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Maurizio Minchelia

L ‘utopismo democratico all'assalto della psichiatria

I matti come « vittime della società » L'« inconscio » personale di Freud Insostenibilità della terapia psicanalitica.

 

A forza di incontrarsi, marxismo e freudismo hanno finito per coprodurre fin dagli anni settanta una nuova moda che tuttora persiste, malgrado qualche momento di crisi: l'antipsichiatria. Questa noavelle vogue, tra le più invadenti, corrisponde ad un fenomeno da non sottovalutare, in quanto veicola, in forme diverse, tre idee principali: 1) non esistono malati mentali lo stato mentale dei cosiddetti normali è molto simile a quello dei cosiddetti malati» Silvio G. Fanti); 2) è la società che aliena Il manicomio è una fabbrica che produce alienati », Dr. Bensoussan); 3) i pazzi, soli individui normali, indicano la strada da seguire I normali sono i veri pazzi, in quanto alienati da una falsa realtà, mentre i pazzi sono i soli a resistere a questa alienazione », Gilbert O. Rapaille).

Il postulato di base è improntato a J.P. Sartre. Per gli antipsichiatri la follia non è una malattia, nemmeno una condizione, ma una semplice etichetta. Non esistono matti, ma individui che la società considera tali. Diventano « pazzi » perché li si vuole tali, allo stesso modo in cui il femminismo assicura che non si nasce donna, ma che lo si diventa. Non sono quindi loro da curare, ma la società che li aliena. La psichiatria non deve essere riformata, ma distrutta. Per monsignor Coing, gesuita, vi è intima connessione tra « istituzione psichiatrica, case circondariali di reclusione o di rieducazione, centri di psicoterapia, centri religiosi di assistenza, ospizi e camera mortuaria ». Un insieme da demolire.

Il ruolo della psichiatria sarebbe duplice: da una parte « eliminare » i dissidenti (internandoli); dall'altra, dare al sistema una buona coscienza i malati mentali sarebbero cioè dei mezzi attraverso i quali la società cerca di dimostrare a se stessa di non essere malata. In questa prospettiva la psichiatria diventa ausiliaria del potere (di qualsiasi potere), una sorta di braccio secolare. Ad illuminarci definitivamente sulla bontà di questi assunti, gazzettieri dotti ci pro­pinano iperboliche certezze. Per J.P. Dollé, « la psichiatria è la pratica sociale della violenza che realizza il progetto dei padroni: esiliare gli schiavi nelle zone dell'innominabile, del subumano, per poterli mantenere nel loro stato di sottomissione »; per Roger Gentis « i manicomi, la psichiatria e gli psichiatri, tutto ciò ha avuto origine e propulsione dalla società capitalista ».

Il resto è prevedibile. La famiglia e la società « reprimono », i manicomi sono « campi di concentramento », in cui medici ed infermieri-secondifli « fabbricano la schizofrenia ». La chemioterapia è un subdolo espediente clinico. Gli internati sono soggetti dei quali ci si è sbarazzati solo perché non erano in sintonia col mondo circostante. Sono malati solo in quanto sono stati indirizzati dallo psichiatra. Infatti è con la loro malattia che dimostrano la loro buona salute. Come ha scritto il capostipite dell'antipsichiatria R. Laing « lo stato cosiddetto normale non è che una spaventosa forma di alienazione ».

Parimenti, l'assimilazione dei delinquenti ai malati mentali assume una certa legittimità ideologica progressista. Si tratta solo di applicare la tesi di Marcuse sulle minoranze marginali. Le forze rivoluzionarie tradizionali (masse operaie), essendosi integrate nel sistema sociale, sono vittime del progresso. Rimangono le minoranze patologiche, delinquenti e internati, omosessuali, disadattati: tutte leve colle quali ribaltare nefandezze istituzionalizzate. Parallela mente si aizzano gli studenti contro gli insegnanti, i figli contro i genitori, le maestranze contro i datori di lavoro, la moglie contro il marito, ecc. Il tutto in funzione di una redenzione globale.

