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Gianantonio Valli

La coscienza dell'impero

Ascesa e declino dell'Europa di Mezzo

 

(1)

L'egemonia atlantica

La rinascita dell'Europa di Mezzo

 

… da far sì che l'Europa si sentisse costretta a decidere di divenire anch'essa egualmente minacciosa, di acquisire, cioè, una volontà unica [...] affinché finalmente la commedia, protrattasi anche troppo, della sua congerie di staterelli nonché la molteplicità dei suoi velleitarismi dinastici e democratici giunga infine a un epilogo. È passato il tempo della piccola politica: già il prossimo secolo porterà con sé la lotta per il dominio della terra, la costrizione alla grande politica.

NIETZSCHE

Al di là del bene e del male, VI, 208.

 

L'egemonia atlantica

 

Oggetto della presente ricerca è la Grande Politica dell'Europa di Mezzo, vale a dire lo studio del sorgere e del dispiegarsi del sogno imperiale di Italia e Germania, dal loro affermarsi tardo-ottocentesco come Grandi Potenze europee fino alla loro disfatta nel secondo conflitto mondiale (1).

Ma per tracciarne in modo corretto i lineamenti senza stravolgerli in condanne aprioristiche e preconfezionate (quasi che Italia e Germania, per il solo fatto di essere state sconfitte quarant'anni or sono avessero doverosamente espiato la « colpa » dei loro regimi) e senza limitarsi ad una pura elencazione cronachistica priva di vero affiato storico, occorre in primo luogo riconoscerne le costanti dettate da un'imperiosa situazione geopolitica, da secoli operante in modo coerente pur nel mezzo dell'irrazionalità ultima degli eventi (2).

Comportarsi in diversa guisa, non avere cioè presente un adeguato, e nel nostro caso secolare, retroterra storico; non riconoscere che la maggior parte degli eventi risulta da decisioni raramente isolate e mai in ogni caso arbitrarie prese da uomini per le loro funzioni responsabili; considerare poi solo alcune delle nazioni in causa come pienamente autonome nel loro agire ignorando l'azione di altre, e magari le più determinanti per rapporti di forze (3), non significa solo precludersi la possibilità di comprendere l'effettiva dinamica dei fatti,

ma anche dare prova di mancanza di senso storico, di profondità morale e perfino di quella pietas per gli uomini e gli eventi passati (sacri in ogni caso appunto perché passati) che ogni vero studioso dovrebbe in primo luogo possedere (4).

Vogliamo con questo dire che senza l'accettazione della dignità del passato e della sua specificità ed autonomia dal tempo presente, non può darsi vera opera storica, bensì pura proiezione di inclinazioni personali, quando non dell'inconscio collettivo, delle ideologie e degli pseudovalori del nostro tempo.

Certo non occorre, per comprendere la situazione storica di allora, risalire, in un'interminabile sequenza di cause ed effetti, all'uomo del Paleolitico, ma èindubbio che una rapida considerazione della storia europea degli ultimi cinquecento anni è indispensabile a chiarire il perché di quel particolare svolgersi di eventi.

Data infatti dalla seconda metà del Quattrocento l'inizio della dissociazione in due tronconi dell'Europa più ardente e vitale (5).

Quella comunità occidentale, quell'Occidénte (6) che fino ad allora si può considerare un corpo unico, erede della tradizione indoeuropea variamente dispiegatasi nei millenni presso le diverse regioni del continente, dotata di dignità e valori suoi propri fin dal sorgere storico della civiltà greca e romana, in contrapposizione ad un Oriente caratterizzato, in tutte le sue genti, da masse informi e proskynesis, rinuncia e annullamento della personalità individuale di fronte ad uno stato onnipotente e a divinità remote e inaccessibili (7), si viene ora scindendo in due ampie zone a diverso destino e che, grosso modo, andranno ad incarnare nei secoli seguenti due opposte concezioni ideologiche, filosofiche, politiche.

Mentre cioè fino ad allora il termine « Occidente », visto come un tutt'unico, blocco ideale della tradizione classica vivificato dall'apporto germanico e riconformato e in parte stravolto nella concezione del mondo della respublica christiana, può risvegliare legittimamente in noi echi e consonanze profonde; mentre Salamina e il Granico, Carre e i Campi Catalaunici, Poitiers e il Lechfeld, Liegnitz e Mohàcs (8) ci fanno sentire, e scegliere come nostra, e chiamarla Occidente, una delle due parti in lotta, dalla fine del Quattrocento le nazioni poste sull'Atlantico iniziano un cammino che divergerà sempre più da quello dell'Europa di Mezzo.

L'evento capitale, maturato nell'arco di un secolo, da quando cioè i turchi, quanto di più barbaro esprimesse allora l'Asia continentale, posero piede in Europa, può essere simbolicamente riconosciuto nella caduta di Costantinopoli. Evento che segna uno spartiacque della storia universale, il predominio turco con la chiusura del Mediterraneo ai movimenti europei verso l'Asia si lega al culmine della prima fase delle esplorazioni che le nazioni atlantiche vanno attuando da decenni.

Ma mentre le nazioni dell'Europa sudoccidentale — Spagna e Portogallo — andranno presto per la loro strada verso l'America centro-meridionale ponendosi sempre più alla periferia della storia europea, non altrettanto avverrà per Francia e Inghilterra.

Di quest'ultima, soprattutto, occorre rilevare la costanza nel perseguimento di un equilibrio di forze sul continente europeo giocando una nazione contro l'altra, in modo da evitare che alcuna Potenza possa affermarsi egemone e minacciosa contro di essa.

Della Francia basti ricordare il gioco plurisecolare, l'amicizia tra i re « cristianissimi » e il sultano ottomano ai danni di Venezia, già peraltro alleata francese contro Milano e Napoli, e soprattutto il costante operare ai danni del Sacro Romano Impero della nazione tedesca (9).

Così, mentre le vele britanniche e francesi raggiungono il Labrador e Sant'Elena, e quelle portoghesi, ispaniche ed olandesi le isole della Sonda, la Terra del Fuoco, le Filippine e il Giappone, l'Europa di Mezzo deve fare fronte alla più grande minaccia da oriente della sua storia.

Agli inizi del Seicento l'espansione ottomana ha ridotto all'impotenza l'Eu­ropa centrale. Fagocitata la penisola balcanica, sottomessi slavi e rumeni, rotti i magiari, condizionati gli albanesi, i turchi sono apparsi, per la prima volta nel 1529, sotto le mura di Vienna.

Pur tra alterne vicende, tra avanzate e riflussi, costituiscono da allora una presenza paralizzante e sempre minacciosa per l'esistenza quotidiana dell'Impero asburgico.

Costretto con Carlo V a spartire i domini spagnoli da quelli tedeschi, il Sacro Romano Impero si riduce in effetti a Boemia, Austria e Ungheria, anche se il titolo di imperatore copre nominalmente gli altri territori germanici.

La successiva guerra dei Trent'Anni, di cui ancor oggi è difficile per noi apprezzare l'incidenza di crisi, e che con le sue allucinanti devastazioni territoriali e demografiche (la popolazione germanica si riduce in quegli anni da sedici a dieci milioni di persone mentre in talune regioni, come la Pomerania e il Meclemburgo, le perdite raggiungono il 66 e l'80%) peserà per sempre come un incubo sul popolo tedesco, vede nella pace di Westfalia del 1648 il coronamento dell'opera pluridecennale di Richelieu e la conferma pratica della volontà espressa cent'anni prima da un ministro di Enrico II, essere cioè compito della diplomazia francese il mantenere le cose tedesche nel più grande disordine possibile.

La struttura costituzionale dell'impero risulta rivoluzionata. Ai vari stati viene concessa piena sovranità, compresa la prerogativa di concludere alleanze con potenze straniere, purché non siano dirette contro l'imperatore; è tolta la preminenza dei grandi elettori sugli altri membri della dieta; l'imperatore cede alla dieta il jus pacis et belli, e cioè il diritto di dichiarare guerra e di concludere pace, l'acquartieramento delle truppe, la tassazione, la costruzione di fortezze, configurandosi come semplice amministratore dell'impero. La Germania, già frammentata fin dalla sua nascita, non esiste politicamente più come corpo organico.

Discorde e frantumata in trecentocinquanta entità, città libere e città soggette, ducati, principati laici, principati ecclesiastici e piccoli regni, la nazione tedesca non riuscirà a trovare la sua unità politica che oltre due secoli dopo, ad opera dell'azione militare del regno di Prussia.

Parallelamente l'Italia, mentre vede la decadenza degli stati rinascimentali e la sua più combattiva avanguardia — Venezia — impegnata in un duello mortale antiottomano fino a svenarsi decrepita dopo tre secoli di lotta, mentre vede infuriare la pirateria turca e saracena che ne devasta endemicamente le coste e l'entroterra (10); mentre è in pratica tutta spiritualmente assorbita nella Controriforma dalla presenza del dominio temporale dei papi (11); non riesce per secoli a dare unità alle sue genti, divisa e occupata manu militari da Francia, Austria e Spagna.

E come nel Trecento la duplice eclissi del Papato e dell'Impero (conseguente quest'ultima alla scomparsa del genio di Federico II), aveva permesso il consolidarsi della nazione francese e il successivo scatenarsi della guerra dei Cento Anni tra Francia e Inghilterra, così l'eclisse dell'Europa di Mezzo permette nel Cinquecento alle nazioni atlantiche di guerreggiare impunemente fra loro.

E chi se ne assume l'iniziativa è sempre la meno europea e la più atlantica fra le nazioni, e cioè l'Inghilterra, che, ancora troppo barbara ed arretrata per associarsi all'opera di positiva esplorazione e scoperta geografica del Quattrocento, si sente ora abbastanza guerriera per strappare ai rivali le colonie da loro scoperte ed organizzate.

Col pretesto della lotta al cattolicesimo cadono o sono fiaccati e grandemente condizionati uno dopo l'altro, i possedimenti spagnoli, portoghesi e francesi; né le Sette Province protestanti, riunite in repubblica dopo Westfalia, conoscono sorte migliore.

A « nobilitare » e promuovere il comportamento inglese soccorrono l'esortazione religiosa e la benedizione divina, visto che l'accumulo di ricchezze sempre più grandi è segno principe e riconoscimento, a posteriori, della Grazia Celeste: « Servite Dio, arricchendo voi e il vostro Paese, se fattibile; altrimenti prendendo a olandesi e spagnoli ».

