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Enzo Caprioli

Immoralità dell'umanitarismo

Gli effetti sull'ecosistema terra dell'allucinazione modernista L'ecologismo di comodo del sistema Risorse e razza come motivo etico di aggregazione Allargamento della collaborazione tra nazioni sul problema ambiente Pietà per gli altri o per il nostro futuro?

 

Nel giudicare il momento storico attuale è possibile trarre conclusioni assai diverse nel caso si voglia operare confronti su una base temporale piuttosto che su un'altra. Le considerazioni che nascono da un'analisi di fatti appartenenti agli ultimi cinquant'anni, sono in verità profondamente diverse da quelle che possono scaturire dall'esame di molti secoli di storia.

La prospettiva temporale che più mi affascina per formazione culturale, per desiderio omnicomprensivo, è quella in cui si colloca l'evoluzione della specie umana. Con riferimento all'universo fisico, la specie umana ha determinato fatti salienti ed anomali nell'impatto con l'ambiente e con le altre specie.

L'antropizzazione ha sempre prodotto profonde modificazioni sui vari ecosistemi e la concomitante invasione o distruzione delle nicchie ecologiche di innumerevoli specie animali e vegetali. Tutto ciò significa che le limitazioni imposte alle altre specie dalla disponibilità di risorse, dalla predazione, da eventi epidemici e climatici, non sono in grado di contenere lo sviluppo della popolazione umana entro valori che rispettino localmente le esigenze dell'ambiente.

A determinare questo stato di cose sicuramente rilevante è stata l'acquisizione di mezzi di locomozione veloce, con particolare riferimento al trasporto delle merci. Ciò ha permesso di perseguire una politica di sfruttamento intensivo delle aree popolate, facendo conto di poter sopperire all'impoverimento qualitativo dell'ambiente con l'approvvigionamento da altre aree non ancora sfruttate. Questa logica è stata applicata sia alle risorse cosiddette non rinnovabili (minerali, combustibili, ...) che a quelle rinnovabili (risorse alimentari, materiali di derivazione biologica in genere, acqua, energia idrica). Nel caso di queste ultime, il libero scambio tra aree geografiche relativamente lontane ha permesso lo sviluppo ipertrofico di singole produzioni, particolarmente adatte alle condizioni sociali, climatiche, tecnologiche della regione, ma estremamente negative da un punto di vista ecologico, perché causa di degrado qualitativo dell'ambiente.

La presenza di estese zone coperte da una sola specie vegetale è infatti già di per sé un fattore di disequilibrio, soprattutto quando queste aree non sono inframmezzate da lembi di vegetazione spontanea. Bisogna pensare che ogni coltura è un tipo di ambiente nel quale riescono a vivere altri organismi oltre il vegetale coltivato, purtroppo però è sempre un ambiente che realizza ottime condizioni di vita soltanto per alcune particolari altre specie, tra le quali spiccano parassiti e infestanti della coltura stessa.

Oltre al fatto dell'incrementare enormemente la popolazione di alcune specie a scapito delle altre specie originariamente presenti nella zona, le coltivazioni determinano anche profonde modificazioni fisiche dell'area in cui prosperano. Si pensi per esempio alla sparizione di quel « cuscino » biologico fatto di muschi, erbe, detriti organici e microorganismi, presente in varie forme ovunque ci sia vegetazione spontanea; esso costituisce innanzi tutto una protezione contro il disseccamento degli strati superficiali del terreno, ha inoltre un'importantissima funzione nel processo di formazione dell'humus, ossia nel riciclaggio di tutta la materia organica non vivente che si accumula al suolo.

Altre importantissime modificazioni fisiche indotte nell'ambiente da tutte le colture erbacee, compreso il pascolo se molto degradato, sono la maggior dilavabilità e mobilità degli strati superficiali del suolo (ruscellamenti, smottamenti, frane), non più trattenuti da quelle solide strutture di ancoraggio costi­tuite dall'apparato radicale di alberi ed arbusti.

Ancor prima che la chimica industriale facesse la sua apparizione, già agricoltura e pastorizia avevano sconvolto la faccia del nostro pianeta. E' ormai noto come la pastorizia nel passato sia stata causa di estesi fenomeni di desertificazione, è noto altresì come i terreni coltivati rappresentino un tipo di vegetazione assolutamente precario, che, in mancanza di assidue cure, evolverebbe in uno stadio di successione vegetazionale simile a quello primario (con prevalenza di piante erbacee annuali) e facilmente riconducibile a deserto, nel caso di un perdurare di condizioni climatiche avverse. E oggi, tra l'altro, l'agricoltura intensiva a giustificare l'uso di enormi quantità di pesticidi, la maggior parte dei quali, nonostante i nuovi orientamenti della ricerca, sono ancora dei biocidi a largo spettro (1).

