i volontari spagnoli ivi inclusi quelli partiti dopo il giugno 1941.

4)   Storia della seconda guerra mondiale - Calvacoressi-Wint - Rizzoli 1980, pag. 736. I due stonografi non specificano come siano entrati in possesso ditale informazione .

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

History of the second world war, Calvacoressi-Wint, Rizzoli, Milano 1980. Le Waffen-SS, Henri Landemer, Ciarrapico ed., Roma 1976. The Armed Forces of World War Il, Andrew Mollo, Orbis Publishing Limited, London 1981. Storia della seconda guerra mondiale, Calvacoressi Wint, Rizzoli, Milano 1980. Enciclopedia dell'antifascismo e della resistenza, Ed. La Pietra, direttore Enzo Nizza, Milano, luglio 1976. Spagna senza miti, Ludovico Garruccio, Mursia ed., Milano 1968. I Fascismi della mitteleuropa, Michele Rallo, Ed. Europa. La battaglia di Berlino, Adolf Hitler, Ed. di Ar. La seconda guerra mondiale, Winston Churchill, Mondadori, Milano 1979. La crisi dei regimi liberali e i movimenti fascisti, Ernst Notte. A pictorial history of the SS-1923-1945, Andrew Mollo, Bonanza Books 1979. Riviste specializzate: Storia Illustrata n. 298, settembre 1982. Svizzera neutrale ma con volontari nelle SS. I vinti della liberazione, Paul Sérant, ed. Il Borghese, Milano 1966.