La guerra di Elisabetta contro la Spagna, protrattasi per quasi vent'anni e conclusa con la definitiva frantumazione del progetto asburgico di imporre all'Europa quell'unità religiosa lacerata mezzo secolo prima dai moti di riforma, segna l'inizio dell'affermazione dell'Inghilterra come grande potenza navale.

Ausilio non indifferente alla vittoria inglese, a parte i «venti di Dio » che hanno scompigliato l'Armada, portano le azioni dei corsari britannici, organizzati e incentivati dalla Corona; durante ciascun anno di guerra, dal 1585 al 1603, non meno di cento vele saccheggiano le coste iberiche, mentre altre centinaia assalgono e depredano i galeoni spagnoli sulla rotta delle Americhe.

La guerra contribuisce a fare conoscere agli inglesi nuove basi, anche in territori lontani, e poiché i corsari agiscono spesso oltre i limiti loro concessi dalle patenti reali, è spesso giocoforza trovare altri scali, dove potersi disfare delle merci predate senza che nessuno possa inquisire sulla legalità della loro cattura.

Rifugi sicuri offrono presto i porti turchi e barbareschi del nord Africa, specie nella regione di Tunisi e nel Marocco; in cambio, i corsari inglesi organizzano e potenziano fin dai primi anni l'attività dei pirati musulmani. Il loro ruolo nella creazione delle flotte di Barberia è presto ben noto in tutta Europa (12).

Il successo inaspettato delle navi corsare britanniche diviene però quanto prima fonte di imbarazzo per Elisabetta, soprattutto per quanto riguarda l'attività piratesca nel Mediterraneo, dove la loro attenzione si rivolge più alle merci e alle navi neutrali che a quelle spagnole. I francesi sono tra i primi a subire gravi danni. Nel 1600 l'ambasciatore di Venezia a Costantinopoli esprime la preoccupazione che le lagnanze avanzate dai francesi « diventeranno generali a tutte le potenze, poiché questa maledetta razza [gli inglesi, n.d.A.] si è fatta così spavalda che recasi ovunque senza esitazione, barbaramente incrudelendo, affondando navi, e portando il bottino a Patrasso e in altri porti dove trovano chi dà loro asilo ».

Riconferma Maffio Michiel, governatore veneziano a Zante, attivissimo contro i pirati, soprattutto contro quelli inglesi, che « non vi è marinaio di quella nazione che non sia pirata» (13).

Solo con l'ascesa al trono dello scozzese Giacomo Stuart viene a cessare completamente l'appoggio governativo all'attività di pirateria e alla guerra da corsa, che viene dichiarata illegale con regio proclama nel giugno 1603 (14).

La guerra dei Trent'Anni, col ristagno del commercio, la depressione economica del terzo decennio del Seicento, la più ferrea sorveglianza dei mari compiuta dalle marine da guerra di diversi Paesi, infliggerà poi un colpo mortale alle forze corsare create quarant'anni prima per una specifica attività bellica e subito smisuratamente dilatatesi fino ad identificare agli occhi europei una intera nazione.

Mentre il detto coniato dal filologo e storico Joseph Scaliger «nessuno èmiglior pirata di un inglese » diviene presto proverbiale, lo stesso re Giacomo si accorge che il declino della pirateria inglese non è dovuto al mutamento dei principi morali dei suoi sudditi ma alle pressioni dei nuovi eventi storici, confermando ancora nel 1620 che « questo flagello esecrando che la regina Elisabetta ha introdotto consentendo ai suoi sudditi la pirateria è ancor oggi troppo pro­fondamente radicato in questo popolo » (15).

Ma la storia della nazione inglese assume, nel decisivo secolo diciassettesimo, aspetti di ben più vasta portata nelle vicende europee, specialmente in considerazione della rapida evoluzione economica e sociale dei paesi britannici indotta dalla rivoluzione degli anni 1640-1660.

Il tentativo di assurgere a potenza europea, iniziato dal cardinale Wolsey e fallito alla fine del terzo decennio del secolo precedente, recupera ora con la rivoluzione cromwelliana tutta la sua forza e la sua efficacia.

Già il decennio 1530-1540 ha segnato un passo importante verso l'unificazione delle isole britanniche con la sconfitta delle rivolte feudali da parte delle forze regie e con la suddivisione del Galles e dell'Irlanda in contee con l'introduzione del sistema amministrativo inglese. Il passo successivo, con l'elezione al trono inglese del re di Scozia Giacomo VI, figlio di Maria Stuart, ha visto nel 1603 l'unione delle corone di Scozia e Inghilterra sotto un unico sovrano.

La rivoluzione cromwelliana con il sanguinoso soffocamento della rivolta irlandese, con il pugno di ferro usato contro le dissidenti sette politico-religiose, con il condizionamento parlamentare della monarchia e la presa del potere da parte della gentry protestante e di una nuova classe aristocratico-borghese, e alla base della nuova potenza britannica e del suo nuovo slancio internazionale (16).

Dopo il rigetto da parte dei Paesi Bassi di diverse proposte di associazione commerciale in cambio del libero accesso del commercio inglese ai possedimenti olandesi, l'Inghilterra scende in campo contro l'Olanda in tre occasioni, in un lasso di tempo di vent'anni, riuscendone alla fine vittoriosa. Il predominio olandese nel commercio di schiavi, tabacco, zucchero, pellami, cereali e pescagione, viene definitivamente spezzato; il vasto impero, pur lasciato intatto, viene preso sotto tutela britannica (17).

Nel 1655 la conquista di Giamaica, nel corso di una nuova guerra contro la Spagna, fornisce all'Inghilterra la base per potenziare e quasi monopolizzare il commercio di schiavi, col quale i mercanti inglesi si arricchiscono favolosamente in breve tempo.

Un compenso alla perdita dei mercati spagnoli viene in quegli anni trovato nell'alleanza col Portogallo che, invaso da Filippo Il ed eretto a vicereame nel 1580, si è nel 1640 staccato dal vicino iberico ed ha acquistato la definitiva indipendenza sotto la casa di Braganza nel 1668. Al commercio inglese si apre ora, in cambio della protezione accordata al Portogallo dalla potenza navale britannica, la strada dello sfruttamento del suo impero coloniale; data da allora la secolare « alleanza » tra diseguali che manterrà la nazione portoghese famula fedele dell'Inghilterra fino a tutt'oggi.

L'annientamento della congiura cattolica del 1679 e la rivoluzione del 1688-89 con la cacciata della dinastia cattolica degli Stuart, già restaurata nel 1660 dopo la morte di Cromwell, consolidano ulteriormente il potere delle classi mercantili protestanti.

Da allora l'Inghilterra diviene un grande fondaco internazionale; l'epicentro del commercio viene portato a Londra dalle varie compagnie di navigazione e il traffico di transito per l'Europa viene a passare per la massima parte per i porti britannici (18).

Tale processo di accentramento delle attività commerciali e finanziarie sul suolo inglese, già in atto dalla metà del secolo, riceve un impulso decisivo ed impressionante dall'elezione al trono inglese di Guglielmo III d'Orange. Statholder d'Olanda e marito della figlia protestante di Giacomo II, Guglielmo trascina al suo seguito il fior fiore della finanza del tempo, costituito dai più importanti rappresentanti delle folte colonie ebraiche olandesi, che ristrutturano radicalmente il sistema bancario e la tecnica creditizia conferendo al capitalismo un aspetto inedito e determinante (19).

Indubbiamente i sistemi creditizi, benché a livello rudimentale, sono esistenti da secoli su suolo europeo. Ma mentre nella stragrande maggioranza dei casi le operazioni dei primi banchieri tardo e post-medioevali sono state alquanto elementari, limitandosi generalmente al trasferimento dei depositi nei loro commerci, si pongono ora, nell'Inghilterra protestante del Seicento e sotto l'attiva supervisione organizzativa ebraica, le basi economico-finanziarie di un Mondo Nuovo (20)

Con la cacciata di Giacomo Il la politica inglese si fa intanto risolutamente antifrailcese, in parte a causa dell'appoggio che Luigi XIV offre alla causa del detronizzato sovrano, ma soprattutto perché la Francia, benché molto meno sviluppata economicamente dell'Olanda, resta sul continente l'unico stato in grado di contrastare l'espansione britannica, dotata com'è di un territorio molto più esteso, di un retroterra demografico più vasto, di un'economia molto meno vulnerabile alla guerra commerciale, cui ha invece dovuto soccombere l'Olanda.

Un primo passo verso il contenimento delle ambizioni francesi si ha con l'intervento inglese nella guerra di Successione spagnola, la prima guerra mondiale dell'era moderna, che vede coinvolti a sostegno dell'arciduca Carlo d'Asburgo nella contesa contro il pretendente francese, praticamente tutti i Paesi europei, Gran Bretagna, Olanda, Austria, Prussia, Hannover, Portogallo, Impero, Savoia, tutti schierati contro la Francia del Re Sole e l'alleata Baviera.

La pace di Utrecht, passo decisivo verso la posizione di « arbitra dell'Europa », lascia nel 1713 alla Gran Bretagna (21) l'isola di Terranova, i territori dell'Acadia/Nuova Scozia e le terre della baia di Hudson, oltre al monopolio del commercio degli schiavi con l'America spagnola.

Il controllo inglese del Mediterraneo, che sarà consolidato nel 1800 con l'occupazione di Malta, ha inizio con la assegnazione all'Inghilterra dell'isola di Minorca (poi riconquistata dalla Spagna nel 1782) e dell'importantissima rada di Gibilterra, già occupata nel 1704, e che viene tenuta ancor oggi manu militari dopo quasi trecento anni.

Ridotti gli altri Paesi Atlantici in secondo piano, condizionati nei traffici e quasi vassalli della onnipresente marina britannica, l'Inghilterra si trova quindi installata ai primi del Settecento in ogni parte del globo, col possesso di punti strategici lungo le principali vie di comunicazione e a protezione di quello che sarà, per oltre due secoli, il cuore del suo impero: il subcontinente indiano.

Dalla secolare lotta, la Francia esce definitivamente sconfitta nel 1763 dopo la guerra dei Sette Anni, avendo perso con la disfatta del suo esercito a Plassey, nel Bengala, tutti i territori e le basi indiane, e con la morte di Montcalm a Quebec ogni possibilità di stabile possedimento americano.

