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Gianantonio Valli  

La coscienza dell'impero

Ascesa e declino dell'Europa di Mezzo

(3) La marea slava - Il ruolo della Serbia - La marea slava

Accanto al fondamentale contrasto angio-tedesco, a caratterizzare gli ultimi decenni prebellici è il crescente antagonismo tra la Duplice Monarchia e le popolazioni slave dei Balcani, appoggiate nelle loro rivendicazioni dall'Impero russo. Più ancora, è la consapevolezza del pericolo slavo da parte dell'Europa, soprattutto di quella di Mezzo direttamente interessata in quanto a contatto territoriale, che suscita un antagonismo nuovo e decisivo, una lotta senza quartiere tra il popoìo tedesco e le comunità slave per il controllo delle regioni centro-orientali del continente e dei bacini della Vistola e del Danubio. Ancora più ampiamente, è la lotta, avvertita soprattutto dalle genti germaniche, per opporsi al declino spirituale e biologico del continente e per indirizzare il destino dell'Europa tutta e della storia mondiale.

Decisivi per l'interpretazione dell'incontro/scontro tra Russia ed Europa, sono stati il terzo e soprattutto il quarto decennio dell'Ottocento, poiché è proprio in questo periodo che sia l'intellighentzia russa che molti studiosi ed intellettuali delle altre nazioni europee hanno posto le basi per il confronto delle rispettive filosofie della storia e delle rispettive concezioni del mondo e dell'uomo.

Il contrasto tra il mondo slavo e l'Europa, ancora considerata in blocco come unitaria civiltà «occidentale », viene sviluppato da numerosi pensatori, storici, filosofi, giuristi, tra i quali l'inglese Urquhart, i francesi Tocqueville, Custine e Victor Hugo, i tedeschi Heinrich Heine, List, Haxthausen, Fallmerayer, Vollgraf, von Lasaulx, Buddeus (1)•

Già da questo breve ed incompleto elenco si può intuire come il problema del confronto spirituale con la Russia e della presa di coscienza del suo contrasto storico con l'Europa, venga a concentrarsi sempre più sugli intellettuali te­deschi e ad investire di conseguenza in primo luogo il destino e la politica delle genti germaniche. Tra i primi che vedono però chiaramente, oltre all'opposizione anzidetta, anche la divaricazione progressiva, ideale e storico-politica dell'Europa di Mezzo dalle nazioni atlantiche, è nel 1852 Gustav Diezel, col suo scritto « La Germania e la civiltà occidentale », che, oltre ad un'acuta analisi delle caratteristiche spirituali russo-slave (2) dà alla Russia una risposta non più in nome dell'intero « Occidente » ma della nazione tedesca, riconosciuta dotata di peculiarità sue proprie distinte da quelle degli altri popoli europei, segnatamente da inglesi e francesi.

La contrapposizione tra germanesimo e Russia viene compiuta in nome del principio « dell'individualità » contro il principio « dell'assorbimento dell'individuo », tipico delle società slave di ogni tempo e di ogni latitudine. Da quest'ultimo principio, secondo Diezei, si è svolta e si svolgerà quella tremenda consequenzialità che corre attraverso tutta la storia russa, e cioè la via senza scampo che conduce, dal comunismo democratico delle origini, all'illimitato dispotismo della « universale palude statale. La Russia finirà con il comunismo, così come ha avuto inizio con esso [...] E il principio assoluto dello stato che qui, dopo avere preso le mosse da un'organizzazione comunistica elementare, conduce, con implacabile necessità, al dispotismo comunistico [...] Il futuro dello stato russo, qualsiasi cosa avverrà, è sotto la minaccia di rivoluzioni, che saranno tanto più tremende quanto più basso è il livello del popolo, e quanto più il carattere fondamentalmente comunistico del popolo ne dovrà essere portato alla superficie » (3).

Mentre da allora con sempre maggiore consapevolezza viene valutata la differenziazione etica ed ideologica dell'Europa di Mezzo dalle democrazie atlantiche, molti avvertono poi anche la gravità della degenerazione morale dell'Occidente.

L'Inghilterra ad esempio, pur ancora in grado di misurarsi con la Russia, non possiede e non possiederà per il futuro né la volontà né la forza per contrastare il pericolo slavo: « ora che la grande borghesia ha ammesso, allargando il suffragio, la sua decadenza e la sua confusione mentale, e che di fronte alla piccola borghesia, ed esitante come lei, sta in questo momento l'aristocrazia, la Russia e l'America settentrionale stanno già diventando le due potenze motidiali » (4).

Tra coloro che sentono l'immane minaccia dell'espansionismo slavo e prevedono la necessità storica di un futuro conflitto, è ancora Nietzsche ad avere la visione più lucida. Di fronte ad un Occidente infrollito e decadente nonostante gli sbalorditivi progressi scientifici e tecnologici, si erge sempre più ostile la Russia, « l'unica potenza che abbia oggi in sé una durata, l'unica che possa aspettare, che possa ancora promettere qualche cosa —- la Russia, l'idea antitetica alla miserabile politica degli staterelli e alla nervosità europea », l'unica potenza conquistatrice in grande stile, che con la sua minaccia potrebbe costringere l'Europa ad unificarsi (5).

L'atteggiamento nietzscheano verso la Russia, come l'atteggiamento di Guglielmo lI e degli uomini di governo tedeschi, è però indubbiamente più complesso di una semplice contrapposizione aprioristica.

Lo stesso riconoscimento della superiore, formale vitalità russa — prescin­dendo dai differenti obbiettivi e dai valori di fondo — costituisce talora per il filosofo un'importante forma di difesa contro l'anglo-americanismo e il democratismo occidentale in genere, che egli reputa il più profondo pericolo per la visione del mondo ed il tipo umano da lui proposto, alla minaccia slava in se stessa potendo l'Europa tutto sojnmato opporre valida resistenza fino a riuscire vittoriosa ed egemone. Può perciò venire perfino invocata, senza contraddizione apparente, un'intesa sincera con lo spirito slavo: « abbiamo bisogno di un'assoluta alleanza con la Russia, e con un nuovo programma comune, che impedisca in Russia l'avvento di schemi inglesi. Non un avvenire americano! » (6)

Ma su quale base potrà avvenire questa intesa? Su quale base la visione nietzscheana potrà saldarsi all'azione storica degli uomini di governo tedeschi?

Indubbiamente si riconosce che un'intesa col mondo slavo può essere trovata, perfino un'alleanza si potrà stipulare, ma unicamente alla condizione im­prescindibile che tale mondo resti al suo posto, subordinato ai più elevati valori dell'Europa, alla condizione cioè, diciamo noi, che i popoli slavi contraddicano la loro essenza più intima, che lottino addirittura contro la loro psiche più pro­fonda adattandosi a quella posizione di secondo piano che nessuno dei suoi intellettuali, slavofili o meno, è disposto ad accettare per far posto a quei valori « spregevoli » da loro globalmente chiamati « occidentali

Così anche Guglielmo Il può illudersi di indirizzare ad oriente la politica zarista distogliendola dalle cose balcaniche: « l russi continueranno a dilettarsi con le loro fantasie (cioè la missione storica nei Balcani) finché un giorno i mongoli marceranno sugli Urali. E allora, troppo tardi, si renderanno conto qual era veramente la missione storica della Russia: proteggere soprattutto l'Europa dal Pericolo Giallo ». Così persuaso, Guglielmo può scrivere al cugino Nicola che « il grande compito futuro della Russia è di dedicarsi al continente asiatico e di difendere l'Europa dalle invasioni della grande razza gialla. in que­sto mi troverai sempre al tuo fianco » (7).

Ma la Russia, erede dell'ortodossia bizantina, misticamente convinta di incarnare la Terza Roma, persuasa da secoli di essere portatrice di una superiore missione storica, cristiana e slava, non abbandonerà mai le mire sull'Europa centrobalcanica, spazio oltretutto ben altrimenti appetibile delle steppe mongo liche.

Nei primi anni del nuovo secolo, quale conseguenza della battuta di arresto in Estremo Oriente e della stasi di iniziative zariste verso la Persia e l'India britannica, l'Impero russo recupera in pieno, quale strategia di fondo, una politica di espansione ad occidente fomentando disordini e lotte intestine, sollevando ribellioni fra le genti slave suddite dell'Impero ottomano e dell'Austria-Ungheria.

Cadono allora tutte le illusioni, la Russia riassume quel volto asiatico ed asiomorfo che molti hanno voluto considerare inessenziale. Già nel 1901 in un colloquio con Lansdowne, ministro degli esteri inglese, Guglielmo II, conscio delle nuove realtà emergenti e del peso crescente degli USA sulla politica internazionale, si è dilungato irritato a muovere appunti alla Russia, nell'illusione di una solidarietà europea anglo-germanica: « Non mi si parli di continente europeo! La Russia è veramente asiatica. Lo zar è capace soltanto di vivere in campagna a coltivare rape. L'unico modo per trattare con lui è di lasciare la stanza per ultimo. l francesi sono veramente stufi della Russia e dello zar. Ai granduchi russi naturalmente piace Parigi e tenersi un paio di ragazze sulle ginocchia, ma non c'è reciproca simpatia fra i due paesi. La Russia è carica di debiti, ma otterrà tutto il denaro che vuole da Wall Street finché l'America l'appoggerà nel suo odio per la Germania, mentre la Russia è ansiosa di dirigere le iniziative americane verso la valle dello Yang- Tze » (8).

Negli anni seguenti il mondo slavo diviene, se non il nemico ideologico primo, certo la minaccia più urgente, minaccia che viene portata non solo alla Germania ma anche all'Europa: « Prima o poi deve venire una guerra europea, in cui in ultima analisi si tratterà della lotta tra germanesimo e slavismo. Prepararsi ad essa è un dovere di tutti gli stati che sono portatori della civiltà spirituale germanica [...] Chi vede approssimarsi questa lotta deve essere consapevole che per condurla è necessaria la fusione di tutte le forze, l'utilizzazione

di ogni possibilità, ma soprattutto la piena comprensione dei popoli per lo sviluppo della storia mondiale » e « Il secondo capitolo della trasmigrazione dei popoli è chiuso. Capitolo terzo: viene la lotta per la loro esistenza dei germani contro i russo-galli. Nessuna conferenza potrà attenuare questa realtà, poiché non si tratta di un grosso problema politico, ma di una questione razziale... Si tratta dell'essere o non essere della razza germanica in Europa » (9).

La politica bismarckiana della « piccola Germania », e cioè una politica tedesca impostata in senso prussiano e settentrionale, che poteva avere valore e senso nel 1870 (10), non può più essere sostenuta a fine secolo, né tanto meno nel Novecento, quando la Prussia degli junker è stata ormai sostituita dal Reich della nazione tedesca. Sul Reich guglielmino grava ora tutto il peso, tutta la responsabilità storica del destino delle genti germaniche sparse dal Baltico estremo alle Alpi transilvaniche. L'alternativa è chiara e netta: deve la Germa nia abbandonare la tutela delle genti di stirpe tedesca, oppure deve difendere e proseguire quell'avanzata nell'Europa orientale e sudorientale, disordinatamente compiuta per secoli?

Come rileva il Taylor: « Bismarck aveva rinunciato a questa avanzata, nell'interesse dei proprietari terrieri prussiani, o piuttosto aveva tentato di arre­starla; ma aveva tentato di arrestare la forza più profonda esistente nella vita organizzata tedesca [...] La Germania doveva o gettare a mare l'Austria-Ungheria e ritirarsi, abbandonare cioè l'Europa sud-orientale e la Boemia agli slavi, tollerare il rovesciamento della supremazia magiara nella Grande Ungheria e accontentarsi di un Reich che avrebbe avuto Vienna per frontiera, oppure doveva sostenere l'Austria-Ungheria e andare avanti e riaffermare il carattere tedesco della Boemia, secondare il predominio magiaro in Ungheria e portare la potenza tedesca, attraverso i Balcani, fino alle porte di Costantinopoli, e oltre [...] La monarchia asburgica, stava cadendo a pezzi: la Germania doveva consentire che la sua eredità passasse nelle mani degli slavi, oppure doveva reclamare l'eredità degli Asburgo, così come si era già identificata con l'eredità degli Hohenzollern? Nessun governo tedesco di qualsiasi tendenza o capacità politica avrebbe potuto liberamente abbandonare tutta l'Europa orientale, dalla Boemia ai Balcani: il massimo che avrebbe notuto fare era. così come aveva fatto Bismarck, di rinviare una decisione tentando di mantenere in vita la monarchia asburgica. Gli Asburgo erano in effetti la condizione essenziale della Piccola Germania, e nell'istante stesso in cui il sistema asburgico fosse crollato, la Grande Germania diventava l'alternativa, che solo una sconfitta tedesca avrebbe potuto evitare » (11).

