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Ricardo Elozua

Il prestito internazionale come arma del Sistema

 

Prestiti e solvibilità Il vicolo cieco dell'indebitamento La dipendenza economica, premessa per

il disfacimento delle culture Contro il Sistema, geopolitica continentale e subcontinentale.

 

I debiti dei paesi del terzo mondo e del blocco socialista superano oggi la somma astronomica di un milione di miliardi di lire. Si sa fin d'ora che una parte considerevole di questi fondi non potrà mai essere rimborsata e dovrà essere assorbita dai paesi che hanno effettuato i prestiti. In attesa, tutto il sistema penosamente messo in piedi a Bretton Woods nel 1944 e che faceva del dollaro la moneta guida degli scambi internazionali, è sul punto di crollare. Già ridotto a mal partito da anni di gestione da parte delle autorità monetarie americane, sembra ormai pronto per ricevere il colpo di grazia dalle nere prospettive prodotte dall'indebitamento mondiale.

Se l'insolvenza di ciascun paese debitore non fosse di volta in volta rapidamente risolta dall'intervento della finanza pubblica e del potere politico del principale creditore o da un meccanismo regolatore come il Fondo Monetario Internazionale, le principali banche occidentali, per il gioco degli interessi incrociati, non sarebbero più in grado di onorare i loro impegni. Come ci fa rimarcare il responsabile degli studi economici della Morgan Guaranty Trust:

« Siamo giunti ad un crocevia. Vi sono molte probabilità che la situazione diventi incontrollabile ». Ora, non siamo molto lontani dalla catastrofe. Già nel marzo 1981, la Polonia, il cui debito ammontava a 38.000 miliardi di lire, dichiarava di non poter far fronte alle rateazioni previste per il suo debito con l'estero; nell'agosto 1982, il Messico annunciava che non avrebbe più pagato gli interessi sui 112.000 miliardi di cui è debitore; nelle settimane successive, il Brasile si manifestava incapace di mantenere i propri impegni.

Il governo americano, smentendo una volta di più le dottrine anti-interventiste in campo economico, si è visto costretto ad organizzare ogni volta il salvataggio, evidentemente solo provvisorio, del paese implicato. Nella stessa occasione ha così evitato il fallimento a catena del proprio sistema bancario. L'esame del coinvolgimento statunitense nell'economia dei paesi terzi permette di comprendere a quale grado di interdipendenza ha portato il sistema. I prestiti degli USA a paesi « a rischio » hanno toccato la soglia dei 182.000 miliardi di lire. Le nove più importanti banche americane hanno impegnato l'equivalente del 130% del loro capitale sociale presso quattro paesi soltanto: Argentina, Brasile, Messico e Venezuela.

A dispetto delle regole economiche che sono loro proprie, le banche degli Stati Uniti hanno tralasciato ogni criterio di razionalità finanziaria accollandosi rischi tanto elevati su un numero così ristretto di clienti. E dunque difficile biasimare unicamente i debitori; essi non sarebbero giunti a questo punto senza l'accanimento dei commessi viaggiatori della Chase Manhattan Bank o della Citycorp.

È poco realistico attendersi una diminuzione dell'indebitamento mondiale. Un certo numero di paesi ha trovato nel ricorso al mercato internazionale delle valute il regolatore ideale della loro economia. Il ricorso al credito è diventato un'arma di politica interna. Le nazioni che dispongono di un'economia più soli­da prendono anch'esse a prestito con lo stesso scopo, ma lo fanno nella propria moneta o presso il risparmio interno.

