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Mario Consoli  

Democrazia e società organica

 

Un libro importante: La Ragione aveva Torto? di Massimo Fini — La società organica nella storia dell'uomo — La democrazia tra utopia e truffa — Necessità dell'indipendenza europea.

 

La crisi della società democratica e progressista va manifestandosi con sintomi talmente evidenti che la stessa « cultura » del Sistema è ormai costretta ad occuparsene sempre più frequentemente e con toni di sentita preoccupazione.

Saggi, inchieste, dibattiti, articoli si susseguono con ritmo incalzante, partendo da diverse angolazioni, soffermandosi ora su quest'argomento, ora su quello, proponendo riforme, suggerendo correttivi. Tutti puntualmente giungono alla stessa conclusione, talmente ribadita da scoraggiare ogni dibattito e da apparire come dogma fondamentale dei tempi moderni: il sistema democratico, quello cioè fondato sull'ugualitarismo e sui partiti, nonostante l'attuale crisi e le nuove che in futuro si manifesteranno, rappresenterebbe comunque l'optimum per salvaguardare la libertà, la giustizia e la dignità umana; ed ancora, il progresso, nonostante tutti i possibili, inevitabili inconvenienti, determinerebbe in ogni caso condizioni di vita sempre migliori per l'uomo, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo.

Ogni contraddizione, ogni danno, andrebbe dunque accettato come il male minore, come doveroso prezzo da pagare per il progresso che avanza e per la sopravvivenza di istituzioni che, in ogni caso, sono il «bene »: dunque, al di fuori di queste non può esservi che il « male ».

A confutare queste «ineluttabili conclusioni» sinora si erano mossi solamente coloro che, come noi, svolgono la propria analisi respingendo decisamente le tendenze niaterialiste oggi dominanti — aspirazione al benessere consumista, spinta all'individualismo esasperato — e sono invece coscienti portatori dei valori di tipo sociale e spirituale — senso di responsabilità, solidarismo, creatività, sacralità, autorità, libertà.

Ha finalmente rotto l'uniformità degli interventi la recente pubblicazione di un libro, «La Ragione aveva Torto? » di Massimo Fini, un autore certamente non sospettabile di estrazione antidemocratica. Si tratta di un libro che mette in discussione molti dei dogmi attualmente vigenti, paragonando, con coraggio ed acume, il mondo attuale con quello dell'ancien régime. La durata della vita èveramente aumentata? Il divario tra poveri e ricchi è veramente diminuito? Gli uomini sono oggi più felici? La dignità dell'uomo è ora veramente più tutelata?

Il confronto tra le due epoche prese in considerazione, per l'autore, con­fortato da un convincente apporto di documentazione storica, alla resa dei con­ti, si rivela a sfavore dell'attuale società.

L'attuale benessere è dunque solo un'illusione? É il prodotto di un imbonimento talmente riuscito da convincerci, tutti, di uno stato di benessere alla fin fine solo apparente?

« Oggi, che sono passati più di due secoli da quando la rivoluzione illuminista si è messa in marcia, dobbiamo constatare, con incredulità e con orrore, che la Ragione aveva Torto ». Così conclude il libro del Fini, giungendo alle stesse conclusioni cui da tempo erano già arrivati — con meno incredulità ed orrore — molti pensatori che nella loro analisi avevano avuto il grande vantaggio di rifiutare in partenza gli equivoci ideologici che sono alla base del mondo moderno. Ma il fatto che un acuto osservatore formatosi nell'area della sinistra conduca oggi tali analisi rappresenta un elemento doppiamente positivo: offre sostegno e documentazione a coloro i quali già possiedono simili convinzioni e costringe alla polemica quegli ambienti che sinora si erano limitati a « snobbare » ogni intervento critico sull'argomento o a liquidarlo con qualche battuta demagogica e criminalizzante.

Abbiamo voluto occuparci di questo libro, oltre che per segnalare ai nostri lettori un'opera importante e coraggiosa, che merita di essere letta e diffusa, anche perchè gli argomenti affrontati dal Fini ci offrono lo spunto per considerazioni che riteniamo necessarie.

