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Piero Sella

Lo sfruttamento politico della falsificazione storica

 

Le ibride e innaturali creature di Versailles La loro fatale dissoluzione assunta a pretesto per un secondo intervento occidentale contro l'Europa La conseguente sudditanza politica e culturale dell'Europa alle superpotenze.

 

Un argomento dal quale il Sistema trae inesauribili, vantaggiosi spunti interpretandone ovviamente a modo suo le premesse storiche ed approfittando della diffusa ignoranza su di esse è quello della dissoluzione degli stati dell'Europa Centro-Orientale negli anni immediatamente precedenti il secondo conflitto mondiale.

Tanto improvvisa fu in realtà la scomparsa di questi stati da rendere comprensibile che l'evento venga sfruttato a suffragare la tesi, centrale e preconcetta, della minacciosa ascesa espansionistica della Germania, della spaventosa potenza del suo esercito, della demoniaca determinazione dei suoi capi di impossessarsi dell'intero globo per sottoporlo ad una dittatura spietata e sanguinaria.

Prende avvio, la storiografia ufficiale, da fatti realmente accaduti, ma per dar loro la voluta efficacia propedeutica è costretta ad inserirli in un fantastorico contesto, arricchito per di più da apocalittiche illazioni circa quello che all'Europa sarebbe accaduto in caso di vittoria tedesca. Agli Europei di oggi ancora intontiti dalla batosta subita deve di conseguenza apparire una incredibile fortuna essersela cavata tanto a buon mercato, con la semplice spartizione del continente tra le superpotenze, la perdita dell'indipendenza, e con una sudditanza che, pur avendo implicato l'estromissione dell'Europa dalla storia, garantisce da quarant'anni la «pace» ed un equilibrio che appare immutabile e, ai pavidi, tranquillizzante.

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Popolazioni ben cementate tra loro ed incamminate verso un destino di immancabile sviluppo civile; onesti uomini politici riguardosi dei diritti dei citta­dini e dominati da un sincero patriottismo: questa, secondo la tesi democratica e comunista, sarebbe stata la realtà di quei paesi che, presa vita a Versailles, vennero inesorabilmente travolti dagli eventi politico-istituzionali degli anni 38-39.

Si fa oggi risalire la responsabilità della loro fine alla pressione della Germania nazionalsocialista, ma, senza voler sottovalutare il peso del Terzo Reich, invero notevole se paragonato a quello degli stati vicini, il repentino crollo di queste strutture statali deve essere attribuito a ben diverse ragioni, e precisamente a fattori ad esse intrinseci. In questo quadro i contrasti politici e la mancanza di una guida che godesse del consenso popolare giocarono certo un ruolo assai importante; tali contrasti tuttavia, erano solo sintomi che denunciavano il malessere, non la causa prima di esso. A Polonia, Cecoslovacchia, Austria e Jugoslavia i vincitori del primo conflitto mondiale avevano dato vita con l'unico intento di impedire una rinascita del Reich, senza curarsi di accertare che la loro nascita corrispondesse ad esigenze davvero sentite dalle popolazioni che vi erano state incluse.

 

Le spinte centrifughe provocate dagli insensati confini geografici e dalla forzata convivenza di etnie ostili non potevano mancare, ed ebbero conseguenze drammatiche. E non ci riferiamo solo al disagio morale ed alle persecuzioni che i Tedeschi inglobati in questi stati dovettero subire sotto il dominio straniero. Quelle stesse popolazioni slave che tanto diverse una dall'altra per lingua, cultura, tradizioni, religione, grado di incivilimento sotto l'autorità supernazionale e tutto sommato tollerante della duplice monarchia asburgica avevano potuto passabilmente convivere, si videro, con decisioni avventate, subordinare l'una all'altra.

Quanto stabilito a Versailles era impensabile potesse reggersi a lungo ed infatti le vicende del primo dopoguerra registrano fin da subito un progressivo montare di violenza e di autoritarismo da un lato, di resistenze opposte alla sopraffazione dei gruppi etnici dominanti, dall'altro.

La Polonia, il cui incunearsi in direzione del Baltico aveva spaccato in due la nazione tedesca ed incistato Danzica, poteva contare su di un nucleo nazionale relativamente compatto solo al centro del suo territorio. Ad ovest ed a nord occupava territori da sempre abitati da Tedeschi e Baltici, a est teneva soggetti Russi Bianchi ed Ucraini, a sud nuclei di Cechi e di Slovacchi.

