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Ragioni attuali e continuità storica del nostro impegno europeista

 

Il 24 marzo un ufficiale americano di 37 anni, il maggiore Arthur Nicholson, è ucciso da una sentinella sovietica in Germania.

La notizia si sparge gravida di tempestose implicazioni ad accrescere le paure degli Europei. Può essere la goccia destinata a far traboccare l'acqua dal vaso.

Due diversi sistemi di vita, due potenze in lotta per il dominio del mondo, due blocchi militari che dividono il continente, una grande nazione nel cuore dell'Europa, la Germania, attraversata da un confine invalicabile garantito da migliaia di chilometri di filo spinato e da una distesa ininterrotta di profondi campi minati: questa la realtà imposta da decenni agli Europei. Sotto la spinta di interessate pressioni operanti in modo coincidente su ambedue i versanti della cortina di ferro essi vengono indotti a credere che USA ed URSS possano giungere da un momento all'altro ad uno scontro aperto, che i missili di cui sono stati riempiti i loro paesi cessino ad un certo punto di essere un deterrente, vengano davvero usati. La pressione propagandistica, l'odio ideologico nel fronteggiarsi, possono lasciare il campo ad una nuova strategia. Sembra evidente che tra due avversari davvero irriducibili le schermaglie della guerra fredda non possano durare in eterno.

L'episodio nel quale perde la vita il maggiore dell'esercito USA, sia pure nei suoi ancora incerti contorni iniziali, si inserisce quindi assai bene in quel clima di tensione tra le superpotenze che da decenni tiene il mondo con il fiato sospeso. Anche se questo clima, a ben guardare, non ha mai superato un determinato livello quel livello che gli etologi definiscono di « aggressività ritualizzata » l'opinione pubblica è allarmata, teme il peggio.

Ed ecco, mentre si delineano i primi passi della reazione statunitense, da parte sovietica arroccati sulle consuete patologiche posizioni di potenza assediata si replica con l'accusa di spionaggio. I colossi attivano il sostegno degli «alleati» europei; i mezzi di informazione di cui dispongono sul continente si schierano, secondo schemi collaudati, con la democrazia o con il comunismo, con gli Americani o con i Russi.

Il giorno successivo però, inaspettatamente, i rapporti internazionali si rasserenano.

Gli Americani dichiarano, con cristiana volontà di pace, che l'episodio non deve turbare le sedute della conferenza sul disarmo in atto a Ginevra. Non sapendo cos'altro inventare, attribuiscono importanza a colloqui che, con brevi interruzioni, durano sterilmente da decenni, e sostengono che il grave, luttuoso avvenimento deve semmai indurre a stringere i tempi dell'auspicato incontro tra il presidente Reagan ed il nuovo zar del Cremlino.

I Sovietici, per quel che li riguarda, si rimangiano l'accusa di spionaggio ed esprimono rincrescimento per l'accaduto.

La polemica giornalistica, già innescata sui due fronti una polemica con argomenti tali da poter durare almeno quanto quelle sull'U 2, l'aereo spia, e sul Jumbo coreano si affioscia sul nascere, lasciando intuire, se non precise « veline » con istruzioni di « sorvolare », almeno la connivenza delle grandi agenzie di stampa internazionali.

Notizie raccolte sul luogo dell'accaduto e indiscrezioni filtrate da ambienti militari chiariscono intanto la dinamica del fatto. Si giustifica allora ampiamente il silenzio delle superpotenze, la loro decisione di voltare rapidamente pagina; risalta, in tutta la sua evidenza, il comune interesse a nascondere agli Europei i retroscena dell'episodio al fine di non turbare lo status quo, ad entrambe vantaggioso.

L'ufficiale americano contrariamente a quanto risultava dalle prime confuse, frammentarie corrispondenze non era stato colpito dal militare sovietico nel territorio tedesco occidentale o sulla linea di confine tra le due Germanie, ma era stato ucciso ben all'interno della Germania comunista. L'incidente era infatti avvenuto a Ludwigslut, 160 chilometri da Berlino, nei pressi di una installazione militare sovietica e precisamente nel folto di un boschetto nel quale l'ufficiale si era addentrato per soddisfare un impellente bisogno.

Possiamo escludere che questo fosse lo scopo della trasferta, ma cosa faceva allora a Ludwigslut il maggiore americano? Vi era forse giunto per affari personali, per questioni di donne, di droga, di contrabbando? Pare proprio di no.