La Louisiana, conservata stancamente ancora per qualche decennio, viene definitivamente ceduta agli Stati Uniti da Napoleone nel 1803. « Il più grande affare degli Stati Uniti », come sara definita tale cessione, costituisce, con l'ottenuta libertà di navigazione dell'intero Mississippi, il primo e più importante passo verso ovest della repubblica, ferma allora ai territori dell'Ohio (22).

Dopo la definitiva scomparsa dell'Impero napoleonico, nel 1815, nessun avversario di rilievo sorge più a contrastare l'espansione britannica per quasi un secolo.

Colonialismo mercantile e di mero sfruttamento, opportunità per la deportazione di forzati e per l'espulsione di indesiderabili dal territorio nazionale, l'espansione britannica continua in maniera costante per tutto l'Ottocento con l'acquisto di altre importantissime posizioni strategiche quali Singapore (1824), Aden (1839), Hong Kong (1842), Suez (1882), Zanzibar (1890) — Ceylon e Malacca, e l'Africa australe con Città del Capo sono state occupate nel 1794 dopo la proclamazione, da parte degli eserciti rivoluzionari di Francia, della Repubblica Batava — sino a culminare a fine secolo nel periodo dell'imperiali­smo agguerrito dalla seconda rivoluzione industriale (23).

La corsa oceanica plurisecolare e lo sfruttamento dei continenti extraeuropei hanno quindi assicurato alle nazioni atlantiche, soprattutto all'Inghilterra e ad una Francia nettamente ripresasi con la Restaurazione dopo l'avventura napoleonica, una somma colossale di ricchezza e potenza che permette loro di stabilire una durevole egemonia sul mondo, a danno dell'Europa di Mezzo, rimasta forzatamente indietro.

Nel frattempo la Russia ha portato a termine la sua espansione ad oriente e verso sud, sottomettendo decine di popoli e incorporando nel suo impero sterminati territori, giungendo al Pacifico settentrionale e alle acque calde del Mar Nero, contrastata praticamente dal solo Impero ottomano, del resto in via di progressiva dissoluzione.

A fine Ottocento, tra le quattro grandi entità che si vanno assestando, Europa Atlantica, Impero russo, Stati Uniti d'America, Europa di Mezzo, e proprio quest'ultima (che conosce proprio allora un momento di magica vitalità in tutti i campi dell'azione umana — intellettuale, demografica, politica in contrapposto al ristagno, alla recessione o addirittura alla mancata partenza degli altri tre blocchi) ad avvertire lo stridente contrasto tra le potenzialità delle sue genti e l'esiguità dei mezzi economici, territoriali e di materie prime necessari per la loro realizzazione. La fortuna degli uni, che acquista agli occhi degli esclusi un aspetto di sempre più sfacciata insolenza, e la stasi forzata degli altri associata alla consapevolezza della propria netta inferiorità materiale, si trasporteranno, alla fine, dal campo dei fatti a quello delle ideologie e degli inconsci collettivi, creando fra i due raggruppamenti uno spirito profondo di competizione e di ostilità non solo economica e politica, ma addirittura filosofica e ideale, che sfocerà nei due conflitti mondiali.

La rinascita dell'Europa di Mezzo

Ultima arrivata, tra le grandi nazioni europee, alla costruzione dello stato unitario, l'Italia si trova negli ultimi decenni dell'Ottocento a dovere formularein tempi brevissimi, e su basi del tutto nuove, la sua politica estera. Pur ancora legata alla problematica risorgimentale ed irredentistica, si fa sempre più viva nelle classi dirigenti, negli ambienti economico-finanziari, nell'industria, negli scrittori e negli intellettuali in genere, l'esigenza di una azione di più ampio respiro a livello europeo ed extraeuropeO.

Con una popolazione in rapida e vigorosa espansione demografica, con un territorio nazionale privo dell'estensione e delle materie prime necessarie all'esistenza quale grande nazione, ed anzi alla semplice sopravvivenza, al punto da disperdere per il mondo in pochi decenni milioni dei suoi figli (24), l'Italia ha ritrovato una sua propria, faticata e faticosa unione delle genti dal Veneto a Capo Passero proprio negli anni in cui le altre nazioni europee hanno dato inizio ad una corsa imperialistica per assicurarsi posizioni strategiche, risorse e mercati a livello mondiale (25).

È , questa di fine Ottocento, un'espansione qualitativamente diversa da ogni altra precedente. Legandosi strettamente allo sviluppo tecnologico e alla ricerca scientifica di una nazione, la penetrazione in nuovi territori africani ed asiatici è resa possibile in primo luogo alle nazioni dotate di solide strutture industriali e di rilevanti infrastrutture economico-finanziarie, e in secondo luogo non solo ai governi nazionali ma anche a gruppi minori che fungono spesso da battistrada all'azione politica degli stati.

Iniziatori ed artefici del nuovo imperialismo risultano essere spesso compagnie di navigazione, gruppi economici e commerciali privati, perfino singoli esploratori ed individui, come Stanley e Rhodes, in grado di fare precipitare gli eventi e di rivendicare diritti su vaste estensioni territoriali che diverranno poi parte di imperi.

Innovazioni sostanziali introdotte o cresciute e rese sicure nel ventennio 1860-1880, quali la profilassi antimalarica a base di chinino, nuove leghe metalliche, nuovi motori per battelli e per navi a vapore, fucili a retrocarica a tiro rapido e mitragliatrici, la comunicazione telegrafica via cavo sottomarino; l'apertura di nuove vie di comunicazione resa possibile da nuovi macchinari (26), la disponibilità di materiale ferroviario più solido, rendono molto pìu agevole, e meno costosa, la penetrazione in territori, specie africani, fino ad allora ostili per le condizioni naturali o per la resistenza opposta dagli indigeni (27).

In questo turbinio di attività da parte si di nazioni di consolidata esperienza coloniale, ma anche di piccoli stati nati da poco come il Belgio, si trova ad agire l'Italia.

L'orgoglio della rinascita e le memorie della passata grandezza di Roma si mescolano fin da subito all'esigenza di risolvere gli squilibri interni lasciati in eredità dal Risorgimento, di dotare il Paese di una struttura industriale adeguata alle ambizioni ed al nuovo ruolo che l'Italia si propone di svolgere nell'arena internazionale di porre mano alla risoluzione di quella che sta diventando la questione meridionale.

E tutto ciò insieme a problemi economici e geopolitici di statura vertiginosa, problemi cui essa deve fare fronte, e celermente, se non vuole vedersi esclusa e ridotta a vassalla di più forti entità statali.

Nel bel mezzo dell'epoca dell'imperialismo, l'Italia si trova a competere con nazioni di potenza demografica per il momento ancora superiore, e soprattutto dotate di un retroterra industriale economico e finanziario ben più solido del suo.

Aspetto assolutamente non secondario, ed anzi facente aggio su ogni altra componente, lo spirito unitario nazionale, il sentimento di appartenenza ad una unica comunità, deve essere costruito ex novo — certo sulla base di un sentire comune presente nelle genti italiche, soprattutto nei ceti intellettuali e dirigenti, fin dai tempi di Dante — dalle diverse popolazioni finalmente riunite, quasi sempre con la forza, dalle armi del Piemonte sabaudo. Sia per memorie passate, sia per adeguare le possibilità alle forze ancor gracili della nazione, sia per la mancanza di entità statali locali in grado di contrastarla, l'espansione avviene, in modo pressoché naturale, sul continente africano (28)

I primi, incerti passi si compiono dopo il taglio dell'istmo di Suez (1869), quando alle numerose esplorazioni di Piaggia, Miani, Gessi, segue l'acquisto da parte di Giuseppe Sapeto, per conto della società di navigazione Rubattino, di un triangolo di territorio nella baia di Assab, in Dancalia, torrido luogo inospite sul Mar Rosso.

Sul piccolo lembo di terra ceduto da sultani locali, vengono presto alzati due pali e « inchiodati due tasselli con l'epigrafe: Proprietà Rubattino comprata agli li marzo 1870 » (29)

Ripartito il Sapeto il 25 aprile, quattro giorni dopo sbarcano da una nave da guerra egiziana i soldati del Khedivè, che distruggono la baracca di legno costruita dagli italiani, abbattono i pali e malmenano i capi dancali che hanno operato la vendita. Come atto d'inizio di destini imperiali, è certo alquanto misero.

In ogni caso, si apre un annoso contrasto diplomatico con l'Egitto, che rivendica la sovranità sui territori costieri del Mar Rosso, e che viene spalleggiato, neppure tanto discretamente, dall'Inghilterra, che si è peraltro già assicurata posizioni strategiche di tutto rispetto sullo stretto di Bab-el-Mandeb.

L'ex Regno di Sardegna sta sfuggendo alla secolare tutela britannica, l'Italia in Campidoglio aspira alla qualifica di grande potenza e viene a rappresentare perciò, protesa com'è al controllo del Mediterraneo e della via delle Indie, già una minaccia virtuale, senza che ci sia bisogno di assecondarne l'installazione anche sul Mar Rosso.

Solo dieci anni dopo, avendo il Rubattino ceduto i diritti di proprietà al governo italiano, il territorio viene occupato, e ampliato mediante nuovi acquisti, dall'Italia, che vi invia naviglio da guerra a presidio. Per due anni ancora si protrarranno le controversie diplomatiche con egiziani e britannici.

Nel frattempo la situazione nel Mediterraneo sta evolvendo rapidamente. La Francia ha occupato nel 1881 la Tunisia, già valvola di sfogo per l'emigrazione dall'Italia — che vi ha installato una numerosa colonia di contadini e braccianti — bloccando in tal modo un'ulteriore espansione e cancellando ogni prospettiva di protettorato da parte italiana.

Per bilanciare l'attivismo francese, e in cambio dell'appoggio italiano alle tesi inglesi alla conferenza di Londra, l'Inghilterra, che prende sotto tutela l'Egitto l'anno seguente e che sta occupando il Sudan in condominio con gli egiziani, tollera un'ulteriore installazione dell'Italia sulle coste eritree, a Massaua, che viene occupata ai primi del 1885.

Ha inizio così l'espansione lungo il territorio costiero e nell'immediato entroterra, insieme ai primi contrasti con l'Abissinia, che sfoceranno due anni più tardi nello scontro di Dògali.

