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Giacomo De Sario

Ordine umano (2)

I falsi valori

 

Massa e raccolta del consenso Incapacità delle masse di esprimersi autonomamente Impossibilità di giungere, attraverso di esse, ad effettive alternanze di potere Esigenza di nuovi metodi di gestione del potere Necessità del ricorso a rappresentanze competenti ed responsabili.

Proseguire in un'analisi globale degli elementi di crisi della nostra società contemporanea significa completare l'esatta e definita indicazione delle cause primarie che tale crisi determinano con la sistematica elencazione dei falsi valori sui quali la società contemporanea tenta di accreditare una propria ragione d'essere.

Tra i falsi valori del tempo presente non vi è dubbio doversi assegnare un ruolo essenziale a quello comunemente definito con il termine massa cui segue una costellazione di valori aggiunti o derivati indicati con i termini popolare, maggioranza, collettivo ed altri.

La massa, nel linguaggio degli esegeti del potere, cosiddetto progressista e democratico, rappresenta l'argilla con la quale modellare gli spazi e le figure istituzionali necessarie alla consumazione della truffa sul consenso e la libertà.

Il potere, infatti, sbandiera oggi la sua rispondenza alle volontà, ai diritti, alle esigenze delle masse. L'essenza di tale potere nasce dunque laddove si inizia la grande confusione dei termini e quindi, in altre parole, laddove, nulla essendo precisato e precisabile, l'arbitrio e l'imbonimento la fanno da padroni assoluti.

Ci siamo già occupati della confusione dei concetti di libertà e democrazia, ora, sembra necessario occuparci della pretestuosa coincidenza che si vorrebbe dimostrata tra i concetti di uomo e massa.

Demistificare tutto l'artificioso baraccone culturale edificato intorno al concetto di massa diventa essenziale ove si rifletta che è proprio attraverso i contenuti ditale baraccone che si muove il carosello giustificativo dei gestori del potere e si articola la cosiddetta morale della maggioranza che è invocata dalla gestione democratica.

Dicono gli esegeti ditale gestione «Il nostro è governo perfetto che esalta le libere opinioni, il metodo della perfettibilità attraverso la logica delle alternanze, la giustizia che si afferma e cammina attraverso la spinta delle masse sovrane, uniche depositarie del potere. L'uomo è salvo perché noi lo tuteliamo ».

Questa sintesi di affermazioni, in cui un po' tutti i miti ed i sogni della gente vengono raggruppati e sollecitati, rappresenta l'autentica palude entro cui si disperde e si affonda la verità, entro cui si sfumano concetti precisi che dalla verità stessa discendono e si annebbiano gli interrogativi che la coscienza civile dell'uomo vorrebbe sentire almeno onorati di una risposta.

Cerchiamo di esaminare una per una le affermazioni degli esegeti della gestione democratica.

«Le libere opinioni».

Le libere opinioni di chi? Una risposta coerente con il contenuto del concetto di libertà che affiora nell'espressione vorrebbe che si trattasse delle opinioni di ciascuno dei componenti di un qualche consesso preso in esame, espresse, illustrate, confrontate, sottoposte a giudizio. E questo che avviene nell'ambito della dialettica di massa? Le maggioranze sono formate attraverso lo sviluppo di un dibattito reale, definito, tra uomini di ceto, esperienza, cultura, informazione comuni o non, piuttosto, attraverso un'offerta discorsiva elaborata antecedentemente in sede ristretta di fronte alla quale un si od un no rappresentano il massimo della partecipazione consentita?

In quale momento dovrebbe avvenire l'incontro e la saldatura tra l'uomo e la massa? Dove questa indefinita area anagrafica può cessare di rimanere indefinita convergendo con il concreto esprimersi concettuale del singolo uomo, per diventare responsabilità di un'idea espressa ed illustrata, riferibile ad una ben individuata coscienza pensante, in diritto di pretendere che dell'idea stessa venga affrontata una analisi ed in dovere di prestarne personalmente testimonianza?

Come si articola al suo interno una massa umana?

Essa è per sua natura e vocazione entità indefinita e (volutamente) indefinibile giacché al suo interno si agitano sogni e idealità, istanze concrete, interessi, moralità elevate e sensibili, cinismi e utilitarismo spregiudicati, sentimenti e passioni insomma mescolati e agitati insieme senza discernimento ed equilibrio e soprattutto senza capacità di espressione e di prospettiva ordinate a fini precisi.

La massa, come entità di raccolta delle varie individualità pone necessariamente il problema dello sviluppo delle proprie forze dinamiche. Chi promuove e dirige le manifestazioni di energia sprigionate al suo interno? Chi determina la raccolta di opinioni su temi specifici, configurando l'indirizzo delle scelte, la gradualità delle analisi, la concretezza dei suggerimenti?