Aveva varcato il confine di nascosto incaricato di una rischiosa missione di spionaggio a favore dell'Occidente, della Nato, contro il nemico comunista?

Neppure.

Il maggiore Nicholson che risiedeva a Berlino e parlava correntemente il russo ed il tedesco si trovava nella Germania comunista in missione regolarmente autorizzata, e non solo dal suo comando, ma anche da quello sovietico. Missioni di questo tipo sono infatti contemplate dagli statuti che dal lontano 1947 regolano, di comune intesa tra Americani e Russi, l'occupazione della Germania. Tali accordi garantiscono ad entrambi i vincitori libera circolazione e diritto di ispezione su tutto il territorio tedesco. Né tali accordi sono mai venuti meno, neppure nei momenti peggiori della convivenza tra USA ed URSS.

Non per il muro di Berlino, non per il Vietnam.

Evidentemente è assai robusta la volontà di Russi ed Americani di superare ogni momentaneo screzio concorrenziale, di dimostrare al vecchio alleato la disponibilità a mantenere con la massima buona fede gli impegni presi.

Ma, se l'americano si trovava all'Est in missione regolare, in possesso di un valido lasciapassare sovietico, come mai è stato ucciso?

C'è una spiegazione, logica pur se inaspettata, anche a questo interrogativo: l'ufficiale e i suoi accompagnatori si muovevano in borghese e su di un automezzo civile messo a disposizione dalle autorità comuniste, le quali, per gli spostamenti dei loro ufficiali nella Germania occidentale fruiscono del medesimo, signorile, affabile, cameratesco trattamento. La sentinella sovietica perciò, trovatasi di fronte uno sconosciuto in abiti civili, del quale non poteva sospettare la vera identità, si comportò secondo le normali severe istruzioni. E' facile immaginare, a questo punto, l'orgogliosa reazione dell'Americano nel sentirsi malamente apostrofato, la sua arroganza, il suo risentito « lei non sa clii sono io ». Si accende rapido tra i due l'alterco destinato a concludersi con quella sventagliata di mitra che ha consentito al mondo di aggiornarsi sull'effettivo stato dei rapporti tra Americani e Russi.

Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi si dice ed ecco emergere dal fumo del calderone i contorni del vero.

In sostanza, la facciata di tensione, di confronto duro, vale solamente per noi Europei. Serve a terrorizzarci, ricattandoci con la minaccia di un conflitto che in realtà non ha alcun motivo di scoppiare. Serve a riempire i nostri territori di armamenti controllati da USA ed URSS, ed il Mediterraneo delle loro navi. Serve a mobilitare mezza Europa contro l'altra metà ed a rendere quindi più facile a ciascuna delle superpotenze il controllo delle nazioni assoggettate.

Dietro la facciata c'è invece una collaborazione fattiva ed assai amichevole. Tra Americani e Sovietici non esiste alcun autentico dissidio di fondo e la collaborazione è destinata a proseguire indefinitamente sulla pelle delle popolazioni europee, di quelle del Vicino Oriente e del Terzo Mondo.

Quanto l'accaduto sia imbarazzante per i due capiblocco è messo in rilievo dalle precauzioni che erano state prese perché le reciproche compiacenti ispezioni non divenissero di pubblico dominio, e cioè dall'uso di automezzi non militari e di abiti borghesi. Come possono i Sovietici, senza perdere la faccia, scagliarsi da un lato contro il pericolo dell'imperialismo americano ed incarcera­re gli oppositori interni accusandoli di contatti con esso, quando dall'altro intrattengono rapporti ufficiali di collaborazione militare e coltivano con gli USA intese che passano sopra la testa di sudditi ed alleati?

Quanto agli Americani il loro conclamato anticomunismo ne esce con le ossa rotte, ridimensionato a livello di recita strumentale. Può ancora avere credibilità il mobilitare contro l'Unione Sovietica ed il Patto di Varsavia gli alleati della Nato quando si intrallazza furbescamente con il « nemico »?

La velocità con la quale sul fatto un fatto di importanza storica è calato il più assoluto silenzio, conferma la potenza del Sistema, ma indica anche che esso ha accusato il colpo e che offre punti di minore resistenza nei quali può essere attaccato.