Ma la nuova potenza germanica si è venuta con gli anni a mettere sempre più decisamente in rotta di collisione con l'Inghilterra, e il cerchio attorno a lei si è definitivamente saldato con l'abbandono britannico dello « splendido isolamento » e con l'avvicinamento alla Duplice Intesa: « Per odio e invidia verso la Germania, l'inghilterra sosterrà sicuramente la Francia e la Russia. La battaglia per l'esistenza che i germani d'Europa (Austria, Germania) dovranno probabilmente combattere contro gli slavi (Russia) appoggiati dai romanici (Galli) trova gli anglosassoni al fianco degli slavi ... Ragione: invidia, paura che diventiamo troppo grandi» (12).

La colpa dell'Inghilterra, la sua massima responsabilità nei confronti dell'Europa, è quindi di non aver capito l'importanza della posta in gioco, o meglio, e più esattamente, di essersi posta volontariamente e fattivamente an cora una volta, ancora per la volta decisiva, come il vero nemico del continente, avventandosi contro quell'Europa di Mezzo che sta cercando di fare disperata barriera contro l'Oriente.

Ma come in realtà si può fare coerentemente carico di una colpa siffatta a una nazione che da secoli si è sempre voluta considerare estranea all'eredità comune per rivendicare orgogliosamente la sua diversità e la sua superiorità sull'intero continente?

Ed è ancora Nietzsche che ha riconosciuto nel modo più chiaro le ragioni profonde del contrasto che divide i due campi. Al « piccolo spirito» dell'Inghilterra, all'« imitazione » vacua e leziosa della Francia, Nietzsche contrappone « lo scetticismo [tedesco] della virilità temeraria, che è strettamente affine al genio della guerra e della conquista e che fece la sua prima comparsa in Germania prendendo forma nel grande Federico. Questo scetticismo disprezza e ciononostante attira a sé; scava e prende possesso; non crede in nulla, ma non si perde in ciò; offre allo spirito una pericolosa libertà, eppure raffrena severamente il cuore […] ci saranno state buone ragioni se uomini umanitari dal sangue caldo e superficiali, si sono fatti il segno della croce proprio di fronte a questo spirito: cet esprit fataliste. ironique, mefistophélique, lo chiama, non senza un brivido, Michelet » (13)

Ma tale spirito « ironico e fatalista» che cos'è, nella sua essenzialità, se non, mascherato sotto forme diverse, lo spirito italico e romano del realismo critico, la volontà anticristiana di fissare in faccia la realtà effettuale, per quanto spiacevole o spaventosa possa essere, senza innalzare veli a nasconderne le asprezze, la volontà di superarle con l'impegno costante, con quella rigorosa consequenzialità di pensiero e di azione riconosciuta da Hegel al massimo fra i geni italici del Rinascimento? (14).

Già il fine che Machiavelli si è prefisso, di innalzare l'Italia a Stato e di recuperare alle sue stirpi le virtù romane, è stato nei secoli frainteso dalla cecità ottusa degli spiriti pii, che hanno visto nella sua opera « nient'altro che una fondazione di tirannia, uno specchio dorato presentato ad un ambizioso oppressore. Ma se anche si riconosce quel fine, i mezzi si dice sono ripugnan­ti: e qui la morale ha tutto l'agio di mettere in mostra le sue trivialità, che il fine non giustifica i mezzi, ecc. Ma qui non ha senso discutere sulla scelta dei mezzi, le membra cancrenose non possono essere curate con l'acqua di lavanda [...] Una vita prossima alla putrefazione può essere riorganizzata solo con la più dura energia » (15)

Ma per Machiavelli il male, la tirannia e la crudeltà, non sono l'immutabile, « originale » caratteristica dell'animo umano, né può esistere una « civitas Dei » contrapposta ad una umana « civitas diaboli »; Machiavelli non è un Paolo, un Agostino, o un Lutero, secolarizzato. Il « male è solo una delle possibili conseguenze della situazione dell'uomo nella storia, e perciò solo uno dei mezzi che, nella lotta incessante alla quale è costretto contro la potenza della fortuna, egli può essere necessitato ad assumere. Non è un marchio di infamia assoluto, non costituisce l'« essenza » della politica, bensì uno dei suoi strumenti.

Allo stesso modo la « virtù » non è per lui l'adesione « umanitaria» al dettato di una divinità avvertita altra-da-noi, bensì puramente e semplicemente l'attività umana, il presentarsi dinnanzi agli eventi sempre pronti a balzare sull'occasione, sempre pronti a intervenire, pieni di volontà a portare negli eventi il fattore e il peso della propria potenza. Concetto radicalmente anticristiano, la virtù è il contrario della bontà, senza essere per questo la malvagità; èl'attività superiore al bene come al male.

« E il senso dell'impostazione machiavelliana non è dunque nella semplice e indiscriminata ammissione che la politica sia male e nient'altro che male, com­piuta espressione demoniaca della natura umana corrotta senza rimedio dal peccato originale, ma nell'affermazione che, sul piano specifico, la distinzione del bene e del male, dell'onesto e dell'utile, deve essere intesa come un'opportunità, non come un valore assoluto: come un'opportunità, da seguire o da respingere, a seconda che « girino » i tempi e spirino i venti della fortuna » (16)

Pioniere in regioni inesplorate, Machiavelli ha riscoperto e tracciato non solo l'autonomia della politica, ma un nuovo sentiero per la morale.

In questa prospettiva dove l'intelligenza dell'uomo viene posta al centro di un universo dominato dalla lotta come principio naturale, è persino ovvio che Machiavelli faccia appello, per la costruzione di una società il più possibile ordi nata e civile, all'energia creativa dell'uomo faustiano, alla « virtù » romana nei suoi aspetti decisivi: la sapienza della ragione, che si organizza in legge dopo avere considerato con lucidità e freddezza il reale, quale è dato all'uomo di afferrare attraverso i suoi sensi; la forza dell'agire, che cambia il mondo nella coerenza dei suoi presupposti, rifiutando ogni Hinter-Welt Lretro-mondo] qualunque esso sia.

« Senonché un compito così rivoluzionario non poteva non suscitare violente reazioni e lo shock prodotto dalle nuove teorie non poteva, a sua volta, non produrre controreazioni altrettanto forti e sofferte: si pensi soltanto all'immagine, così polemica dopo Pascal, del mondo “abbandonato da Dio”, dell'uomo “gettato” nella sua solitudine angosciosa e disperata. Sentimenti profondi, certamente, che spesso si tradussero però in appelli minacciosi, in nome della vecchia fede e della vecchia religione, contro l'inumanità dei nuovi principi scientifici, etici e naturalistici » (17)

E solo a fine Ottocento si potrà misurare in tutta la sua interezza la degenerazione portata allo spirito europeo da secoli di umanitarismo cristiano, stori cizzato e laicizzato nella forma di quel vago e tiepido pietismo — il nichilismo in tutte le sue forme — che costituisce la base più vera dell'ideologia democratica ed atlantica (18)

Nonostante la battuta di arresto subita ad opera di Napoleone (19), tale ideologia è ancora alla base del pericolo mondiale di fine Ottocento, quando sembrano avere compimento le pessimistiche profezie di Heinrich Heine: « un dominio mondiale russo-greco-ortodosso che, dal Bosforo, tenderà le sue brac­cia sull'Europa, l'Asia, l'Africa. E il più terrificante è che in questo sogno è in agguato una possibilità che ci impietrisce col suo ghigno, come la testa di Medusa! Le parole di Napoleone a Sant'Elena, che nel prossimo futuro il mondo sarebbe diventato una repubblica americana o una monarchia universale russa sono un'assai scoraggiante profezia. Quale prospettiva! Morire, nel caso migliore, da repubblicano, e di noia monotona! Poveri i nostri nipoti! » (20).

Quali rimedi trovare alla decadenza dei valori europei? Quali nazioni possono ancora essere in grado di risollevare e di rilanciare il destino del Vecchio Continente?

Teatro di un tentativo, assurdamente improvviso, volto a mescolare radicalmente le classi e le razze, l'Europa « è, per questa ragione, scettica a ogni livello, alto o basso che sia » (21). Ma tale malattia della volontà non è diffusa sul continente in modo uniforme, manifestandosi soprattutto nelle democrazie atlantiche, Francia e più ancora Inghilterra.

Il piccolo spirito inglese è in effetti il grande pericolo per la vita e per la sopravvivenza stessa dello spirito europeo, quale ha operato per millenni, in forme storiche diverse presso le diverse genti, lascito della grande nazione in­doeuropea (22)

È compito quindi delle Nazioni di Mezzo, della Germania in primo luogo, ancora dotata di forza di volere, e poi anche dell'Italia, pur ancora « troppo giovane per sapere già quel che vuole, e che deve prima dimostrare se sa volere » (23), fare barriera contro la marea slava montante e pareggiare poi i conti con gli avversari a occidente, al fine di offrire all'Europa tutta un'ultima possibilità di riscatto.

* * *

L'inizio del risveglio intellettuale del mondo slavo (24), con l'esaltazione orgogliosa delle sue proprie caratteristiche che vengono poste in netto contrasto con lo spirito « occidentale» dell'Europa, si può fare risalire agli anni intorno al 1830, quando negli ambienti studenteschi, e nei salotti letterari della Russia si accendono discussioni vivaci e controversie filosofiche.

Tramontata l'influenza dell'illuminismo francese e del volterrianesimo spicciolo, quelle che ora interessano sono le speculazioni dei grandi idealisti tedeschi, Hegel e Schelling in primo luogo, che vengono accolte in maniera attiva e rielaborate, sotto la forma di filosofia della storia e di critica del concetto di Stato, in un modello di pensiero congeniale al carattere slavo.

Dalle fervide discussioni di quegli anni si enucleano presto due temi centrali: la Russia, dotata di un carattere spirituale tutto particolare, dovrà seguire una sua propria strada storica e uno sviluppo diverso da quello dell'Occidente europeo, l'evoluzione successiva a Pietro il Grande non costituendo altro che una perversione della storia e dell'anima russa; gli altri popoli slavi mantengono con i Russi un'affinità spirituale in nome di una comune eredità biologica, per cui — anche se tra opinioni contrastanti — si riconosce per tutto il mondo slavo un destino comune (25).

L'inizio dell'occidentalizzazione della società russa si può datare infatti dai primi anni del Settecento, quando alla stretta compenetrazione tra potere reli­gioso e potere politico — tipico di ogni struttura orientale — viene ad opporsi l'azione risoluta di Pietro il Grande.

La definitiva, e spesso brutale, sottomissione della chiesa ortodossa allo stato, l'ipertrofia governativa, la creazione di un ceto burocratico privilegiato, il centralismo e il desiderio di mutare radicalmente usi e costumi, insieme alla propensione — spesso impudente — della nobiltà per le idee volterriane, per l'illuminismo e per la massoneria, costituiscono tutti offese all'anima e ai valori delle genti russe.

L'immensità della terra russa, con l'assenza di confini visibili, si è riflessa sulla struttura dell'anima degli slavi orientali: la stessa assenza di limiti e di forme, la stessa vastità indifferente, la stessa spinta verso l'infinito e l'annulla mento di sé. L'« Occidente » appare al contrario angusto, tutto vi è delimitato, compiutamente e organicamente formato, ripartito secondo precise categorie di pensiero; ogni cosa è in realtà propizia per la formazione e per lo sviluppo di una civiltà elevata, lo strutturarsi del territorio al pari di quello dell'anima (26).

La psiche russa, emblematicamente rappresentata da Gonéarov nel 1859 con la figura di Ilja Ilic Oblomov, rende invece l'idea di un individuo sostanzialmente indifferenziato dalla natura e dalla madre terra. Fondamentale, e talora apprezzabile segno di profondità di sentimento, è l'adesione al lento fluire delle stagioni e al pigro ritmo degli eventi che si stemperano e si perdono in una terra immensa e in una informe società primitiva ove sono abolite le gerarchie e le vive complessità dell'Europa (27)

Ma tale aspetto non riesce ad assumere mai la nostalgia attiva e controlla­ta di annullamento pànico come in Hòlderlin, in Eichendorff, in Hamsun o in D'Annunzio, costituendo piuttosto, per il giudizio « occidentale »/europeo, un freno potente all'acquisizione della essenza umana più vera. Il porsi « con delicatezza » davanti alla vita rigettando l'operare attivo e talora frenetico dell'amico Andrej Stolz (28) conduce spesso, o sempre, all'ozio e all'apatia, alla rassegnazione, all'inerzia e alla passività nella vita individuale e nella storia dei popoli, salvo ad esplodere di tanto in tanto in irose convulse rivolte prive di direzione e di senso, come è stato in Stenka Razin e in Emeljan Pugacev, come sarà nei populisti russi del tardo Ottocento ed in Nestor Machnò (29).