Che la Ragione abbia avuto torto lo ribadiamo da anni e non è certo il caso di dilungarci ora nella ripetizione di concetti già approfonditi sulle pagine di questa rivista o di argomentazioni magistralmente condotte da Massimo Fini nel suo libro. Vogliamo invece, partendo dal constatato fallimento democratico, porre un quesito: è pensabile e realizzabile, oggi e nel futuro, una società organica, solidaristica, libera, fuori dagli schemi e dai principi democratici?

Si tratta di una domanda fondamentale giacchè, anche quando le nostre critiche raggiungono il segno, anche quando le contraddizioni di questo Sistema non lasciano possibilità di giustificazione, abbiamo, innumerevoli volte, sentito ribattere che ogni disegno alternativo alla democrazia è utopico, irrealizzabile e quindi necessariamente foriero di errori ancor maggiori di quelli che attualmente dobbiamo subire.

Una considerazione innanzitutto: la vita dell'uomo, dalla sua comparsa ai nostri giorni, si articola su di un lasso di tempo talmente ampio da far apparire gli ultimi due secoli un campione d'indagine storica e politica estremamente insufficiente e ben poco rappresentativo. Nonostante questa considerazione, tutta la cultura del Sistema fonda le proprie argomentazioni sull'esame di questi ultimi due secoli, quasi che l'uomo fosse nato con la rivoluzione industriale e che, prima di allora, le società fossero espressione di situazioni pre-umane.

Il secondo, macroscopico equivoco posto in essere dalla cultura del Sistema è quello che trae origine dalle concezioni ugualitariste: si tende a dare validità universale ad un unico tipo di istituzioni sociali e politiche, che sarebbero l'ideale per tutti gli uomini, per ogni popolo, per ogni area geografica, per ogni epoca storica.

Il sistema democratico fondato sui partiti politici rappresenterebbe in questo senso il massimo ottenibile e — con le buone o con le cattive — è stato imposto a gran parte del mondo.

Ma, è lecito domandarsi, come mai la storia degli uomini ci ha sempre offerto una incredibile varietà di sistemi di rappresentanza, di concezioni dell'autorità, di strutture sociali, di istituzioni politiche? Perché, per millenni, nessun popoìo è andato a cercare, fuori dal proprio àmbito, modelli da imitare ed ha continuato ad organizzarsi in conformità alle proprie esigenze, alle proprie inclinazioni, ai propri valori?

La risposta dovrebbe apparire ovvia: perché gli uomini e i popoli non sono uguali e ciò che può essere valido per un popolo può risultare inadatto ad un altro. Ma agli assertori della democrazia troppo ovvia non appare, giacché essi partono proprio dalla premessa opposta, cioè quella ugualitarista. Ma i risultati oggi, dopo duecento anni di rivoluzioni ugualitarie — democratiche e marxiste — sono davvero sconfortanti: le disuguaglianze, sia all'interno delle società sia tra i popoli, sono macroscopiche; non solo non sono diminuite, spesso sono addirittura aumentate (1). Quindi appare legittimo il sospetto che l'utopia sia proprio quella ugualitaria ed un « sistema democratico valido per tutti » sia solo un artifizio imposto per fini strumentali che nulla hanno a che vedere con la libertà e la giustizia sociale, e che mal celano un disegno di sopraffazione internazionale da parte di coloro che, al tempo stesso, ricoprono il ruolo dei detentori del grande capitale e quello degli « angeli custodi » dei sacri valori democratici.

È opportuno riferirci all'origine del nucleo sociale. Abbiamo già avuto occasione di sottolineare come l'uomo esista in quanto uomo sociale (2); non può cioè essere preso in considerazione il singolo individuo fuori o prescindendo dal gruppo di appartenenza, giacché sarebbe un'astrazione priva delle necessarie connessioni e assolutamente mancante di prospettiva. Degli eremiti — che siano effettivamente tali — la storia degli uomini non si accorge nemmeno; il gruppo è la condizione per la sopravvivenza dell'uomo, rappresenta quindi, oltre ad un fatto oggettivo, un fatto positivo, la risultante di un'esigenza, anzi, di un gran numero di esigenze.

Caratteristiche del nucleo sociale originario sono al tempo stesso la com­pattezza al proprio interno e la proiezione all'esterno della carica di aggressività. E sono proprio queste caratteristiche che dobbiamo ringraziare se oggi noi esistiamo. Se i nostri antenati fossero stati più « buoni » verso i componenti di altre società ed avessero manifestato la propria aggressività all'interno del gruppo, determinandovi una crescente conflittualità, noi, oggi, non esisteremmo affatto (3).