La Cecoslovacchia uno stato mai esistito e che la storia recente conferma essere predestinato alla resa e allo sgretolamento al minimo stormir di fronda, tanto poco è sentita dagli abitanti la necessità della sua esistenza era stata costruita attorno al ceppo ceco, assolutamente minoritario. Su una dozzina di milioni di abitanti quasi quattro milioni erano Tedeschi (il loro partito aveva in parlamento la maggioranza relativa) un paio di milioni Slovacchi, un milione Ungheresi.

Nel regno S.H.S. (Serbo-Croato-Sloveno), l'odierna Jugoslavia, i Serbi che avevano ben meritato dagli Alleati per lo scatenamento del conflitto si imponevano brutalmente ai più civili Croati, a Sloveni, Montenegrini, Albanesi e Macedoni, per non parlare delle minoranze italiana in Dalmazia e tedesca in Stiria Carniola e Carinzia. I Croati, che avevano un numero di deputati vicino al 50%, per anni si rifiutarono di partecipare ai lavori del parlamento jugoslavo. Il Suvich, sottosegretario italiano agli esteri, ricorda gustosamente nelle sue memorie che il croato Radiè, rappresentante jugoslavo a Ginevra presso la Società delle Nazioni, tuonava puntualmente nell'assemblea contro il paese da lui stesso rappresentato, lamentando l'ingiusto trattamento inflitto al suo popolo.

Ogni minoranza è logico si agiiasse cercando appoggi esterni contro l'oppressione di cui era vittima; il potere garante dello status quo si appoggiava agli Occidentali. Questi, preoccupati di non lasciare varchi alla volorìtà di riscossa della Germania, si disinteressavano di come la realtà politica dei vari paesi veniva gestita, purché lo fosse in funzione antitedesca. Fin quando era possibile è ovvio fossero preferiti regimi democratico-parlamentari, in quanto più facili a controllarsi attraverso quella corruzione che costituisce per essi l'hu mus più fertile; tuttavia, quando era necessario, veniva data la propria approvazione anche a regimi autoritari.

Fu questo il caso dell'Austria. Quando il montare in Germania della marea nazionalsocialista fece apparire evidente il pericolo che il divieto imposto all'Anschluss potesse essere scavalcato, fa la sua apparizione, con metodi di governo più radicali, la meteora Dollfuss.

Il servizio che egli cerca di rendere all'Occidente consiste nel tentativo di incanalare verso sbocchi di piccolo patriottismo locale il fino allora dominante pangermanesimo. Dollfuss mostra di orientarsi verso soluzioni di tipo autoritario e corporativo ed esibisce i suoi ottimi rapporti con Mussolini e col Vaticano per ingraziarsi gli elementi conservatori, i gruppi combattentistici e le forze sinceramente antidemocratiche del paese. I nazionalsocialisti esigono però di sottoporre il suo « patriottismo » alla cartina di tornasole dell'Anschluss: non esisteva infatti in Austria altro sentimento patriottico che quello tedesco. Il ristretto folclore del ducetto austriaco non supera l'esame. Il partito nazionalsocialista viene messo allora fuori legge. Ma la strategia di Dollfuss è più vasta: seguono infatti provvedimenti come la chiusura del parlamento, la revoca della costituzione, la soppressione dei restanti partiti. Pochi mesi prima di perdere la vita in un tentativo di sollevazione nazionale, nel febbraio 1934 il piccolo Millimetternich (così soprannominato per la sua bassa statura) impiega addirittura l'esercito e l'artiglieria per stanare i lavoratori viennesi arroccati nei loro quartieri.

Questo era il campione che le democrazie opponevano al nazionalsocialismo! Un uomo i cui emissari accettavano prestiti internazionali condizionati alla rinnovata rinuncia all'Anschluss, un uomo che concordava con lo straniero le strategie da opporre alla dichiarata volontà dell'opinione pubblica del proprio paese.