La formazione religiosa dell'anima russa, con l'introduzione nelle popolazioni slave di quella particolare forma di cristianesimo ieratico che è l'ortodossia bizantina, unita alle vicissitudini di una tormentata storia plurisecolare ha poi generato altre salde qualità caratteriali: « il dogmatismo, l'ascetismo, la capacità di sopportare sofferenze e sacrifici in nome della propria fede, qualun­que essa sia, il richiamo al trascendente, che si esprime ora nell'aspirazione all'eterno e all'aldilà, ora nell'aspirazione a un avvenire migliore in questo mondo. L'energia religiosa dell'anima russa può applicarsi infatti anche a fini che non sono già più religiosi, quali ad esempio le prospettive sociali. In virtù della tempra dogmaticoreligiO5a della loro anima i russi sono immancabilmente ortodossi o eretici, scismatici; o apocalittici o nichilisti » (30).

Ed ecco il verbo finale e più genuino dell'anima slava: il nichilismo, la corrente più attiva e più viva dello spirito russo alla metà del secolo.

Negativa fotografica dell'apocalittica visione russa, esso rappresenta la rivolta contro « l'ingiustizia della storia » e contro « la menzogna della civiltà », e insieme esprime l'esigenza che la storia giunga al termine del suo corso e cominci in suo luogo una vita completamente nuova, extra-Storica o sopra-storica.

« Il nichilismo esprime l'esigenza del denudamento, dell'autospoliazione di tutti i paludamenti culturali; è l'annientamento di tutte le tradizioni storiche in nome dell'emancipazione dell'uomo naturale, al quale non dovranno più essere imposte catene di sorta. L'ascetismo intellettuale del nichilismo trova la sua espressione più completa nel materialismo, mentre ogni altra filosofia più el­borata è considerata perversione » (31).

L'opposizione tra i valori slavi e quelli chiamati « occidentali » (e che nella maggior parte dei casi si dovrebbero più propriamente chiamare europei) trova la puntualizzazione più chiara e più radicale nel 1871 con il libro di Nikolaj Danilevskij, « La Russia e l'Europa », opera che, diffusa in occidente più che in Russia, rappresenta per l'Europa l'occasione di una piena presa di coscienza dei presupposti storici del concreto pericolo rappresentato dall'espansionismo slavo.

Già nel 1854, d'altra parte, perfino Alexandr Herzen, rivoluzionario socialista esiliato dallo zar, ha precorso la tesi che viene ora compiutamente sviluppata da Danilevskij. Avendo dato inizio alla guerra di Crimea, Nicola l realizza infatti « i fini nascosti della storia »: « E suonata l'ora del mondo slavo. Il taborita, l'uomo della comune agraria, raddrizza le spalle. Forse lo ha svegliato il socialismo? Dove pianterà il suo stendardo? Verso quale centro graviterà? Né Vienna, città tedesco-rococò, né Pietroburgo, città tedesco-moderna, né Varsavia, città cattolica, né Mosca, città esclusivamente russa, possono pretendere al ruolo di capitale degli Slavi uniti. Questa capitale può essere solo Costantinopoli, Roma della Chiesa orientale, centro principale del mondo slavo-greco, città circondata da una popolazione ellenico-slava. l popoli romano-germanici sono la continuazione dell'impero di Occidente, forse il mondo slavo diverrà la continuazione dell'impero d'Oriente? Non so, ma Costantinopoli ucciderà Pietroburgo » (32)

La tesi di Danilevskij porta alle estreme conseguenze l'antitesi Russia-Europa: la Russia si sostituirà all'Europa nella storia mondiale. E non nel senso di una sintesi delle due culture, né di una nuova potenza culturale sovrana accanto ad un decaduto Occidente, ma proprio costringendo la cultura europea ad in dietreggiare e ad estinguersi. Gli interessi europei devono essere considerati estranei alla Russia, tutte le conquiste dell'Europa — l'equilibrio delle forze, l'autonomia del politico, il progresso scientifico e tecnico, il rispetto delle gerarchie politiche e intellettuali, il diritto romano di proprietà (33), la libertà dell'individuo — devono essere respinte, insieme al frazionamento razionalistico dello spirito, criticato peraltro già del Romanticismo e contro il quale si sarebbe scagliato Nietzsche con ben altra profondità e legittimità di pensiero.

Visione pre-spengleriana e quasi vichiana, il concetto di slavismo quale for za emergente decisiva deve comportare in ogni caso per Danilevskij un'ortodos­sia religiosa di tipo greco, solenne, mistica ed onnipervadente, e l'idealizzazione del popolo quale comunità rurale (obèina e mir), forma di organizzazione sociale giudicata ben più alta e morale di quella statuale, con la creazione finale di un nuovo tipo storico-culturale, di una nuova dimensione storica, incommensurabile ai dieci « tipi di civiltà », fino ad allora svoltisi nel corso della storia umana, ognuno dotato di suoi propri specifici principi costitutivi.

L'obbiettivo politico presentato nell'opera è un'ampia federazione che comprenda tutti i popoli slavi (ad eccezione dei polacchi, — il « Giuda della Slavia », la Polonia « gesuitico-nobiliare » — di cui è previsto l'annientamento in quanto cattolici e troppo imbevuti di « Occidente ») da secoli dispersi e frammischiati ad altre etnie, e l'erezione a capitale di una futura Federazione Panslava di una Costantinopoli sottratta al dominio ottomano e che avrebbe assunto la nuova denominazione di « Zarigrad », la città degli zar.

Similari e pressoché contemporanee visioni messianiche si possono riscontrare anche in Dostoevskij, che rivendica alla sofferenza russa, al fine di fondare il regno di Dio e della verità totale, il compito di rigenerare i popoli occidentali corrotti del materialismo, dal capitalismo — giudicato quanto di più anticristiano possa esservi —‘ dall'ingiustizia e dalla menzogna del loro spirito faustiano.

« Lo scopo di tutto il moto popolare, in ogni popolo e in ogni periodo della sua esistenza, è unicamente la ricerca di Dio, del suo Dio, del suo proprio Dio, e la fede in lui come nell'unico vero Dio è la personalità sintetica di tutto un popolo, dalla sua origine fino alla sua fine. Non è ancora mai accaduto che tutti i popoli o molti di essi avessero in comune lo stesso Dio, ma ciascuno ha sempre avuto il proprio. E un segno di decadenza dei popoli quando gli dei cominciano a essere comuni ».

Il rimedio per evitare che anche il popolo russo affoghi nel sincretismo informe dell'« Occidente » e nell'« ateismo » francese (che è però significativamente giudicato « pur sempre più sano del cattolicismo romano ») non può essere che la ripulsa totale di tutto ciò che viene dall'Europa, insieme alla presa di coscienza, da parte del popolo russo — « teoforo » per eccellenza — e dei suoi governanti, della necessità salvifica della missione loro affidata da Dio:

« Se un gran popolo non ha fede che la verità stia in lui solo (proprio in lui solo ed esclusivamente in lui), se non ha fede di essere il solo capace e chiamato a risuscitare e salvare tutti con la propria verità, si trasforma immediatamente in materiale etnografico, e non è più un gran popoìo. Un popolo veramente grande non può mai accontentarsi di una parte di second'ordine nell'umanità, e nemmeno di una parte di prim'ordine, ma unicamente ed esclusivamente della prima parte. Quello che perde questa fede non è più un popolo. Ma la verità èuna sola, e, di conseguenza non è che uno solo tra i popoli che può possedere il vero Dio, anche se gli altri popoli hanno i loro dèi particolari e grandi. L'unico popolo “portatore di Dio” è il popoìo russo » (34).

E così egli può scrivere con tutta tranquillità che « essere un vero russo significa tendere alla soluzione definitiva delle contraddizioni europee; dare uno sbocco all'angoscia europea nell'anima russa, che abbraccia tutta l'umanità e tutto unisce; inserirvi, circondandoli di amore fraterno, tutti i nostri fratelli, e alla fine, forse, pronunciare l'ultima parola della grande, universale armonia, dell'accordo fraterno di tutte le razze secondo la legge del Vangelo di Cristo! ».

Pur acerrimo nemico del nichilismo comunisteggiante e del socialismo populista tratteggiato ne l demoni, Dostoevskij, non vuole rinunciare neppure alla fine della sua attività intellettuale al termine « socialismo », definendo « socialismo russo » gli ideali che attribuisce al popoìo russo, e cioè gli ideali di una Chiesa terrena e di un'universale fratellanza, poiché « il popolo russo è un fenomeno eccezionale nella storia di tutta l'umanità », in quanto comprende istintivamente tutto ciò che è umano e in quanto gli è estraneo qualsiasi « esclusivismo » egoista, caratteristico delle nazioni occidentali (35).

È infine doveroso sottolineare la posizione finale della filosofia di Dostoev skij, lucidissimo critico della degenerazione occidentale, ma che non sa opporre allo sfacelo della civiltà che la visione orientale del suo cristianesimo, la quale non può costituire altro che la faccia riflessa di quell'Occidente cristianizzato e degenerato, restando in ogni caso al di qua non soltanto delle soluzioni antinichilistiche di Nietzsche e di Machiavelli, ma anche di quelle offerte da tutta la civiltà romana.

L'essenza della dignità dell'uomo romano non si trova certo nella morbosità tutta slava di Raskolnikov, di Stavrogin, o di Alèsa e di Ivan Karamazov (come non si trova in Tolstoj — nell'attivismo massonico di Pierre Bezuchov, né nel principio della non resistenza al male di Platon Karataev, e neppure nell'ansia di « redenzione » di Nechljudov) bensì nel dominio caratteriale degli istinti e delle passioni, mezzo per conciliare nella pratica di ogni giorno il libero arbitrio di ognuno con l'ordine del mondo riconosciuto necessariamente superiore all'uomo, ma non altro dall'uomo, dotato s'i dileggi sue proprie ma che lo studio della natura e dell'uomo rivela, non certo un dio lontano e inaccessibile.

L'uomo romano non esiste se non nella misura delle sue responsabilità con la sua gente e col mondo, vale a dire nella misura del coraggio con cui sa vedere ed affrontare la verità portandovi consapevolmente il proprio contributo di cittadino.

Opera di uomini in piedi, coscienti e disposti nelle loro élites a guardare la verità ad occhi aperti, di uomini che non sono agiti ma che agiscono, la civiltà romana viene a trovarsi, con la sua chiara visione antropocentrica, nel contrasto più netto col teocentrismo slavo. E sia perché slavo, sia perché naturaliter cristiano in quanto slavo, Dostoevskij, pur lucido diagnostico del nichilismo, non riuscirà mai ad opporgli un'efficace proposta terapeutica, non riuscirà mai cioè a raggiungere la fermezza di porre e di riconoscere valori in mezzo alle rovine, bensì avrà sempre la necessità di riceverli dal Dio cristiano, ripiombando così alle radici di quel nichilismo creduto sconfitto.

La decisione di vivere nella verità affrontando il reale e l'ignoto, compren de in sé ogni sforzo di realizzazione autentica dell'umanità. Se in linea assoluta esiste un criterio sovratemporale per valutare le azioni dell'uomo nella storia, che sia comune a tutte le culture del mondo, è proprio il criterio del rispetto del coraggio e del senso di verità.

Ma all'eracliteo « Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare ciò che non ti aspettavi » e alla nozione di verità come riflesso di un ordine ontologico, Dostoevskij, non sa opporre alla fine — alla resa dei conti — che la « storicità » della rivelazione cristiana: « Se mi si dimostrasse che Cristo è fuori della verità ed effettivamente risultasse che la verità è fuori di Cristo, io preferirei restare con Cristo anziché con la verità ».

Espressione la più tipica del messianismo e dell'idealismo escatologico, Dostoevskij non riesce in realtà ad uscire dal cerchio delle contraddizioni più profonde e pericolose dell'anima slava. Come è stato rilevato: « Nessun fideismo irrazionalistico, qui; semmai, come del resto attestano le citazioni bibliche che Dostoevskij dissemina nella sua opera, la cifra di una concezione della verità come apocalitticamente orientata. Cosa significa, infatti, il « restare con Cristo » anche contro la verità, se non che la verità deve essere pensata al futuro, meglio dal suo al di là, cioè dal punto di vista del suo compimento, che può ben smentire il qui e ora, e dare senso al non senso? » (36).

Tali enunciati teorici, espressi in saggi o in opere letterarie tra le più profonde della narrativa universale, non restano comunque solo nel limbo delle proposizioni mitico-filosofiche, ma vedono presto attuazione concreta — ad opera delle classi dirigenti russe — nel rafforzamento di un sentimento panslavistico in funzione russofila e di conseguenza antiottomana e antiasburgica.

Essenzialmente strumento della politica zarista, il panslavismo non riuscirà mai tuttavia a divenire una forza creativa del mondo slavo. Più forti del sentimento dell'appartenenza ad una etnia comune, i fattori religiosi, storici e cultu rali, nonostante l'affinità linguistica, separano nettamente tra di loro le varie popolazioni slave ed anzi spesso svegliano in loro il senso del proprio isolamento nell'ambito dello stesso mondo slavo.