Si assiste così, paradossalmente a una sorta di ritorno al Medio Evo. Criminalità e follia erano allora confuse, ma nella stessa riprovazione della devianza. I nostri moderni antipsichiatri dichiarano il malato mentale posseduto dall'alienazione socio-culturale, come in epoca medievale lo si riteneva posseduto dal demonio.

Ora, non vogliamo da parte nostra negare l'influenza del mondo esterno sull'uomo: certe malattie da civilizzazione colpiscono senza dubbio lo spirito. Ma ci si può interrogare sulle cause. Se l'epoca è schizofrenica, ciò non è un buon motivo per renderla paranoica. È ben noto che non è in tempo di guerra che aumentano suicidi e depressioni, ma nei periodi di pace, vale a dire i meno densi di storia, i più scarsi di tensione. Il che significa che le malattie mentali si moltiplicano proprio a causa delle alterate condizioni naturali interpersonali che permettevano all'uomo di darsi una forma e di realizzarsi.

Ma gli antipsichiatri non trovano il mondo attuale permissivo; lo trovano, al contrario, repressivo. Accusando la società di creare i malati, dichiarano di volerne di meno auspicando condizioni di vita in cui non ve ne saranno più.

I nani vogliono uccidere i giganti; gli impotenti non amano che si parli loro di virilità; lodando le società primitive, l'etnologo scusa il suo sradicamento. Molto probabilmente gli antipsichiatri stanno conducendo una battaglia pro domo propria. Freud, per una volta, potrebbe essere nel vero quando dice al suo allievo Smiley Blanton: « Volete sapere perché certi psichiatri si orientano verso la loro specializzazione? Perché non si sentono normali, e vogliono con vin cersi di esserlo ». Di certo non auguriamo e nessuno di finire tra le mani di un qualsiasi Roger Gentis che reclama il diritto per tutti, e soprattutto per gli emarginati, di produrre arte e filosofia, e che aggiunge: « Ovunque parla la follia, bisogna dire a tutti: prestate orecchio, ciò riguarda tutti noi, vi è Ià una verità repressa che cerca di farsi ascoltare. Vi è là, forse, una libertà in nuce di cui non avete ancora idea ».

Ma la fioritura della letteratura e delle iniziative antipsichiatriche, come il compiacimento che esse suscitano presso un pubblico ormai mitridatizzato in fatto di diffusione di tesi deliranti, non possono cancellare il discredito in cui sono tenute dalla maggior parte degli studiosi seri.

In Analisi finita e analisi infinita, Freud giungeva alla conclusione paradossale che bisogna essere normali per essere psicanalizzati. L'antipsichiatria, benché si sia votata ad una critica interna della psicanalisi, ha recuperato a suo profitto l'abbattimento del muro che separa il « normale » dal « patologico », la cui responsabilità è da ricercarsi nelle teorie freudiane.

Le propagande ideologiche e le evoluzioni della moda hanno anch'esse imbrogliato le carte. Si è visto così, nel breve volgere di qualche anno, un fiorire di questa letteratura psichiatrica. Ciò per la felicità dei malati psichici che si sentivano confortati del loro male, mentre i sani si vedevano colpevolizzati nei loro istinti. Si è così arrivati a una situazione che il dottor Marcel Eck ha riassunto così: « L'anticonformismo rischia oggi di diventare il conformismo dell'anticonformismo, che porta alla formazione di attitudini schizofreniche o paranoiche di gruppo. Bisogna ammettere che vi è oggi un gusto del patologico che costituisce il conformismo di molti e diventa una minaccia per la cultura ». Il che conduce direttamente, come per Deleuze e Guattari, alla sacralizzazione della schizofrenia.