Dopo un breve periodo di relativa calma, si riaccendono le controversie col nuovo negus Menelik, che rifiuta decisamente l'ipotesi di un protettorato italiano. Aiutato sotto banco da inglesi e francesi con rifornimenti bellici, riesce ad infliggere nel 1896, nella conca di Adua, una battuta di arresto alle truppe italiane, che pure restano padrone del campo.

Ma come conseguenza della sconfitta esplodono in Italia violenti tumulti e polemiche giornalistiche e parlamentari, che portano alla caduta del governo Crispi, con una conseguente stasi di iniziative e l'abbandono di ogni proposito di rivincita.

I tempi non sono ancora maturi, e problemi più urgenti di ordine interno aspettano una soluzione. Nasce così il precario, quarantennale equilibrio italo-etiopico (30)

Da quanto brevemente esposto, possiamo già vedere, e prevedere, i condizionamenti posti in essere dall'Inghilterra allo stanziamento dell'Italia su territori situati lungo la rotta importantissima del Mar Rosso, e gli ostacoli all'ulteriore espansione della sua zona di influenza. L'occupazione dell'Egitto da parte britannica, che insieme all'acquisto di Cipro del 1878 conferisce all'Inghilterra il controllo del Mediterraneo orientale, ha pure lo scopo di tenere a rispetto la nuova, impaziente nazione.

Certo l'installarsi dell'Italia è alla fine accettato, ma come male minore rispetto allo sfanziamento diìltre potenze, ed anche questo in cambio di un appoggio, o di una benevola neutralità, dell'Italia in altre questioni internazionali. E in ogni caso l'Italia, chiusa nel Mediterraneo da due capisaldi in mano britannica, avrebbe pur sempre dovuto accettare e svolgere il ruolo subalterno di un Portogallo, sia pure di un Grande Portogallo, mancipio rispettoso nei confronti dell'Impero britannico.

Ulteriormente distolta dall'impegnarsi a fondo in una politica marittima mediterranea e africana da questioni di ordine interno (vedi la crisi granaria del 1897 e i moti popolari culminati l'anno seguente nelle giornate di Milano repressi da Bava Beccaris, oltre ai problemi di cui si è fatto cenno in precedenza) e dalla malcelata ostilità inglese affiancata dall'aperta inimicizia francese, l'Italia si va ora sempre più accostando in Europa a Germania e ad Austria-Ungheria rafforzando quella Triplice Alleanza stipulata nel 1882 e che sarà per sei volte rinnovata fino al 1912.

Nonostante l'ancora aperta questione irredentistica di Trento e Trieste, nonostante il legato antiasburgico del Risorgimento, nonostante le passioni suscitate nello stesso 1882 dal caso Oberdan (31) l'Italia cerca insomma alla fine del secolo di contrastare, pur tra ripensamenti e sbandamenti, l'ostilità dimostratale dalle nazioni atlantiche.

Come l'Italia, molto più rapidamente dell'Italia, la Germania sta nel frattempo ascendendo a Grande Potenza.

Il periodo di avvio ditale processo si può fare paradossalmente risalire, agli anni 1803-1806, quando la Francia napoleonica assegna ai principi laici tedeschi gli stati ecclesiastici e le città libere del Sacro Romano Impero, riducendo la congerie di entità uscite centocinquant'anni prima da Westfalia da quasi trecentocinquanta a una trentina. Tale operazione rappresenta l'inizio della fine per il vecchio impero, la cui estinzione viene suggellata da Francesco d'Asburgo, che il 6 agosto 1806 rinuncia alla corona imperiale, mentre i più importanti principi tedeschi vengono creati re dagli eredi della Rivoluzione.

La Prussia, che perde con Tilsit, l'anno seguente, i territori ad ovest dell'Elba e la Posnania coi territori polacchi annessi nel 1795, rimane invece sotto una gravosa occupazione francese mentre il suo esercito viene ridimensionato drasticamente e dall'umiliazione subita nasce una prima coscienza nazionale sulla scia degli insegnamenti e delle esortazioni dei grandi filosofi dell'idealismo (32).

Il Congresso di Vienna conferisce nel 1815 alla Germania una nuova strutturazione politica in funzione antifrancese.

Accanto a una nuova Confederazione Germanica, la Prussia si vede restituire la massima parte dei territori estorti, ed assegnare la Westfalia e le regioni renane, già strappate all'Impero vent'anni prima dalla Rivoluzione, col compito di montare la « guardia al Reno » contro possibili future velleità francesi.

Paese quasi interamente agricolo, senza industrie fiorenti né una prospera classe mercantile, la Germania della Restaurazione non vede inurbato neppure un quarto della sua popolazione, e questo quarto non ammonta che a una volta e mezzo la popolazione della sola Parigi. Mentre qualsiasi località con più di duemila abitanti viene gratificata col titolo di città, non esistono ancora industrie nel significato moderno del termine: nessuna produzione di carbone di qualche rilievo nessuna macchina a vapore, nessuna grande fabbrica.

Mentre l'Austria abbandona fino alla metà del secolo ogni tentativo di politica costruttiva intertedesca, preoccupandosi con Metternich essenzialmente di « amministrare », di « non far politica » e di tenere lontano il liberalismo dalle sue frontiere, la Prussia aumenta al contrario l'efficienza del suo governo ed inizia lo sfruttamento delle ricchezze minerarie delle sue regioni occidentali, mentre si accentua il carattere pan-tedesco delle sue aspirazioni (33).

Nel 1848, dopo le rivoluzioni di marzo, l'Assemblea Costituente nata dal pre-parlamento di Francoforte offre la corona imperiale di una nuova Germania federata a Federico Guglielmo di Prussia, che tuttavia la rifiuta, perché propostagli da « salumai e bottegai ». Mentre il decennio successivo vede un rifiorire di iniziative asburgiche, la Prussia, tenutasi in disparte dopo l'umiliazione di Olmutz (34), che ha per essa comportato la rinuncia ad iniziative egemoniche in Germania, registra un impressionante sviluppo economico: « La sua amministrazione rimase di prima qualità, e molti riformatori del 1848 trovarono uno sfogo nelle riforme amministrative. Le sue finanze erano ben regolate. I capi militari impararono la lezione della sconfitta del 1850 e diedero inizio ad un lungo periodo di riorganizzazione dell'esercito. Soprattutto, la Germania, dopo il 1850,

cominciò a imitare sul serio il sistema industriale britannico e ciò rafforzò la Prussia in più di una direzione. I più estesi giacimenti di carbone del continente si trovavano nella Prussia renana, e precisamente nella valle della Ruhr; ed ora entrarono seriamente in produzione. Su di essi fu basata un'industria siderurgica che ben presto rivaleggiò e alla fine superò quella di più antica data in Boemia. La Prussia diventò, per la prima volta nella storia, una potenza industriale » (35).

Lo sviluppo industriale facilita ed accelera la costruzione di strade ferrate che, costruite dal capitale privato ma sotto il controllo dello Stato e dei capi militari, dotano presto il Paese di una formidabile rete ferroviaria integrata con quelle degli altri stati tedeschi. La natura e la storia avevano creato una Prussia geograficamente informe e protesa in tutte le direzioni; le ferrovie le danno unità e spina dorsale

Dopo avere sconfitto la Danimarca nel 1864, e due anni dopo l'Austria a Sadowa e Kòniggratz, la Prussia scioglie la Confederazione Germanica, alla cui testa è finora rimasto l'impero asburgico, e fonda la Confederazione del Nord, escludendone Vienna e i regni del Baden Wurttemberg e della Baviera insieme a territori minori della Germania meridionale. Il crescere della potenza prussia­na suscita però timori nell'opinione pubblica e nel governo francese. Ulteriore motivo di allarme è rappresentato dalla candidatura di un Hohenzollern al tro­no di Spagna.

Confidando in una guerra preventiva, Napoleone III spera di battere la Prussia prima che questa riesca a fondare uno stato unitario tedesco. Ma la dichiarazione di guerra francese coagula intorno a Guglielmo I l'intera nazione tedesca.

Sconfitta in pochi mesi la Francia, e innalzato il re di Prussia a imperatore di Germania nella Sala degli Specchi a Versailles, il nuovo Reich si lascia alle spalle l'eterno nemico di oltre Reno (36), cui strappa le terre già germaniche dell'Alsazia e della Lotaringia, e dà in pochi anni inizio ad un secondo stupefacente sviluppo scientifico ed economico, industriale e culturale. La vittoria del 1870 fa della Germania la potenza più forte d'Europa, egemone sul continente come la Spagna del Cinquecento, come la Francia di Luigi XIV prima e di Napoleone poi.

Nel frattempo, mentre fino a Sedan la preoccupazione per la rinata potenza francese, la relativa debolezza prussiana, i legami etnici e dinastici hanno contribuito a creare nell'Inghilterra vittoriana una generica benevola predisposizione verso la nazione tedesca, con la fondazione del Reich bismarckiano la germanofilia britannica viene presto a cadere (37).

In Germania le opinioni sull'Inghilterra sono invece tuttora più differenzia-te; per molto tempo ancora i liberali prendono a modello il Regno Unito sia in materia costituzionale come in campo economico. Ma tale ammirazione non è affatto unanime. Poiché i principii del liberalismo inglese costituiscono, con le loro premesse affondanti nell'empirismo razionalistico e nel positivismo, la diretta antitesi dell'idealismo germanico e della tradizionale concezione prussiana dello Stato, diviene subito naturale la ripulsa e il disprezzo per l'Inghilterra, accusata di generare il materialismo più piatto ed edonistico e di difendere insostenibili posizioni di privilegio in campo internazionale (38).

Abbandonata nel 1890 la tradizionale cautela bismarckiana in politica estera, la Germania si propone ora, conscia della sua forza e dei nuovi immensi problemi che l'età dell'imperialismo impone alla nazione tedesca e all'Europa, quale alternativa alle tesi britanniche e quale modello da seguire per il prossimo ventesimo secolo, così come l'Inghilterra lo è stata per i precedenti ottant'anni. Sconfitta la Francia, inevitabile diviene quindi per la Germania il confronto con l'altra e più potente nazione atlantica, per cui la politica tedesca, sempre più dinamica, si trova presto ad entrare in competizione diretta con l'eterno nemico del continente europeo.