Non si tratta, su questo argomento, di esprimere giudizi morali o di co­struire castelli ideologici; se non si vogliono percorrere i sentieri che conducono all'utopia, cioè al nulla, si tratta di fotografare la realtà, di conoscere l'uomo, di comprendere le leggi che hanno regolato per tanti millenni le società ed hanno consentito alla specie umana di sopravvivere sino ai nostri giorni.

La società nasce dunque come necessità inderogabile e, immediatamente, si struttura in maniera gerarchica ed originale: gerarchica in risposta all'esigenza di funzionalità, originale per rispondere alle specifiche caratteristiche di ogni popolo.

L'autorità nasce al tempo stesso come propensione naturale di alcuni uomini a comandare e dalla generale accettazione della scala gerarchica che si viene a creare. I veri tiranni hanno sempre avuto vita breve, mentre molte società che, dall'esterno, potevano apparire dispotiche, ad osservatori obiettivi si sono rivelate fondate su una vasta base di consenso.

Oggi va di moda spiegare queste realtà dando la responsabilità all'« ignoranza» nella quale sarebbero stati tenuti questi popoli ed è tipico dei tempi moderni scorazzare per ogni parte del mondo a «liberare » i popoli dai loro capi « dispotici » e dalle loro strutture « feudali », con l'evidente e constatabile risultato di toglier loro l'indipendenza e di imporre consumismo e sistema democratico a popolazioni che per millenni non hanno mai manifestato il desiderio nè di cercarli, nè tantomeno di adottarli.

Le società nascono dunque come tendenza all'organicità (4), quindi alla compenetrazione dei differenti ruoli, quindi all'accettazione delle diversità. Il contadino (individuo naturalmente portato alla stanzialità) aveva bisogno del soldato (individuo portato per l'avventura) che difendesse i suoi campi, ma anche il soldato, per nutrirsi, aveva bisogno del contadino; tanto per fare un esempio tra i mille.

L'organicità sociale voleva dire anche compattezza, capacità di solidarietà, possibilità di opporre resistenza ai diversi pericoli che potevano incombere.

Il medioevo è un periodo estremamente ricco di diverse forme di aggregazione sociale; soprattutto nel feudalesimo, pur nella ricerca di una superiore unità politica e culturale, si assiste ad una effettiva autonomia nell'organizzazione sociale del feudo, giacché l'organicità rappresentava la condizione pregiudiziale per la sopravvivenza della popolazione. L'organicità si strutturava in una precisa, articolata e chiaramente manifestata gerarchia. Mentre oggi, per distinguere una fascia sociale da un'altra si usano termini come classe, ceto o categoria, allora si usava il termine ordine, a significare, e non solo formalmente, che anche all'interno di ogni singola fascia sociale doveva esistere una organica suddivisione di ruoli, diritti e doveri.

Altre caratteristiche delle società nella lunga storia degli uomini sono la loro diversità e la loro capacità di mutare in sintonia con le variazioni storiche o ambientali.

Si pensi alla società tribale, a quella nomade, a quella guerriera, a quella artigiana, o a quella mercantile: ognuna di esse presenta caratteristiche proprie, strutture originali ed altrove irripetibili. Pur tuttavia, nonostante le loro diversità — eccezion fatta per le società decadenti, volte verso l'estinzione o l'assorbimento da parte di altri popoli — si ritrova, come costante, la tendenza verso l'organicità e verso la strutturazione gerarchica.

Indicare quindi soluzioni organiche, solidaristiche; ricercare la propria identità di popolo senza temere di allontanarsi da modelli adottati in altre parti del mondo, è tutt'altro che utopico, ma incontra le tradizioni più antiche, testimoniate da millenni di realizzazioni.

* * *

Ben differente è l'itinerario percorso dalla democrazia, così come è oggi concepita, dalla sua nascita ai nostri giornt.