Non è difficile pervenire all'immagine di un grosso carrozzone nel cui interno il bagaglio potrà essere al tempo stesso prezioso o futile, fecondo o sterile, ma comunque, in ogni caso, assolutamente statico senza l'intervento di solide forze trainanti.

Non siamo dunque già alla percezione dei motivi chiarificatori del perché all'interno delle masse, i singoli componenti, se presi in considerazione come insieme pensante, si trovano sistematicamente nell'impossibilità di affermare opinioni pur largamente diffuse?

Raffrontiamo, per esempio, questo nostro discorso alla situazione italiana di questi anni. I partiti politici, le classi dirigenti, i centri di condizionamento economico, sono da tempo contestati e psicologicamente rifiutati dal giudizio dei cittadini singolarmente considerati, ma quando si passa ad un giudizio a livello di massa elettorale noi assistiamo al fenomeno della inamovibilità dei gruppi di vertice.

Ed è chiaro che questo avviene perché nessuna forza trainante costituita, a livello di gestione attuale del potere, partiti, sindacati, centri economici, ha interesse a porre in essere le energie per una sostituzione di quei vertici dei quali esse forze sono parte essenziale e caratterizzante.

Sta di fatto che ciò che affermiamo è tanto vero e verificabile che assistiamo ad un fenomeno in dimensione crescente, quello del voto a rifiuto, cioè la scheda bianca o l'astensione.

La volontà del rifiuto esiste, si manifesta, ma poiché si esprime a livello di massa elettorale non riesce a darsi ordine e consistenza. A causa dell'accennato problema della carenza di forze trainanti ogni istanza di effettivo rinnovamento viene soffocata, deformata, presentata in modo distorto all'opinione pubblica, resa sterile a livello istituzionale, e quindi praticamente prima scoraggiata e poi riassorbita nell'ambito del sistema politico vigente.

Ecco le connessioni tra le varie componenti della crisi del nostro tempo, ecco la globalità delle necessarie analisi da noi sostenute nel precedente capitolo, quando affermavamo che la crisi non può essere settorializzata e definita per argomenti vari, ma deve essere innanzitutto compresa nella sua totalità di carenze ed interdipendenze.

Ecco la ragione del nostro rivendicare una necessaria, piena apertura dialettica, sgomberata da zone tabù entro le quali sia consentito intimare blocchi culturali e intellettivi per dirottare o addirittura impedire le necessarie analisi.

Ancora una volta dobbiamo ribadire che nulla ci muove ad un furore iconoclasta contro concetti ed istituti; e nemmeno è presente in noi la tentazione di aprioristiche sconfessioni di concetti e istituti sol perché appartenenti ad un costituito formale che ci trova dissenzienti. Ciò che muove la nostra indagine ed il nostro lavoro è la necessità di individuare la ragione della paralisi delle volontà dinamiche dell'uomo e del cittadino per verificare se qualcosa, idea o istituto, provochi quei fenomeni di «corto circuito» sociale cui da anni assistiamo.

Soltanto se si potrà pervenire all'individuazione delle ragioni del blocco dinamico esse potranno essere rimosse e soltanto allora potremo valutare la misura del guasto e la responsabilità di idee, istituti, classi dirigenti, nel determinarlo.

Libertà totale, dunque, nell'analisi.

Istanza che non possiamo che riconfermare e ribadire ogni volta che una qualche connessione ne riproponga l'esigenza. Differenza dunque tra concetto di libertà e gestione del potere, la precisare e pretendere ogni volta che un'assurda identificazione tra valori di fondo e realtà politiche contingenti pretendesse di porre mordacchie cinture di conformismo alla mente ed alla coscienza.

Si è parlato di una perfettibilità del sistema di gestione democratico del potere a causa delle alternanze possibili, nell'ambito del sistema stesso. Affermazione questa, del potere, formalmente ineccepibile. È vero, le alternanze sono istituzionalmente possibili, e va detto, a testimonianza della nostra buona fede dialettica, che effettivamente tali alternanze si sono verificate in alcuni paesi retti a gestione democratica del potere e che nulla impedirebbe, sempre stando alla regola istituzionale, che anche in Italia l'alternanza avesse a verificarsi. Ma ... Ecco che c'è un ma non risolto negli altri e nel nostro Paese, e cioè quello di un'alternanza minacciata da possibili irreversibilità del potere, una volta che questo sia conquistato da forze non credenti nella libertà, e quello ancora più grave e macroscopico del rapporto da definire tra gestione politica ed economica da un lato e gestione morale e intellettiva dall'altro.