Dotata di una solida struttura industriale e, a paragone con l'Italia, di un territorio nazionale più esteso ed omogeneo; priva di contrasti tra le diverse regioni, quali invece presenta l'Italia tra le regioni settentrionali e il Meridione; popolata di genti dotate di un più robusto sentimento unitario rafforzato da oltre un secolo di comune impegno antifrancese; fermamente convinta di essere portatrice di una necessaria missione storica e di nuovi valori di civiltà, la Germania riesce in due decenni a fare quello che non è riuscito all'Italia.

Per quanto concerne la politica internazionale, la nuova posizione ideale viene elaborata e diffusa in ogni strato sociale dai più insigni intellettuali dell'epoca, da Wilamowitz a Droysen, da Treitschke a Sombart, da Delbruck a Meinecke e ai neorankiani Marcks e Lenz. Suggestionati e guidati dalle folgoranti intuizioni e dai lucidi ammonimenti nietzscheani, le loro dottrine possono essere compendiate dalle considerazioni di Gustav von Schmoller: « Chi è abbastanza lungimirante da vedere che l'impronta della storia mondiale del XX secolo sarà determinata dalle lotte concorrenziali tra gli imperi mondiali russo, inglese e americano, e forse anche cinese, e dalla aspirazione di questi a porre tutti gli altri stati minori alle loro dipendenze, non potrà scorgere in una unione doganale centroeuropea soltanto il germe che salverà l'indipendenza politica di questi stati, ma soprattutto che salverà dal tramonto l'antica e superiore civiltà europea » (39).

Contro il monopolio culturale del mondo anglosassone, contro le idee del 1789, e cioè contro il giacobinismo francese, come contro la potenza mondiale russo-moscovita, gli storici e i professori universitari tedeschi affermano l'imperiosa necessità di preservare e consolidare le peculiarità politiche e culturali germaniche all'interno di una Unione europea continentale, « salvaguardando al tempo stesso la pluralità e l'individualità dei popoli, nonché l'equilibrio, con un nuovo sistema di stati mondiali, che a loro avviso doveva sostituire il sistema europeo » (4t))

Politica mondiale come compito, quindi, potenza mondiale come obbiettivo, potenziamento della flotta come strumento, sono le parole d'ordine proclamate ad alta voce da Guglielmo Il, fatte proprie dai suoi cancellieri, intimamente sentite in ogni ceto sociale dall'intera nazione tedesca.

La convinzione di essere chiamata dalla storia a divenire potenza mondiale dando forma contemporaneamente all'unificazione economica del continente europeo, si fonda inoltre sulla coscienza di essere una nazione giovane, in rapida ascesa demografica e in fase di crescita in tutti i campi dell'azione umana.

Oltre un terzo della sua popolazione è costituito da individui sotto i quindici anni, e questa consapevolezza rafforza il desiderio di spazio vitale, di nuovi mercati, di una più intensa attività industriale. L'arricchimento di tutti i ceti, collegato alla stabilità monetaria e all'introduzione di un'avanzata legislazione sociale (41) dà un nuovo senso di sicurezza a tutta la nazione e rafforza la convinzione della necessaria espansione tedesca in ogni continente.

Il ceto imprenditoriale non rimane del resto spettatore passivo della politica del Reich, bensì sa influire sull'opinione pubblica e sulla scelta degli indirizzi politici, in una osmosi continua con le premesse ideali poste e riaffermate al fine di ottenere quella « meravigliosa organizzazione della volontà collettiva tesa verso le forme più alte di esistenza nazionale », già invocata dai suoi intellettuali (42)

La flotta tedesca naviga ora i mari del mondo fino alla Nuova Guinea, alle Samoa, alle Caroline, alle Marianne; in Africa la Germania si assicura territori e basi incuneandosi strategicamente tra i possedimenti inglesi: ad oriente occupa il Tanganica e il Ruanda Urundi, ad occidente il Togo, il Camerun e l'Africa del Sud-Ovest, venendo a costituire una minaccia ben altrimenti pericolosa e concreta di quella che potrebbe portare l'Italia con i suoi possedimenti.

L'apertura del Kaiser Wilhelm-Kanal, che mette in comunicazione il Baltico col Mare del Nord evitando la strozzatura del Kattegat facilmente controlla-bile mediante mine e blocco navale, toglie nel 1896 dall'isolamento strategico l'intera costa tedesca del Baltico e gli arsenali di Kiel. Successivi ampliamenti permetteranno nel 1914 il passaggio anche alle navi da guerra di più elevato dislocamento, quali dreadnoughts e incrociatori pesanti.

Dopo l'incidente di Fascioda (43), ultimo sussulto subito spento della vecchia rivalità anglo-francese, il Regno Unito abbandona lo « splendido isolamento » ottocentesco, mentre i contrasti tra Francia e Inghilterra passano decisamente in secondo piano, fino alla stipulazione nel 1904 di una intesa (Entente Cordiale) tra i due Paesi.

Il risveglio della nazione tedesca appare molto più temibile, perché gravido di volontà di affermazione, di dinamismo economico, scientifico, filosofico, demografico.

Paralleli risultano quindi a fine Ottocento i destini delle due principali nazioni dell'Europa di Mezzo, anche se ancora per qualche decennio tale oggettiva comunanza di prospettive e di fini sarà velata dal diverso ritmo delle vicende storiche e dai differenti obbiettivi « avvertiti » — e loro proposti dalle classi dirigenti — dalle due comunità nazionali.

Diverse risulteranno perciò nel 1914 le rispettive posizioni nei confronti dell'Europa Atlantica, segnatamente nei confronti dell'Inghilterra.

 

Gianantonio Valli

  

(1) Usiamo il termine « Europa di Mezzo » per indicare: 1°) quel gruppo di nazioni, geograficamente identificato nello spazio centroeuropeo dal Baltico al Mediterraneo, che si è venuto dma-micamente enucleando nel corso dei secoli fino al suo annientamento nel 1945; 20) il progetto ideale e l'insieme di valori da esse incarnato, in modo più limpido nelle due più vitali. Definizione quindi soprattutto storico-geografica, talché ci sembra doveroso rintracciarne i limiti spazio-temporali; le­gittima definizione spirituale poi, ad indicare uno, e certo dei più degni, tra gli innumerevoli tipi di umano psichismo.

Con l'uso invece dei termini, non equivalenti, di « Mitteleuropa » e mitteleuropeo », il campo che ci proponiamo di trattare, da un lato si restringerebbe alla nostalgia di quel « perduto mondo della sicurezza » incarnato dallo spazio centro-danubiano di fine Ottocento e all'evocazione della civiltà letteraria sviluppatasi negli anni di agonia dell'Impero asburgico e in quelli successivi alla sua dissoluzione, dall'altro richiamerebbe unicamente l'ispirazione pangermanista della Grossraumwirtschaft europea [grande spazio economico europeo] a nucleo propulsivo tedesco, progetto proprio dei decenni a cavallo del passaggio del secolo.

Per una panoramica complessiva cfr. Agnelli A., La genesi dell'idea di Mitteleuropa, Giuffrè, 1973, specie pp. 3-42 e, criticamente, i rilievi svolti in Fischer F., Assalto al potere mondiale, Einaudi, 1965, pp. 105-134, 180-216, 238-258, e soprattutto 298-307. Inoltre HARDACH G., La prima guerra mondiale 1914-1918, Etas libri, 1982, pp. 257-269.

(2) Si intende per « geopolitica » l'influenza che la struttura e la posizione geografica esercitano sulla storia delle nazioni, dettando ai vari stati comportamenti in gran parte obbligati in ogni epoca, indipendentemente dai regimi e dalle ideologie che li reggono. Tale ad esempio la necessità per la Russia imperiale e sovietica di una spinta verso i mari caldi, onde sfuggire agli impedimenti dei ghiacci settentrionali e alla strozzatura del Baltico. Tale l'obbligo per l'Italia fatta nazione, strategicamente protesa nel Mediterraneo, di una politica marittima e l'impossibilità del mantenimento di una neutralità qualsivoglia nel caso di ampi conflitti su suolo europeo. Tale la ricerca costante, da parte della Francia, di un alleato ad oriente, fosse il turco, il russo, il polacco e la Piccola Intesa, o il bolscevico, per condizionare la nazione tedesca.

Il « fato » della geografia, riscontrato da taluno equivalente, quale motore di storia, al ferreo fato dell'economia per i marxisti, è in realtà molto meno deterministico di quanto possa superficialmente sembrare. Mentre l'aspetto economico è per il marxista strutturalmente determinante in ogni tempo per l'essere umano, il condizionamento geografico, nonché non intaccare l'essenza politica dell'uomo, è destinato a nascere, a trasmutare, a morire, secondo il diverso nascere, trasmutare e morire dei rapporti tra i vari aggregati umani, ognuno dotato di una sua propria ed autonoma forza decisionale.

(3) Questo appunto ci sembra il caso delle opere dello storico tedesco Fritz Fischer, che ha pervicacemente focalizzato la sua attenzione sulla politica e sugli obbiettivi bellici della Germania nel corso della prima guerra mondiale.

Ma con tale comportamento, a parte eventuali sopravvalutazioni e distorsioni di molti degli aspetti trattati, è passata in deciso secondo piano, ed anzi è stata spesso volutamente esclusa, la considerazione della politica bellica delle altre potenze. Esclusione necessaria per l'economia dell'opera? Ma certamente.

Ciò non toglie però che sia oltremodo imprudente e fuorviante basare su tali opere il nostro complessivo giudizio sulla dinamica della guerra, visto che proprio tale esclusione ne distorce in maniera grave ed essenziale il quadro globale, conferendo alla Germania un peso spropositato, quasi mostruoso, per cui alla fine non può che risultare ovvio e confermato ab eterno il giudizio sulle responsabilità tedesche imposto dai vincitori a Versailles.

In attesa della completa messa a disposizione (o del saccheggio parziale e selezionato da parte di altri futuri vincitori) degli archivi inglesi, francesi, statunitensi e, perché no?, russo-sovietici, tuttora sigillati o mai neppure sfiorati dalla curiosità di certi affabulatori; in attesa di considerazioni di ordine globale da parte di veri storici, lo studioso dotato di reale spirito libero dovrà perciò assumere un atteggiamento di sana diffidenza di fronte a considerazioni settoriali su questo o quell'evento, segnatamente se la posizione dei vinti viene « illuminata » da soi disants storici forag­giati dai vincitori, o che ne abbiano comunque assimilato, magari inconsapevolmente e « in buona fede », la Weltanschauung. Ne insegni il caso limitato del « Lusitania », che ha trovato solo nl 1972 la sua vera fisionomia e la sua effettiva collocazione nel contesto della strategia bellica anglo-americana, mediante la scoperta e la valorizzazione di una capitale documentazione fino ad allora strenuamente celata.