Erroneamente si è voluto spiegare la nascita di questo tipo di società attribuendone la paternità ad una prorompente « spinta dal basso », ad una richiesta da parte delle masse popolari di libertà e di potere. In effetti si comincia a parlare di democrazia solo quando la borghesia, portatrice di ben determinati interessi — che con le masse popolari, con la giustizia sociale e con la libertà non avevano nulla in comune — riesce a sovvertire l'ordine dei valori precedentemente dominanti. Solo a questo punto, con l'avvio dei nuovi regimi e con la creazione delle nuove istituzioni, la potenza derivante dal possesso di capitali prende il posto dell'autorità sacrale; la spirale dell'esasperata invidia sociale (necessaria premessa all'avvento dell'industrializzazione, del consumismo e poi del comunismo) soppianta la tendenza all'organicità ed nl solidarismo.

Scrive il Fini: « Il passaggio da contadino ad operaio segnò un peggioramento secco ed inequivocabile delle condizioni materiali e si accompagnò con un aumento delle disuguaglianze economiche » ...) « La Rivoluzione non recò benefici che ad una minima parte dei contadini, quelli che stavano già bene (in Francia, in Italia nemmeno a quelli), in compenso arricchì i ricchi: i borghesi, i grandi fittavoli, i nobili che seppero cambiare pelle ». « Con la rivoluzione industriale (...) il rapporto fra signore e contadino si spoglia d'ogni connotato sentimentale per diventare un crudo rapporto fra padrone e servo o fra rentier e fittavolo » (3)

Il meccanismo posto in essere nella realizzazione dei nuovi regimi fu quello diametralmente opposto a quello operante nelle società a tendenza organica; mentre in queste ultime la fazione era l'elemento da superare — o da battere, o da eliminare —‘ l'ostacolo frapposto tra il potere e l'unità dei consensi, nei nascenti regimi democratici, da subito fu la fazione ad essere l'elemento essenziale e caratterizzante del potere, sino ad essere istituzionalizzata e a divenire l'asse portante della vita politica.

La classe dirigente non era più costituita da una categoria di nobili e di aristocratici educati per anni ed anni, talvolta sin dalla nascita, a ricoprire un determinato ruolo era fatta ormai di funzionari, di agitatori o di arrivisti, per lo più scelti dalla borghesia nel suo stesso seno; si trattava di individui facilmente sostituibili e, soprattutto sempre condizionabili.

Il potere aveva cessato di rappresentare l'unità della popolazione; si limitava — e si limita — a tutelare l'interesse della fazione o della coalizione di fazioni che lo sorreggono. In tale tipo di regime i cittadini appartenenti alle altre fazioni sono automaticamente relegati al ruolo di cittadini di casta inferiore al « legittimato » ruolo di opposizione. Questo meccanismo si articola e si moltiplica attraverso il proliferare delle clientele, cosicché non rappresenta solo una discriminante a livello di classe dirigente, ma si ingigantisce come una enor­me lama conficcata in tutto il corpo sociale destinata a spaccarlo, provocando lacerazioni sempre maggiori e sempre più difficilmente curabili.

Per valutare con precisione questa analisi sarà sufficiente considerare quanto, con il passare dei decenni, nella caratterizzazione dei partiti sia scema­to il peso dell'ideologia e quanto sia aumentato quello delle clientele.

Le istituzioni fondamentali dei nuovi regimi democratici, i partiti, nascono dunque come elemento di disgregazione della società e favoriscono gli interessi delle grandi concentrazioni di capitali, giacché — soprattutto, se non esclusivamente — a queste è agevole determinare il sorgere delle fazioni, e gestirle dosando la loro caratteristica arma: quella della corruzione e del ricatto.

Il capitale non ha patria — non l'ha mai avuta —‘ il suo posto è sempre là dove c'è un affare o qualche situazione da sfruttare. Nascono così, più o meno ovattati da pretese legittimazioni ideologiche, dal concetto di libertà di merca­to, gli internazionalismi, le fazioni che, scavalcati i confini, si collegano tra le varie nazioni. È così consentito, al capitalismo mercantilistico, di operare anche palesemente, contro l'interesse della propria nazione, come tanti avvenimenti, anche recenti, testimoniano e documentano.

È opportuno in questa ottica sforzarsi di comprendere a fondo i collegamenti esistenti tra capitalismo, massonerie, partiti e rivoluzioni moderne.