Per capire cosa significhino le modificazioni prodotte dall'agricoltura sull'ambiente, sarà qui utile introdurre un termine specialistico ma gravido di significati: il climax (2).

Il climax, che è l'ecosistema più stabile in una data località geografica, è anche quello che per primo l'Uomo distrugge, perché non sufficientemente redditizio. Il climax è lo stato verso il quale, nelle varie località, la natura evolve; èquello più ricco di specie, quello che meglio di ogni altro resiste alle avversità e che, a parità di superficie coperta, è costituito da unamaggiore biomassa totale.

Nelle regioni temperate dell'Europa, il climax è per lo più rappresentato da foreste, immense foreste di vario tipo che oggi sopravvivono in aree limitate ed alle quali è demandata la funzione di proteggere un gran numero di specie vegetali ed animali non adattatesi a convivere con l'Uomo.

L'Uomo quindi non ha soltanto un areale di distribuzione vastissimo, ma ancor prima dell'era industriale, limitatamente ad alcune Civiltà avanzate, si ècomportato da parassita del pianeta, perché ha saputo sottrarsi alla necessità cui invece tutte le altre specie soggiaciono e cioè quella di dover attivamente, o di riflesso, garantirsi la stabilità del proprio habitat. Gli studi di dinamica delle popolazioni e di ecologia quantitativa ci insegnano che anche il parassita più virulento beneficia della sopravvivenza degli ospiti. Il legame che c'è tra la risorsa di vita (ospite) e il parassita è ovviamnte un legame di dipendenza e, quando la virulenza del parassita riduce drasticamente la risorsa (il numero degli ospiti disponibili), si determina automaticamente una pressione selettiva, debole o forte che sia, atta a favorire ceppi meno virulenti del parassita.

Ci stiamo accorgendo che anche per l'Uomo arriva sempre il momento in cui i fattori limitanti esterni tornano ad esercitare un effetto contenitivo, per ora manifestatosi più sulla qualità della vita che non sull'entità delle popolazioni umane. La tragedia sta nell'aver saputo sfuggire troppo a lungo questo momento, nell'aver portato ad un limite di rottura non solo l'equilibrio tra sé ed alcune altre specie importanti a noi legate da fattori trofici (i grandi cetacei, i tonni, i bisonti ...), ma addirittura tra sé e la quasi totalità dei vertebrati di media e grossa mole; nell'aver esteso alla maggior parte delle terre emerse un'azione di sfruttamento intensivo e contaminazione che trasdura i tempi bio­logici della reintegrazione, nell'aver infine causato innumerevoli estinzioni (3).

L'entità del disastro è tale che il problema « ambiente » vive, nell'attuale società dei consumi, come un fuoco sotto la cenere. La sua incombenza non può essere dissimulata, tuttavia se esso divampasse finirebbe col favorire la fine del precario equilibrio sul quale questa società si fonda, strutturalmente e ideologicamente.

Quasi ad esorcizzare questo pericolo, si sono manifestate in varie forme esigenze, largamente condivise, di « naturalità »; esigenze che si esprimono attraverso le fughe finesettimanali dalle metropoli, la ricerca di cibi genuini e di rimedi naturali contro le malattie, l'amore per gli animali…

Non è il caso di esprimere compiacimento per queste manifestazioni, in quanto esse rappresentano proprio il tentativo di difesa di un sistema che tende, come ogni sistema, a perpetuarsi.

Ostacolare nei fatti ogni trasformazione ma accettare, spesso mercificare, gli aspetti formali dell'ansia di rinnovamento: questa la strategia più o meno cosciente del sistema e, se essa non è il frutto di alcune menti lucidamente idiote, ciò non significa che sia meno pericolosa o colpevole.

Se su un piano individuale possiamo condividere certe propensioni « naturalistiche », sul piano sociale queste esigenze, alle quali già il mondo industriale ha dato sollecite risposte, costituiscono infatti una valvola di sfogo per quelle tensioni, quelle preoccupazioni, che potrebbero dare origine ad un cambiamento sostanziale.

Sulla scia di questa stessa considerazione è necessario giudicare i vari atteggiamenti « ecologici » per il loro significato profondo, che può essere anche di tipo conservativo rispetto allo status quo.