Alla lunga i suoi tentativi erano destinati a fallire. Era logico che la prima creatura di Versailles a dissolversi fosse l'Austria, in quanto in essa non vi era alcuna forza autenticamente popolare che ne desiderasse un'esistenza indipendente. I governi che avevano via via dovuto piegarsi al volere dei vincitori, al divieto dell'Anschluss, non potevano godere proprio per questo motivo di alcun sostegno popolare.

Mancò quindi da parte della nazione austriaca qualsiasi resistenza al suo dissolversi. Là fine della repubblica austriaca fu accolta da tutta la popolazione come il felice risveglio da un incubo. Con il plebiscito del 10 aprile 1938 il popolo ebbe, per la prima volta dopo la sconfitta del 1918, l'opportunità di esprimere liberamente il proprio parere.

L'occasione fu accolta festosamente da tutta la popolazione. La consultazione fece registrare risultati di gran lunga superiori a quelli dei plebisciti coi quali nel 1860 si era unificata la nazione italiana. Il 99,75% degli Austriaci è per l'Anschluss. L'intero Paese fu commosso per lo storico evento, e le varie componenti ideologiche in esso operanti non riuscirono a sottrarsi all'atmosfera di ottimismo che il grande salto di qualità della vita politica suscitava nei cittadini. La Chiesa cattolica attraverso il Cardinale Innitzer si dichiarò senza condizioni a favore dell'unione. L'alto prelato, mentre Hitler si spostava in un tripudio popolare da Linz verso Vienna, gli fece pervenire un messaggio di benvenuto «annunciandogli di aver dato ordine che le chiese issassero la svastica e suonas­sero le campane per celebrare l'avvenimento » (1).

Anche il socialista Renner, già cancelliere nel 1918-1920 e già presidente della camera dei deputati, si pronunciò a favore dell'annessione dell'Austria alla Germania di Hitler.

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Quando la volontà di tutto un popolo spingeva in una unica direzione, come nel caso austriaco, la soluzione fu naturalmente rapida; dove un popolo non esisteva perché diverse etnie erano raggruppate sullo stesso territorio a mo' di villeggianti che si trovano per qualche tempo in casuale compagnia, il destino prese vie più lente e tortuose.

La Cecoslovacchia si frantumò in due riprese: prima a Monaco, nel settembre 38, con il ritorno di oltre 3.500.000 di Tedeschi dei Sudeti in seno alla madrepatria. Qualche mese più tardi la Slovacchia decise di passare dall'auto­nomia all'indipendenza, e gli stati confinanti, Ungheria e Polonia, compresero che era giunto il momento di riappropriarsi dei territori abitati dai loro gruppi etnici. L'esercito ceco forte di ben 63 divisioni dimostrò tutta la sua incon­sistenza, legata alla mancanza di una base « nazionale ».

I modernissimi mezzi usciti dalle officine Skoda non avevano alcuna possibilità di essere impiegati da truppe che avrebbero dovuto battersi agli ordini di ufficiali di cui non comprendevano la lingua, per un paese privo di tradizioni di indipendenza, per una bandiera inventata pochi anni prima.

Peggiore fu il destino di Polacchi e Jugoslavi, che vennero coinvolti in operazioni belliche. I Polacchi, convinti di poter contare sull'aiuto degli Occidentali che li avevano spinti a resistere alle pur ragionevoli richieste tedesche circa il corridoio per la Prussia Orientale e Danzica accettarono di innescare il conflitto mondiale. L'illusione di venire aiutati ebbe però breve durata; in quindici giorni della boria polacca non rimase traccia alcuna.

Anche la Jugoslavia, destabilizzata da un colpo di stato organizzato dai servizi segreti occidentali, si fece spingere in guerra. Il suo esercito «nazionale », anziché in quindici giorni, si dissolse in 48 ore. Ad esso si sostituì poi una milizia partigiana comunista ed in prevalenza serba, mentre i Croati si schiera-vano con l'Asse.

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Tutti gli assestamenti intervenuti nel 38-'39 e nel primo periodo della guerra furono vanificati dalla sconfitta.

L'Austria è nuovamente condannata all'indipendenza; come a Versailles era stato disatteso dai vincitori il deliberato dell'Assemblea Costituente Austriaca che il 12 Novembre 1918 quando Hitler era ancora uno sconosciuto aveva dichiarato l'Austria parte integrante del Reich, così viene nel secondo dopoguerra ignorata la volontà di unione alla Germania espressa dal popolo austriaco nel 1938. Nel 1955 Hitler è morto da dieci anni, ma le superpotenze impongono ugualmente all'Austria il divieto all'Anschluss.