È questo il caso degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, dell'Italia e di tanti altri. L'obbiettivo di fondo è ovunque lo stesso, sostenere la politica dei governi al potere senza mostrare di farne pagare il costo ai contribuenti. Oggi appena il 10% di ogni somma presa a prestito serve a finanziare investimenti reali. Il restante 90% paga gli interessi dei debiti e ripiana i deficit statali. In questa logica, un paese che conosca un fallimento di fatto, non ha alcun bisogno di denunciarlo, in quanto gli è teoricamente possibile rinnovare indefinitamente il proprio debito. Per le banche creditrici, il ripianamento dei rimborsi può rivelarsi molto vantaggioso. In primo luogo, è evitata la cessazione dei pagamenti, incubo dei banchieri, in secondo luogo i prestiti-relais sono concessi a tassi ben più elevati, e assicurano quindi alle banche guadagni potenziali a breve termine più rilevanti.

Tuttavia, nessuna banca è abbastanza potente finanziariamente per soddisfare ai bisogni di rifinanziarnento dei paesi in via di fallimento. È necessario formare dei cartelli bancari. E così che cinquecento banche hanno prestato fon­di alla Polonia, millequattrocento al Messico e mille al Brasile. Il che dà un assaggio dell'ampiezza della catastrofe se mai uno di questi paesi voltasse la schiena alla logica liberale.

Come analizza giustamente Manuel Pietri, all'origine dell'indebitamento sì trova un desiderio di acculturazione da parte delle élites occidentalizzate dei paesi del terzo mondo. Da buoni agenti del sistema (cfr. Il sistema per uccidere i popoli, di Guillaume Faye, Edizioni dell'Uomo libero, 1983), questa borghesia ha identificato col modello occidentale il suo sviluppo, che passa quindi attraverso l'importazione massiccia di beni e di modi di pensare. Ora ciò che più spesso accade è che i paesi nuovi si sono lanciati in grandi progetti dì crescita, senza grandi preoccupazioni per i bisogni reali del paese, in funzione dell'ambizione dell'élite urbana d'integrare la propria nazione nel quadro del sistema internazionale di divisione del lavoro. Talvolta, il denaro non serve addirittura che a finanziare degli sciovinismi mal riposti: nel 1977, l'Impero Centrafricano ha speso l'equivalente del suo bilancio nei fasti di un'incoronazione imperiale; il Togo si è costruita una raffineria di petrolio che resta ancora oggi inutilizzata; la Liberia ospita in pompa magna una conferenza dell'organizzazione per l'Unità Africana.

La ruota infernale dell'indebitamento tende ad accelerare in seguito al primo grande shock petrolifero del 1973. In quel momento alcuni paesi si sono ritrovati ingenti surplus, ben più di quanto non potessero spendere. D'altro lato, i paesi poveri sono stati incapaci di pagare contemporaneamente gli investimenti programmati, i beni di consumo importati e il rincaro energetico. La soluzione ingegnosa immaginata dal sistema liberale fu il « riciclaggio ». I fondi provenienti dai paesi petroliferi, depositati nei forzieri delle banche europee ed americane, vennero distribuiti verso i paesi che ne avevano maggiormente bisogno. Questo gesto generoso era ben retribuito, in quanto al LIBOR (London Interbank Offered Rate) si aggiungeva regolarmente lo spread (margine supplementare, più o meno elevato, che sanziona il grado di sfiducia dei banchieri nei confronti di un cliente).

Queste facilitazioni finanziarie, aggravate dalla mancanza di coraggio politico dei dirigenti, hanno condotto la maggioranza dei paesi a ritardare le misure atte a rispondere alla sfida dell'impennata del petrolio. Incoraggiati dalle proposte rassicuranti degli agenti delle grandi banche occidentali, i governi non hanno scelto la via del rigore, ma sono anzi ricorsi massicciamente al credito, e non per investire nei settori d'avvenire, ma per sostenere i consumi.

La Polonia, che soffriva da qualche anno di gravi difficoltà interne, pensò di risolverle facendo ricorso al denaro capitalista al fine di finanziare un ambizioso programma d'industrializzazione. I banchieri occidentali, confortati dal miraggio della distensione e dalle teorie che facevano dell'interdipendenza economica il migliore argomento a favore della comprensione tra i popoli, hanno generosamente offerto i loro fondi ai polacchi. Questi pensavano di rimborsarli tramite esportazioni verso i paesi ricchi. La recessione di questi paesi e la totale incoerenza dei piani d'investimento polacchi non l'hanno però permesso.