Normale-patologico... Si conosce il principio di Broussais: non vi sarebbero tra queste due nozioni che variazioni d'intensità. Vi si ritrova l'argomento ideologico dell'« assenza di frontiera », costantemente usato per sbarazzarsi delle categorie scomode. Questo argomento non è evidentemente di alcun valore per quei campi che, per natura, non conoscono che la statistica ed ignorano l'assoluto. La psichiatria, più di ogni altra disciplina medica, tiene conto del soggettivo. Ciò non vuol dire che tutti i comportamenti si equivalgono. Vi sono del resto delle variazioni d'intensità che implicano un salto qualitativo tale da comportare una rottura. « L'irruzione del patologico suppone sempre una rottura, scrive il dottor Eck. La schizofrenia si può descrivere come una regressio­ne a forme di comportamento infantile, ma il bambino non è un piccolo schizofrenico. Così come il genio non è un anormale: non c'è bisogno di essere un grande scienziato per constatare come la patologia mentale freni e sterilizzi il genio creatore piuttosto che stimolarlo. In generale, bisogna guardarsi dall'assimilare il normale al naturale, e quindi al mediocre, e il patologico all'eccezionale, e quindi al differente >.

Georges Canguilhem ha molto bene riconosciuto nel principio di Broussais un assioma riduzionista, identificando in esso una sistematica riduzione della qualità alla quantità.

Sarebbe pericoloso definire la normalità (la normatività nel senso di Canguilhem) col semplice adattamento a se stessi. L'accettazione di sé può anche inglobare l'anormale. Come dice Nietzsche vi sono del resto delle « nevrosi della salute ». D'altra parte, ciò significherebbe dimenticare che l'uomo è un animale sociale, che è fatto per vivere in società.

L'adattamento sociale è una nozione più accettabile. A condizione tuttavia se si vuole evitare la concezione freudiana di felicità: conformità alla società del momento — di porsi in una prospettiva sufficientemente ampia e storica. Il che pone ineluttabilmente il problema dei valori in seno ad una cultura data e l'adattamento a una certa eredità. Ludwig von Bertalanffy l'ammette candidamente quando scrive: « La questione di sapere se un individuo è sano mentalmente o no si riduce, in ultima analisi, al sapere se ha un universo integrato compatibile con un'ossatura culturale data ». Le recenti acqulsizioni di una disciplina in espansione come l'etnopsichiatria mostrano del resto che un comportamento, normale in seno ad una cultura, può essere considerato patologico in un'altra. Sforzandosi di affermare la dimensione psichiatrica delle culture, tali studi permettono di evitare gli assunti dell'etnocentrismO restituendo al tempo stesso la dimensione pluralistica all'analisi psicologica di gruppo.

Si può così trovare un approccio generale del problema in questa conclusione di Canguilhem: « E in riferimento alla polarità dinamica della vita che si possono qualificare normali dei tipi e delle funzioni. Se esistono delle norme biologiche è perché la vita, non essendo solo sottomissione all'ambiente, ma istituzione del proprio ambiente, pone di per sé dei valori non solo nell'ambiente, ma anche nell'organismo stesso ».

Si definisce allora lo stato patologico come la « deviazione da norme di vita tollerate dal vivente », o lo stato fisiologico o normale secondo differenti criteri di normalità (l'integrazione, l'autonomia, la responsabilità, l'adattamento, ecc.) riuniti nella definizione più globale di istinto di vita: è l'abbassamento dell'istinto vitale che produce il crollo dei meccanismi difensivi ed introduce la malattia.

In molti casi la malattia appare come una regressione. Ora, la regressione « è essenzialmente una disintegrazione della personalità, una de-differenziazione » (Ludwig von Bertalanffy) in opposizione all'istinto vitale che implica l'attitudine al conflitto, l'accettazione dell'eterogeneo e del differenziato. « Checché ne pensi il dualista Freud », spiega il dr. Eck, « il desiderio di ritorno al nulla, alla non vita, allo stato di materia inerte fa parte del patologico ». Sì possono riscontrare queste caratteristiche non solo negli individui, ma anche nelle dottrine regressive, d'evasione negativa e di consolazione messianica, che sono tanti travestimenti dell'istinto di morte e di non vita.