Certamente fuorvianti sono tutti gli atteggiamenti che enfatizzano il solo aspetto dell'inquinamento, lo sono poi tanto più quanto lo rapportano alla sua pericolosità attuale o potenziale nei confronti dell'Uomo; pericolosità indubbiamente reale, ma che è nulla in confronto all'azione devastante che la Natura, nella sua complessa eterogeneità, subisce.

Soprattutto non si deve usare la nocività sull'Uomo delle varie modificazioni ambientali indotte come misura della loro tollerabilità. L'Uomo se ne difende assai bene, anche grazie ai suoi artifici tecnologici, e certo, prima che la sua stessa sopravvivenza venga messa in pericolo, l'irreversibilità del danno sarà già vastissima.

Il rapporto Uomo-Natura non è sempre e dovunque stato un rapporto critico; certamente lo è stato più in epoche recenti che nel passato, tuttavia a parità di basso livello tecnologico, si sono avuti esempi di popoli più o meno in sintonia con le esigenze ambientali.

In tutte le Civiltà Tradizionali non solo esiste un fortissimo senso del legame di sangue esteso all'intera comunità, ma l'unità del gruppo etnico si arricchisce di valori che trovano la loro ragione nella collocazione geografica del gruppo stesso e nel suo rapporto con l'ambiente. In alcune di queste Civiltà si èarrivati a divinizzare taluni elementi tipici e costitutivi dell'ambiente.

Un esempio luminoso di come sia stato possibile coltivare questo rapporto sacrale con la Natura e con le sue singole componenti ci è dato dai Pellerossa nordamericani (4). Nel suo complesso il loro misticismo si estrinsecava nella continua ricerca di una sempre maggiore sintonia con i ritmi e le regole della natura che li circondava. Pur essendo organizzati in tribù nomadi, il legame con la terra era l'asse portante di tutta la loro cultura. Una terra, la loro, che non veniva forzata, ma che dava ciò che essi avevano contribuito prima a preservare. Non a caso si trattava di un popoìo guerriero (5) e si può dire che fossero proprio le guerre fra tribù lo strumento col quale erano gestite le risorse e tutelato un sano rapporto territorio-abitanti.

Ogni conflitto umano si giustifica o si condanna sulla base del simbolo che con esso viene difeso.

Il Pellerossa, sia nei conflitti tra tribù sia nell'ultima disperata lotta contro l'uomo bianco, ha sempre difeso il suo santuario: questa natura vergine e indomata nella quale viveva e nella quale si identificava.

Difficilmente nella storia di un Popolo è accaduto, come nella storia dei Pellerossa americani, che mitologia e significato strumentale-adattativo dei suoi costumi si fondessero in un unico universo concettuale!

Oggi il percorso della civiltà e l'evolversi delle tecnologie ci impongono di considerare l'intero pianeta come la nostra più grande patria e non certo per suggestioni internazionalistiche, ma per i riflessi che fatti lontani possono avere sui luoghi che realmente abitiamo e nei quali si è sviluppata la nostra civiltà. Non si tratta soltanto di possibili guerre nucleari, ma di ciò che sta avvenendo ogni giorno in quasi tutti i Paesi: il degrado qualitativo ambientale, l'accumulo di scorie tossiche, la diminuzione dell'ossigeno atmosferico, le alterazioni clima­tiche, l'impoverimento delle risorse ... e ancora l'incremento demografico e la diffusione di moderne tecnologie. Sono infatti questi due ultimi fattori che costituiscono la condizione sufficiente, se non necessaria, per il verificarsi di tutti gli altri fenomeni sopracitati.

Non possiamo più permettere che accadano, nel nostro e negli altri Paesi, fatti che ipotecano il mantenimento e lo sviluppo della vita nelle sue molteplici forme. Come cittadini del Mondo non possiamo ad esempio permettere che le ultime foreste pluviali dell'America meridionale, polmone della terra e serbatoio di specie rare, vengano rase al suolo per far posto a coltivazioni di canna.

Le multinazionali, per lo più statunitensi, hanno invece già varato interventi di grande portata economica relativi ad estese aree geografiche coperte da vegetazione spontanea. Questo sarà tra i fatti più rilevanti nel quadro delle catastrofi ecologiche del prossimo futuro, ma pensiamo a ciò che vi sta dietro:

l'indebitamento vertiginoso dei Paesi emergenti (tra i primi Argentina e Brasile) nei confronti del Fondo Monetario Internazionale e delle banche nordamericane.