(4) « Ma nel mettere a confronto la propria epoca e la propria civiltà con le altre si rischia di applicare alle altre epoche e civiltà le proprie misure. Entro certi limiti questo è inevitabile. Ma bisogna chiaramente renderci conto del pericolo connesso con un simile procedimento. Quello che l'uomo contemporaneo considera un valore fondamentale della vita, poteva anche non essere tale per gli uomini di un'altra età e di un'altra cultura; e, viceversa, ciò che ci sembra falso o insignifi­cante era vero ed essenziale per l'uomo di un'altra società [.1. Comprendere la cultura del passato è possibile solo attraverso un impostazione rigorosamente storica, solo commisurandola al suo spe­cifico metro. Non esiste un'unica scala cui poter riportare tutte le civiltà e tutte le età, poiché non esiste un uomo uguale a se stesso in tutto il corso storico ». Cfr. lo splendido Gurevì A. JA ., Le categorie della cultura medioevale, Einaudi, 1983, pp. 4-5, cui ci è grato accostare Hesse H., Il lupo della steppa, Mondadori , 1972, p. 75: « Ogni epoca e civiltà, ogni costume e tradizione hanno il loro stile, hanno le tenerezze e le durezze, le bellezze e le crudeltà che loro si confanno, accettano con pazienza certi mali. Sofferenza vera, inferno diventa la vita umana solo quando due epoche, due civiltà, due religioni s'intersecano ».

(5) Intendiamo con questo l'Europa latina, germanica e anglosassone.

Esclusa, fino al 1700, dal corpo vivo del continente, la Russia non riuscirà neppure in seguito a scrollarsi di dosso l'eredità caratteriale e biologica delle sue stirpi slave e di trecento anni di dominazione mongolE. Le piccole nazioni balcaniche, tagliate fuori dagli ottomani, costituiranno anch'esse, nella loro variegata composizione etnica, un mondo particolare e dipendente, ancora per lungo tempo chiuso ad influenze europee di più ampio respiro. Unica tra i Paesi scandinavi a gestire una politica internazionale, la Svezia possiede ancora con Gustavo Adolfo un dinamismo che si spegnerà definitivamente a Poltava con Carlo XII. Lituania e Polonia, avamposti orientali della civiltà europea, saranno presto cancellati dalla storia attiva, e le imprese di Giovanni Sobieski giunto a soccorso contro i turchi saranno, sotto le mura di Vienna, il canto del cigno della vitalità polacca.

(6) Per l'uso ditale terminologia e per le sue limitazioni temporali ed ideologiche, illumi­nanti e decisive sono le considerazioni svolte in CuRcio C., Europa, storia di un'idea, ERI, 1978, pp. 36-37 e 44-45.

(7) Cfr. GIANNETINI G., Le origini storiche della libertà, Volpe, 1980, pp. 9-12 e 29-36; GUNTHER H.F.K., Religiosità indoeuropea, Edizioni di Ar, 1980; DE BENOìST A., Come si può essere pagani?, Basaia, 1984; MEsLIN M., L'uomo romano, Mondadori, 1981.

(8) Tra gli eventi decisivi della storia, il Lechfeld vede nel 955 la vittoria di Ottone I sugli Ungari, che si ritirano, dopo aver devastato Germania, Francia e Italia, nella piana pannonica; Liegnitz nel 1241 costituisce il punto più occidentale di penetrazione delle armate mongole di Batù, che si ritirerà poi, fondando il khanato di Qipciaq, o signoria dell'Orda d'Oro; Mohàcs nel 1526 - vede l'annientamento del regno ungherese ad opera delle forze ottomane, che dilagheranno fin sotto le mura di Vienna.

(9) Cfr. PANETTA R., Pirati e corsari turchi e barbareschi nel Mare Nostrum, Mursia, 1981, pp. 83-111.

(10) Sottovalutate dalla maggior parte degli storici, la pirateria e la guerra da corsa di turchi e barbareschi hanno impegnato per secoli le forze di ogni Paese mediterraneo con uno stillicidio incessante di aggressioni, fino alla sua definitiva eliminazione nel 1830 con l'occupazione di Algeri da parte della Francia. Cfr. PANETTA R., Il tramonto della Mezzaluna, Mursia, 1984.

(11) Sulla responsabilità degli impedimenti frapposti all'unificazione degli stati italiani dalla presenza del dominio temporale dei papi, basti ricordare le parole di Niccolò Machiavelli, Istorie fiorentine, I, 9: « ... tutte le guerre che, dopo a questi tempi, furono da' barbari fatte in Italia, furono in maggior parte dai pontefici causate; e tutti i barbari che quella inundarono furono il più delle volte da quegli chiamati. Il quale modo di procedere dura ancora in questi nostri tempi, il che ha tenuto e tiene la italia disunita e inferma ». Parallela, l'invocazione di Francesco Guicciardini, Ricordi, I, 14: « Tre cose desidero vedere innanzi alla mia morte, ma dubito, ancora che io vivessi molto, non ne vedere alcuna: uno vivere di republica bene ordinato nella città nostra; Italia libera­ta da tutti e' barbari; e liberato el mondo dalla tirannide di questi scelerati preti ».

(12) Quando arrivano in nord Africa i corsari inglesi trovano soltanto galee a remi o feluche e sciabecchi a vela latina. Le loro imbarcazioni e le loro nozioni di navigazione e di balistica, molto superiori a quelle dei turchi e dei mori, permettono in pochi anni a numerosi porti di Barberia di vantare potenti flotte di velieri « tondi », galeoni e bertoni. Muniti di navi più potenti e di una nuova tecnologia nel campo delle artiglierie, i corsari turchi sono ora in grado di infliggere al naviglio cristiano danni molto più gravi di quanto non abbiano potuto fare in precedenza, spingen­dosi anzi nell'Atlantico, perfino sulle coste americane, arrecando al commercio europeo danni sem­pre costanti anche dopo che gli inglesi saranno scomparsi di scena.

« Se non fosse per i nostri rinnegati [...] che hanno insegnato ai turchi l'arte della navigazione e specialmente l'uso delle munizioni, a cui dapprima li addestrano e poi diventano i loro capi cannonieri, i turchi sarebbero così deboli e ignoranti per mare, come gli sciocchi Etiopi sono inesperti nel maneggio delle armi a terra ». Cfr. SENIOR CM., Una nazione di pirati, Mursia, 1980, p. 110.

(13) Cfr. SENIOR CM., op. cit., pp. 84 e 88. Pur contrastata dalle flotte da guerra di diversi Paesi, e talora della stessa Inghilterra quando vengono lesi i suoi traffici, la pirateria inglese raggiunge il suo culmine nel primo decennio del Seicento. Nel 1603 si contano oltre cinquantamila marinai inglesi che « per l'innanzi sono stati per mare su navi da guerra, ed essendo ormai impediti in tale via, qui rimangono e impestano la città già sovraccarica di molta povera gente. Ed alcuni di loro quotidianamente commettono tali intollerabili oltraggi poiché rubano, e a notte fanno sortire le navi fuori del porto e depredano sia inglesi sia francesi » (ibidem, pp. 8-9).

Nel 1608 sono in attività ormai non più corsara ma nettamente piratesca, oltre cinquecento vele inglesi.

(14) Ma parecchi equipaggi e capi corsari hanno saputo creare una fitta rete di complicità che investe anche alti funzionari governativi e capi militari, per cui la pirateria, a spese soprattutto di Francia ed Olanda, continua ad operare impunemente per oltre un quindicennio sotto la tacita protezione e la connivenza delle popolazioni costiere e delle autorità di governo. Sono coinvolti, a varie date: il segretario di stato sir Robert Cecil; il grande ammiraglio conte di Nottingham; il suo segretario, poi viceammiraglio del Munster sir Humphrey Jobson; i viceammiragli sir Richard Hawkins del Devon, figlio del più celebre John, Hannibal Vivian di Cornovaglia, il suo aiutante John Rushley, William Restarrock della Cornovaglia settentrionale, sir William Hull del Munster.

(15) Cfr. SENIOR CM., op. cit., p. 78.

(16) Per la repressione in Irlanda cfr. HILL C., Vita di Cromwell, Laterza, 1974, pp. 102-115. L'atteggiamento ferocemente anticattolico assunto in Irlanda da Cromwell tiene in considerazione non tanto questioni di ordine religioso bensì politico, ideologico e razziale. Mentre in Inghilterra cattolici ed episcopaliani vengono per lo meno tollerati, in Irlanda si ha ben presente che la fede cattolica costituisce fattore di coesione storica e politica di tutto un popolo, per cui l'atteggiamento inglese intorno al 1650 può essere efficacemente sintetizzato dalle parole di Cromwell: « Per quanto riguarda quel che mi dite sulla libertà di coscienza, io non mi immischio negli affari di coscienza di nessuno; ma se per libertà di coscienza intendete la libertà di tenere messa, penso sia bene parlarci chiaro e farvi sapere che, là dove il Parlamento d'Inghilterra ha il potere, ciò non sarà ammesso ».

Il pullulare delle sette rivoluzionarie politico-religiose, così numerose da far definire l'Inghil­terra « una nazione di profeti » (locuzione che si affianca a quella già riportata di « una nazione di pirati ») , è acutamente studiato in HILL C., Il mondo alla rovescia, Einaudi, 1981.

È del 1651 il primo Navigation Act, « forse il più saggio di tutti i regolamenti commerciali inglesi », come lo definirà Adamo Smith, e in tutti i casi certo il più fondamentale strumento della politica imperiale inglese per i successivi centocinquant'anni: le colonie devono essere subordinate tutte al Parlamento, siano esse di statuto reale o private; il trasporto di tutte le merci da e per l'Inghilterra deve essere effettuato solo su navi britanniche. « Con l'Atto di Navigazione siamo giunti a una concezione ormai del tutto elaborata dell'economia politica in veste essenzialmente nazionalistica e la sua molla non doveva più essere la tensione verso la giustizia sociale da consegui­re facendo prevalere l'etica cristiana sull'avidità e lo sfruttamento dei singoli, bensì la tensione verso il benessere del Leviatano »: cfr. WìLsoN C., Il cammino verso l'industrializzazione, Il Muli­no, 1979, p. 114.