L'eco dell'infortunio nel quale USA ed URSS sono incappate, deve essere amplificata il più possibile. L'idea della resistenza all'occupante deve conquistare settori sempre più vasti del popoìo europeo. In esso l'ansia per l'ormai indilazionabile recupero dell'indipendenza, il disprezzo per chi lo ostacola a livello politico, o anche semplicemente culturale, devono essere intelligentemente alimentati.

L'impegno a favore di un'Europa indipendente che abbiamo fino ad oggi dimostrato sulle pagine di questa rivista ha però radici lontane. Le numerose celebrazioni del 40° anniversario della fine della 2° Guerra Mondiale ci offrono l'occasione per alcune considerazioni che sono complementari al discorso fatto sopra e consentono al tempo stesso di mettere in luce la coerenza, la continuità logica e storica delle nostre tesi.

Diciamo subito che il tono generale di queste celebrazioni ci trova completamente dissenzienti. La vittoria delle superpotenze non è stata affatto una vittoria dell'Europa. Solo partendo da posizioni politiche e culturali autolesionistiche, ostili agli interessi europei, è possibile sostenere che la sconfitta militare e l'assetto politico che ne fu la diretta conseguenza rappresentano un vantaggio.

I Come può reggersi dialetticamente un assunto che già a prima vista appare clamorosamente infondato?

La situazione attuale viene presentata come positiva grazie ad uno schema assai semplice, addirittura elementare. La strategia psicologica più adatta, più scaltra, per rendere comunque digeribile un male, è infatti quella di esaltarne le doti di benefico medicamento, di presentarlo come l'unica opportunità capace di allontanare eventi ancora peggiori.

Cosi è stato per la sconfitta.

La sconfitta dell'Europa ci viene detto è stata lo scotto da pagare per evitare la perdita di ogni libertà, la schiavizzazione, se non addirittura l'eliminazione fisica. Avremmo, in caso contrario, subito le più inumane torture fisiche e morali, avremmo dovuto chinare la testa davanti al nuovo tracotante padrone germanico.

Assai meglio quindi aver perso la guerra!

Ecco il diabolico marchingegno che spinge molti europei a festeggiare col nemico la sua vittoria sopra le nostre bandiere.

Ma tutti quei pericoli dei quali i cantastorie democratici e comunisti continuano a riempirci le orecchie pericoli tanto gravi da rendere il tradimento della propria Patria in armi scelta di cui menar vanto sono esistiti solo nella fervida fantasia dei nemici dell'Europa, nella loro abile propaganda bellicista prima, in quella che ha accompagnato il conflitto e si è poi imposta nel dopoguerra.

È infatti ormai storicamente dimostrato a dispetto delle tesi dominanti che la Germania e il nazionalsocialismo non nutrivano affatto ambizioni di dominio mondiale e che, di conseguenza, non erano state neppure approntate le forze necessarie a conseguirlo.

È altrettanto chiaro invece che gli Occidentali, non ancora soddisfatti di quanto imposto a Versailles, avevano la ferma intenzione non solo di impedire al popolo tedesco la sua unità nazionale, ma anche, col pretesto di opporsi ai regimi totalitari, di vanificare qualsiasi tentativo dell'Europa di scrollarsi di dos-so una sudditanza strategica ed economica ormai secolare.

Quanto falsi siano stati gli scopi di guerra propagandati dall'Occidente contro il Fascismo ed il Nazionalsocialismo è facile oggi constatarlo. Era stato deciso in occasione della firma della Carta Atlantica che fu il vessillo inalberato dalla coalizione anglosovietica che fosse restituita la libertà ai popoli che ne erano stati privati e che non fosse consentito alcuno spostamento di confini senza l'assenso delle popolazioni interessate.

La vittoria degli imbonitori demo-comunisti ci ha consegnato un'Europa martirizzata dai bombardamenti terroristici nelle sue città e vittima ad opera degli Slavi, spalleggiati dai più forti alleati occidentali, del più grande genocidio di cui si abbia memoria nei tempi storici. Milioni di Tedeschi sono stati uccisi e deportati; quindici milioni di Europei furono cacciati dalle loro case.