Certo le nazioni meno evolute hanno un'esigenza fortissima di tecnologia, per poter sfamare la propria gente e soprattutto per poter competere politicamente, ma perché almeno i popoli che posseggono le tecnologie più avanzate, anche in campo militare, non si sono ancora preoccupati di bloccare l'emorragia di cui soffre il pianeta, almeno là dove essi posseggono influenza sufficiente e dove non vengono lesi direttamente i loro interessi?

La risposta è complessa, ma due sono le cause che appaiono determinanti.

La prima è che attualmente il Mondo è dominato da oligarchie totalmente assorbite dalla gestione corrente, prive cioè di spinte ideali che ne proiettino con lungimiranza l'azione in un futuro relativamente lontano.

La seconda è che esiste un unico mito condiviso da quasi tutte le religioni e da moltissime culture: quello che la vita umana sia « sacra » ed al di sopra di ogni cosa. Un mito che non impedisce vengano compiuti atroci genocidi in nome di qualcosa che comunque prevede anche questo stesso mito, ma che tuttavia non permetterà mai l'analisi spietata e oggettiva di una situazione d'emergenza quale è quella che viviamo ora.

Debolezza quindi dei miti che supportano un vero « rispetto » verso l'ambiente che ci circonda, verso ciò che, nonostante tutto, è ancora la fonte unica di sostentamento fisico e di ogni sereno piacere mentale. La debolezza di un mito è automaticamente lo strapotere di un altro; ragionare in termini socio-mitologici non è astrazione, ma al contrario l'unico approccio pragmatico e operativo al problema.

Satana si alimenta col mito della sacralità dell'essere umano, quasi che stesse nel battito cardiaco il « valore » e non nella capacità di sopravvivere al suo arresto, sopravvivervi con le proprie idee, con il trasmettere le proprie aspirazioni ed i propri geni.

Se oggi in quasi tutti i Paesi evoluti si spendono significative quote delle risorse di stato a favore di una ricerca medica che punta alla mera sopravvivenza, non importa come, lo dobbiamo solo a questo mito. Le risorse economiche e gli sforzi della ricerca si focalizzano soprattutto là dove si manifesta la sofferenza, il pericolo di morte, ma al contempo si trascurano le cause di tale sofferenza.

È meglio ricercare nuovi potenti farmaci antiblastici o ridurre i fattori di diffusione dei tumori? E più importante garantire alle popolazioni una vita sana ed un'assistenza sanitaria di base efficiente ed attenta o raggiungere traguardi tecnologici che allungano artificiosamente la vita a chi è già vecchio?

La ricerca biomedica e medico-ingegneristica ha colto risultati notevoli nella direzione del mantenere in vita soggetti con patologie fino ad oggi ineluttabilmente mortali, ma la complessità tecnologica dei metodi di cura e quindi il loro costo ha subito creato il problema deontologico (risolto normalmente su base economica) della scelta dei possibili fruitori. È indubbiamente difficile, forse sbagliato, negare una possibilità di vita a chi, desiderandola, non può offrire in cambio se non la propria ostinata voglia di esistere; ma perché non impegnare le risorse disponibili per migliorare la qualità della vita, per essere al servizio di chi è forte e sano ancor prima di esserlo dei vecchi e dei malati?

Ma forse l'aspetto più aberrante di quelle strutture macabre che si occupano della salute pubblica è la loro mancanza di rispetto per i valori dello Spirito.

La medicina allopatica (6) diviene addirittura disumana quando sottrae all'affetto dei cari chi è vicino alla morte; al posto di un'ultima parola o di un ultimo abbraccio ... l'ultima elettrostimolazione cardiaca, l'ultima endovena….

Non è soltanto l'àmbito della politica sanitaria quello in cui si esprime questa mitologia della sopravvivenza. Pensiamo alla mobilitazione contro la fame nel Mondo: basterebbe la tacita consapevolezza generale che questi o altri, quando esistano, strumenti di contenimento delle popolazioni sono necessari e si cercherebbe, per lo meno, di barattare gli aiuti con precise garanzie di oculata gestione del territorio.

La contraddittorietà dell'Uomo nasce dai suoi miti e cosa c'è di più contraddittorio del non lasciar morire singoli individui, dopo che si sono uccise l'economia e la cultura di intere Civiltà arcaiche?!

Non si tratta di legittimare la violenza o le ineguaglianze tra i popoli, ma si debbono rivendicare delle priorità e orientare un risentimento che dovrà diveni­re politico e indirizzarsi verso quelle componenti sociali e quegli Stati che non sanno o non vogliono preservare, anzi incrementare, ciò che ancora c'è di ricchezza naturale. Quando una specie è così potente da minacciare la globalità dell'ambiente stesso in cui vive, il suo nemico peggiore diviene una parte di sé.

