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Piero Sella

Strategia politica dell'unità musulmana

Gli obbiettivi di una comune politica estera La Conferenza di Islamabad L'atteggiamento libico e quello della nostra stampa Il socialismo islamico e il Libro Verde di Gheddafi

Il mondo arabo-musulmano è ancora al centro dell'attenzione mondiale.

Da esso salgono come da un vulcano prima dell'eruzione cupi brontolii. Gli eventi già importanti che lo vedono protagonista, non sono fini a se stessi, quindi privi di conseguenze, ma sono destinati a precederne altri, di più vasta portata.

Fermenti unitari non mancano, ma certo, considerando lo stato di cose attuale, risultati concreti a breve scadenza non sono prevedibili.

Da decenni ormai infatti, senza una reazione decisa, coordinata, univoca, gli arabi sopportano, come una malattia cronica, la presenza e l'occupazione militare sionista.

Corre persino voce che Yasser Arafat, il bellicoso capo dell'O.L.P., l'organizzazione per la liberazione della Palestina, si sia imborghesito, non creda più alla battaglia che dice di voler combattere per il suo popolo, e dopo aver aperto un ristorante a New York, sia diventato anche padrone di un palazzo di cinque piani nella stessa città, a lato di Central Park, e vicino di casa di David Rockfeller.

Tutti gli stati del vicino e medio oriente, inoltre, sono stati di volta in volta svillaneggiati dagli intrighi incrociati dalle multinazionali e dagli interventi, destabilizzanti, o direttamente militari. delle potenze imperialiste.

Negli ultimi mesi l'Iran ha rischiato grosso e lAfganistan è stato invaso.

Ma è proprio dalla gravità estrema di tali fatti, che può nascere prepotente una volontà unitaria nel reagire. In difetto di ciò è chiaro che l'Islam non potrà mai essere un interlocutore le cui tesi debbano essere attentamente considerate.

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Perché le cose cambino, la necessità di un comune atteggiamento islamico in politica estera appare preliminare ed evidente, e per politica estera intendiamo anche ciò che fornisce gli strumenti per attuarla.

In primo luogo è quindi necessario un fronte unico nella politica energetica, per evitare il saccheggio delle ricchezze del sottosuolo da parte delle compagnie petrolifere.

Vogliamo a tale proposito richiamare l'attenzione di chi ci legge ed ha pagato per i carburanti prezzi progressivamente più alti, su un fatto di estremo interesse: un barile di petrolio, nel 1950, costava dollari 1,65; nel 1970, dopo vent'anni, era sceso a dollari 1,25.

Su questi prezzi venivano pagate ai paesi produttori le percentuali di loro spettanza, che non oltrepassavano il 40/50%. I pagamenti, effettuati in dollari, durante tutto questo periodo vennero assottigliati dalla svalutazione subita da tale moneta e portati quindi a livelli davvero insignificanti.

Va tenuto poi conto che, dall'agosto 1971, si è aggiunta l'inconvertibilità in oro della moneta americana, e c'è stata perciò una ulteriore caduta in termini reali dei redditi petroliferi, accompagnata anche, come è ovvio, da una perdita di valore degli investimenti fatti all'estero in dollari dagli stati produttori.

La politica di rapina, fino ad oggi subita dal mondo arabo, lo spingerà certamente per il futuro a tenere d'occhio i quantitativi da estrarre, i prezzi, ma soprattutto, le monete e le modalità di pagamento.

Dovranno poi essere programmate unitariamente, le scelte prioritarie e i tempi di impiego, per quanto ricavato dalla vendita dei prodotti petroliferi; non è certo logico, infatti, impiegare in modo non oculato risorse in via d'esaurimento, fortune cioè che nella storia di un popolo si presentano una sola volta.

Avrà, così agendo, il mondo islamico, un peso, una forza contrattuale nettamente superiori a quelli attuali.

Sempre come base per una credibile politica di unità, e per evitare gli sprechi economici e i condizionamenti politici di oggi, sarà necessario che gli arabi si occupino a fondo del problema degli armamenti.

In questo campo, e non solo per una questione di prestigio, dovrà essere preso in considerazione il sorgere di una industria bellica che punti all'autosufficienza, e dia indipendenza e sicurezza, attraverso la standardizzazione delle armi ed il comune addestramento degli uomini per il loro impiego.

Ma tutti questi obiettivi ben difficilmente potranno essere raggiunti e le delusioni seguite a facili ottimismi lo dimostrano (alludiamo qui ai tentativi di federazione tra Siria ed Egitto - Egitto e Libia - Libia e Tunisia) qualora permanga la mancanza di una larga visione politica unitaria, di una volontà tesa al raggiungimento di fini comuni.

