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Testimonianza, cultura, impegno politico

 

  Da cinque anni, da quando «l'Uomo libero » ha iniziato le sue pubblicazioni, si è cercato da più parti di definire il ruolo che una iniziativa come la nostra poteva ricoprire.

Si è dibattuto su un ruolo di « testimonianza » di valori e di idee legati al passato europeo.

Si è ipotizzato un ruolo « metapolitico », da collocarsi cioè esclusivamente nell'àmbito della cultura, e destinato a rimanere sino a quando i frutti del lavoro culturale, giunti a maturazione, possano consentire all'iniziativa un graduale ingresso sul terreno specifico della politica.

Si è discusso infine sulla realtà attuale degli impegni « politici »; si è affermata la loro caratterizzazione pratica ed essenzialmente imperniata sul contingente, sull'inevitabilità di sacrificare ogni purezza ideologica alla convenienza immediata, ogni coerenza alla possibilità operativa, i disegni della « grande politica » alla preoccupazione clientelare di costruire sotto di sé una base di generico consenso, sufficiente a legittimare democraticamente la propria esistenza.

Si è trattato, in ognuno dei tre casi, di un dibattere lontano dalla nostra visione del mondo e della vita; un dibattere a nostro avviso pericoloso, giacché fuorviante e gravido di nuovi elementi di confusione in un contesto già da tempocaratterizzato da innumerevoli equivoci.

E' quindi per noi doveroso intervenire sull'argomento in termini di chiarificazione ed indicare le caratteristiche del ruolo che, con il nostro lavoro, intendiamo ricoprire.

La « testimonianza » rappresenta una ricorrente risposta ad istinti innati in particolari uomini; verso di essa è portato colui che è maggiormente dotato di orgoglio, di coerenza, di lealtà; chi più di altri sente insopprimibile l'esigenza di non rinunziare ad esternare quei valori nei quali si riconosce.

In particolare, la testimonianza dei valori spirituali, solidaristici ed aristocratici si è sempre dimostrata importante nella storia dei popoli. Essa ha rappresentato ora una spinta, ora un freno al cammino delle società nel loro avvicinarsi od allontanarsi da mete di civiltà ed ha rappresentato il necessario elemento di congiunzione tra epoche diverse.

La testimonianza di determinati valori ed idee è dunque di per sé ricca di fermenti ed inoltre, in particolari momenti storici –– momenti di decadenza e momenti nei quali la libertà è limitata — rappresenta l'unica possibilità di tener vivi quei valori e di dar corpo e voce a quelle idee.

Un'alzabandiera su di un'isolata collina, un pellegrinaggio riservato e riflessivo sulle tombe dei combattenti, la stesura di un saggio sulle remote origini, il conservare in privati sacrari il ricordo di miti tramontati ci mostrano sì il melanconico occhio di un uomo che guarda indietro, ad un mondo al quale, nonostante tutto, sente ancora di appartenere, ma ci dicono anche — e soprattutto — che quel mondo, quelle idee, quei valori, non sono morti in tutti gli uomini. Altri uomini quindi potranno incarnarli e con nuove parole, nuove bandiere farli rivivere e ricondurli sul terreno della costruzione.

Ma per l'uomo della « testimonianza » esistono due pericoli ugualmente gravi, dai quali dovrebbe sempre guardarsi con attenzione ed intelligenza. Il primo è quello che l'isolamento dalle vicende politiche lo conduca a rinchiudersi talmente in se stesso, così da isolarlo anche da altri depositari degli stessi suoi valori e delle stesse sue idee. Il secondo è che il suo distacco dal contingente divenga anche distacco dalle occasioni storiche, dalla realtà che muta e, con ciò, lo induca a non accorgersi del momento in cui i tempi richiedono una profonda modifica del testimoniare, dei modi e del tipo di impegno. Si rischia cioè di condannare il proprio bagaglio di valori, così gelosamente ed a lungo conservato, a disperdersi nel mare dell'astratto; di renderlo incomprensibile alle generazioni future.

Più volte, sulle pagine della nostra rivista, ci siamo soffermati su questi pericoli, incitando gli uomini liberi ad uscire dai propri eremitaggi ed a comprendere il tipo di impegno loro richiesto dal tempo presente.

L'eremitaggio intellettuale, quello morale, talvolta anche l'isolamento fisico hanno rappresentato per i valori più autenticamente europei, nell'immediato dopoguerra, un arroccamento di sopravvivenza al quale ogni uomo libero oggi deve riconoscenza. Erano i tempi della sconfitta militare, della confusione, del sangue, dell'esilio. E' giunta poi, incontenibile — quasi logica reazione — la corsa esasperata verso il mito del benessere, furbescamente incoraggiata dai nuovi dominatori. Ma oggi, dopo quarant'anni, i tempi sono profondamente mutati. Al « boom », all'esplosione consumista, è subentrata la crisi, l'inflazione, l'incertezza, il sempre più macroscopico divario tra le fragili strutture economiche delle nazioni europee e la prepotente invadenza dei tentacoli che fanno capo al dollaro.