Anche Polonia, Cecoslovacchia e Jugoslavia vengono con nuovi artifici richiamate in vita. Le loro strutture etniche questa volta sono però irrobustite, coll'eliminazione dai loro territori delle minoranze germaniche. Alla loro tuttavia perdurante debolezza pose rimedio il marchingegno dei blocchi militari, che sottopose alla tutela sovietica tutte le nazioni dell'Europa Orientale e metà della Germania divisa.

Gli USA si « fecero carico » dell'altra mezza Germania, e delle nazioni dell'Europa « liberate » dagli eserciti anglo-americani.

«Conquiste » tanto importanti, va da sé debbano essere a tutti i costi mantenute: ed ecco tutto un mondo culturale e politico di « collaborazionisti » degno dell'Atene dei trenta tiranni che aveva richiesto un presidio straniero per sostenere dn governo impopolare incaricarsi di salvaguardare e rafforzare la politica dei blocchi, accettando come stabile la collocazione in uno di essi e, come indispensabile contrappeso, l'esistenza dell'altro.

La sudditanza dell'Europa alle superpotenze viene ribadita nei suoi più ributtanti aspetti strategici ed economici: si tace sull'esigenza di una vera pace che comporti il ritorno di ogni esercito entro i confini del proprio Stato, la restituzione della libertà a quei paesi oggi privi di ogni forma di autodeterminazione politica, e la riunificazione di quelli divisi.

Di tale negativa strategia politica è recente e palpabile testimonianza il dialogare disteso, disponibile, pretesco, del ministro degli esteri Andreotti, con la « controparte » comunista. Essa è stata ampiamente rassicurata nella sua vocazione antieuropea, tranquillizzata sul fatto che anche i democratici reggico­da del blocco filoamericano vogliono perpetuare l'equilibrio di Yalta e vogliono la Germania definitivamente divisa. Per Andreotti, i tanto conclamati principi democratici di autodecisione dei popoli e di libera scelta del proprio destino politico valgono oggi evidentemente solo per le popolazioni di colore. I Tede­schi sono troppo bianchi e troppo biondi per pretendere gli stessi diritti dei Tanzaniani o dei Congolesi.

Sul versante culturale poi, c'è da registrare da parte di reti di stato e private l'esaltazione, in occasione del quarantennale, dei fasti dello sbarco in Normandia. Questa operazione ha rappresentato sì la vittoria degli Occidentali, ma anche l'inizio della procedura di spartizione del continente tra essi ed il loro complice comunista ed ha segnato la fine dell'Europa come soggetto autonomo di storia.

Né alla coscienza dei managers televisivi europei ripugna proporre film imperniati sulle gesta dei piloti americani, sulla glorificazione dei bombardamenti terroristici sulle nostre case (2).

Mentre quindi rimane immutata la condanna dei « criminali di guerra » nazisti, che restano a centinaia in carcere demonizzati da una serie incredibile, sempre rinfrescata ed arricchita, di falsificazioni, gli assassini di Hiroshima pontificano e si permettono di affiancare ipocritamente le loro stesse vittime nel corso delle sfilate pacifiste antiatomiche.

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E' necessario reagire alle reiterate mistificazioni di questi bari della storia sollevando amor di verità, spirito di ribellione nell'animo degli Europei. Il loro senso di identità va rianimato e rafforzato. Occorre far capir loro quanto sia assurdo gioire dei successi altrui. Occorre mettere sotto gli occhi di tutti il fatto che l'attuale assetto dell'Europa è un successo sovietico e statunitense, gestito dal Patto di Varsavia e dalla Nato, non certo un successo europeo.

Va messa a fuoco l'assoluta estraneità, tra gli interessi europei da una parte e quelli sovietici e statunitensi dall'altra. L'Europa è una realtà assai diversa dall'Oriente comunista e dall'Occidente democratico.

 

Piero Sella

 

1 G. Brook-Stepherd, L'Anschluss, Mondadori, Milano 1966, pag. 250.

2 Cfr. 15 settembre 1984, Telereporter, « Cielo di fuoco ».