L'indebitamento eccessivo del piano di sviluppo ha alienato ciò che restava loro della autonomia politica. L'Unione Sovietica non poteva lasciar degradare la situazione ad un punto che avrebbe messo il paese in fallimento e declassata la comunità socialista al rango dei cattivi pagatori.

Per la credibilità di tutto un sistema la Polonia doveva onorare i suoi debiti; non è perciò sorprendente che, facendo eco alla Pravda, il Wall Street Journai si sia rallegrato dell'instaurazione dello stato d'assedio a Varsavia.

Per un curioso effetto d'accecamento, i banchieri occidentali non parevano preoccuparsi molto della solvibilità a lungo termine dei paesi loro clienti. Bastava loro sapere che l'Argentina cavalcava il bue grasso, che il Messico nuotava nel petrolio e che il Brasile dormiva su una montagna di caffè, per non vedere nei prestiti altro che i rapidi profitti che essi procuravano.

Tuttavia la ruota infernale del ricorso al credito mostrava già le prime incrinature. Nel 1979, i paesi membri dell'OPEC annunciano un secondo rialzo petrolifero; negli Stati Uniti il Tesoro federale comincia una severa lotta contro l'inflazione attraverso l'innalzamento brutale dei tassi d'interesse.

Automaticamente, per il gioco degli interessi fluttuanti, le somme già prese a prestito rincarano e nuovi prestiti sono a tassi proibitivi. Tra il 1976 e il 1982, il LIBOR passa dal 6% al 15%; è una rude scossa e la recessione che ne risulta scatena la caduta del prezzo delle materie prime diverse dal petrolio. Il ribasso trascina con sé tutte le speranze di rimborso dei paesi indebitati. Così, il prezzo dello zucchero brasiliano passa da 345 a 84 dollari la tonnellata. Il Presidente della Tanzania potrà da parte sua constatare che per acquistare un camion sono necessarie nel 1981 quantità decuple di tabacco rispetto al 1976.

Dopo quella della Polonia, l'annuncio, durante l'estate 1982, della crisi imminente del Messico è stata l'equivalente di una bomba atomica finanziaria. Riuniti in tutta urgenza a New York, i principali banchieri implicati giungono in qualche giorno ad un accordo per il ripianamento del debito; ci vorranno seicento ore di telescrivente per trasmettere alle 1400 banche implicate nel prestito le ventiquattro pagine dell'accordo raggiunto. Minacciando costantemente di rompere i negoziati e di dichiarare il paese in bancarotta, i messicani si sono rifiutati di apparire come degli accusati. Per essi le responsabilità sono equamente ripartite. Non si fanno alcuna illusione sulle ragioni che hanno spinto le banche straniere a prestare loro del danaro. « Esse ci guadagnano molto » dichiara il Presidente del Messico Lopez Portillo prima di nazionalizzare nel settembre 1982 tutte le banche del paese.

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In un'opera recentemente pubblicata in Francia, Dette et développement (1), un collettivo d'autori smonta il meccanismo di ciò che essi considerano la nuova dipendenza. L'innesto di un modello di sviluppo che giustifica la presa a prestito di capitali stranieri aggrava nella maggior parte dei casi le difficoltà che pretende di risolvere e ne crea delle altre. In più, le due organizzazioni che gestiscono il grosso dei prestiti impongono scelte economiche e politiche ben determinate.