Il metodo di gestione attuale del potere può giungere a gestire (sino ad un certo punto) il cittadino come realtà politico-civile, ma come tale metodo potrà gestire l'uomo nella sua integralità dinamica ed armonizzarne la saldatura con lo stato e gli istituti nei cicli di trapasso e trasformazione della società?

Il problema si concretizza in questo interrogativo.

Siamo costretti a concepire la rivoluzione quale sbocco ineluttabile del profilarsi di nuove concezioni esistenziali o possiamo più civilmente organizzare nello Stato una società non bloccata o bloccabile da pretese inamovibilità culturali e ideologiche?

Perché delle due l'una: o lo Stato configura i suoi componenti a dimensione umana globale, ed allora deve prepararsi a dare sfogo costruttivo, civile, tollerante e ordinato a ciascun fermento che nella giusta sede abbia a nascere in sensibile recezione di trasformazioni di civiltà; oppure lo Stato si articola su cittadini formalmente liberi di accettare e discutere le linee di gestione del costituito, ma sostanzialmente impediti a gustare e vivere la civiltà in movimento, ed allora esso lavora a creare le fondamenta ricorrenti di violenze e sovversioni, tanto più dolorose quanto più sempre coincidenti con i fermenti generazionali e dell'intelligenza creativa, avanguardie costanti della civiltà in moto di trasformazione.

Per lo Stato, riuscire a coincidere con la gestione dell'uomo, significa, a nostro avviso, riuscire a non lacerare mai il suo tessuto sociale posto invece in crisi, spesso, nonostante la migliore e più oculata gestione del cittadino. Significa non trovarsi mai spiazzato nei confronti della cultura, della scienza, dell'intelligenza, ma, al contrario, catturarne la immensa carica fermentatrice, la spinta alla creatività civile ed umana.

Possiamo negare la solitudine degli antesignani delle trasformazioni e la sofferenza civile, quando non fisica, sino al sacrificio della vita od alla privazione della libertà, di coloro che recepirono in «avanguardia» i tempi, i valori, gli istituti, le culture nuove verso cui, successivamente, la totalità ebbe poi a convergere?

Quanto grave e pesante è stato il prezzo di ritardi nella comprensione e nella intuizione di trasformazioni necessarie e giuste da parte di «maggioranze» del potere e quanto di questi guasti è dovuto alla impossibilità di ascoltare e dibattere, nell'ambito dello Stato, un messaggio anticipatore, la cui validità avrebbe potuto affermarsi sol che istituti, al momento inadeguati e quindi non competenti, non avessero rifiutato o insabbiato il colloquio e l'analisi?

Quante scelte di politica e di economia hanno drammaticamente risentito della assenza di rappresentanze competenti e responsabili ad operare le scelte stesse?

Questo insieme di considerazioni ci porta a dubitare in modo assoluto della realtà delle alternanze e della loro possibilità di operare un intervento autenticamente correttivo nell'ambito del sistema.

L'alternanza non significa saldatura dell'uomo con lo Stato, ma significa soltanto cambio della guardia nella gestione di un medesimo costituito politico, significa piccolo cabotaggio di interessi e spesso compromesso voluto e organizzato per distogliere e diminuire la pressione umana, che è realtà viva e dinamica, nei confronti dello staticismo burocratico, che è realtà conformista e conservatrice.

Se volessimo un esempio plateale di questo assurdo basterebbe, nella cronaca d'oggi, guardare alla logica conservatrice della proposta politica di un «compromesso storico» tra cattolici e comunisti che altro tipo di realtà non riesce a porre in essere che quella di un accordo, peraltro provvisorio e colmo di sostanziali riserve mentali, di conservazione locale del potere, nella logica internazionale del costituito di potenza e di arbitrio derivante dall'accordo di Yalta tra sovietici e americani.

L'alternanza quando nasce da una autentica esigenza di grande respiro di mettere in crisi gli schemi conservatori, e affronta i temi della grande politica e della grande economia, genera sempre da parte del potere la truffa dei compromessi occulti o manifesti in funzione di argine ritardante e soffoca sempre la libertà e l'indipendenza che sono i sentimenti di uomini globali, cioè di quei cittadini non istituzionalizzati, non asserviti ad interessi minori, ma fermi, coscienti, responsabili assertori di una consistenza morale ed etica della dimensione e dei fini dello Stato e dell'uomo al suo interno.

Ed eccoci infine al problema delle masse, intese quale elemento necessario alle conquiste di giustizia.