Con la crescente differenziazione della personalità nazionale e culturale dei singoli popoli crescono anche i loro contrasti. Le ostilità intestine sono sovente nel corso dell'Ottocento, e più lo saranno nel corso del nostro secolo, più forti di quelle fra slavi e non slavi. Le varie stirpi slave non saranno disposte a sacrificare la loro nazionalità né ad un generico slavismo, né più concretamente ad un altro popolo slavo; la comunità di lingua e destino, più forte fra gli slavi che fra i popoli germanici e neolatini, passerà, alla prova dei fatti, in seconda linea di fronte ai contrasti culturali, religiosi, di struttura sociale e storici.

L'azione russa decisiva ha comunque inizio nel 1877 con la dichiarazione di guerra alla Turchia, logica conseguenza dell'appoggio accordato dallo zar alle popolazioni bosniache e bulgare sollevatesi contro la Sublime Porta.

Già l'anno prima Mikhail Katkov, il più influente giornalista dell'epoca, ha affermato che nella nuova prospettiva storica la Russia non segue più la sua volontà, ma la volontà di Dio. E il giorno della dichiarazione di guerra innalza ardenti espressioni all'indirizzo dello zar: « Noi assistiamo all'inizio del Sublime. Ringraziamo Dio che ha concesso alla nostra generazione di vedere questò giorno da cui s'inizia, ne siamo profondamente convinti, una nuova epoca della storia dell'umanità. Vani furono tutti i tentativi per arrestare o deviare la marcia degli avvenimenti; vani saranno tutti i tentativi per far deviare o per disperdere la corrente possente diretta da Dio » (37).

Persa Plevna e occupato dai russi il conteso passo ipka, la Turchia è costretta l'anno seguente alla pace di Santo Stefano. Ma la crescente influenza russa sugli Stretti inizia a preoccupare tanto l'Austria che l'Inghilterra. Lo zar viene perciò persuaso a veder esaminate e discusse dalle Grandi Potenze europee le sue pretese.

Quattro mesi dopo, le concessioni turche in favore della Russia vengono ridotte, al Congresso di Berlino, alla cessione della Bessarabia rumena e delle zone armene di Kars e di Ardahan, già occupate nella guerra di Crimea. Insie me alla Romania, divengono indipendenti la Serbia e il Montenegro, mentre alla Bulgaria viene riconosciuta, all'interno dell'Impero ottomano, un'ampia autonomia che sfocerà nella piena indipendenza l'anno seguente.

Immediato sorge il problema delle popolazioni sudslave liberate: il pericolo della coagulazione di territori diversi intorno ad un nucleo serbo è avvertito da ognuno degli stati partecipanti. L'Inghilterra, che si installa a Cipro, persiste nella sua politica antirussa rifiutando l'assenso alla formazione di un consistente stato slavo del sud che possa giungere all'Adriatico. Modalità per evitare tale evenienza è ritenuto essere l'affidamento pro-tempore all'amministrazione austriaca delle province di Bosnia ed Erzegovina — che pure rimangono sotto nominale sovranità ottomana (38)

Per bocca dei due suoi più insigni esponenti, il ministro degli esteri Sali sbury e il primo ministro Disraeli, l'Inghilterra dichiara: « La posizione geografica delle due province ha una grande importanza politica. Se gran parte di esse dovesse cadere nelle mani dei principati vicini, si verrebbe a formare una catena di stati degli slavi del sud che attraverserebbe quasi tutti i Balcani e la cui forza militare costituirebbe una minaccia per i territori posti a sud di essa. Una tale situazione senza dubbio sarebbe una minaccia senza pari all'indipendenza della Turchia. È molto probabile che si delineerebbe un pericolo di tal genere se la Turchia fosse lasciata a difendere da sola queste due distanti province » e « Se il Congresso lasciasse le due province nella stessa situazione nella quale sono attualmente, si assisterebbe all'insorgere del dominio della razza slava, una razza he è ben poco disposta a rendere giustizia agli altri. Bisognerebbe riflettere che la proposta avanzata da lord Salisbury non è stata fatta nell'interesse dell'inghilterra, ma solo allo scopo di salvaguardare la pace di tutta l'Europa » (39).

La pace viene così mantenuta, ma da parte russa gravida di rancore nei confronti dell'Austria-Ungheria. Da questi contrasti prende spunto il nuovo orientamento tedesco verso l'Austria, con la proposta di una alleanza difensiva in funzione antirussa. Nasce così, dimenticata Sadowa, un nuovo asse politico che nel complesso gioco delle forze europee assumerà un carattere di sempre maggiore stabilità.

Inconsciamente quasi, naturalmente, ha inizio con il trattato austro-tede sco dell'ottobre 1879, di fronte ai nuovi immensi problemi che porta la storia su tutto lo scacchiere mondiale, la ricostituzione dell'unità dell'Europa di Mezzo (40)  

Il ruolo della Serbia

A sud intanto la Serbia, russofila fino al trattato di Santo Stefano ed ora frustrata e disillusa per il mancato appoggio zarista alle sue pretese territoriali (ne viene proclamata sì l'indipendenza quale principato sovrano, ma le vengono negati sia lo sbocco sull'Adriatico che confini comuni col Montenegro, mentre ogni sua mira sulla Bosnia sembra definitivamente svanire), si viene accostando politicamente ed economicamente alla Duplice Monarchia.

Irrequieto e psichicamente instabile, il suo principe Milan Obrenovié, salito al potere nel 1868 dopo l'assassinio del cugino Mihajlo compiuto su istigazione della casa rivale dei Karadjordjevié (41) si proclama re nel 1882, forte dell'appoggio dell'Austria-Ungheria, con la quale ha concluso accordi commerciali e segreti patti di politica internazionale, e dà inizio ad un attivo espansionismo verso i territori macedoni, tuttora sotto amministrazione ottomana, verso i quali si indirizzano pure le mire del giovane stato bulgaro, anch'esso da poco uscito dal Congresso di Berlino.

Approfittando delle difficoltà interne in cui si trova lo stato rivale, Milan dà inizio così nel 1885 ad una guerra di aggressione contro la Bulgaria, quale conseguenza dell'annessione da essa compiuta della Rumelia orientale, pochi mesi prima insorta contro il dominio turco appunto per unirsi ai confratelli bulgari. Clamorosamente sconfitta in poche settimane, la Serbia viene salvata dall'intervento protettore dell'Austria che, forte dell'influenza che le è possibile esercitare sul sovrano bulgaro, l'ex principe tedesco Alessandro di Battenberg, riesce a limitare le pretese del vincitore a puri compensi finanziari.

Nonostante il modico prezzo pagato, la sconfitta riesce però oltremodo bruciante per il popolo serbo, per cui l'opposizione alla politica austrofila degli Obrenovié, ad arte coltivata e foraggiata dal servizio segreto zarista, l'onnipresente Okhrana, si fa col tempo più violenta in tutte le classi sociali, nel partito radicale di Nicola Paié, nel clero ortodosso, negli intellettuali, perfino nell'esercito, che dimentica il nemico esterno per divenire il covo e il centro propulsore di numerosi complotti contro la monarchia.

Nel 1901 prende così l'avvio l'ultima definitiva congiura per eliminare il nuovo sovrano, Alessandro figlio di Milan, congiura ordita da un gruppo di giovani ufficiali tra i quali si pone in prepotente evidenza il venticinquenne tenente Dragutin Dimitrijevié, soprannominato Apis (dal nome del dio egizio adorato sotto forma di toro) in virtù della sua straordinaria forza fisica.

Due anni dopo viene infatti tolta di mezzo, brutalmente, l'intera dinastia degli Obrenovié, mentre salgono al potere gli eterni rivali Karadjordjevié, il cui capo Pietro, già combattente nelle file francesi nella guerra franco-prussiana e decorato della legion d'onore, rientrato dall'esilio svizzero, si propone tosto di mutare la politica estera in senso russofilo e antiasburgico.

Particolarmente efferato è l'assassinio di Alessandro e della moglie Draga. Nella notte dell'11 giugno 1903, dopo avere circondato il palazzo reale con reparti militari, i cospiratori, favoriti dal tenente Pietro Zivkovié (42), fanno saltare le porte, frugano dovunque per oltre due ore sparando all'impazzata, abbattono decine di dignitari e di servitori. Scoperti e snidati dal loro rifugio, i sovrani vengono tosto uccisi insieme al primo ministro, al ministro della guerra e ai fratelli della regina, possibili pretendenti al trono, mentre numerosi ufficiali rimasti fedeli vengono passati per le armi.

Il corpo della sovrana, « violentata ripetutamente da viva e da morta ancor calda » (43) viene straziato da decine di sciabolate e scaraventato dalla finestra.

Nonostante l'orrore per la strage provato, o finto, dall'Europa intera (ad eccezione della Russia che pubblicamente rifiuta di unirsi alla generale esecrazione), la Serbia riceve subito assistenza da parte del governo zarista e generose sovvenzioni e cospicui prestiti dalla Francia, che permettono, oltre allo sviluppo di strutture industriali, di strade, di ferrovie e di infrastrutture commerciali, l'acquisto di armamenti e la riorganizzazione dell'esercito, attuato anche mediante il discreto invio di missioni militari francesi (44).

Dall'eccidio sono intanto emersi due gruppi di potere che egemonizzano la politica serba, ognuno cercando l'appoggio attivo del nuovo sovrano: l'uno, militare, include i regicidi Dimitrijevié e Tankosié, mentre Zivkovié ne tira discretamente le fila da dietro le quinte; l'altro, politico, fa capo a Paié, ex anarchico bakuniniano convertito al messianismo panslavo, massone e capo del governo.

Nell'ottobre 1908 l'annessione, de iure e de facto, compiuta dall'Austria-Ungheria, del territorio della Bosnia-Erzegovina concessole in amministrazione dal Congresso di Berlino, costituisce il catalizzatore che fa rapidamente precipitare la complessa situazione balcanica, oltre che rappresentare un vero e proprio, aperto e brutale schiaffo per la Serbia, che si viene a trovare oltretutto priva dell'appoggio di ogni Potenza europea, Russia compresa (45).

L'impero zarista, indebolito dalla recente sconfitta nella guerra contro il Giappone, si è infatti tacitamente accordato con l'Austria: in cambio del riconoscimento dell'annessione ha chiesto l'appoggio austriaco alle sue aspirazioni alla revisione dei trattati che regolano la navigazione negli Stretti. Ma per un complesso insieme di avvenimenti, la Duplice Monarchia si trova poi in difficoltà a mantenere quanto promesso dal ministro degli esteri Aehrenthal al collega russo Izvolskij, spiazzando così ad abbandonando la Russia in una difficile impasse internazionale.

E infatti, malgrado la bruciante umiliazione subita, « la Russia non può, né vuole fare una guerra per la Bosnia nell'attuale momento », come telegrafa a Belgrado Paié, recatosi a Pietroburgo per sollecitare una vigorosa risposta all'annessione.

Squassata dai problemi interni cui si è in precedenza fatto cenno, con l'esercito in fase di riorganizzazione dopo la sconfitta subita in Estremo Oriente, la Russia mette perciò sul conto delle vendette da compiere anche lo smacco subito nell'episodio bosniaco (46).

Acquistati a caro prezzo, i monti selvaggi e le profonde vallate della Bosma suscitano inoltre sfiducia e diffidenza antiasburgica nelle potenze occidentali, in particolare nell'Inghilterra, la quale ha contato fino ad allora sull'aiuto dell'Austria, per rallentare la decadenza dell'impero ottomano, se pure non per conservarne l'integrità.

In Serbia intanto il governo e le varie associazioni nazionaliste, sia ufficiali che clandestine, vedendo arrestato il potente alleato e fratello in un'imbarazzante isolamento diplomatico cercano altre e più subdole vie per contrastare l'Asburgo e per dare un orientamento ed un'unità operativa alle popolazioni sud-slave, anche perché all'interno della Duplice Monarchia croati, sloveni e serbi bosniaci, pur talora sensibili al richiamo all'unità delle stirpi sud-slave, restano complessivamente fedeli all'imperatore.

Soprattutto i croati, il popolo più numeroso e compatto, vogliono mante nere la loro individualità, profondamente diversi e più civili come si ritengono, e sono, delle più meridionali e selvatiche stirpi serbe.

Diversi per storia, per religione, per civiltà, per struttura sociale, i croati hanno da sempre costituito il ceppo etnico più fedele dell'impero, fornendogli generali e capi militari di valore, soldati incrollabili e decisi nelle rivolte liberali e nazionali che hanno squassato la Monarchia nel secolo precedente.

Al panserbismo mascherato da jugo-slavismo, contrappongono anche ora un nazionalismo croato orgoglioso della sua specificità e delle sue tradizioni. Così Ante Staréevié, che già si è schierato contro il Compromesso del 1867 che ha concesso ai magiari una netta predominanza sulla metà meridionale dell'impero, rifiuta decisamente di riconoscere i serbi come gruppo nazionale affine, ed è profondamente ostile ad ogni unione con loro e con gli altri slavi del sud. Organizzando il Partito croato di destra, cui aderiscono numerosi i contadini e personalità di ogni estrazione sociale, sostiene al contrario la causa della fusione di Croazia, Dalmazia, Bosnia ed Erzegovina in uno stato a predominanza croata e ad amministrazione autonoma sotto la dinastia degli Asburgo, a similitudine di quanto fatto nel 1867 per l'Ungheria, cui la Croazia-Slavonia deve tuttora soggiacere (47).