I tempi sono profondamente mutati; l'americanismo da modello appetibile è divenuto un modo di vivere, ma, proprio per questo, ne riconosciamo il pesante condizionamento quotidiano, il fastidio, l'insofferenza, la noia; registriamo qualcosa insomma che può preludere ad un sentimento di vera e propria rivolta.

I tempi sono profondamente mutati; le spartizioni territoriali, le violazioni del diritto all'autodeterminazione dei popoli europei, perpetrate per quarant'anni con violenza inaudita e nel silenzio più assoluto della cultura europea, cominciano ad essere oggetto di dibattito e di riflessione sempre più attenta.

I tempi sono profondamente mutati; il dibattito culturale, ideologico, politico, ha smesso di essere monopolio del Sistema e di ruotare attorno all'asse democrazia-comunismo.

Dire che « il sistema dei partiti fa schifo », oggi, nell'Europa sotto tutela occidentale, non scandalizza più nessuno. Nei paesi dell'Est, affermare, pur con qualche esigenza di clandestinità, che il comunismo è un modello fallito, è ormai sfondare una porta aperta.

I tempi sono profondamente mutati e richiedono dagli uomini della «testimonianza », dagli uomini che sono riusciti a rimanere liberi nonostante i condizionamenti, impegni nuovi e profondamente diversi. Occorre uscire dagli eremi ed incontrare la realtà delle situazioni per interpretarle ed influire sui mutamenti che ora non solo sono possibili, ma anche ipotizzabili nelle scadenze. Occorre uscire dall'isolamento ed agire, per rendere più veloce ed indirizzare costruttivamente il profondo malessere che, autonomamente, va sempre più diffondendosi.

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L'azione cosiddetta « metapolitica », un'azione che si propone obiettivi di penetrazione culturale, e che opera là dove la ricerca ed il dibattito sono più vivi, ha rappresentato in questi ultimi anni un fatto estremamente positivo per il vasto mondo che si riconosce nei valori tradizionali europei e si colloca nella dinamica dell'alternativa al Sistema.

Attraverso questa azione si è riusciti innanzitutto a superare quella ghettizzazione culturale e psicologica che aveva per decenni condotto, nella stragrande maggioranza dei casi, a far seguire al rifiuto della cultura ufficiale il rifiuto del lavoro culturale in sé, con la fuga da ogni impegno di studio e di approfondimento.

Attraverso l'impegno « metapolitico » di numerosi individui e gruppi, si è raggiunto l'obiettivo di far circolare in modo crescente idee, tematiche, analisi e si è potuto constatare come, mentre aumentava l'offerta ditemi culturali, ne aumentava anche la richiesta. Si son fatti passi avanti nel tentare di colmare un vuoto durato per troppo tempo; un vuoto responsabile della pericolosa ibernazione dei valori e delle idee che, unici, possono offrire una reale alternativa all'attuale situazione di decadenza e di servitù dei popoli europei.

Ma anche il lavoro « metapolitico », se abbandonato a se stesso, senza precise, chiare premesse politiche, tenuto lontano da un concreto progeito, può essere foriero di pericoli.

In assenza di precisi agganci ad un discorso politico, coerente, globale ed articolato, il ritrovato gusto alla ricerca ed al dibattito potrebbe alla lunga im­pantanarsi nell'insidioso terreno dell'intellighenzia del Sistema, con il conseguente risultato di divenire, invece che fattivo centro propulsore, oggetto di strumentalizzazione da parte di ambienti dove invece i riferimenti politici non mancano e per i quali l'aggancio alla realtà di potere è determinante.

Il superamento della ghettizzazione psicologica e politica — che è fatto altamente positivo e che offre maggiori possibilità di incontro con nuove coscienze e con l'ansia di giovani che cercano idee e punti di riferimento — potrebbe rappresentare una compromissione gravissima se condotto senza la necessaria chiarezza politica. Potrebbe infatti risolversi in un indiscriminato inserimento in quel mondo della cultura del Sistema che sino ad oggi si è dimostrato capace di organizzare la nascita, ed il successivo dissolversi, di spazi di conte-stazione, offerti per lasciar sfogare ogni discorso alternativo apparso all'orizzonte.