Come per noi europei, così anche per il mondo musulmano ogni serio tentativo di unione, dovrà muovere, essere preceduto, da una vera unità di intenti politici, e da popolazioni convinte della validità di ogni sforzo teso a conseguirli, giacché i vantaggi economici, sui quali invece oggi si è usi a far leva, sono incerti, e soggetti a variabili di difficile previsione.

Il mondo Islamico ha il grosso vantaggio di non dover partire da una posizione storicamente così compromessa come quella europea.

Le popolazioni europee sono da decenni sottoposte a un martellamento culturale tale da far apparire loro ineluttabile un mondo dominato dagli imperialismi sovietico e statunitense.

Dalla spartizione di Yalta i paesi islamici rimasero fuori, destinati semmai, in modo più generico, a terreno di caccia per espansioni future ed esperimenti neocolonialisti.

Espansioni ed esperimenti che appaiono però di sempre maggior difficile attuazione, perché riteniamo si sia determinata ormai una chiara inversione di tendenza.

Tuttavia, i condizionamenti imposti dalle pressioni delle superpotenze e dalle multinazionali in alcuni stati, l'immobilismo di altri in cui la classe dirigente cerca solo di sopravvivere senza scosse, l'arretratezza sociale e di impegno politico in altri ancora sono grossi ostacoli per l'unità Islamica.

Troppi, sono ancora oggi i dirigenti politici del mondo musulmano che intendono immobilizzare le energie dei loro popoli instradandole nel binario morto delle divisioni e dell'odio di classe. Ciò equivale a voler perpetuare la situazione di oggi, ed a ritardare quei profondi, convergenti cambiamenti, necessari nel sentire dei popoli, perché l'unità si prospetti come esigenza primaria.

La strada dell'unità islamica deve scavalcare queste barriere; infatti, solamente da un popolo che vive senza subire interessate manipolazioni di potere, straniere, economiche, di partiti politici e classi dominanti, la valutazione dei propri interessi può uscire limpida, spontanea, e produrre uno stile di vita nazionale autenticamente compatto, e quindi una vera comunione di sentimenti.

Questa auspicata realtà, che si richiama in primo luogo ad un desiderio istintivo di libertà, e tende ad una visione etica della vita, lontana da egoismi settoriali e ricca di tensioni ideali collettive, ci pare vada facendosi strada nella politica dei paesi musulmani.

In Iran, ad esempio, dove gli USA sono stati scalzati dalle loro posizioni, la rivoluzione ha vinto, e riteniamo vadano avviandosi al completo assorbimento anche i prevedibili sussulti anarchici del dopo Scià.

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Lascia bene sperare anche l'atmosfera nella quale s'è svolta la conferenza di Islamabad, anche se essa ha senz'altro risentito di insufficienze programmatiche dovute al fatto di essere stata convocata sull'onda dell'impressione suscitata dai gravissimi fatti afgani.

Ci è sembrata essa comunque un momento estremamente importante per un popolo alla ricerca di una guida, che con autorevolezza indichi idee e direzione di marcia per realizzarle. È stato indubbiamente positivo che, di fronte ad eventi di inusitata gravità, come l'invasione comunista dell'Afganistan, siano state messe da parte rivalità e divergenze politiche, e si sia mostrato con una decisa condanna dell'imperialismo sovietico, al resto del mondo, un Islam dal volto inaspettatamente privo di incrinature .

La compatta partecipazione alla conferenza, le sue conclusioni, sono state per di più una risposta sufficientemente chiara, nei confronti di coloro che, interessatamente, fino a poche ore prima del suo inizio, cercavano di dividere, di indebolire, riproponendo al mondo islamico che non vuole affatto esserne partecipe. la politica dei blocchi.

Le forze sane dell'Europa, nemiche della politica dei blocchi non per neutralismo o per isolazionismo, ma perché vedono nella politica USA-URSS uno strumento di soffocamento e condizionamento, sono liete che tale politica venga, in settori internazionali sempre più vasti, rifiutata.

L'Europa infatti, quella vera, non quella della Nato o del Patto di Varsavia, ha necessità di un mondo islamico unito, e vede con simpatia farsi strada in esso l'aperto rifiuto di politiche di spartizione di stampo neocolonialista.

Per la Libia, della quale era data per certa l'assenza sulla base di un presunto schieramento a fianco dei Sovietici, la conferenza è stata un'ottima occasione per smentire nei fatti quegli atteggiamenti filosovietici, che con monotona puntualità, le vengono addebitati dalla stampa, e che la parte meno preparata dalla nostra opinione pubblica prende per rispondenti al vero.

Il gioco di questa stampa riesce, ottiene il suo scopo, per difetto di informazione, ma resta ancora di rilevante interesse spiegare le cause di esso. Del problema ci siamo già occupati in un precedente articolo, ma siamo ben lieti che i fatti ci abbiano dato ragione e ci permettano di tornare sull'argomento.