(17) Le guerre: 1652-54; 1665-67, in cui verrà ceduta all'Inghilterra la città di Nuova Amsterdam, poi New York; 1672-74. La rapida ascesa olandese alla fine del Cinquecento sfrutta un momento di relativa pace sulla scena europea, sviluppando un commercio marittimo molto redditizio con imbarcazioni a fondo piatto (fluit), costruite con sistemi standardizzati, dai noti concorrenziali ed economicamente molto più vantaggiose di navi più grosse per il trasporto di carichi alla rinfusa quali sale, legnami e soprattutto cereali. La base della prosperità olandese sono i traffici coi Paesi del Baltico, ove vengono soppiantate le città anseatiche (ancora nel 1666 i tre quarti del capitale della Borsa di Amsterdam sono impegnati in tale commercio). Cfr. AA.VV., Storia d'Italia e d'Europa, voI. LV, Jaca Book, 1978, pp. 42-47.

(18) Le entrate doganali quadruplicano fra il 1643 e il 1659, mentre con la fine del secolo ammontano a oltre dieci volte tanto quelle che erano al suo inizio. Fra il 1638 e il 1688 le esportazioni e riesportazioni inglesi triplicano e quadruplicano. Importanti inizialmente come fonti di mate­rie prime (cotone, zucchero, tabacco) che vengono lavorate in Inghilterra e successivamente nie­sportate, le colonie divengono col tempo ancora più importanti come mercati per i manufatti ingle­si; praticamente illimitato appare il mercato nordamericano, in costante espansione fin dalla fonda­zione della prima colonia nel lontano 1584.

L'accumulo e l'incremento degli ingenti profitti mercantili vengono trasferiti dal consumo vo­luttilario all'impiego nelle prime attività industriali, specie nel settore delle costruzioni navali, e questa rivoluzione commerciale-finanziaria costituirà un prerequisito necessario alla prima rivolu­zione industriale.

Oltre al già citato WìLsoN C., cfr. HILL C., La formazione della potenza inglese, Einaudi, 1977, specie pp. 174-202.

Per la « gloriosa rivoluzione », cfr. TREVELYAN G.M., La rivoluzione inglese del 1688-89, Il Saggiatore, 1968, che pone essenzialmente l'accento, in maniera tipicamente inglese e nell'ottica

crociana della storia come storia della « libertà », sul contrasto assolutismo regio/governo parlamen­tare.

(19) Il salto di qualità, dalla fase « spontaneistica-commerciale » del capitalismo tardomedioevale alla più moderna fase « professionale-finanziaria », ha inizio nell'Olanda del primo decennio del secolo, con la fondazione nel 1602 della Compagnia delle Indie e nel 1608 della Banca di Amsterdam. Città in cui sono confluiti numerosi gli ebrei espulsi dalla Spagna di Filippo Il, Amsterdam è stata giudicata « la nuova Gerusalemme, città di mercanti, armatori e banchieri, dove l'elemento giudaico esercita un ruolo di fermento più liberamente che altrove... Si ispira all'allean­za intima tra lo spirito protestante e quello ebraico che animerà, mezzo secolo dopo, la Gran Bretagna di Cromwell », in FRANSONI F., Processo al capitalismo: Werner Sombart, Editrice il Corallo, 1982, p. 95.

A fine secolo le attività finanziarie ebrasche sono così predominanti nella Borsa di Londra da meritarle il nome di Jews Walk. Ebrei sono i primi concessionari del prestito inglese al nuovo re, da cui nasce nel 1694 la banca di emissione. Uomini come Medina, Manasseh Lopez, Sampson Gideon, Mendes da Costa, Mose Harth, Aaron Franck, Mose Lopez, Antonio Costa, tra l'altro direttore della Banca d'Inghilterra, sono tra i più ricchi ed influenti mercanti di Londra.

(20) Per fare assumere al capitalismo l'aspetto che possiede ai nostri giorni, sono stati necessari da un lato i protestanti anglosassoni con il loro attivismo, la loro « asfissiante metodicità », la convinzione di bene meritare, attraverso il successo economico, le provvidenze della Grazia Divina; dall'altro gli ebrei con le loro tecniche finanziarie e i loro contatti internazionali.

« Lo sviluppo dei sistemi economici moderni si accompagna ovunque alla sostituzione della moneta metallica con il biglietto e, successivamente, alla crescente espansione della moneta banca­ria, attraverso un processo prima lento ed incerto e poi impetuoso. Solo gli ebrei con la loro spregiudicata concezione degli affari, le loro particolari concezioni e tecniche creditizie, ereditate fin dai tempi protostorici della Bibbia, potevano dare un impulso così decisivo allo sviluppo del capitalismo. Senza di loro e senza i protestanti, saremmo rimasti all'audace intraprendenza indivi­duale del mercante italiano »: cfr. FRANsoNI F., op. cit., p. 97; e inoltre SOMBART W., lì borghese. Lo sviluppo e le fonti dello spirito capitalistico, Longanesi, 1978 (segnaliamo le pp. 119-147); WEBER M., L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni, 1977 e Le sette e lo spirito del capitalismo, Rizzoli, 1977.

(21) In unione personale fino al 1707, le due corone di Scozia e d'Inghilterra si fondono da allora in un unico regno di Gran Bretagna; nonostante le ribellioni scozzesi che dureranno per tutta la prima metà del Settecento sotto la regina Anna e la casa di Hannover. E perciò più esatto, a partire dal 1707, parlare di Regno Unito, oppure di « Gran Bretagna », piuttosto che di « Inghilter­ra », anche se in italiano è di più immediata comprensione il riferimento a quest'ultima (anche in francese e in tedesco la dizione più corrente è costituita, rispettivamente, da « Angleterre » e da « England»).

(22) Giunti al Pacifico, dopo avere acquistato nel 1819 dalla Spagna la Florida; strappato al Messico il Texas e i territori californiani nel 1848; acquistata l'Alaska dalla Russia nel 1867; gli USA cercano di dare compimento al « destino manifesto » attraverso una serie di atti di politica estera che spaziano dalla diplomazia alla frode e alla guerra. Costretto il Giappone nel 1854 ad aprire i suoi porti al commercio statunitense, occupate le isole Midway nel 1867, l'anno cruciale dell'espansione degli USA è il 1898, con la breve guerra di aggressione contro la Spagna, l'acquisto di Puerto Rico, Guam e delle Filippine (la cui occupazione « fu consigliata da Dio stesso » al presidente Mc Kinley in una notte insonne), con il « protettorato » su Cuba e con l'annessione delle Hawaii, di cui già da dodici anni tengono l'isola di Oahu con Pearì Harbor.

Col 1898 gli USA cessano di essere una potenza meramente continentale e si trovano automa­ticamente impegnati nelle grandi questioni internazionali dell'età dell'imperialismo. Campione del nuovo corso è Theodore Roosevelt Parla a voce bassa e porta con te un bastone; andrai lontano »), premio Nobel per la pace del 1906, di cui l'ex presidente Harrison suole dire che « voleva porre fine a tutto il male nel mondo tra l'alba e il tramonto ».

Il taglio nel 1914 dell'istmo di Panama, col canale subito posto sotto presidio militare, allarga ai due oceani, in una stretta interdipendenza, la politica mondiale degli Stati Uniti. Cfr. TURNER F.J., La frontiera nella storia americana, Il Mulino, 1973, e AQUARONE A., Le origini dell'imperialismo americano, Il Mulino, 1973.

(23) Per le caratteristiche della seconda rivoluzione industriale cfr. SILVESTRI M., La decadenza dell'Europa occidentale, voI. 10, Einaudi, 1977, pp. 21-26.

(24) Dai 22 milioni di abitanti del 1861 la popolazione italiana sale a 30 nel 1890, a 38 nel 1920, a 44 nel 1940. Dati, escluso il 1861, per Germania, Gran Bretagna e Francia: rispettivamente

53-60-69, 33-43-47, 38-39-42.

Per l'emigrazione sono di consultazione: Soiu E., L'emigrazione italiana dall'Unità alla Seconda Guerra Mondiale, Il Mulino, 1979 e CRESCI P. e GUIDOBALDI L. (a cura di), Partono i bastimenti, Mondadori, 1980.

(25) Un rapido sguardo d'insieme in: AA.VV., Storia d'italia e d'Europa, vol. 70, tomo I, Jaca Book, 1983, pp. 39-66.

(26) Per la fondamentale importanza dell'apertura del canale di Suez, cfr. le note in Duca A., La crisi bosniaca del 1908, Giuffrè, 1977, pp. 5-6 e MALTESE P., Storia del canale di Suez, Edizioni Il Formichiere, 1978, pp. 121-122.

(27) Cfr. HEADRICI D.R., Al servizio dell'impero. Tecnologia e imperialismo europeo nell'Ottocento, Il Mulino, 1984.

(28) Già Cesare Correnti rammentava, invero alquanto retoricamente, nel 1875: « L'Africa ci attira invincibilmente. E una predestinazione. Ci sta sugli occhi da tanti secoli questo libro suggellato, questo orizzonte misterioso che ci chiude lo spazio che ci rende semibarbaro il Mediterraneo, che costringe l'italia a trovarsi sugli ultimi confini del mondo civile... L'Africa, sempre l'Africa!... L'abbiamo proprio sugli occhi e fin qui ne siamo esiliati ».

Imponente e minuziosa, talora inspiegabilmente rancorosa e con caduta di tono storico, l'ope­ra di DEL BOCA A., Gli italiani in Africa Orientale, primi tre voli., Laterza, 1976-1982.

Sintesi più agile e non conformista, con acute intuizioni e considerazioni critiche di ampio respiro, BANDINI F., Gli italiani in Africa, Longanesi, 1971.

(29) Cfr. BATRAGLIA R., La prima guerra d'Africa, Einaudi, 1973, p. 86.