Le nuove modalità dell'azione serba si rivelano subito micidiali per uno stato composito come l'impero austroungarico, che reagisce peraltro con crescenti proteste a livello diplomatico, con l'intensificazione delle azioni di polizia investigativa e con la repressione giudiziaria.

La Narodna Odbrana (Difesa Nazionale), fondata nello stesso 1908 da un gruppo di alti funzionari governativi capeggiati dal governatore Stepo Stefanovié e da capi militari facenti parte dello Stato Maggiore (Ufficio Il) al fine di apprestare reparti di volontari per azioni di guerriglia antiasburgica viene uffi cialmente trasformata nel 1909, causa pressioni austriache, in organizzazione culturale, pur continuando tuttavia a sfornare agenti terroristici ed attivi propa gandisti che si infiltrano numerosi nelle società culturali, letterarie e ginniche operanti sul territorio della Duplice Monarchia.

Sue finalità ufficialmente dichiarate sono, oltre alla fondazione di uno stato jugoslavo unitario a direzione serba, addirittura l'assorbimento della Bulgaria e dell'Albania in un saldo baluardo slavo-balcanico, e l'annessione dell'intero litorale dalmata, della Venezia Giulia e dell'Istria (48).

La parte più propriamente terroristica dell'azione panserba è invece di spettanza di un'altra organizzazione, la segreta Ujedinjenie ili Smrt (Unità o morte), meglio conosciuta come « Mano Nera » (Crna Ruka), nata nel 1911 sul ceppo di precedenti formazioni terroristiche, a capo della quale si pone l'attivis­simo Dimitrijevié, ora promosso al grado di colonnello ed assurto ad eminenza grigia del regime insieme al compagno e rivale Zivkovié. Ne fanno parte, quali soci fondatori, alti funzionari governativi e molti esponenti delle alte gerarchie militari, mentre il numero dei suoi affiliati ed agenti arriva a contare, secondo alcune fonti, anche quindici-ventimila individui, rigidamente inquadrati in sezioni « verticali » che offrono al sistema il maggior grado di segretezza possibile. Lo stesso re ed il capo del governo Paié, se pure non direttamente al corrente delle azioni che vengono decise, ne sono fortemente condizionati, e non possono non tenere conto, nella loro azione politica e diplomatica, di questo torbido ed occulto centro di potere, che fa uso con estrema naturalezza dell'omicidio quale mezzo di pressione e di persuasione.

In territorio serbo si accolgono come eroi gli « irredenti » fuggiti dall'Impero asburgico, le università e le scuole serbe iscrivono bosniaci e croati, gli uffici pubblici di Belgrado li impiegano a pieno titolo quasi possedessero cittadinanza serba.

Nel 1910 l'azione delle società segrete, sempre più numerose, si esplica infine non solo nel danneggiamento di caserme o di ferrovie, ma in uno stillicidio di attentati terroristici contro alti funzionari austroungarici in tutto il territorio della Bosnia, della Dalmazia, della Croazia. Fa da cemento a tali organizzazioni, estremamente frazionate e settarie come è nella natura di ogni associazione clandestina, la leggenda di Kosovo, con l'incitamento al tirannicidio e al compimento di azioni terroristiche, mito unificante degli slavi del sud e poderosa ideologia rivoluzionaria contro il dominio straniero. A chiare lettere, e sorvolando sul fatto che l'estrema maggioranza di croati e bosniaci rifiuta coi serbi un destino comune, può così pubblicamente incitare alla guerra il giornale di Dimitrijevié: « La guerra fra la Serbia e l'Austria è inevitabile. Se la Serbia vuole vivere con onore, può farlo solo con la guerra. Questa guerra è decisa dagli obblighi che abbiamo verso le nostre tradizioni e il mondo della cultura […] . Questa guerra porterà con sè la libertà eterna per la Serbia, per gli slavi meridionali, per i popoli balcanici. La nostra razza deve fare fronte comune per porre fine all'aggressione di questi stranieri che vengono dal nord » (49).

Tutti gli elementi tipici della mentalità dei gruppi perseguitati, i tratti cospirativi, la capacità di sacrificio e di autoannullamento, l'esclusiva concentrazione delle volontà, uniti all'ambizione frustrata, alla violenza, al fanatismo, all'irrazionalismo e al misticismo slavi, diventano ora realtà in grado di accelerare e di indirizzare il corso della storia.

Il nazionalismo esasperato e la propaganda ideologica del panslavismo fanno infine da cemento a tutte queste caratteristiche, creando negli slavi del sud, e specie nei serbi, che si vedono dotati, tra tutti, di un potenziale nucleo statale aggregante, quella mentalità particolare per cui il complesso spionistico si fa quasi innato negli animi degli abitanti, ed ogni cittadino diviene una spia ed un terrorista in potenza.

Tanto più, inoltre, diviene necessaria l'azione terroristica, quanto più disposto a concessioni è l'avversario. Si prospetta infatti con Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico e «speranza di tutti coloro che ancora credevano che si potesse opporre al grande caos un'ordinata vita civile » (50), la soluzione definitiva della questione slava interna alla Duplice Monarchia, soluzione che avrebbe infranto per sempre ogni speranza della Serbia di fondare uno stato unitario sud-slavo.

Nonostante i suggerimenti dell'amico imperatore Guglielmo Il, che vede proprio nel mondo slavo il nemico mortale delle genti germaniche, Francesco Ferdinando pensa di spegnere i fermenti indipendentistici all'interno della Duplice Monarchia con la concessione di sostanziali nuove prerogative alle popolazioni slave soggette all'amministrazione ungherese.

Invano Guglielmo Il gli scrive nel febbraio 1909: « Mi ha molto interessato la considerazione dei pericoli per il futuro sviluppo della monarchia che voi prevedete possano sorgere dalle relazioni con l'Ungheria. E certo che i magiari, col loro sciovinismo e la loro vanità, non si lasciano guidare facilmente; come dite, queste loro qualità sono state maggiormente incoraggi ate da troppa arrendevolezza, sì che ora è difficile porre un limite alle concessioni […]. D'altra parte il mese scorso il pericolo slavo si è rivelato sorprendentemente in tutta la sua cecità e violenza. Secondo la vostra stessa descrizione le manovre di Belgrado e di Praga si basano su un deciso programma, incoraggiato da aiuti in denaro. Dietro di loro si cela Pietroburgo e in che misura vi siano impegnate Cracovia e Leopoli, non posso giudicarlo. Ora, per l'Austria, dei due pericoli, il maggiore mi pare che sia il pericolo panslavo, dato che esso ha influenza nel vostro stesso paese, con i cechi nemici dell'Austria e della sua casa imperiale, e può mettere a repentaglio l'esistenza della monarchia, poiché coinvolge i paesi slavi recentemente annessi e in tal modo sta divenendo un'altra grande potenza slava accanto alla santa Russia slava. Mi sembra probabile doversi attendere, in futuro, che questa inimicizia panslava aumenti, attizzata dalle altre grandi potenze; e per timore che ci sia concorrenza e divisione del potere totale panslavo tra voi e se stessa, la Russia sarà sempre in sospetto ».

A tale lettera Francesco Ferdinando ribatte tuttavia esprimendo la sua ferma convinzione che per ottenere la pace e la quiete interna insieme alla possibilità di fare una politica estera forte, si rende necessario l'abbattimento della preponderanza magiara nella Transleithania e l'umiliazione dei nobili ungheresi, « la più infame antidinastica, menzognera e malfidata genia »: « Vostra Maestà ha detto nella sua ultima gentile lettera di considerare il pericolo slavo il peggiore di tutti per il nostro paese. Mi permetto di non essere completamente d'accordo. Anch'io considero assai pericolosa questa pressione e questa continua spinta degli slavi, questa politica violenta di continue richieste, questi ricatti politici, queste difficoltà frapposte ad arte a tutte le attività dello stato, ecc. Ma dove è la radice del male? Chi è stato il maestro di tutto questo? Chi sono coloro che tutto ottengono a forza di rivoluzioni e di ricatti? Sono i magiari . […]. Gli slavi si comportano in questa maniera solo perché imitano il comportamento sfacciato dei magiari e li vedono ottenere tutto coi loro metodi di svergognati. Sono completamente convinto, e me ne renderei garante, che una volta che si riesca a farla finita con queste spudorate manovre dei magiari (cosa che non dovrebbe essere difficile, perché i magiari da unni e asiatici quali sono fanno gli smargiassi ma poi cedono di fronte ad un'azione energica) anche gli slavi la smettere bbero di andare all'attacco, e si sottometterebbero tranquillamente ai tedeschi che sono di tanto superiori per cultura » (51).

Va così prendendo corpo, pur tra incertezze e battute di arresto, il progetto trialista della formazione di uno stato autonomo slavo simile a quello invocato da Staréevié, legato alla casa d'Asburgo dall'unione delle corone, dotato di un proprio parlamento e di una propria amministrazione, col fine ultimo forse di creare, al posto di un impero sempre meno unitario, quelle « Nazioni Unite della Grande Austria », quel nuovo « Commonwealth » danubiano in cui l'imperatore deve regnare come simbolo supremo e unificante, evitando la frantumazione di tanta parte dell'Europa balcanica in nazioni mortalmente avverse, facile preda del colosso zarista, a formazione di quel baluardo sudorientale indispensabile anche per lo svolgimento della politica mondiale di Guglielmo II.

I magiari sono quindi visti dall'erede al trono asburgico come « un popolo come gli altri. Hanno gli stessi diritti, e gli spetta solo ciò che compete anche ai cechi, ai croati, ai polacchi, ai rumeni e agli sloveni, che in proporzione finora hanno avuto molti meno diritti. Sarà uno dei miei compiti principali risolvere secondo giustizia questi problemi, soprattutto quello slavo, e garantire a tutti i popoli della monarchia la possibilità di un sano sviluppo nel quadro dello stato plurinazionale » (52)

Ed è per sventare questo eccezionale pericolo che esplode e si fa più virulento, da parte serba, quel terrorismo che avrà come punto di arrivo il 28 giugno 1914.

Gli attentati sono affidati per lo più a serbi bosniaci fuoriusciti, ancora sudditi austroungarici. Si evita, di massima, secondo una tecnica che sarà più che collaudata in futuro dai terrorismi comunista ed angloamericano, di fare agire persone di nazionalità diversa da quella degli obbiettivi da colpire, così che gli attentati sembrino scaturire dal risentimento « legittimo » delle popolazioni soggette o scontente.

Raramente i terroristi hanno più di vent'anni (la pena capitale è da sempre esclusa dalle leggi austroungariche per i criminali minorenni); sempre essi si offrono spontaneamente quali strumenti della politica non ufficiale di Belgrado. Come è stato scritto acutamente: « Questo terrorismo non era una protesta contro la mite ed efficiente amministrazione imperiale e regia. Aveva fini più machiavellici. Ogni attentato provocava una repressione, talvolta eccessiva. Con l'impiego di un piccolo numero di terroristi risoluti era possibile tenere la popolazione slava in una condizione di permanente incertezza, paura, anche odio, non soltanto delle autorità locali bensì anche del sistema austriaco » (53).

Secondo le modalità dell'azione terroristica, che conoscerà trent'anni dopo la sua ufficiale consacrazione storica e la definitiva giustificazione « morale » quale modalità di fare politica e di forgiare la storia, le autorità austroungariche vengono deliberatamente aizzate a compiere atti di repressione, per cui ogni eventuale successiva collaborazione di bosniaci, di croati, e di slavi in genere, non possa che passare come tradimento agli occhi della maggioranza della popolazione.

Il primo attentato di rilievo (peraltro attuato dopo tre tentativi falliti, e dopo essersi lasciato sfuggire addirittura l'imperatore Francesco Giuseppe), è compiuto a Sarajevo il 15 giugno 1910 contro il governatore della Bosnia, Vareanin, dal diciottenne Bogdan Zerajié.

Dopo avere esploso cinque colpi di pistola da breve distanza ed avere fallito il bersaglio, il giovane si suicida sparandosi in bocca. Subito consacrato martire dalla stampa serba e dall'intellighentzia progressista internazionale (mentre da parte austriaca si cerca al contrario di non inasprire la situazione minimizzando l'accaduto), Zerajié diviene il protagonista trasfigurato di decine di ballate e di poemi epici. La sua memoria viene trasumanata, da fanatico e squìhbrato terrorista (ma tutto sommato coerente, visto che i suoi successivi compari si guarderanno bene dal suicidarsi, dopo il loro arresto, nonostante il giuramento in proposito richiesto loro dai capi delle organizzazioni segrete) assurge ad eroe nazionale, mentre decine di imitatori vengono arruolati nei mesi seguenti ed il terrorismo esplode indiscriminato a Zagabria, a Ragusa, a Zara, di nuovo a Sarajevo, richiamando repressioni e reazioni, trascinandosi endemico per quattro anni, risvegliando e tenendo desto nelle nazioni dell'Occidente l'interesse per la « piccola Serbia » e per la questione degli slavi del Sud (54).