Nel « campo di ignoranza» (Debray-Ritzen) che costituisce la psichiatria, l'eziologia — la scienza che studia le cause — delle malattie mentali è illuminante. A questo riguardo i lavori del neurologo inglese McLean, volgarizzato da Koestler (Il cavallo nella locomotiva) e Debray-Ritzen (Lo scolastica freudiana) potrebbero essere utilmente approfonditi. Il comportamento umano di-penderebbe da due centri motori: una paleo-corteccia o « vecchio cervello », che avremmo in comune con certi animali e una neo-corteccia o « nuovo cervello », proprio della specie. Il primo sarebbe il supporto delle nostre pulsioni istintuali ed affettive: il secondo, della coscienza e della ragione. La caratteristica dell'uomo normale sarebbe non solo quella di mantenere il più costante possibile il controllo della paleo-conteccia da parte della neo-corteccia, ma di operare la messa in forma delle pulsioni uscite dall'antico cervello ad opera del nuovo cervello. Il « piano superiore » avrebbe come compito I attualizzaziofle di ciò che risiede in potenza al « piano inferiore ». E l'inattitudine a « strutturare il viscerale » (per cattiva conformazione, cattivo adattamento, autismo, anomalia costitutiva) sarebbe il primo indice di una malattia che, in quanto tale, dovrebbe essere curata.

Il riconoscimento dell'esistenza di una coppia associata paleo/neo-corteccia propria della specie umana, ed entro questa coppia, di un « cervello » pre-umano, porta a pensare che l'uomo è anche un animale (in opposizione alla visione metafisica), ma che non è solo un animale (in opposizione alla visione riduzionistica). Implica, ancora, il considerare la malattia mentale come un fatto specificamente umano.

Anche Ludwig von Bertalannffy non ammette che malattie mentali umane. Quasi tutte le attività umane (e solo queste attività) devono essere interpretate in effetti come conseguenze o aspetti di un'attività simbolica: « L'uomo è un essere che crea simboli e che è dominato da essi ». L'ingrediente principale della malattia mentale (in particolare le turbe della parola e del pensiero, la rottura dei limiti del sé) sarebbero una deviazione di questa funzione simbolica. L'opposizione tra normale e patologico non sta nel fatto che l'uomo normale vede la realtà quale essa è (nessuno vede tutta la realtà, quindi nessuno la vede quale essa è: « la nostra visione del mondo è condizionata dal nostro Umwelt psico-culturale »), ma nel fatto che la vede come suo ambiente dato (nel senso storico-geografico); la visione patologica contiene degli elementi soggettivi che diventano selvaggi e che la disintegrano.

Altra direttrice di più elevato interesse: la nozione di conflitto. Stephane Lupasco ha osservato in numerose malattie tendenze regressive (depressive, « suicide ») che attribuisce a una sparizione dell'attitudine al conflitto. Questi soggetti, scrive, sono « in preda a delle eterogeneità diventate insopportabili, alle quali non possono più adattarsi, per motivi vari che si riducono in fin dei conti all'impossibilità di accettare l'aggressione, il conflitto, la contraddizione. Ciò cui aspirano, in una forma o nell'altra è l'omogeneità » (vedi il sogno, la matematica, la morte). « Quel che ci vuole », precisa, « è una terapeutica esi­stenziale. Per reintegrare il malato nel ritmo dell'esistenzialità, per un ritorno alla contraddizione. Non bisogna evitargli i conflitti, impoverirlo ancora del poco di affettività che gli rimane, ma al contrario ricondurlo all'antagonismo, farglielo sopportare

Etienne Gilson diceva ironicamente nel 1938: « Gli articoli di fede possono essere provati in teologia con una dimostrazione razionale e necessaria; vale a dire che possono essere provati a condizione d'essere creduti ». E così anche per le dottrine di Freud e per le sue « verità rivelate ». « Astro morto » (Quentin Debray), « la psicanalisi non brilla che per il suo fragore verbale. La sua fortu­na letteraria è tanto grande quanto nulla è la sua fortuna medico-terapeutica ».