Il FMI, per le condizioni che collega alla concessione delle somme tende a spogliare gli stati del dominio della propria economia. Questo organismo non cerca di adattarsi infatti alle realtà di ogni caso concreto, ma vuole imporre ad ogni paese un insieme di norme economiche « valide » per tutti. L'obbiettivo sarà raggiunto nella misura in cui i particolarismi saranno distrutti. Con la « normalizzazione » economica verrà la « normalizzazione» culturale, l'unificazione del modo di vivere. Qualche riserva turistica ben gestita sarà sufficiente a soddisfare il gusto per l'esotismo igienizzato degli economisti del FMI. Questa lotta implacabile contro le identità culturali e le scelte storiche nazionali ha scatenato le reazioni più ostili. È stato questo il caso della rivoluzione iraniana.

Per ciò che concerne le banche private, l'altro grande finanziatore, esse hanno incoraggiato il ricorso al credito suggerendo progetti di sviluppo senza alcun legame reale con i bisogni dei paesi. Lungi dal cooperare con i governi e con le autorità monetarie nella gestione a lungo termine di un piano di crescita, le banche hanno aumentato o diminuito le loro esposizioni in funzione di criteri miopi e unilaterali.

Il ricorso al finanziamento estero è quindi una buona cosa per i paesi del terzo mondo?

L'analisi mostra che il ricorso indiscriminato al credito smobilita l'econo­mia di un paese, distoglie dal risparmio nazionale, rallenta la crescita della produzione interna, riduce il possesso della catena delle tecnologie produttive, orienTh l'apparato produttivo verso i bisogni di un'economia universalizzata, decentrata ed opera un drenaggio a termine delle risorse del paese in direzione delle potenze industriali. A ciò si aggiunge l'alienazione culturale prodotta dall'introduzione avventata di un modello culturale straniero, lo sconvolgimento della struttura sociale e la progressiva perdita dell'autonomia politica.

Il finanziamento di una gran parte dei consumi delle nazioni giovani è una buona cosa per i paesi concedenti?

Potrebbe forse anche esserlo se i governi intendessero il flusso finanziario come arma politica. Non si verifica niente di simile: per dabbenaggine, incompetenza e implicazione negli ingranaggi del sistema, gli Stati in questione hanno praticato una dicotomia tra gli scambi commerciali, i flussi finanziari e i rapporti di forza politici. Talvolta quest'atteggiamento si è aggravato quàndo gli Occidentali hanno applicato al mondo politico le regole che reggono il mondo degli affari. È così che in nome della distensione i banchieri europei e nordamericani sono stati incoraggiati a prestare massicciamente ai paesi socialisti. Questo, nell'idea non dissimulata che il costoso favore avrebbe avvicinato i rispettivi punti di vista. I sovietici hanno potuto finanziare al tempo stesso il più importante sforzo di armamento della storia, un ambizioso programma spaziale e il proseguimento dell'industrializzazione del paese. Quando i sovietici accumulano divisioni corazzate, gli occidentali accumulano il ricatto dei crediti. I prestiti ai russi infatti sono a fondo perso.

La recente guerra delle Malvine illustra perfettamente l'ambiguità delle relazioni tra il debitore e il creditore. Il Regno Unito, dopo aver largamente contribuito in senso finanziario all'armamento dell'Argentina, ha dovuto dopo il conflitto, correre in soccorso del suo avversario, le cui finanze minacciavano il fallimento, mentre ancora l'Argentina non aveva neppure ancora concluso formalmente la pace. Per salvare i suoi crediti alla foce della Plata, l'Inghilterra ha dovuto transare politicamente.

* * *

L'irresponsabilità del sistema finanziario ha portato l'insieme delle nazioni in una situazione molto difficile. Ma non necessariamente per coloro cui si può pensare. Nel XIX secolo, quattro Stati nordamericani non onorarono i loro debiti sulla piazza di Londra. Il Mississippi è ancora sulla lista degli insolventi. Deve ancora cinque milioni di dollari. Tuttavia questi Stati sono sempre là. La Corea del Nord, Cuba, il Ghana che si sono rifiutati di continuare a pagare gli interessi non sono per questo scomparsi dalla superficie del globo (2). All'inverso, all'altro capo della catena, banche, piccoli risparmiatori e in definitiva la finanza pubblica del paese che esborsa finiscono sempre per pagare al posto degli insolventi.