E proprio a Sarajevo Gavrilo Princip riesce, in un 28 giugno sfolgorante di sole, dopo un'incredibile concatenazione di eventi, ad eliminare l'ultimo e più importante ostacolo alle mire panserbe.

Uno degli eventi in cui più chiaramente è dato all'uomo di svelare con un brivido l'importanza decisiva del caso, insieme all'impotenza umana e all'assoluta assenza di razionalità della storia (e tuttavia il suo necessario precipitare verso un fato obbligato da tragedia greca con l'affacciarsi e il ritrarsi alterno ed esasperante dell'Ultimo Destino sulla scena) è proprio l'attentato di Sarajevo, dove anarchico caso e ferrea necessità non si mostrano altro che come facce ambigue di un'unica trascendente realtà. « Gli storici detestano i “se”,/ e a me invece piacciono perché/ dischiudono davanti a noi fantastici l panorami. Di più, sono convinto / che si può ricavare dalla storia/ qualche lezione solo se guardiamo/ non ciò che fu il passato ma piuttosto / ciò che poteva essere. Ora dimmi:/ dov'è il bivio tra quello che è avvenuto / e quello che non è accaduto mai?/ Solo in un “se”. La scelta fatta al bivio/ determina il presente e l'avvenire, /e quasi sempre in peggio, amico mio/ poiché il “se” rappresenta il razionale/ mentre la storia celebra i trionfi/ e le tragedie dell'irrazionale./ Pensa di quanti “se” è lastricata/ la strada che condusse a Sarajevo / l'arciduca Francesco Ferdinando, / e pensa quante volte, ad ogni bivio, / venne fatta una scelta irrazionale. / Se l'arciduca avesse dato ascolto/ soltanto alla ragione, a quella voce/ che subito gli aveva suggerito l di non andare alle manovre in Bosnia/ di evitare i pericoli e i disagi IdeI viaggio in una terra mal sicura;/ se alla fine non l'avesse spinto l un poco il senso della disciplina / e in larga parte la condiscendenza / verso la moglie, a cui si offriva in Bosnia / una delle rarissime occasioni / di mostrarsi solennemente in pubblico / come consorte dell'erede al trono... ».

Per quanto concerne la dinamica dell'attentato, dei sette terroristi dislocati lungo il percorso del corteo arciducale percorso reso noto in precedenza a) Mehmedbasié e Cubrilovié non trovano la possibilità, o il coraggio, di agire; b) la bomba di Cabrinovié colpisce la capote abbassata della vettura e c) viene scaraventata via da Francesco Ferdinando, finendo tra le ruote dell'automobile seguente e ferendo sei persone, che vengono trasportate all'ospedale cittadino; d) il quarto attentatore, Ilié, che si trova in posizione favorevole per compiere l'attentato, non ha nella ressa né lo spazio né il tempo per estrarre di tasca la bomba di cui è fornito, e resta quindi inattivo; e) il quinto, Popovié, che pure si trova nelle condizioni di poter sparare, non lo fa perché è colpito da « un improvviso moto di pietà per l'arciduchessa »; f) Gli ultimi due, Princip e Grabez, udito lo scoppio e le grida, nella convinzione che il colpo sia andato a segno, abbandonano le loro posizioni; g) mentre Grabez si allontana, Princip decide di tornare sui suoi passi per uccidere Cabrinovié ritenuto infido, e che potrebbe rivelare le responsabilità della Serbia; h) vede sfrecciare l'automobile dell'arci­duca che si sta portando al municipio e, annichilito e depresso per avere abbandonato il posto assegnatogli, cerca conforto in una birreria; i) al municipio, dopo un breve discorso, Francesco Ferdinando decide tuttavia di portare a termine il programma prestabilito. Il governatore della Bosnia, investito a male parole per l'assenza di misure di sicurezza, si scusa affermando che la polizia ha ormai in pugno l'attentatore e suggerisce, invece di recarsi come da programma al museo locale, di fare visita ai feriti in ospedale; 1) l'arciduca, che desidera per parte sua visitare le vittime dell'esplosione, tra cui gli amici fraterni Boos-Waldeck e Merizzi, acconsente all'istante e parte, scortato, in automobile, pur avvertendo che si sta forse compiendo qualcosa che lo sovrasta: « Al momento di avviarsi l'arciduca l disse: “Ci spareranno addosso ancora. / Vedrete, buscheremo qualche colpo”./ Quante cose contiene questa frase./ C'è un senso d'impo­tenza e la nozione / della caducità, c'è la coscienza / della futilità di ogni sforzo, / dì ogni resistenza ad un destino / già segnato, c'è la capitolazione / dell'ego, c'è la resa, il fatalismo / e la rassegnazione. Qui potremmo / richiamarci al passato degli Asburgo... » (55). m) L'autista della vettura viene avvertito del cambiamento di programma solo dopo avere imboccato la strada diretta al museo. Si ferma, fa manovra, cerca di invertire la marcia proprio davanti alla birreria in cui si è rifugiato Princip. n) In quel momento il terrorista esce e si trova di fronte la vettura che si sta muovendo. In un attimo la raggiunge. Sale sul predellino. Scarica la Browning sull'arciduca e sulla moglie.

Non sono trascorse, dall'arrivo di Francesco Ferdinando a Sarajevo, nep pure due ore.

* * *

Lo stretto, frenetico succedersi degli eventi seguiti all'assassinio di Francesco Ferdinando fino al tuonare dei « cannoni d'agosto » è quasi sempre riportato con fredda, cronachistica esattezza in ogni testo di storia, anche se le gravis sime responsabilità del governo serbo sono spesso taciute e sempre minimizzate con l'addossarle al « agenti subalterni » sfuggiti al controllo governativo, mentre al contrario le richieste austroungariche vengono regolarmente presentate come tracotanti, prive di giustificazione razionale, ingiuste e necessariamente inaccettabili.

In realtà fin da subito la stampa serba si getta violentemente contro l'Austria, considerando gli assassini come martiri sacrificati per una santa causa, deplorando vivamente le manifestazioni anti-serbe che si accendono spontanea-menti in Bosnia anche nella popolazione slava, tenendo insomma un contegno che perfino l'ambasciatore inglese a Vienna definisce « vergognoso”.

Il governo serbo, dal canto suo, pur facendo le solite convenzionali deplorazioni dell'assassinio, non dà mano ad alcun provvedimento per moderare il linguaggio della stampa, né dà mostra di voler prendere alcuna misura per scoprire le trame del complotto, le cui radici sembrano presto palesemente mettere capo a Belgrado.

Nei giorni seguenti, anzi, si fa più virulento il linguaggio dei ministri e dei responsabili serbi, somigliante a quello della stampa, e quando l'ambasciatore austriaco Giesl chiede al segretario generale del Ministero degli Esteri serbo se il suo governo non ritenga opportuno investigare sulle circostanze del delitto « per il fatto che ambedue gli assassini erano stati recentemente a Belgrado », questi se ne risente vivamente, per cui ne segue un colloquio « di grande violenza » e « le relazioni tra la legazione austriaca ed il Ministero serbo degli Esteri divennero molto tese » (56).

La contemporanea inchiesta giudiziaria austriaca sull'eccidio, condotta con quella scrupolosità burocratica e con quella giudiziosità non faziosa di cui forse solo la vecchia Austria è stata nella storia capace, appura intanto due fatti certi: « che le armi dell'attentato erano uscite da un arsenale serbo, che un tal Milan Ciganovié le aveva fornite. Il resto era con gettura come il tempo ha dimostrato assai fondata. Che Belgrado fosse un nido di assassini era noto fin dal 1903; che la dinastia e il Governo Paié fossero usciti da un bagno di sangue, era incontestato; e che gli assassini si annidassero nell'esercito era più che probabile. Eliminare quel centro di terrorismo e di brigantaggio politico era necessario se l'Austria voleva sopravvivere » (57).

Come ha telegrafato poche settimane prima il conte Ottokar Czernin, ambasciatore austriaco a Bucarest, Germania e Austria-Ungheria sono circondate: « Davanti a noi si compie alla luce del giorno, apertamente e inequivocabilmente, chiaro come il sole, con spudorata evidenza, passo dopo passo, l'accerchiamento della monarchia . [...] Sotto il patrocinio russo si sta formando una nuova alleanza balcanica contro la monarchia. E noi stiamo con le braccia conserte ad osservare questo spiegamento di forze! » (58).

Ma dopo la torpida reazione e le prudenti mosse della settimana successiva all'assassinio, il governo asburgico inizia il 5 luglio a muoversi.

L'ambasciatore austriaco a Berlino, Szògyény, informa Guglielmo Il che l'assassinio è stato indubbiamente organizzato da Belgrado, e che il suo governo, in assenza di sostanziali concessioni serbe, avrebbe posto la Serbia di fronte alle sue precise responsabilità avanzando richieste che avrebbero definitivamente chiarito l'intera questione: la Duplice Monarchia poteva salvarsi dalla « marea panslava » soltanto eliminando la Serbia come « fattore politico di forza », isolandola e condizionandola per sempre.

Guglielmo Il, che si rende ormai conto che il momento decisivo si appros sima velocemente, assicura allora all'ambasciatore il suo aiuto, e si impegna ulteriormente due giorni dopo con l'invio di una lettera personale a Francesco Giuseppe, nella quale conferma che qualunque complicazione fosse sorta in Europa l'Austria avrebbe sempre avuto la Germania al suo fianco.

La febbre della guerra sale intanto in tutto il continente; accese dimostrazioni patriottiche si tengono a Parigi davanti alla statua velata che rappresenta Strasburgo, capitale dell'Alsazia perduta nel 1871; dimostrazioni panslaviste percorrono le strade di Pietroburgo e incitano lo zar all'ultima guerra, quella definitiva, per liberare i fratelli oppressi e rintuzzare per sempre la tracotanza germanica; discorsi antitedeschi risuonano alla Camera dei Comuni britannica, forti di tutti gli accenti di un orgoglio sfidato e di una determinazione che sì appresta a raccogliere tra breve i frutti di una politica di accerchiamento colti vata per decenni.

Il 19 luglio si chiarifica definitivamente, nella riunione del Consiglio dei ministri austroungarico, anche la posizione dell'Ungheria, fino ad allora recalcitrante di fronte alla suprema misura di un ultimatum foriero di guerra. Anche il presidente del Consiglio dei ministri magiaro, il conte Stefano Tisza, deve prendere atto dell'impossibilità del mantenimento della pace, di fronte ad una Russia che avrebbe pur sempre considerato l'Ungheria come la naturale alleata dell'Austria, di fronte ad una Serbia e ad una Romania, ancora peraltro formalmente alleata, che non avrebbero esitato a strappare al suo paese i territori sui quali da decenni vantano diritti. In tali condizioni, la neutralità equivale ad una disfatta senza difesa; tanto vale essere fedeli alla Corona asburgica e difendersi. Come Tisza scriverà il mese seguente: « la mia coscienza è tranquilla; ci è stata messa la corda al collo, e saremmo finiti strangolati, se non avessimo avuto la forza di reciderla. Noi non possiamo far nulla contro l'accaduto, ma dobbiamo constatarlo con dolore » (59).

Al contrario del saccheggio ad opera dei vincitori, e della pubblicazione tendenziosa e spesso parziale e incompleta di documenti usciti dagli archivi au stroungarici e tedeschi nel primo dopoguerra e più ancora nel secondo, le responsabilità russe sono invece dagli storici attuali attenuate o sorvolate quand'anche la ricerca non sia stata resa difficile dall'occultamento o dalla distruzione di documenti di parte vincente, e segnatamente dei dispacci scambiati nei giorni caldi tra Pietroburgo e Belgrado, ove l'addetto militare russo, colonnello Artamanov, sta per raccogliere i frutti di un sotterraneo lavoro pazientemente compiuto per anni; o dal soffocamento di ogni testimonianza in merito all'azione della cricca militarista e fanaticamente panslava che circonda e condiziona un abulico zar, operato da studiosi interessati, per le più diverse ragioni, alle tesi conformiste poi imposte dai vincitori del conflitto.

Così non eccessivo rilievo, o incidentale accenno, ricevono solitamente le confessioni che AbeI Ferry, sottosegretario francese agli esteri, annota in quei giorni sul suo taccuino dopo i colloqui con Théophile Delcassé, il revanscista ex-ministro degli esteri costretto alle dimissioni nove anni prima su pressioni tedesche in seguito alla prima crisi marocchina: « Mi è sembrato di vedere all'opera un ragno, nella cui rete la Germania si stesse gettando. La Germania non potrebbe più vivere nel mondo che Delcassé le ha costruito intorno... E per la prima volta mi sono reso conto che nessuno, dall'epoca di Bismarck, ha avuto tanta influenza sugli avvenimenti europei come questo ometto che non s'incontrava mai con gli ambasciatori francesi, che s'infischiava del parlamento e vive­va confinato nella cerchia del suo lavoro. Ora non era più ministro, ma la rete era tessuta e la Germania vi ronzava dentro come una mosca » (60).