Non è ormai più la lotta intraspecifica che può essere strumento di controllo delle popolazioni, ma un cambiamento nello stile dei rapporti tra individui e tra popoli lo può essere.

Sarebbe giusto che la parte perdente fosse proprio quella che ha distrutto, corrotto e contaminato, ma poiché la tecnologia è potere i pericoli sono davvero gravi. Crediamo tuttavia che in seno a questa parte e nel teatro della vecchia Europa potrà nascere un nuovo Movimento, una nuova-antica Civiltà che, affondando le proprie radici nel passato lontano e recente, con un grande senso della continuità e della stirpe, saprà oscurare con la chiarezza del proprio dovere di autoaffermazione tutti i miti ingannevoli. Saprà convincere gli altri popoli senza vincere e senza promettere se non una giusta e spietata saggezza.

Enzo Caprioli

 

(1) Secondo recenti stime di mercato fatte da Centri specializzati inglesi e statunitensi, si consumano annualmente nel Mondo circa 27.000 tonnellate di esteri fosforici, 90.000 di carbammati ed ancora 130.000 tonnellate di insetticidi clorurati (primo tra i quali il DDT, la cui persistenza nella biosfera ha determinato i ben noti effetti di bioaccumulo lungo la catena alimentare e che continua ad essere usato nei Paesi in via di sviluppo). Questi dati riguardano soltanto gli insetticidi con maggiori problemi tossicologici, ma occorre almeno ricordare i diserbanti (che costituiscono in valore il 40% del mercato mondiale dei pesticidi) e gli anticrittogamici.

(2) Il concetto di climax, introdotto dall'ecologo Clements, definisce una biocenosi relativa­mente stabile; la sua durata si misura in secoli e le sue caratteristiche sono in stretto rapporto alle condizioni climatiche ed edafiche della regione in cui si trova.

(3) Complessivamente la perdita di specie animali e vegetali avvenuta in questo secolo èdifficilmente valutabile; facendo la media di varie stime, si può azzardare che entro il 2000 si potrà aver perso qualcosa come un milione e mezzo di specie. Cosa ancor più sconcertante è che la quasi totalità di queste sono scomparse o scompariranno dal il 1950 al 2000 e che il processo sta avvenendo ad una velocità attualmente crescente. Questi pochi anni son serviti a cancellare irrimediabilmente tante forme di vita, ciascuna delle quali era il portato di una evoluzione millenaria.

(4) Nella tradizione indiana ogni individuo percorre un cammino ascetico culminante con la visione di un animale o di un oggetto naturale che, quale puro spirito e riflesso della realtà trascendente, gli rivela l'orientamento fondamentale del suo essere.

(5) Fra i guerrieri Sioux come fra gli Indiani Corvi c'erano uomini che facevano voto di morire in guerra; questi avevano l'appellativo di « coloro che non ritornano », erano adornati con emblemi distintivi e la consuetudine col pensiero della morte gli conferiva un notevole carisma, certamente diverso ma non inferiore a quello « sacerdotale ». Non si trattava però di una logica autodistrnttiva; sembra che questi guerrieri fossero impegnati in un sforzo autorealizzativo trascendente; esso attingeva la spinta propulsiva del pericolo, ma mirava all'espletamento di imprese eccezionali nel quadro di una funzionale lotta per la sopravvivenza del gruppo, non certo connesso all'insana « voluttà di sacrificio ».

(6) Si intende con questi due termini, da un lato l'uso del principio dei contrari che domina la farmacologia (curare l'effetto patologico con qualcosa che abbia un'azione contraria), dall'altro il concepire il corpo umano come un meccanismo del quale occorre « aggiustare» i pezzi che non funzionano.

BIBLIOGRAFIA

CAPRIOLI E. et al.. Valutazione ecotossicologica di sostanze-campione su organismi terrestri, Acqua & Aria, n. 2, 1984.

DEMENEY P., Le popolazioni dei paesi in via dì sviluppo. Le Scienze, n. 79.

HOPPER W.D., Il potenziamento dell'agricoltura nei paesi in via di sviluppo, Le Scienze, n. 104.

PRANCE G.T. and ELIAS T.S. eds., Extinction is forever - Proceadings of a symposium, Bronx ,

N.Y., 1977.

SACCHETTI A., L'uomo antibiologico, Feltrinelli, 1985.

SCHUON FRITHJOF. La tradizione dei Pellerossa, Ed. di Ar, Padova, 1978.