I metodi del liberalismo classico non possono dunque apportare neppure un inizio di soluzione soddisfacente e realizzabile. In effetti, ogni ripianamento della situazione trascinerebbe con sé conseguenze disastrose sull'attività industriale dei paesi sviluppati. Ogni recessione sfocerebbe in una caduta del prezzo delle materie prime, cioè delle principali risorse dei paesi indebitati. Questa è la logica assurda del Sistema occidentale. Ci condanna non soltanto a perpetuare la situazione di indebitamento generale, ma ad accrescerla, affinché il commercio internazionale non rischi di ridursi troppo.

Un'alternativa è indispensabile. Alcuni economisti si stanno già orientando in questa direzione. In effetti non si tratta soltanto di trovare delle soluzioni per la crisi attuale dei pagamenti internazionali, ma di ripensare interamente le modalità di sviluppo sia dei paesi « ricchi » che dei paesi « poveri ». E chiaro che i debiti dei paesi insolventi, nella loro immensa maggioranza non saranno mai pagati. Ci vorrebbe, perché lo fossero, una degradazione durevole e radicale del loro attuale livello di vita, cosa che non è realistica.

L'iniziativa deve dunque essere presa dalle nazioni creditrici. Senza esonerare le banche della grave responsabilità che ricade su di esse, organismi regionali dovrebbero addossarsi la gran parte dei debiti irrecuperabili dei paesi del terzo mondo. I contatori sarebbero così rimessi a zero. Le banche private do­vrebbero poi perdere gradualmente l'accesso ai mercati internazionali, per lasciar fare a governi animati da volontà politica. Questi accorderanno finanziamenti limitati per obbiettivi precisi, ottenendo in cambio precise contropartite politiche.

Nell'ottica di uno sviluppo autocentrato su grandi spazi regionali semiautarchici, ogni insieme geopolitico omogeneo (Europa, Africa nera, Paesi Arabi, etc.) cercherà di determinare da solo gli obbiettivi prioritari del suo sviluppo, scegliendo i programmi di investimento ed il loro finanziamento. Sarà così evitata l'importazione, attraverso una tecnologia, di una civilizzazione straniera, alienante in rapporto alle identità culturali nazionali. Non finanziando più a fondo perduto i consumi correnti dei paesi del terzo mondo e la macchina da guerra sovietica, l'Europa potrà trovare nel suo proprio seno le capacità d'investimento per lanciare importanti programmi di sviluppo che saranno un elemento di peso per il suo avvenire in quanto grande potenza. Senza un grosso sforzo nei campi dell'autonomia energetica, delle materie prime e dell'esplorazione e dello sfruttamento dello spazio, il nostro continente rischia di veder aggravata la sua dipendenza e il sòttoimpiego delle sue capacità umane ed industriali.

Quando le leggi del laissez faire conducono alla sconfitta, i loro partigiani si volgono verso la finanza pubblica al fine di non soffrire troppo dei propri errori. E tempo che cessi il miraggio del liberalismo come panacea universale affinché le nazioni riprendano in mano gli strumenti economici della loro storia.

 

Ricardo Elozua

 

(1) AA.VV., Dette et développement, (Debito e sviluppo). Publisud, Parigi 1982.

(2) La storia offre dei precedenti degni di riflessione. Nel XV e XVI secolo i Medici si erano costituiti in « multinazionale » commerciale e bancaria prestando somme considerevoli a vari Stati europei, tra cui la Francia e l'Inghilterra. Quando questi Stati furono nell'impossibilità di pagare i loro debiti, non furono evidentemente essi a fare bancarotta, ma i Medici...