L'«Espresso» del 16 settembre si occupava della politica interna, sociale ed economica della Libia. Vengono citati sinteticamente, dal Libro Verde di Gheddafi, giudizi sui parlamenti: «sono lo strumento per usurpare il potere e monopolizzarlo» e sui partiti: «sono il governo della fazione su tutti».

L'articolo, corredato da una demoniaca caricatura del colonnello libico, ha un tono ironico e supponente. Vi si liquidano come assurde farneticazioni le soluzioni proposte con la Terza Teoria Mondiale, la quale mira a risolvere il problema della partecipazione politica del cittadino attraverso le organizzazioni popolari di massa, e le organizzazioni professionali del lavoro.

Si cerca di ridicolizzare anche l'aspetto socioeconomico della Terza Teoria Mondiale dove essa indica la socializzazione come la strada attraverso la quale, lavoratori e dirigenti, saranno posti sullo stesso piano riguardo al diritto di proprietà, determinandosi differenze tra loro, solo in base all'apporto individuale, da valutarsi per ciascuno secondo la propria capacità ed efficienza.

Si potrà essere assertori di altri modi di gestire la cosa pubblica, ma le soluzioni indicate, ci paiono, tanto sono importanti i problemi insoluti nei regimi parlamentari e partitocratici che esse vanno invece a risolvere, meritevoli di essere discusse, e con serietà.

Molto simile è il tono di un'altro articolo che qui vogliamo ricordare: l'intervista di Oriana Fallaci apparsa sul «Corriere della Sera» del 2 dicembre '79, che segue di pochi giorni il sequestro degli ostaggi americani a Teheran.

La nota scrittrice filocomunista è questa volta apertamente al servizio di Stati Uniti ed Israele, evidentemente disturbati e preoccupati dai sommovimenti del mondo islamico. Con tecnica semplicistica ma collaudata, Gheddafi viene presentato come una pedina del Cremlino e un nemico dell'Occidente, anche se le sue idee in politica internazionale nel corso dell'intervista, assumono contorni ben precisi: non contro l'Occidente, ma contro USA e Israele, semmai contro l'Occidente qualora con essi accetti di schierarsi. Quanto ai blocchi, politica di non allineamento, quindi di assoluta indipendenza, tesa al conseguimento dell'Unità Islamica.

Ma l'intervistatrice non è convinta; pur ammettendo che basi sovietiche in Libia non ce ne sono, aggiunge che esse però «sono nel cervello di Gheddafi»! Su questa linea di condotta, il giorno successivo, lo stesso giornale, nel rapportare le forze navali delle due superpotenze nel mediterraneo, pubblicava la piantina che riproduciamo, nella quale figurano basi sovietiche a Tripoli e Bengasi.

Lo stesso Corriere della Sera il 4 Febbraio (non il I aprile!) annunciava nientemeno che l'adesione della Libia al patto di Varsavia.

Perché tanta malafede? Perché reazioni così scomposte in luogo di una obbiettiva informazione e di un sereno dibattito? La risposta ci pare vada cercata nella fermezza libica nel rifiutare un qualsiasi riconoscimento di Israele, e nelle tesi politiche esposte da Gheddafi nel suo Libro Verde.

Mentre la politica internazionale della Libia è oggetto di continue menzognere distorsioni, il Libro Verde e la sua pratica attuazione, vengono sistematicamente ignorati. Che ciò avvenga, è tanto più significativo, quando si pensi al vivo interesse, all'attesa che c'è nell'opinione pubblica, convinta che la crisi debba pur avere uno sbocco, di serie proposte alternative circa il governo della cosa pubblica.

Siamo dell'idea, che ad ognuno giungerebbe gradito conoscere come, nella salvaguardia della libertà, senza cioè cadere nella sopraffazione e nella violenza, un popolo possa essere sottratto alle «cattive compagnie» dei partiti politici, quindi alle divisioni e alle strumentalizzazioni, e avviato, attraverso esperienze comunitarie, ad una vera forma di partecipazione e di creazione di nuove realtà.

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Nella nuova Libia non vi è spazio per i partiti politici o per forme di socialismo solo nominali come quelle operanti nei paesi dell'Est europeo, forme che vengono espressamente rigettate. Si è invece dato vita ad una vera socialità, e la partecipazione popolare è così capillare e profonda, che si può in ultima analisi considerare realizzato l'autogoverno.

Solo ignoranza e malafede possono assimilare simile visione di vita al comunismo.

Idee del genere, sono invece collocabili nel filone autonomo, classico, del socialismo islamico; sono già presenti cioè nella vita collettiva islamica fin dal tempo di Maometto.

