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Trentacinque anni di Yalta

 

Nel febbraio del 1945, a Yalta, in Crimea, Roosevelt, Stalin e Churchill si incontrarono per stabilire la suddivisione delle zone di influenza in Europa e modalità e particolari dell'occupazione della Germania.

Considerando tale avvenimento a trentacinque anni di distanza, ci sembra più sintetico ed appropriato parlare di «spartizione» di Yalta avvenuta tra USA ed URSS.

Tutta la realtà internazionale di questi trentacinque anni è trascorsa e trascorre all'ombra di questa grave e pesante spartizione.

Non poteva esserci più logica celebrazione degli accordi di Yalta di quella testimoniata dall'URSS con l'invasione dell'Afganistan. E nessuna novità può giungere dagli USA, come al solito, intenti nella ricorrente, inutile e retorica commedia propagandistica di protesta, ad esclusivo uso elettorale del presidente americano uscente.

Nel polverone alzato dai carri armati sovietici che assediano Kabul si intravedono ancora le strade di Berlino, di Budapest, di Praga.

Le volutamente sterili proteste americane fanno ricordare ancora tutti i mancati soccorsi alle popolazioni schiacciate dall'invasione sovietica e l'altrettanto pesante «invasione economica» che ha determinato l'egemonia degli USA in occidente per questi trentacinque anni.

Non riteniamo che la responsabilità dell'invasione afgana possa essere esclusivamente attribuita al goffo orso sovietico, bensì affermiamo che anch'essa è figlia di quella infame «logica» che nasce da Yalta e che trova sostanzialmente sempre legati USA ed URSS.

Considerare questi avvenimenti senza comprendere pregiudizialmente che la realtà di questi trentacinque anni è stata determinata dal trionfo del materialismo sul mondo, nelle sue due espressioni: quella edonistica, consumistica e capitalistica da una parte e quella marxista dall'altra non servirebbe a niente, se non a fare il gioco beota ed imbecille al servizio dell'uno o dell'altro sistema.

Non comprendere che per ogni carro armato sovietico invasore ha fatto contrappeso in occidente, da parte degli USA, una multinazionale in più, uno sfruttamento sull'energia in più, un coinvolgimento economico e tecnologico in più, vorrebbe dire non voler, assolutamente, comprendere quella che è stata la realtà del mondo per trentacinque anni e precludere ogni possibile strada per un futuro diverso.

Da tutto il discorso che, partendo da Yalta, percorre la storia del mondo dalla fine del secondo conflitto mondiale ad oggi, la grande assente è stata e rimane l'Europa.

Sono infatti gli europei i popoli che più hanno subito i condizionamenti e la spersonalizzazione determinati da americani e russi. Ed è proprio nei popoli europei che più dovrebbero fermentare le ribellioni indipendentiste e germogliare le nuove idee alternative a quelle materialistiche che USA ed URSS rappresentano.

Occorre comprendere che l'autorevolezza e l'indipendenza di un discorso europeo può nascere esclusivamente dal convergere su idee nuove ed alternative. L'Europa come fatto geografico-numerico può essere solo quella della CEE e del MEC: mero mercato speculativo al servizio di interessi economici internazionali ed americani.

L'Europa come realtà autonoma ed indipendente deve essere ancora tutta ripensata e rivissuta dalle singole componenti in un percorso ideologico nuovo e libero.

L'insofferenza verso l'arroganza con la quale gli USA pretendono di coinvolgere sempre gli «alleati» della NATO nella tutela dei loro interessi, è stata testimoniata persino dai rappresentanti delle democrazie europee, con il rifiuto ad un immediato, supino allineamento alle misure diplomatiche ed economiche statunitensi contro 1' Iran.

Come se, prima di appoggiare lo Scià, per coltivare i loro ristretti interessi, gli americani avessero chiesto il parere di noi europei. Come se gli USA, protagonisti in questo secolo di mille violazioni del diritto internazionale, fossero i più indicati a chiedere solidarietà sol perché, una volta tanto, le vittime della violazione sono stati proprio loro.

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La crisi che attanaglia il mondo è la crisi dell'uomo soffocato dai materialismi, dell'uomo atomizzato ed impedito nei propri apporti socio-politici, dell'uomo schiavizzato dal circuito consumista, dell'uomo svilito nella propria natura costruttrice e creativa.