Freud non è l'inventore dell'inconscio. L'idea che esista una zona psichica che la coscienza non illumina è ben lungi dall'essere sua. Non ha nemmeno scoperto i temi di cui troppo spesso gli si è fatto credito: la natura finalista del comportamento, l'influenza del condizionamento precoce sulla struttura ulteriore della personalità, il ruolo dell'ansia nella genesi dei sintomi, i fenomeni repressivi di difesa, ecc. Freud ha del resto utilizzato i testi e i lavori di Janet, Spinoza, Nietzsche e Ribot. Sembra inoltre essere stato influenzato dalla mistica chassidica, alla quale suo padre l aveva iniziato. « L'atteggiamento di Freud a proposito del sesso è quello della. Cabala » afferma il dottor Percival Bailey, direttore dei servizi di ricerca dell'università dell'Illinois. « La rassomiglianza tra il mondo del Tulmud e il mondo spirituale in cui viveva Freud non sta solo nella similitudine di forma a livello di tecnica d'associazione », precisa Ernst Simon (Sigmund Freud, Year Book Il, Londra, 1957). Si pensa qui evidentemente alla numerologia, alla nozione di bisessualità e all'interpretazione dei sogni.

Per Freud tutto deve avere un senso: dal Mosé di Michelangelo fino agli anelli di fumo. La vita non è fatta di caso e necessità. Tutto è così perché deve essere così. Nulla è gratuito. Ogni cosa tradisce una pulsione, un desiderio mne­spresso, un'intenzione nascosta. Niente ripugna di più a Freud dell'idea che il mondo sia un puro caos, dal quale l'assoluto sarebbe escluso. « Il caso gli sfugge in quanto possibilità » osserva il dottor Eck.

Nel suo modo di generalizzare i tratti psicologici ritroviamo antiche ossessioni. Il complesso di Edipo, elevato a caratteristica della specie umana traspone il peccato originale: l'uomo nella sua infanzia (l'umanità dei primordi) si rivolta contro il padre (il dio geloso) per soccombere al fascino della madre (la Terra). Similmente recita la vecchia tecnica del capro espiatorio che gli Ebrei cacciavano nel deserto dopo averlo macchiato di peccati e iniquità: questa tec­nica di liberazione rivela di per sé il transfert che sta alla base della psicanalisi.

A una donna che desiderava educare razionalmente i suoi figli, Freud risponde: « Fate come volete, ma in ogni caso sbaglierete ». Nella sua monoma­nia sessuale svela come sotto la più grande delle passioni, sotto ciò che vi è di più elevato, di più eccezionale nel superamento di sé, si nasconde infatti qualcosa di basso e di comune, un complesso represso, una compensazione, un conflitto infantile non risolto. Per l'antropologia generale del freudismo non esistono conflitti etici. Ogni conflitto dell'anima perde il minimo carattere etico e si rivela come la conseguenza di un fatto isterico. Riletti da Freud, autori quali Corneille e Shakespeare non sono altro che casi di carenze affettive. La pseudopsicologia del profondo è una psicologia egualitaria del bassofondo.

Nell'Interpretazione dei sogni Freud ricorda che da bambino si identificava con Annibale. « Quando studiavamo le guerre puniche la mia simpatia andava non ai Romani, ma ai Cartaginesi ». Per lungo tempo ha ricordato la scena in cui Amilcare fa giurare a suo figlio, davanti all'altare domestico, vendetta contro i Romani. Da allora, aggiunge, « Annibale ha avuto una grande parte nelle mie fantasie ». Anche Freud ha prestato giuramento? Quando andò in Italia si fermò a lungo sul Trasimeno. Nel corso della sua vita Freud si è proposto di far saltare la coscienza morale, di scardinare la buona coscienza della società borghese della Vienna fine secolo che odiava e che non l'amava: la vendetta del cartaginese contro i Romani!