Non vi è dubbio che all'interno delle masse uno dei sentimenti più diffuso e generatore di maggior fascino emotivo sia quello della necessità sociale del miglioramento economico, ma a nostro giudizio il problema va posto, anche in questa sede, in termini di estrema chiarezza.

La giustizia e la socialità che avanzano con le masse sono di natura tipicamente materialistica, contingente, e soprattutto classista. Esprimono cioè interessi di settore e di ambiente legati al contingente del potere anziché reali istanze di prospettiva verso soluzioni definitive e reali del problema della giustizia economica.

Ed è proprio questa la ragione della predilezione marxista nei confronti del concetto e della realtà della massa.

Il marxismo necessita, per il successo della sua predicazione, di spazi umani caratterizzati da bisogni d'insieme, materializzabili, in grado di suscitare il tipico fascino confuso delle parole d'ordine che sembrano dire tutto, lasciando poi nella realtà completamente spoglio di contenuti reali l'involucro umano delle singole personalità.

La giustizia a livello di massa non tiene alcun conto dei bisogni di spiritualità che l'accompagnano nel rapporto con l'uomo singolo, e che andrebbero modellati sui contenuti della sua stessa personalità.

Il marxismo ha compreso che l'uomo non si porrà mai contro la dialettica di massa per non apparire egoista ed insensibile. L'uomo nella logica di massa abdica al suo ruolo creativo in nome di una esigenza collettiva che nella realtà nessuno ha però controllato se effettivamente corrisponda ad attese ed esigenze di civiltà. Le esigenze collettive, appunto perché materializzabili, sono strumenti condizionabili da parte del potere che nei loro confronti può usare con successo il metodo del bastone e della carota ricorrendo, quando sia necessario, ad obbiettivi pretestuosi dirottando impegni e sensibilità.

In realtà la storia di quest'ultimo secolo testimonia che il terreno più fertile al germogliare della pianta marxista risiede proprio nelle dottrine che accettano di innalzare le insegne della massa, svilendo l'umano e la singola personalità creativa. Al contrario, ovunque la concezione di una superiore destinazione dei fini della società e dello Stato si afferma a circoscrivere ed ordinare le vocazioni confuse della massa, là si esaltano i valori dell'uomo e della libertà. Tali valori trovano nella dimensione ideale dei fini unitari dello Stato la migliore collocazione, talché non è assurdo affermare che, tanto più vasta è l'area delle prospettive morali e spirituali dello Stato, tanto maggiori divengono l'autodisciplina ed il rispetto della legge da parte dell'uomo che «sente» la propria crescita creativa, il senso della propria attiva partecipazione e responsabilità nel progetto «morale» dello Stato, che proprio perché tale accoglie l'espressione migliore dell'umano che in esso coincide. Possiamo individuare in questi accenni l'embrione di una dottrina dello Stato-Uomo da scoprire e coordinare in un lavoro collegiale? Noi pensiamo di si.

Intanto ci preme constatare che la spiritualità dei fini di una società e di uno stato determina una crescita morale dei cittadini stessi e che, come testimoniano i fatti, al contrario, la piattaforma economicistica o materialistica di una società conduce alle più gravi degenerazioni del costume, dei fini, dei metodi.

È certo che quanto di bello, di creativo, di esaltante e civile ci è dato di conoscere nella Storia nasce dalla solitudine dell'uomo, dalla sua capacità di sensibilizzazione, di contemplazione, di meditazione.

Ebbene ci chiediamo come possa l'uomo, condotto a realizzarsi nei fini e nei metodi della realtà di massa, impegnarsi e riconoscersi in quel particolare momento creativo rappresentato dalla solitudine emotiva e sensibile. E ci chiediamo soprattutto come possa una società rinunziare ad organizzare al suo interno forme opportune ed adatte a recepire la creatività umana in dimensione «motrice» e quegli apporti di «solitudine creativa» delle singole personalità da esaltare poi coralmente in dimensione di finalità dello stato.

Sarebbe come esiliare l'intelligenza, l'arte, la poesia, la solidarietà, la conquista creativa dello spirito, concedendo libero asilo permanente ai suoi contrapposti: efficientismo, propaganda, retorica, collettivismo, tecnicismo consumista, tutto quanto, insomma, caratterizza concetto e realtà di massa.

Guardiamo alla forza testimoniante degli esempi.

L'uomo Cristo predica il meraviglioso messaggio della cristianità nel quale gli uomini si sentono esaltati e realizzati, il ricco a fianco dell'umile; a livello di massa nasce lo spirito del potere dei conclave e dei papi che si esprime nell'inquisizione e nei roghi. L'uomo dove è finito?