Altro grave pericolo per un lavoro che, con mire politiche, si concentra esclusivamente sul terreno « metapolitico », può essere rappresentato dalla crescente tentazione di utilizzare, con troppa disinvoltura, modi di esprimersi e di comportarsi, aggettivazioni, argomentazioni, che sono propri delle mode culturali e comportamentali — create dal Sistema, non dimentichiamolo mai — oggi conformisticamente vigenti e dominanti. Si tratta di una tentazione provocata dal desiderio di inserirsi più facilmente, ottenere maggiori e crescenti possibilità di dibattito, di confronto, di incontro, ma il confine tra l'accettare un termine e l'accettare l'ideologia ad esso legata, è spesso impercettibile.

Il proclamare la condanna dell'americanismo, in jeans, brandendo una lattina di coca-cola, ascoltando musica degli States e masticando chewing-gum, può facilitare sì l'inserimento in ambienti eterogenei, ma, anche, può far apparire ridicoli, teorici ed incoerenti i discorsi che si tenta di diffondere.

L'abuso di fraseologie, di luoghi comuni, di argomentazioni proprie dell'odierno conformismo può condurre, una volta usciti dal complesso di ghettizzazione, a cadere in un nuovo complesso condizionante, quello di volersi far accettare ad ogni costo, sino a non avvedersi quando le concessioni non sono più formali, ma divengono sostanziali, non più fraseologiche, ma ideologiche.

La grande capacità del Sistema occidentale, lo ribadiamo, è stata proprio quella di riuscire, attraverso i sistemi di informazione e le mode culturali, a dare sfogo ad ogni tendenza, ad ogni fermento, ponendo in atto, contemporaneamente, le condizioni del riassorbimento e dell'annullamento di qualsiasi possibilità realmente innovativa.

Ogni azione « metapolitica » alla lunga dimostratasi efficace ha sempre avuto stretto ed indispensabile aggancio con realtà, dinamiche, concezioni e progetti politici ben precisi.

Prelevare acqua da un fiume e rovesciarla disordinatamente per le strade non serve a niente: scorrerà tra i marciapiedi e l'asfalto, e attraverso i tombini sarà ricondotta nello stesso fiume. Prelevare acqua, invece, e portarla entro una diga, significa poterla riutilizzare per irrigare terreni ed ottenere dalla terra i frutti desiderati.

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Veniamo infine all'impegno politico così come oggi è comunemente inteso.

Ebbe ad affermare Bismarck: «La politica non è una scienza, come molti fra i signori professori s'immaginano, ma un'arte ». Ed in effetti, per secoli, la politica è stata arte: punto di incontro tra invenzione e saggezza, creatività e realismo, audacia ed equilibrio, ambizione e dedizione, volontà di potenza e di libertà, conoscenza degli uomini nei loro difetti e nelle loro virtù. E la politica ha sempre condizionato ogni altra arte, giacché ogni espressione umana, per manifestarsi, doveva collocarsi in una cultura, in un popolo, in una storia dove era la politica a dirigere le spinte di civiltà o a gestire le crisi. E questo anche e soprattutto perché la politica era a sua volta risultante di tutte le arti, cioè di tutte le espressioni umane di un determinato popolo, e della sua cultura.

Oggi, in democrazia, la politica ha smesso di essere un'arte ed è divenuta mestiere. Si è adeguata — ed era inevitabile — al Sistema imposto agli europei; si è adeguata alle ideologie imperanti. Non è più espressione della cultura di un popoìo, ma deve pedissequamente assecondare gli interessi delle superpotenze; non deve creare alcunché, bensì gestire, come in una qualsiasi azienda commerciale, il funzionamento delle proprie strutture e adeguarsi all'andamento del mercato, allo scopo, pressoché unico, di conservarsi una base elettorale.

Un mestiere dunque, nel quale la spregiudicatezza ha più peso del carisma, la corruttibilità prevale sulla coerenza, il servilismo sull'intelligenza.

La politica di oggi, nell'accezione comune, è divenuta una « cosa sporca”. E ciò, senz'altro, ben dipinge l'attuale realtà, ma l'errore da evitare è quello di identificare questa con ogni politica, sino a non riuscire più a concepirne una che possa non essere una « cosa sporca ».

Si tratta di un grave errore, giacché — anche partendo da posizioni di libertà e di alternativa, anche partendo dai valori tradizionali e solidaristici —‘ accettando l'odierna logica del clientelismo e del partitismo, si inficia ogni buona intenzione di partenza, ogni possibile risultato, ogni prospettiva realmente innovativa.