Non ripercorrere criticamente ed efficacemente la strada ideologica che a tale crisi ha portato, precluderebbe ogni possibilità di inserire nel mondo di Yalta una prospettiva alternativa ed un discorso di nuove costruzioni.

È pregiudiziale che gli uomini liberi europei rivisitino i grandi inganni dell'ugualitarismo, della massificazione, della società del benessere, della democrazia numerica ed alienante, e che da tale rivisitazione traggano la linfa vitale di una coscienza libera, finalmente destinata ad edificare una società giusta, civile, selettiva, creativa, intelligente.

Riteniamo quindi che, in questi tempi, fare opera di ricerca politica e culturale rappresenti l'unica occasione di operare efficacemente per la libertà e per il superamento della crisi dell'uomo. È da tale convinzione che prende ancor più vitalità il responsabile impegno di quanti lavorano attorno a questa rivista.

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Gli eroici combattenti afgani hanno opposto la propria rabbia e la propria dignità contro i reparti corazzati sovietici, interpretando la meravigliosa sinfonia dell'uomo che combatte anche nell'assurdo, nell'impossibile, nell'impari, perché viene toccata la sua libertà, la sua indipendenza, perché c'è sempre un momento in cui la lotta è giusta, è doverosa, è più vitale della vita stessa.

Di fronte agli avvenimenti afgani una sola testimonianza unitaria e libera è giunta in questo mondo ammorbato dal conformismo e dal compromesso: la conferenza di Islamabad, dove trentasei paesi musulmani hanno seccamente condannato l'URSS, rinnovando, al tempo stesso, il rifiuto a basi militari americane in territorio islamico.

Si tratta di un sintomo interessante ed importante.

Lasciare isolati tali fenomeni potrebbe voler dire anche rischiare di renderli sterili ed inefficaci.

Fuori da considerazioni particolaristiche e cronachistiche, realtà nuove come la conferenza di Islamabad, come la rivoluzione di Gheddafi in Libia, come gli avvenimenti iraniani, stanno a significare che qualcosa di diverso, di nuovo, di libero, in questo mondo in crisi si può e si deve fare.

Una fermentazione di idee alternative, ancorate al discorso dell'Uomo e dei suoi valori, in Italia, in Europa, può determinare l'inizio di tempi nuovi la cui importanza a livello internazionale diviene, ogni giorno di più, necessità in termini esistenziali e di rapporti socio-politici.

Il terreno è fertile e più fertile diverrà con accelerazione crescente.

In primo luogo perché i sistemi materialistici si basano su errori di partenza e, quindi, sono destinati all'autodistruzione. Grandi vuoti verranno a crearsi: vuoti da riempire, e solo idee nuove ed uomini liberi potranno farlo.

In secondo luogo perché la così diffusa povertà culturale, di idee e prospettive politiche ha creato paurose zone di disinteresse ed abulia. Solo ad una superficiale analisi si può confondere tale stato d'animo con una rinuncia dell'uomo ad esistere. Riteniamo che la presenza di tali zone rappresenti un anelito latente a nuove idee, a nuove realtà: un grande desiderio di libertà e di spiritualità mortificato.

È assurdo, ad esempio, pensare ai giovani, oggi così indifferenti, come generazione persa o come individualità irrecuperabili. Non è vero che il giovane non voglia per sé interessi politici o culturali: egli non accetta questa politica e questa cultura e solo per la momentanea assenza di effettive prospettive alternative la sua indifferenza si tinge di globalità.

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A trentacinque anni dalla spartizione di Yalta riteniamo che la fine «dell'amaro calice» stia per avvicinarsi a veloci passi. Lo spazio per nuove proposte, per diversi equilibri internazionali, per alternative costruzioni di pensiero e sociali prende sempre più forma. Il pericolo più grave e pernicioso è quello che le intelligenze, gli uomini liberi si attardino, nell'attesa passiva e rassegnata di tempi migliori, in una sterile gestione del contingente, pur se coscienti dell'errore, sottraendo possibilità ed apporti al vitale, necessario, pregiudiziale lavoro di ricerca e di proposta alternativa.

A tale ricerca e per tale proposta noi lavoriamo nella cosciente certezza di andare incontro alla storia dell'Uomo, dei suoi valori, della sua Libertà.

Mario Consoli