E alle responsabilità francesi, soprattutto alla fatale, incendiaria missione svolta a Pietroburgo nell'ultima decade di luglio dal presidente Poincaré e dal primo ministro (e ministro degli esteri) Viviani, si è soliti accennare unicamente per elogiarne la dichiarazione di volere adempiere con fermezza agli obblighi dell'alleanza franco-russa, anche se taluno, tra i più recenti studi, insinua il sospetto che si debba scavare più a fondo di quanto non sia stato finora fatto, ai fini di una più corretta interpretazione delle responsabilità: « Sappiamo sor­ prendentemente molto poco sulle conversazioni fra i leader dei governi francese e russo » (61)

Esponenti tipici di quel mondo radical-massonico che vede nell'Austria-Ungheria l'impero decrepito da abbattere in nome del progresso, e nel « militarismo » germanico il mostro da distruggere per salvare la libertà « universale » — nonchè per vendicare l'onta di Sedan —, i due statisti si sono imbarcati il 16 luglio sulle corazzate France e Jean Bart. Giunti a Pietroburgo il 20, vi si trat tengono fino al 23 visitando cantieri navali e officine, svolgendo numerosi incontri con gli uomini di governo russi, rilasciando infiammate interviste, invitando pubblicamente la Russia a non demordere da una politica di rigida opposizione ad ogni richiesta austroungarica, fosse anche la più ragionevole, assicurando allo zar l'appoggio sicuro contro le mosse tedesche che sarebbero inevitabilmente seguite in caso di minaccia diretta alla Duplice Monarchia.

Quali vette abbia allora raggiunto l'entusiasmo guerrafondaio suscitato da tali incitamenti lo si può rilevare dai brindisi pronunciati nel pranzo di addio, quando a Poincaré che esalta « una pace nella potenza, nell'onore e nella di­gnità », la moglie del granduca Nicola rivela a chiare lettere quanto alberga nell'animo di tutti i presenti: « l nostri eserciti si riuniranno a Berlino; dell'Au­stria non resterà niente; la Germania sarà annientata » (62)

Partiti per Stoccolma la sera del 23, i due vi si fermano, benché tempestati da Parigi da dispacci pressanti e sempre più allarmati per il rapido degenerare della situazione internazionale, per oltre quattro giorni, quasi a volersi rendere irreperibili, al fine di scansare eventuali accuse future: quale perversa volontà di guerra si potrà mai imputare ai due pacifici turisti che, lontani dai loro posti di responsabilità e di combattimento, sono stati sorpresi dalla tempesta che ormai oscura il cielo dell'Europa intera? (63).

L'ultimatum alla Serbia è stato infatti inviato il 23 luglio; clausole umilian ti, certo, ma redatte tuttavia per lasciare aperto uno spiraglio a trattative di accomodamento, se almeno il governo serbo avesse vietato ogni forma di propaganda incitante all'odio antiasburgico, avesse sciolto la Narodna Odbrana , e si fosse riconosciuto il diritto dell'Austria di inviare propri funzionari di polizia in Serbia, affinché partecipassero alla repressione dell'attività terroristica, con la facoltà di svolgere l'accurate indagini su tutte le persone direttamente o potenzialmente implicate nell'attentato.

«Erano condizioni dure, tuttavia pare che il primo ministro Nicola Paié fosse pronto ad accettarle. La sua risposta era già redatta in brutta copia, quando improvvisamente egli cambiò idea [...]. Il mattino del 25 luglio la Balìhausplatz [sede del Ministero degli esteri austriaco a Vienna, n.d.A.J fu informato che si stava redigendo una risposta che avrebbe reso impossibile all'Austria entrare in guerra, ma nel corso della giornata il testo venne improvvisamente cambiato e alle sette di sera l'imperatore, che aveva atteso con grande ansia per tutto il giorno, ricevette la comunicazione che i serbi avevano dichiarato le condizioni inaccettabili e il loro ambasciatore aveva rotto le relazioni diplomatiche, mettendosi in viaggio per varcare la frontiera » (64).

Dopo ulteriori tre giorni di lacerante incertezza, il 2 luglio l'Austria-Ungheria dichiara ufficialmente guerra alla Serbia e al Montenegro, che ha finora agito di conserva col più attivo vicino, mentre nello stesso giorno la Russia comincia a mobilitare le truppe.

Come efficacemente puntualizza Gerbore a proposito del « nocciolo » visibile della questione: « Poiché Vienna ignorava l'esistenza della Mano Nera, chiedeva lo scioglimento della Narodna Odbrana; poiché gli assassini conoscevano soltanto Milan Ciganovié, ne chiedeva la consegna. Per causa di Milan Ciganovié crollò la vecchia Europa. Il governo Paié non poteva consegnarlo, vuoi perché l'aveva fatto partire, vuoi perché consegnandolo avrebbe rivelato al mondo la potentissima e ramificatissima Mano Nera [...]. L'Europa annaspo nel buio. Probabilmente soltanto i protettori di Dragutin Dimitrijevié a Pietroburgo ebbero una chiara visione della situazione e tutto fecero per salvare quel fratello ortodosso nonché se stessi [...]. Lo Zar esitò e, alla pari di Francesco Giuseppe, interpellò l'alleata Francia. Laddove la Germania si era apertamente assunta tutta la responsabilità della propria decisione, il governo francese risolvette de ne pas géner la Russie [di non intralciare la Russia, n.d.A.] e fece il silenzio sulla propria risposta. L'inghilterra, non interpellata, tacque. Pertanto, mentre l'imperatore Guglielmo rivolgeva un appello a Francesco Giuseppe affinché le forze austroungariche non oltrepassassero Belgrado, lo zar firmò il decreto che ordinava quella che og'i la New Cambridge Modemn History chiama “fatale mobilitazione russa” » (65 ).

E proprio lo sforzo maggiore degli storici di parte vincente — e di alcuni loro attuali epigoni — è quello diretto a svalutare l'importanza decisiva che essa ha su tutti gli avvenimenti successivi. Così, sulla scia di quanto sostenuto da Poincarè, si afferma spesso che la mobilitazione è un « atto interno » di ogni singola Potenza, e che quindi la Germania non aveva diritto di rispondere ad essa con la guerra.

Con tale opinione contrastano numerose testimonianze, la prima delle quali è, in ordine di tempo, quella espressa dai generali che hanno discusso la convenzione militare franco-russa del 1892.

Così il delegato russo, generale Obruceff, capo dello Stato Maggiore, afferma che « la nostra mobilitazione dovrà essere seguita immediatamente da atti di guerra », affiancato dal delegato francese, generale Boisdeffre, anch'egli capo di Stato Maggiore, che più sinteticamente sostiene che « la mobilitazione è la guerra », opinione confermata dal generale Miribel, dallo zar Alessandro III e dal presidente della repubblica francese Félix Faure.

Ma, più ancora, il 12 marzo 1912, conferma lo zar Nicola Il al comandante della circoscrizione militare di Varsavia che « per decisione del potere supremo, l'annuncio telegrafico dell'ordine di mobilitazione nei distretti militari europei [e quindi anche della mobilitazione parziale, n.d.A.], in caso di complicazioni politiche alle frontiere dell'ovest, dovrà essere considerato come l'ordine per l'apertura della ostilità contro l'Austria e la Germania. Per quanto riguarda la Romania, al contrario, l'apertura delle ostilità non deve seguire che dietro un ordine diretto ». Il 30 settembre seguente viene inoltre riconfermato al comandante del sesto corpo d'armata russo, stanziato alla frontiera tedesca, che « l'annuncio della mobilitazione sarà l'annuncio della guerra contro la Germania ».

Così, nulla di più ovvio che la mobilitazione — « atto interno » e quasi « privato » secondo Poincarè debba comportare due anni dopo l'immediato tuonare dei cannoni e la sùbita avanzata delle truppe russe oltre confine.

L'impero zarista dopo la mobilitazione parziale, del 28-29 luglio, dei tredici corpi d'armata delle regioni militari di Odessa, Kiev, Mosca e Kazan, nonché delle flotte del Mar Nero e del Baltico, « fedele alla parola data », dà il via alla mobilitazione generale ed attacca l'impero asburgico il giorno seguente (66).

Mentre tale notizia lascia sgomento Guglielmo II, un dispaccio del conte von Pourtalés, ambasciatore tedesco a Pietroburgo, gli porta notizie anche peg­giori: il ministro degli esteri russo, Sazonov, ha dichiarato che le decisioni militari prese dal suo paese sono ormai irrevocabili e che la Serbia non sarà abbandonata al suo destino.

Pur sapendo quanto debole sia lo zar, corrotto e incapace il suo ministro della guerra, male armato e male equipaggiato il suo esercito, Guglielmo non si nasconde tuttavia che lo Stato Maggiore russo è risoluto a cancellare la vergogna della sconfitta subita ad oriente nove anni prima, e che nonostante le loro deficienze materiali le truppe zariste costituiscono una formidabile massa d'urto che può contare in caso di guerra su quasi cinque milioni di combattenti (67).

Giungono contemporaneamente, allarmanti, notizie da Londra: nonchè esercitare una azione moderatrice sui soci dell'Intesa, l'Inghilterra ha rigettato più volte, per bocca del ministro degli esteri Grey, ogni richiesta di mediazione avanzata dall'ambasciatore Lichnowsky; rifiuta inoltre di comunicare a quali condizioni resterebbe neutrale; può dire soltanto, senza promettere alcunchè, che deve « avere le mani libere »; all'interno del governo vengono anzi emargi nati e costretti alle dimissioni i pochi ministri che ancora sperano di salvare la pace; ci si prepara infine a mobilitare la flotta (secondo quanto richiesto da Sazonov già il 24 luglio e quanto concordato da anni con la Francia) (68).

Mentre l'Austria dà il via alla mobilitazione generale poco dopo il mezzogiorno del 31 luglio e mentre dalla Prussia orientale giungono le prime notizie di movimenti e di ammassamenti di truppe russe lungo il confine, Guglielmo telegrafa angosciato una terza volta allo zar scongiurandolo di soprassedere per qualche giorno, di riflettere ancora.

Dopo avere ricevuto una evasiva risposta e dopo ulteriori segnalazioni di frenetici preparativi militari nemici ai confini orientali del Reich, l'imperatore sì risolve in serata a proclamare il « pericolo di guerra imminente » (Kriegsgefahrzustand), chiedendo al contempo ufficialmente alla Russia di sospendere la mobilitazione bellica, e invitando la Francia a dichiararsi neutrale nel caso di un conflitto russo-tedesco.

Poiché la Russia ignora deliberatamente l'ultimatum tedesco (ed anzi diviene ormai noto che ,lo zar — peraltro falsamente informato dai ministri degli esteri e della guerra e dal Capo di Stato Maggiore ha ordinato la mobilitazione generale fin dalle ore 16 del giorno precedente — e perché non possa pentirsene qualcuno gli taglia subito dopo i fili del telefono) e poiché la mobilitazione tedesca è ferreamente legata a tempi tecnici per fare fronte alla netta sproporzione di forze e alla duplice, accerchiante minaccia franco-russa, la mattina del 1 agosto Guglielmo dà inizio alla mobilitazione del suo esercito mentre alle diciannove von Pourtalés consegna a Sazonov un'ultima nota che termina di leggere ansimando: « Sua Maestà l'imperatore, mio augusto sovrano, accetta la sfida in nome dell'impero e si considera in guerra con la Russia ».

Poiché la Francia ha comunicato che agirà « conformemente ai propri interessi », legata com'è dagli accordi militari stipulati con l'impero zarista, e mobi lita il 2 agosto nascondendosi dietro il casus foederis, la Germania si vede costretta a dichiararle guerra il giorno seguente.

Dando attuazione al piano Schlieffen (69), le truppe tedesche irrompono oltre il confine col Belgio, scontrandosi con l'esercito belga, da mesi attestato a difesa di una fittizia neutralità. Prendendo a pretesto la violazione del territorio belga, l'Inghilterra, che secondo i patti segreti da tempo stipulati ha mobilitato anticipatamente la flotta e ha dato da tempo assicurazioni alla Francia per una difesa comune del Belgio e delle Fiandre, trova infine l'occasione per scendere in campo, per una prima volta nel secolo, contro l'Europa di Mezzo (70).

 

Gianantonio Valli

 

 

 

(1) Rimandiamo, per il necessario approccio al problema, alla magistrale trattazione di GROH D., op. cit., specie pp. 188-288.