In questi quarant'anni si è assistito ai più incredibili contorsionismi ideologici e politici. Basti pensare a quelle forze di sinistra che, partite da posizioni rivoluzionarie e filo-sovietiche, sono di fatto giunte a puntellare il sistema del capitalismo internazionale (basti ricordare l'accettazione della NATO da parte del PCI e lo spostamento della Francia su posizioni di netto atlantismo dopo l'ascesa al potere di Mitterrand); o a quelle forze che, sorte per rappresentare quei combattenti italiani che si erano opposti fino all'ultimo agli invasori occidentali, sono talora diventate le più intransigenti nell'avallare le perduranti ingerenze americane sul territorio europeo. E gli esempi potrebbero essere innumerevoli.

Ma di un impegno politico serio, coerente, intransigente, libero e realmente alternativo si sente sempre più il bisogno, anzi, l'improrogabile necessità.

Occorre allora risalire la china degli equivoci democratici e riscoprire il ruolo e le dimensioni della politica-arte, della « grande politica » e suscitare attorno ad essa interesse e consensi con la formulazione di analisi chiarificatrici e la diffusione di idee nuove.

Occorre stendere un severo cordone sanitario attorno a ciò che appartiene alla politica dei mestieranti, alla politica dei partiti, ma non tanto nei suoi uomini e nelle sue strutture — questo è pregiudiziale e scontato — ma soprattutto per quanto riguarda la logica, le concezioni, le fondamenta ideologiche che a questa politica sono sottese. Solo in tal modo potrà offrirsi una politica differente, libera e credibilmente alternativa.

L'iniziativa dell' Uomo libero non può perciò identificarsi in un esclusivo ruolo di testimonianza, non può esaurirsi nella sola dimensione «metapolitica », così come non può accettare di operare secondo gli schemi politici del Sistema.

Riteniamo che l'Europa si stia avvicinando con passo veloce a scadenze importanti per le quali occorrono nuovi e grandi impegni politici.

La necessità o l'opportunità di ampliare il lavoro culturale, di sviluppare impegni forieri di nuovi incontri, di seminare idee e provocare interesse, di suscitare dibattito laddove c'è solo stagnante conformismo, non deve mai distogliere l'attenzione dalle analisi generali e dalla ricerca di concrete, prioritarie indicazioni alternative.

Il contributo della nostra iniziativa vuole dunque essere essenzialmente di impegno politico, rivendicando alla politica il suo significato più alto.

Siamo portatori di precise analisi storiche non solo per doveroso senso di coerenza e di testimonianza, ma perché riteniamo che un simile operare fornisca precise prospettive politiche. Siamo assolutamente convinti che l'Europa non potrà liberarsi dal suo attuale stato di schiavitù se non prendendo coscienza della logica internazionale che ha condotto al secondo conflitto mondiale ed all'assetto che il suo epilogo ha fornito.

Siamo fautori di ricerche culturali che scavano nei miti, nelle tradizioni e nelle lontane origini non per il semplice gusto della conoscenza o della speculazione intellettuale, ma perché siamo convinti che tutto il nostro bagaglio di civiltà vada rivisitato e riassorbito per poterci proiettare nel futuro sapendo chi siamo, e da dove veniamo.

Le nostre analisi politiche ci conducono a riconoscere silo strapotere raggiunto dal Sistema, ma anche la sua crisi profonda, in atto ed ipotizzamedia e forse breve scadenza. Lanciamo la nostra più piena condanna dell'americanismo, come modo di vivere, di essere, di organizzare la società, di gestire il mondo, non per una malrepressa carica di generico anticonformismo o di ribellione, ma perché riteniamo che, quando vi è un Sistema che ha lavorato e lavora contro i popoli europei, quando vi è un paese la cui supremazia conduce alla nostra progressiva decadenza, questa realtà vada chiamata per nome, indicata come nemica, ed a voce alta, perché tutti possano riconoscerla, e reagire.

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Scrisse Nietzsche: « L'uomo libero è un combattente. Da che si misura la libertà, negli individui come nei popoli? Dalla resistenza che deve essere superata, dalla fatica che costa il restare in alto. Si dovrebbe cercare il massimo tipo di uomo libero laddove viene costantemente superata la massima resistenza: distante cinque passi dalla tirannide, già quasi alla soglia del pericolo della schiavitù ».

Gli uomini liberi del nostro tempo saranno quelli che oggi escono allo scoperto ed operano chiare scelte, quelli capaci di inventare una politica diversa, di creare nuove strade e nuovi strumenti, di proiettarsi in avanti con audacia e volontà, rappresentando al tempo stesso un collegamento tra la tradizione, tra ciò che l'Europa era prima della sconfitta e ciò che potrà essere nel futuro.

La testimonianza dei più autentici valori europei potrà nei prossimi anni essere espressa solo dall'impegno politico, concreto e fattivo, per l'avvenire dei nostri popoli. Chi si ostinerà ancora nell'isolamento, sarà l'ultima propaggine di ciò che del passato è morto.

 

Mario Consoli