L'Islam ha avuto in sorte infatti una religione che già include le idee fondamentali del socialismo. Credere in una Società senza classi, preoccuparsi del benessere dei poveri e degli oppressi, dare ai lavoratori i diritti che gli spettano, sostituire la sopraffazione e l'ostilità con la fraternità e la collaborazione; quanto ciò faccia parte dello spirito religioso islamico può ricavarsi da un esempio.

Riferisce l'lmam Bukhari, contemporaneo di Maometto, che il profeta aveva proibito di fermare le carovane che andavano al mercato, e di comprare merci da esse.

Ciò, evidentemente, per tutelare abitanti del deserto e consumatori cittadini. Una civiltà che si occupava in modo così avanzato, più di mille anni fa, dei problemi dell'intermediazione, non può essere giudicata col metro della più deteriore civilizzazione occidentale.

È evidente quanto poco utile sia per l'Islam il socialismo marxista, tutto permeato di vendetta e di rivalsa estremistica, mentre il socialismo islamico si colloca in atmosfere assai più elevate, e nello stesso tempo più vicine agli effettivi bisogni dell'individuo.

Ci pare infatti scelta morale e di alta spiritualità, la coesistenza programmata di stratificazioni sociali, considerate positive e funzionali allo sviluppo armonico di una società.

Su tale linea interclassista si è mossa la tendenza politica nazional-radicale di Ataturk, di Mossadeq e Nasser cui la Rivoluzione Libica ora si richiama.

Vogliamo a tal proposito ricordare una frase di Nasser del giugno 1961:

«non crediamo che Io sviluppo storico dell'umanità corra lungo un vicolo cieco che ha come inizio il capitalismo e come termine ineluttabile il comunismo. Siamo convinti che le opportunità per il mondo raziocinante siano oggi più ampie di quanto implichino tali circuiti chiusi».

La Terza Teoria di Gheddafi ha esplorato e sta realizzando queste opportunità.

Il popolo, tutto il popolo attraverso i C.P.B. (comitati popolari di base) sceglie i delegati al Congresso Nazionale Generale che è l'autorità politica suprema.

Largo spazio nella rappresentanza popolare viene dato alle categorie del lavoro, e dell'intelligenza, assicurando così al governo della cosa pubblica quegli spazi di responsabilità e competenza che in altri regimi sono soffocati dalla presenza dei politici di professione.

Una continuità di linea politica ultradecennale, ha permesso di contenere entro basi realistiche la strada rivoluzionaria indicata per il conseguimento della libertà, e di considerare le esperienze fatte come punti fermi acquisiti, e il da farsi, come realtà di possibile attuazione.

È facile ora trarre le conclusioni del discorso.

La stampa italiana, nella sua grande maggioranza schiava di mille condizionamenti internazionali, è per i blocchi, è, sia pure con qualche sfumatura, per Israele, è per i partiti politici, o per quelle false forme di socialismo che hanno per obbiettivo lo scardinamento totale della società attraverso la lotta di classe.

La Libia è contro tutto ciò

Gheddafi è pertanto, con il suo Libro Verde una specie di grillo parlante da mettere a tacere, e proprio il fatto che venga di continuo attaccato con ogni mezzo a disposizione, ci spinge a considerare le sue tesi con maggiore attenzione e simpatia.

Non abbiamo dubbi quindi che l'attacco concentrico che la Libia subisce dalla stampa internazionale, sia spiegabile con la pericolosità, per le potenze imperialiste e per i politici che nei vari paesi attraverso tali potenze puntellano il perpetuarsi della loro sopraffazione, delle tesi che essa diffonde, sia in politica internazionale, che in quella economico-sociale.

Tali tesi vanno soffocate con la menzogna, perché sono riconosciute portatrici di innovazioni politiche che possono essere valide soluzioni di ricambio, specie per sistemi politici in disfacimento come si va di giorno in giorno rivelando quello italiano.

Risulta evidente da tutto ciò, come la lotta contro l'imperialismo e per l'unità islamica, debba essere combattuta sul doppio fronte della politica internazionale e degli interventi propagandistico-culturali.

Questi ultimi, resi necessari dagli atteggiamenti della stampa legata a ben individuati ambienti politico-economici, dovranno tendere per un verso alla restaurazione della verità, e per l'altro alla diffusione delle tesi di alternativa rivoluzionaria.

Contare per questo sforzo, che certo è durissimo, sull'appoggio dei Russi o degli Americani, o comunque di forze internazionali loro collegate, sarebbe ingenuità.

Strumentalizzare gli imperialisti, anche per la evidente disparità nei rapporti di forza, è operazione molto difficile, anche perché essi sono da sempre maestri in questo genere di macchinazioni.

Il tentare di farlo, è destinato solamente a seminare confusione tra chi davvero crede nella necessità della battaglia, e nella chiarezza vuole condurla.

Piero Sella