La predicazione dei poeti della socialità esprime uomini come Andrea Costa, Turati, Gramsci, Labriola; la sua proiezione di massa ci conduce ai Mancini, ai Tanassi, ai Lombardi, ai De Martino, ai Berlinguer.

Dove sono finite le adamantine coscienze che dividevano personalmente con gli operai i rischi e le privazioni dei grandi scioperi di trasformazione?

Vogliamo ricordare il bolscevismo a livello di massa incarnato da Stalin?

Vogliamo guardare l'involuzione castrista? Il lento, ma costante eclisse del peronismo? La reazione antifalangista di Franco?

Sempre, anche se sorti con esaltanti premesse, i regimi che hanno abbandonato i valori morali dell'uomo, senza esclusione di schieramento, hanno generato l'involuzione del potere e l'avvento della retorica di massa.

Ma è dell'ultima argomentazione che dobbiamo ora occuparci: la massa a livello elettorale come depositaria del potere.

Certo le «masse elettorali» scelgono ed eleggono.

Che cosa?

Scelgono partiti le cui politiche vengono sistematicamente sconfessate dalle loro stesse ristrette oligarchie di vertice.

Partiti ideologicamente ancorati a «verità» precostituite e inamovibili, senza alcuna considerazione e sensibilità verso le trasformazioni in atto nella società.

Partiti nel cui ambito ci si afferma non per autonome scelte di capacità, ma per logica di cosche e di camorra; nei quali, come già abbiamo sostenuto e dimostrato, le opinioni e le verità si costruiscono soltanto attraverso la disponibilità acquisita degli strumenti di condizionamento.

Ma non è ancora tutto.

Scelgono quali uomini? Quelli affermati delle professioni, delle arti, della costante testimonianza di valori reali recati alla comunità?

Chi potrebbe rispondere positivamente a tale interrogativo?

Esiste l'esempio di un qualche uomo di valore affermatosi nella comunità e che ad essa abbia recato proficuo servizio, che per responsabile ed autonoma scelta sia stato chiamato a sostituire il mestierante di partito?

Possiamo riuscire, con indicazioni operate all'interno della logica delle «masse» elettorali, a rabberciare gli strappi di un tessuto sociale che si lacera sempre di più? Possiamo correggere qualche disfunzione dello Stato, dei suoi istituti, delle sue classi dirigenti? Possiamo arginare gli scandali e il malcostume, le sordide macchinazioni del potere, l'antiumana logica della violenza da qualsiasi direttrice si esprima? Possiamo un giorno svegliarci e scrivere sul muro di casa nostra «da oggi vogliamo cambiare, sognare una società ed una patria pulita, diversa, degna di essere custodita e difesa nella nostra coscienza di uomini» senza che una smorfia amara di commiserazione salga sul viso dei nostri vicini quasi a deplorare tanta mitomania?

E allora scegliamo cosa? Le masse depositarie del potere; come, dove, quando, attraverso quali istituti?

Siamo davanti ad una seria alternativa. O ci rendiamo conto di dover vivere e soffrire la grande vigilia di una trasformazione esistenziale globale, mettendoci a disposizione di un grande impegno al dibattito che segua la preparazione di un nostro metodo di rilancio dell'uomo e dei suoi valori; o rischiamo di perderci nell'inutile retorica protestataria che, in fondo, è la migliore alleata della conservazione del costituito, come dimostrano, sistematicamente, tutti i riflussi contestativi di questi ultimi decenni.

Certo non è compito facile, e non bisogna cadere nella tentazione di farsi prendere la mano dalla inutile polemica delle colpe all'interno del sistema, delle responsabilità da attribuire a quanti hanno creduto di poter svolgere attività utile e positiva limitandosi a colpire dialetticamente gli obiettivi sin troppo facili del cattivo governo della cosa pubblica.

Il problema è assai più ampio.

Occorre disancorare l'energia dinamica dell'uomo oggi imbracata e distolta dai veri obbiettivi che sono di struttura mentale, di risposta esistenziale agli interrogativi di un mondo talmente mutato da lacerare i rapporti ritenuti più solidi e cioè quelli originati dalla stessa genetica (nel rapporto tra padri e figli) e dall'amore (nella presunta dialettica alternativa tra uomo e donna).

Non perpetrarsi di lacerazioni si impongono, ma riunificazioni di intenti, riscoperta di finalità, scelte di vocazioni, ruolo delle responsabilità, giacché abbiamo davanti non l'arena di un circo entro cui dare spettacolo ed ottenere l'applauso, ma un grande deserto nel quale o imprimeremo l'orma dell'uomo in difficile ma certa avanzata o sarà la grande, mortale sete per tutti.

Giacomo De Sano