Ciò che alla fine, primo fra tutti, ne esce a brandelli, nei regimi democratici, è il senso della Nazione, l'organicità sociale, la originaria, vitale, solidarietà di gruppo. Ed è per questo che non crediamo di sbagliare quando affermiamo che il moderno regime democratico si situa esattamente agli antipodì della tradizionale società organica, e che, se verso obiettivi di effettiva solidarietà nazionale si vuole lavorare, nulla può essere fatto entro l'attuale Sistema.

* * *

Con la stessa supponente prepotenza dimostrata sul piano politico, nel voler imporre a tutti i popoli il modello democratico come il migliore, sul piano economico e sociale, dalla rivoluzione industriale ad oggi, si è preteso ovunque di indirizzare lo « sviluppo » verso l'esasperata industrializzazione ed un consumismo che la sorregga.

Riferisce Evola che «in una terra non europea, ma di antica civiltà, una impresa americana, lamentando il poco concorso degli abitanti del luogo assunti pei lavori pensò di aver trovato il mezzo adatto per spronarli: ne raddoppiò le paghe orarie. Insuccesso: gran parte degli operai si presentò ai lavori per la metà delle ore di prima. Ritenendo la mercede originaria sufficiente per i bisogni naturali della loro vita, essi ora pensavano del tutto assurdo doversi afplicare più di quel che, in base al nuovo criterio, bastava per procurarsela » (6).

Da noi, purtroppo, il vortice consumista ha invece catturato pressoché tutti ed i risultati sono, ormai, evidenti per molti. Il disadattamento alla vita, soprat­tutto tra i giovani — quelli che non hanno nemmeno frammenti di ricordi cui aggrapparsi — ha raggiunto limiti parossistici. L'unica certezza rimasta, a disposizione dei nostri popoli, è l'effimero, il banale, la non-certezza per eccellenza, l'aspirazione alla ricchezza, al denaro; questa eterna baldracca sempre disposta a concedersi al più furbo, al più egoista, al più corruttibile, quasi mai al saggio, al più intelligente, al più creativo, al più sensibile.

Dopo millenni di strutture sociali a tendenza organica, fondate su valori diffusamente sentiti, spirituali, etici, fino a raggiungere il sacro, si è giunti all'esaltazione del laico, non tanto come contrapposizione al religioso, quanto come costrizione del politico nelle anguste gabbie del puramente amministrativo. Ed ogni amministrazione, in ogni tempo, è stata al servizio di un principe, di un signorotto, di un padrone, di un proprietario potente ed intoccabile. Anche oggi il signorotto di turno esiste, eccome: è il grande capitale internazionale, al tempo stesso l'anima, il sangue, ed i muscoli del Sistema, che, fuori da ogni retorica, fuori dalla propaganda che cobora di rosa ciò che vuole e di demoniaco ciò che gli è contro, regna senza confini, ma con radici ben salde.

La Coca-cola si vende anche in Europa, in Africa, in Cina ed in Russia, di fabbriche ne ha aperte ovunque, ma la sede rimane ben piantata in USA. Oggi la tal fabbrica italiana di latticini è stata comprata dagli Yankee, ieri è stata la volta di quell'altro complesso, domani è già in progetto l'acquisto di quell'altra industria. I giochetti del dollaro consentono, al tempo stesso, di spolpare le nostre già fiacche economie e di acquistare sul nostro territorio, per pochi dollari supervalutati, realtà produttive di ben altro valore reale.

È assurdo, inconcepibile, che la nostra realtà economica divenga proprietà straniera. L'Europa democratica è ridotta a merce offerta sullo scaffale di un supermercato internazionale.

Ma sarebbe un errore — come decenni di esperienza dovrebbero agevolmente dimostrare — ritenere il terreno economico quello più idoneo a fronteg­giare il nemico, tentando di scalzarlo dalle posizioni acquisite nei territori e nelle strutture della nostra società. Il terreno economico è sì quello dove l'operatività del Sistema si esercita con maggiore potenza ed evidenza, e quello nel quale si manifesta con maggiore palpabilità la nostra privazione di libertà e di indipendenza, ma rimane pur sempre una consenguenza, un effetto, di un dominio ancor più penetrante, condizionante e diffuso, che controlla il politico, la nostra cultura ed il nostro costume.