Ernst Jones fa di Freud un ateo naturale. Ma Sylvie Jessua lo definisce « religioso anche nel suo ateismo ». « L'inconscio è la metafisica », precisa Eliane Amado Levy-Valensi. Per Freud la nozione d'inconscio, portatrice di un messaggio del più lontano passato, riflette pienamente l'idea della Legge scritta nel cuore di ogni uomo che l'osserva.

Infatti l'ideologo viennese sembrava aver visto nella religione un'illusione più che un errore. Tanto che verso l'occultismo mostrava scetticismo e credulità al tempo stesso. Fu superstizioso, mostrando in Psicopatologia della vita quotidiana come la superstizioni siano delle paure rimosse. Nella sua infanzia la numerologia lo angoscia. La cifra 62 lo perseguiterà per anni. l fenomeni telepatici lo inquietano. Due uomini sono in lui: quello che sa che non bisogna credere, e quello che non può impedire a se stesso di' credere. Nel 1905 rompe una statuetta di marmo sperando così di salvare, la figlia malata: sacrificio propiziatorio. Nella perdita degli occhiali vede l'annuncio di un incidente ferroviario. Ernst Jones moltiplica gli aneddoti di questo tipo « Si ha quasi l'impressione », scrive, « che Freud metta a nudo a proprio beneficio l'origine psicologica profonda delle proprie tendenze superstiziose

Freud sarebbe stato egli stesso un ottimo soggetto per uno psicanalista: processi d'identificazione, complessi nei confronti del padre, fobie superstiziose, vita sessuale interrotta a quarantacinque anni, puritanesimo, rapporti equivoci con la sorellastra, ecc. Ci si può domandare se la psicanalisi non sia stata, in origine, un tentativo « inconscio » di giustificazione. Freud avrebbe formulato la sua dottrina per sbarazzarsi del suoi fantasmi. Avrebbe estrapolato il suo caso personale, ponendolo a simbolo della condizione umana, per darsi una buona coscienza che sarebbe passata alla storia. Per questo motivo avrebbe messo nel suo sistema, insieme alle sue inquietudini, ai suoi desideri, alle sue ossessioni, quella paura immemorabile di un padre onnipotente, geloso delle sue prerogative, i cui figli, in segno di sottomissione, per essere riconosciuti, devono praticare su se stessi un simulacro di castrazione.

In un momento di franchezza Freud ha scritto: « Invidio i fisici e i matema­ tici che sono sicuri del fatto loro. Quanto a me, poggio, per così dire, sull'aria ».

Da qualche anno la psicanalisi è attaccata su tutti i fronti. Dopo più di settant'anni di esistenza non ha mai potuto fornire la prova della validità ed efficacia della sua terapeutica e nemmeno un solo criterio di guarigione. l suoi insuccessi sono a tutti evidenti. Non solo non guarisce, ma distrugge. Dello psicanalista si potrebbe dire quel che Nietzsche diceva del prete: genera la malattia che cura. l suoi risultati, quando ne ottiene, provengono dall'azione combinata della suggestione, delle relazioni interpersonali e dell'effetto placebo. Parallelamente la psicanalisi è diventata un partito politico, una chiesa fuori della quale non vi è salvezza.

Il dottor Roger Gentis ha scritto: « La psicanalisi ci ha insegnato che non si deve desiderare nulla per il paziente, nemmeno la guarigione ». Facendosi vanto di non curare, l'antipsichiatria giunge a mascherare e perpetuare la sofferenza.

La psichiatria invece è una disciplina medica, non un annesso delle scienze umane o della letteratura. l progressi che ha ottenuto negli ultimi trent'anni non solo dovuti né alla psicanalisi, né al freudo-marxismo, né ai deliri dei neostrutturalisti, ma allo sviluppo delle scienze esatte: genetica, biologia molecolare, farmacologia, farmacopsichiatria, ecc. Grazie a loro l'approccio clinico e psico-terapeutico s'è interamente trasformato.

Con ciò non ci si vuole rifugiare nello scientismo, ma restituire alla scienza la sua vera natura, liberandola dai residui di animismo, feticismo, esoterismo e metafisica che ancora oggi vi allignano.

Maurizio Minchella