La sistemazione politica seguita ha visto l'Europa declassata di comune accordo tra USA e URSS a dominio coloniale. Il popolo tedesco, che doveva essere altruisticamente liberato da una dittatura oppressiva, è ancora a quarant'anni di distanza, oggetto di una maldissimulata occupazione militare e diviso. Né Occidentali, né Sovietici, né alcuno dei loro lacchè è recente la presa di posizione di Andreotti sono disposti a consentire la riunificazione della Germania. Non si parla neppure di addivenire, sia pure in un lontano futuro, alla firma di un trattato di pace e sul suolo dei nostri paesi, satellizzati e organizzati in blocchi militari, si moltiplicano gli arsenali delle superpotenze.

I partiti politici e la cultura per loro tramite asservita alle superpotenze vogliono farci valutare la divisione dell'Europa con lo stesso metro col quale ci è stata presentata la sconfitta: la spartizione della Germania e la divisione dell'Europa, così come è stato per la sconfitta, devono essere reputate un evento fortunato e sono una fortuna i due blocchi militiari che le garantiscono e cercano di perpetuarle.

Per fornire qualche appiglio logico che giustifichi tale stato di cose si gioca sull'antagonismo tra Americani e Sovietici: l'Occidente è preservato dal comunismo grazie agli Americani, l'Europa Orientale si sottrae ai tentacoli dell'imperialismo statunitense grazie alla tutela dell'Armata Rossa. Si demonizza con la stessa strategia il blocco opposto, ci si pone nei suoi confronti come unica alternativa di libertà; si nega l'esistenza di qualsiasi via d'uscita autonoma.

È un ricatto però sul quale ormai molti hanno aperto gli occhi. La rivalità tra USA e URSS è smentita dai fatti quelli storici e quelli dell'attualità e solo una commedia tra borsaioli per meglio distrarre la propria vittima.

Le due superpotenze, nei confronti dell'Europa, hanno già ottenuto il massimo, un conflitto tra di esse è quindi assolutamente impensabile. Sarebbe la fine di un equilibrio estremamente vantaggioso per ciascuna delle due.

* * *

La menzogna di ieri si salda così a quella di oggi e il danneggiato è sempre lo stesso: l'Europa.

Ambedue le menzogne vanno respinte con la medesima fermezza e per le stesse ragioni; sono facce diverse, ma abbinate, della stessa realtà. Non si può quindi respingerne una ed accettare l'altra. Non si possono qualificare come pretestuose le motivazioni date dagli Occidentali allo scatenamento del conflitto per poi, con scarsa coerenza, mostrarsi lieti per le soluzioni risultate vincenti.

Per essere ancora più chiari, non si può sostenere che quarant'anni fa l'Europa era dalla parte della ragione ed oggi accettare il ruolo subordinato che il nemico, con un'alleanza leonina, le ha affidato. Non possiamo soprattutto, senza tradire tutte le nostre più ferme convinzioni morali, piegarci all'assurdo modo di vivere che ci viene proposto e ci sta contaminando, al costume americano, alla mercificazione di ogni cosa, al predominio dell'economia, all'immorale imposizione del più deleterio individualismo borghese in ogni settore della nostra società.

Non si può essere ed è qui che risalta l'incoerenza di talune posizioni in apparenza nostalgiche una volta con l'Europa, una volta contro.

L'ufficialità politica nel nostro paese è tutta senza dubbio riconoscibile in posizioni contrastanti con questi nostri giudizi. Partiti politici e cultura dominante sono, a destra e a sinistra, al servizio delle superpotenze ed è notorio che per il mantenimento dello status quo, per consentire al Sistema di sopravvivere, scorrono dalla Cia, attraverso le ambasciate americane, fiumi di dollari.

Per quel che ci riguarda, siamo orgogliosi di far politica contando unicamente sull'adesione dei lettori alle nostre iniziative editoriali.

Non per questo ci consideriamo degli isolati. Il lavoro degli ultimi cinque anni ci ha dimostrato l'interesse crescente che c'è, al di fuori delle strutture ufficiali del Sistema, per il recupero della libertà e dell'indipendenza, qui in Italia e, con stupefacente identità di vedute, anche nelle altre nazioni del continente.

Sentiamo, come Europei, di essere nel giusto. È quindi doveroso continuare su questa linea ed è lecito per il futuro attendersi eventi che portino a nuovi, oggi imprevedibili, equilibri strategici mondiali.

Operiamo assieme per essere pronti ad accoglierli.

 

Piero Sella