È soprattutto sul piano dei valori che l'Europa — forse non rendendosene sempre conto — ha perso la propria libertà e la propria indipendenza. E scardinando e sovvertendo. uno ad uno, i valori tradizionali che il Sistema è riuscito ad imporre e rendere credibile un regime politico e sociale ipocrita e negativo, un costume improntato al lassismo ed alla resa, dove è più facile vergognarsi del proprio orgoglio che delle proprie debolezze. Ed è quindi dai valori, e solo dai valori, che deve generarsi un discorso politico realmente alternativo e produttivo di libertà anche per l'avvenire.

Solo facendo rivivere determinati valori, rivendicando la propria identità, riscoprendo la dignità dei ruoli sociali al di fuori della corrente logica dell'esclusivo utile economico, battendosi per nuovi equilibri organici in alternativa albe artefatte contrapposizioni di interessi, di classi, di categorie, di clientebe partitocratiche, potranno manifestarsi in Europa spazi di concreta libertà ed indipendenza. E solo un'Europa libera ed indipendente può offrire al mondo nuove strade capaci di rompere la logica dei bocchi e far cessare il dominio delle superpotenze e del Sistema da loro voluto.

Ecco perché l'intellighenzia del potere è tutta mobilitata, oggi più che mai, a marchiare di utopia ogni alternativa politica che non segua i canoni debba democrazia; ogni soluzione sociale che non sia vantaggiosa all'economia mondialista, cioè al grande capitale; ogni progetto di alleanze e collaborazione fra popoli che non privilegino il dominio sul mondo da parte di USA ed URSS.

Ma, cercando di uscire dal conformismo massificante oggi così diffuso e con un fremito di libertà interiore, è agevole comprendere quanto reali, pratica-bili e adatte all'uomo possano essere — anche in futuro — soluzioni sociali organiche. improntate alla gelosa custodia delle identità culturali e quanto siano utopiche, anzi truffaldine, le istituzioni democratiche oggi imposte, proprio per­ché, essendo irreali ed avulse dalle effettive realtà popolari, consentono al Sistema il suo dominio.

Contro i modelli che nascono dalla disgregazione della società, dalle contrapposizioni di interessi, che crescono cristallizzando ed istituzionalizzando le fazioni, che tutto consentono ed assorbono pur di far perdurare lo stato di servaggio al « ricco » padrone d'oltreoceano, opponiamo, con convinzione e responsabilità. un'idea semplice, e che è la più antica e la più vissuta: i popoli che vogliono sopravvivere, e vivere, devono prioritariamente trovare al loro interno equilibri organici e solidaristici, raggiungere tensioni unitarie, e devono porst rispetto agli altri popoli come entità originali, capaci sì di collaborare, dialogare e convivere, ma in una giusta ed articolata differenziazione.

L'Europa, tutta l'Europa. torni agli europei, oggi nella libertà della propria cultura e nella riscoperta dei valori autoctoni, domani nella ritrovata indipendenza e nella orgogliosa originalità delle soluzioni sociali e politiche.

Mario Consoli

 

(1) Cfr. FINI M.. La Ragione aveva Torto?, Camunia. 1985 - capitolo « L'uguaglianza”.

(2) Cfr. CONSOLI M., « Il dovere e la dignità dei ruoli » l' Uomo libero n. 10.

(3) Cfr. GOZZOLI S.. Le radici e il seme . Edizioni dell' Uomo libero , 1981 - Capitolo « La comparsa dell'uomo ».

(4) Parliamo di tendenza, giacché tutta la storia è una manifestazione di tendenze. Essendo l'uomo l'elemento fondamentale di questi discorsi, ed essendo l'uomo un elemento estremamente complesso e diversificato tra individuo e individuo, non è nemmeno ipotizzabile una società perfetta — di contestatori ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno —, ma sono invece constatabili, e molto palesemente, società che tendono alla compattezza ed all'organicità, quindi all'espansione, e società che tendono alla conflittualità interna, quindi alla disgregazione, alla decadenza, se non all'estinzione.

(5) FINI M., Op. cit., pag. 102, 103, 129, 130.

(6) EVOLA J., Ricognizioni - Uomi e problemi, Ed. Mediterranee, 1974 - Capitolo « Il morso della tarantola ».