(30) Per quanto concerne la Somalia, l'Italia, dopo avere declinato l'invito rivoltole dal sul­tano di Zanzibar nel 1885 ad occupare Chisimaio e la regione del Giuba, invito rivolto per contrastare l'invadenza anglo-tedesca, otterrà nel 1893 in affitto i quattro porti del Benadir, tra cui Mogadiscio. Nel frattempo i sultani di Obbia e dei Migiurtini lanno accettato nel 1889 il protettorato italiano consentendo così lo stanziamento dell'Italia dal Giuba a Capo Guardafui.

(31) Per una valutazione della controversa questione di Guglielmo Oberdan, cfr. ALEXANDER A., L'affare Oberdank. Mito e realtà di un martire irredentista, Edizioni Il Formichiere, 1978,

e MANGANARO C., Guglielmo Oberdan nel centenario del martirio, in « Intervento », n. 57, Volpe, 1982, pp. 28-43.

(32) Per una considerazione della fondamentale importanza degli insegnamenti idealistici, e soprattutto delle concezioni hegeliane della storia e dello stato, sui capi militari e sull'élite intellettuale germanica, cui le dottrine darwiniane apporteranno a fine secolo ulteriori ma secondari rincalzi, cfr. RITTER G., I militari e la politica nella Germania moderna, voi. 10, Einaudi, 1967, pp.

270-277.

(33) « Nel 1815 l'impressione provocata dalla politica germanizzante di Giuseppe il permaneva ancora e si dava di solito per scontato, sia pure in maniera vaga, che l'Impero austriaco fosse uno stato tedesco. Lo stesso Metternich si diede da fare per rimuovere questa impressione. Egli temeva il progresso del nazionalismo tedesco come parte del pericolo liberale; temeva che il nazionalismo tedesco avrebbe guardato con simpatia alle aspirazioni nazionali dell'italia e contribuito così a privare gli Asburgo dei loro ricchi possedimenti italiani; e ancora, la sua artificiale devozione alla tradizione lo portava a cercare di ridestare la coscienza degli stati e delle province storiche in cui l'impero austriaco era diviso. [...] il patrocinio offerto da Metternich al sentimento nazionale ungherese, ceco e sloveno, andò forse a vantaggio del “vigore che viene dalla diversità”, per usare la sua frase favorita; ma indubbiamente rese gli abitanti tedeschi dell'impero austriaco coscienti, come non lo erano stati nel 1815, sia della loro nazionalità tedesca che della loro posizione minori­taria in seno all'Impero. [...] Nel 1815 nessuno avrebbe potuto immaginare una Germania senza l'Austria; nel 1848 la posizione dell'Austria in Germania era diventata un problema senza una soluzione ovvia o comunque accettata ». Cfr. TAYLOR A.J.P., Storia della Germania, Longanesi, 1971, pp. 64-65.

(34) Con l'accordo di Olmùtz del 28-29 novembre 1850 la politica unionista della Prussia viene pesantemente arrestata dal primo ministro austriaco Schwarzenberg che, spalleggiato dallo zar, riesce ad ottenere per la Confederazione Germanica il ripristino della costituzione federale del 1815, incrinata dai moti del 1848-49, l'estromissione di ogni tendenza « piccolo-tedesca » filopnussiana, e una prima considerazione, da parte degli altri stati germanici, del suo piano di un grande stato federale dell'Europa centrale con capitale Vienna. Cfr. GALL L., Bismarck, Rizzoli, 1982, pp. 83-110, e HERRE F., Prussia, nascita di un impero, Rizzoli, 1982, pp. 226-233. Nella consapevolezza della immaturità del momento storico per l'unificazione della nazione tedesca e della rovinosa prospettiva di un conflitto intertedesco in caso di un radicalizzarsi della situazione, Bismarck dirà nel suo discorso al Parlamento del 3 dicembre: « È facile per un uomo di Stato suonare la fanfara della guerra col vento della popolarità, e poi starsene al caldo vicino al caminetto, o da questa tribuna tenere discorsi infiammati, lasciando al soldato che sanguina nella neve di verificare se il suo sistema frutta o no vittoria e onore. Nulla è più facile, ma guai allo statista che in questi tempi non si sforza di vedere se il motivo per la guerra è valido anche dopo la guerra ». Completerà il suo pensiero diciassette anni dopo, ricordando gli orrori della guerra contro gli Asburgo: « ... Questi ricordi e questa vista non cesserebbero di tormentarmi se dovessi rimproverarmi di avere fatto la guerra con leggerezza o ambizione o vano desiderio di gloria per la nazione. Ho fatto la guerra del 1866 obbedendo a un duro dovere, perché diversamente la storia prussiana si sarebbe fermata e la nazione sarebbe precipitata in una paralisi politica, divenendo in breve preda dei suoi avidi vicini; e se ora ci trovassimo nelle medesime condizioni di allora, rifarei senz'altro la guerra. Giammai, tuttavia, consiglierò a Sua Maestà una guerra che non sia imposta dai supremi interessi della patria ». Cfr. RIrrER G., op. cit., pp. 312-313.

(35) Cfr. TAYLOR A.J.P., op. cit., pp. 112-113.

(36) Per l'aperta e continua ostilità della Francia cfr. le considerazioni svolte in RTTER G., op. cit., pp. 281-294. Per la posizione di Bismarck, rileva lo stesso storico che « la Francia era il vero centro di tutte le potenze ostili al germanesimo, e l'unificazione della Germania sarebbe stata raggiunta soltanto nella tempesta di una guerra contro il “nemico ereditario”, poiché il pericolo costante veniva da Occidente. La guerra franco-tedesca negli anni Sessanta gli sembrava un dato inevitabile e fatale, poiché l'ambizione della Francia era insaziabile, la sua ostilità inconciliabile, e il suo bisogno di prestigio non poteva tollerare che una nazione tedesca assurgesse al ruolo di grande potenza: perciò lo scoppio della guerra era soltanto questione di tempo, non di una volontaria scelta politica ».

(37) Già nel 1833 lo Zollverein (unione doganale) tedesco era stato definito « un'alleanza concepita con spirito ostile all'industria e al commercio britannico » dal segretario del Comitato del consiglio privato per il commercio. Nel 1841 il ministro degli Esteri inglese, lord Palmenston, era stato messo in guardia contro « l'espansione e il perfezionamento delle manifatture tedesche in corso da alcuni anni, che avevano notevolmente ridotto la richiesta e la considerazione dei prodotti inglesi nei grandi mercati d'Europa ». Vani erano stati i rilievi dello stesso ministro sei anni dopo, che faceva presente come al contrario sia la Germania che l'Inghilterra fossero minacciate dal comune pericolo di un attacco russo o francese, e che persisteva fra le due nazioni « un reciproco e diretto interesse ad aiutarsi l'un l'altra per diventare ricche, unite e forti ».

A metà secolo la prospettiva di una Germania unita allarma sempre più gli ambienti economi­co-finanziari e i circoli liberali britannici. Portavoce di questi interessi, il Times incita sottilmente nel 1860 a considerare l'unificazione tedesca sotto l'egida prussiana come una possibile futura causa di conflitto: « La Prussia ha un considerevole esercito, ma notoriamente non in condizioni di combattere... Nessuno la considera un alleato; nessuno la teme come avversario. Come sia diventata una grande potenza ce lo dice la storia; perché continui a esserlo, nessuno lo può dire ».

Cfr. BALFOUR M., Guglielmo Il e i suoi tempi, Il Saggiatore, 1968, p. 68.

(38) Affermerà il grande storico tedesco Heinnich von Tneitschke, tra i molti altri attacchi, che un tedesco non avrebbe potuto resistere a lungo.« nell'atmosfera inglese di impostura. di pru­derie, di conformismo e di ipocrisia ». Per i rilievi nietzscheani cfr. il capitolo seguente.

(39) Cfr. FIsCHER F., op. cit., p. 2. Economista e professore universitario, Schmoller (1838-1917) fu a capo della giovane scuola storica tedesca che assunse presto notevole prestigio internazionale e che formulò i grandi principi della politica del Reich a fine Ottocento. Accentuando il valore del fattore morale in economia, giunse a sostenere, nonostante l'avversione al socialismo, forme di interventismo statale e a fondare, insieme col collega Adolph Wagner e con altri, l'Unione per la politica sociale, i cui membri vennero chiamati dagli avversari « socialisti della cattedra ».

(40) Cfr. FIsCHER F., op. cit., p. 11.

(41) Prologo alle misure sociali varate nell'ultimo decennio del secolo sono i contrasti tra Guglielmo II e l'ormai vecchio Bismarck, sfociati nell'allontanamento del cancelliere il 20 manzo 1890, essenzialmente per motivi di politica interna e sociale. Mentre Bismarck si va con gli anni arroccando su rigide posizioni conservatrici di junker prussiano, il giovane imperatore, sotto l'influenza del suo ex-precettore Hinzpeter, sostenitore delle teorie cristiano-sociali, e sotto la suggestione dell'idea di un'organica comunità nazionale, cerca di attenuare i contrasti tra lo stato e le classi subalterne, quella agraria in ispecie.

Oltre alla prospettiva di distruggere il fascino del dogma rivoluzionario marxista mediante il miglioramento delle generali condizioni di vita, agisce in lui un sincero desiderio di inserire attivamente nella vita della nazione ceti e categorie sociali fino ad allora emarginate. Da cui, la posizione antipadronale di Guglielmo nel corso degli scioperi dei minatori della Ruhr nel gennaio 1889; l'introduzione di un fondo pensione di vecchiaia sei mesi dopo; le proposte per la regolamentazione dell'orario e delle condizioni di vita e lavoro nelle miniere e nelle fabbriche, soprattutto in difesa di donne e bambini, a fine anno; il divieto infine al cancelliere nel marzo 1890 di introdurre qualsiasi legge antisocialista. Cfr. PALMER A., Bismarck, Editoriale Nuova, 1982, pp. 320-334.

(42) Cfr. TUCHMAN B., Tramonto di un'epoca, Mondadori, 1982, p. 262.

(43) Nel 1898 una spedizione francese al comando del maggiore Marchand dopo avere attraversato l'Africa proveniendo da ovest, giunge il 10 luglio sul Nilo Bianco a Fascioda (oggi Kodok), e occupa la località. Nel settembre Kitchener, alla testa di truppe anglo-egiziane all'inseguimento dei mahdisti, si presenta sotto le mura della cittadina invitando i francesi a recedere e ad abbandonare la piazzaforte. Il contrasto si mantiene vivo fino all'lì dicembre, quando Marchand deve ritirarsi su ordine del suo governo.