(2) Popolo « vuoto di ogni eticità» e « già ampiamente Corrotto », i russi non potrebbero in nessun caso essere gli eredi della civiltà europea perché «se anche il mondo occidentale [leggi «europeo » n.d.A.I fosse vicino alla morte, il mondo slavo non sarebbe in grado di assumerne l'eredità; i russi sono infatti del tutto privi di quella sana e naturale capacità di elaborazione che sa raccogliere la civiltà dalle mani dei popoli in declino per farla propria in modo non servile ». Cfr. Diezel, in GROH D.. op. cit., p. 288.

Rileva d'altro canto il sofferto occidentalismo di Piotr aadaev (in GIUSTI W., Il panslavismo, I.S.P.t., 1941, pp. 36-37): « Gettate uno sguardo a tutti i secoli da noi vissuti, a tutto lo spazio da noi occupato, non troverete né un ricordo attraente, ne un monumento degno di rispetto che vi parli potentemente del passato ... Presso di noi non esiste uno sviluppo interno, un progresso naturale; ogni idea nuova scaccia senza conservare impronta le idee precedenti, appunto perché non sgorga da esse, ma si manifesta a noi venendo Dio sa da dove. Siccome noi accettiamo solo le idee già preparate, nella nostra mente non si formano quei solchi indelebili che soltanto uno sviluppo regolare sa creare nei cervelli ... Nessun pensiero utile è nato sulle sterili zolle della nostra patria, nessuna grande verità è uscita da noi; non ci siamo dati la fatica di esco gitare qualcosa da soli; e di quello che hanno escogitato gli altri, noi abbiamo accettato soltanto una ingannevole esteriorità ».

(3) GROH D., op. cit., pp. 288-289. AI proposito souolìneerà anche Julius Evola: « La Russia moderna respinge il tentativo di civilizzazione europea intrapreso per due secoli dagli zar e tende ad allearsi con le forme di decomposizione sociale del mondo europeo. Il bolscevismo è la statuizione in forma moderna dell'antico spirito della razza slava [...] Esso riconduce alle forme di indifferenziazione prepersonale e di promiscuità comunistica proprie appunto ai primitivi ». Cfr. EvOLA i., Saggi di dottrina politica, Mizar, 1972, p. 37.

Per un'interpretazione più articolata del comunismo russo/sovietico, parzialmente discordante dalle tesi esposte in questo capitolo, e dell'ideologia comunista quale fenomeno universale, cfr. SOLJENICYN A., L'errore dell'Occidente, t.a Casa di Matriona, 1980, e le nostre considerazioni, svolte in questo volume al capitolo 17.

(4) Bruno Bauer, in GROH D., op. cit., pp. 327-328. Il mutamento dell'ethos europeo « occidentale » viene avvertito anche da alcuni pensatori russi, tra cui tvan V. Kireevskij. Come rileva GIUSTI W., op. cit., p. 53, secondo il teorico dello slavofilismo: « Una secolare, fredda analisi avrebbe distrutto le basi stesse degli antichi valori europei; i principi fondamentali da cui la cultura occidentale è germogliata le sarebbero divenuti “marginali, estranei”. In Europa, insomma, lo spirito corrosivo derivato dall'illuminismo e l'empirismo piatto avrebbero mnito con l'abbassare e in gran parte distruggere le tradizioni e le basi stesse della civiltà occidentale «.

(5) Cfr. NIETZSCHE F., Crepuscolo degli idoli, Adelphi. 1975, p. 139.

(6) Cfr. NIETZSCHE F., Frammenti postumi 1884, Adelphi, 1976, p. 217.

(7) Cfr. BALFOUR M., op. cit., pp. 218 e 255.

(8) Ibidem, p. 303.

(9) Cfr. FISCHER F., op. cit., p. 33.

(10) La causa « nazionale » più scottante stava nell'Europa centrale e sud-orientale, ma con questa Bismarck non volle aver nulla a che fare. Mai, sin da quando esisteva il Reich germanico, i tedeschi delle regioni danubiane furono abbandonati da esso nella stessa misura che al tempo di Bismarck. « Bismarck ripudiò il Vicino Oriente e così pure tutti i progetti per una Mitteleuropa; nella sua frase sintomatica, “non valevano le ossa di un granatiere di Pomerania”. E in effetti che interessi poteva avere la Pomerania nei Balcani? Per secoli però si era ritenuto che l'Europa sudorientale valesse il prezzo delle ossa dei tirolesi e degli stiriani, e a maggior ragione il prezzo delle ossa dei tedeschi del Banato e della Transilvania, altrettanto buoni tedeschi dei proprietari terrieri junkeer della Prussia occidentale e di Posen, se spesso anche non migliori. Ma Bismarck si lavò le mani di tutti loro. Egli non si limitò a njfiutare l'espansione tedesca nei Balcani, ma accolse con soddisfazione il compromesso degli Asburgo con l'Ungheria nel 1867, in virtù del quale quest'ulti­ma diventò stato nazionale magiaro ed i tedeschi di Ungheria furono ridotti ad una minoranza abbandonata, altrettanto soggetta alla magiarizzazione dei rumeni e degli slovacchi ». Cfr. TAY­LOR A.J.P., op. cit., p. 165-166.

Ben diversa sarà la posizione di Guglielmo Il: « Tutte le mie aspirazioni, tutti i miei pensieri e la mia politica sono rivolti a riunire e saldare più fortemente i ceppi germanici del mondo, specialmente in Europa, per assicurarci cosi Contro l'invasione slavo-ceca che ci minaccia tutti al massimo grado ». Cfr. GÒHRING M., op. cit., pp. 51-52.

(11) Cfr. TAYLOR A.J.P., op. cit., pp. 207-208.

(12) Cfr. FISCHER F., op. cit.. p. 33.

(13) Cfr. NIETZSCHE F.. Al di Ià del bene e del male, Adelphi, t976, pp. 116-117. Sulla stessa linea interpretativa vedi pure lo stupendo CAU i., Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo, Volpe,

1979.

(14) La legittimità del concetto di Europa di Mezzo, col parallelismo di destini e di storia delle sue nazioni maggiori, è stata riconosciuta da Hegel nel nono capitolo della Costituzione della Germania: « L'italia ha avuto in comune con la Germania lo stesso corso del destino; con la sola differenza che essa, avendo già prima un più elevato grado di cultura, fa condotta prima dal suo destino a quella linea di svolgimento che la Germania sta percorrendo ora fino in fondo ». Cfr. HEGEL G.W.F., Scritti politici, Einaudi, 1972, p. 101.

Del medesimo tenore del sentire più profondo di Machiavelli sono le considerazioni nietzscheane sulla volontà dell'uomo superiore (« Libera dalla felicità dei servi, rendenta da dèi e adorazioni, impavida e terribile, grande e solitaria: così è la volontà del verace ») e sull'unico, finale criterio di distinzione per l'uomo: il riconoscimento e l'adesione al principio di verità (per il quale « non si deve mai domandare se la verità sia utile ») cfr. GRANIER I., Nietzsche, Feltrinelli. 1984, pp. 86-92.

(15) Cfr. HEGEL G.W.F., op. cit., pp. 104-105.

(16) Cfr. SAsso G., Niccolò Machiavelli. Storia del suo pensiero politico, Il Mulino, 1980, p. 419; vedi inoltre i rilievi alle pp. 115 e 552-555.

(17) Cfr. Ugo Dotti in MACHIAVELLI N., Il principe, Feltrinelli, 1984, pp. 11-12.

(18) Cfr. GRANIER J., op. cit., pp. 37-40. Le forme del nichilismo: imperfetto, passivo, atti­vo, classico.

(19) Erede della Rivoluzione e dei « sacri » principi del 1789, e contemporaneamente suo affossatore e restauratore in diversa forma dei principi di tradizione e di organicità sociale, Napoleone è stato icasticamente giudicato da Nietzsche in Frammenti postumi 1887-1888, Adelphi, 1971, p. 121:« La Rivoluzione rese possibile Napoleone: è questa la sua giustificazione. Per un simile prezzo si dovrebbe desiderare il crollo anarchico di tutta la nostra civiltà. Napoleone rese possibile il nazionalismo: questo è il suo limite ».

(20) Cfr. GROH D., op. cit., p. 216.

(21) Cfr. NIETZSCHE F., Al di Ià del bene e del male, Adelphi, 1976, p. 114.

(22) « Non si dimentichi, infine, riguardo agli inglesi, che già una volta essi hanno provoca-to, con il loro basso livello medio, una depressione totale dello spirito europeo: ciò cui si dà il nome di “idee moderne” o “idee del XVIII secolo” o anche “idee francesi” dunque ciò contro cui lo spirito tedesco si è levato con profonda nausea era di origine inglese, e non v'è alcun dubbio al riguardo. l francesi sono stati soltanto le scimmie e i commedianti di queste idee, nonché i loro migliori soldati, e purtroppo altresì le loro prime e più complete vittime: infatti, per la dannata anglomania delle “idee moderne”, l'àme franaise è finita per diventare così sottile e macilenta che oggi si ricorda quasi con incredulità il suo XVI e XVII secolo, la sua profonda forza passionale, la sua nobiltà inventiva. Tuttavia occorre attaccarsi coi denti a questo principio di equità storica e difenderlo contro il momento e l'apparenza del momento: la noblesse europea del sentimento, del gusto, del costume, prendendo questa parola in ogni suo alto significato è opera e ritrovato della Francia; la volgarità europea, il plebeismo delle idee moderne — dell'Inghilterra — ». Cfr. NIETZSCHE F., Al di Ià del bene e del male, Adelphi, 1976, pp. 165-168.

Occorre tuttavia ricordare, per dare esattamente il suo a una certa parte della nazione francese (e in special modo ai suoi philos'ophes) che il razionalismo cartesiano, dottrina alle origini della concezione meccanicistica del mondo che ci perseguita da tre secoli (per tale aspetto cfr. RIFKIN J., Entropia, Mondadori, 1982, pp. 29-40 e SACCHETTI A., L'uomo antibiologico, Feltrinelli, 1985, specie pp. 83-88 e 115-127) è prodotto strettamente autoetono del genio di Francia. E che è proprio la Francia che « ha sempre avuto una magistrale abilità nel trasformare radicalmente i più esiziali rivolgimenti dello spirito in qualcosa di incantevole e di ammaliante » (NIETZSCHE F., ibidem, p. 114).

(23) Cfr. NIETZSCHE F., ibidem, p. 115.

(24) Originati probabilmente sul territorio a nord-est dei Carpazi, gli slavi si diffondono nei primi secoli dell'era cristiana verso oriente, occidente e meridione, suddividendosi in tre rami secondo la collocazione geografica e l'appartenenza linguistica. Solo col sorgere delle lingue letterarie moderne e dei dialetti parlati dalle varie popolazioni divengono individualità chiaramente circoscritte. Agli slavi orientali appartengono i russi propriamente detti (grandi russi), gli ucraini (piccoli russi, o ruteni), i bielorussi (russi « bianchi »).

Gli slavi occidentali comprendono i polacchi, i cechi, gli slovacchi e i sorabi di Lusazìa.

Gli slavi meridionali, separati dai primi due gruppi da territori abitati da tedeschi, magiari e romeni, comprendono gli sloveni, i croati. i serbi, i bulgari, i macedoni.

Come rileva PRAGA G., Storia di Dalmazia, dall'Oglio, 1981, p 46: « Ora appunto nella Palesia, vasta depressione paludosa formante un triangolo con i vertici a Brest-Litovsk, Kiev e Mohilev, in un territorio cioè che gli Avari avevano percorso per arrivare all'Elba, vivevano gli Slavi. Come l'avaro era tipico prodotto etnico della steppa asiatica, così lo slavo era prodotto della palude.

Sognatore. di scarse capacitò guerriere, senza attitudini alla vita politica nè inclinazioni a costituirsi in stato, era da tempo immemorabile ago gnata e facile preda delle orde altaiche e delle popolazioni guerriere germaniche. che lo asservivano e ne sfruttavano i beni e il lavoro ».

Per uno sguardo d'insieme cfr. KOHN H., Il mondo degli slavi, Cappelli, 1970.

(25) Cfr. BERDJAEV N., Le fonti e il significato del comunismo russo, La Casa di Matriona, 1976. pp. 33-53: Tscuì2EwsKIJ D., Storia dello spirito russo, Sansoni, 1965, pp. 291-296 e 339-342; e soprattutto GIUSTI W., op. cit., che evidenzia in modo magistrale i due filoni dell'ideologia slavo-fila russa, il principale, nazionalista, reazionario, autocratico e pervaso dì mistica ortodossa, e quello numericamente più tenue. di tendenza progressista e rivoluzionaria.

Isolato e singolare è l'atteggiamento antioccidentale, aristocratico e antiprogressista del diplomatico e poeta Konstantin Leontjev (condiviso pressoché totalmente dall'influente statista Konstantin Pobedonoscev) che, pur riconnettendosi alla tradizione slavofila, per certi aspetti capovolge addirittura questa tradizione identificando la civiltà russa con la civiltà bizantina di contro al concetto materialistico-edonistico occidentale di democrazia: « Il bizantinismo respinge ogni speranza di un benessere generale dei popoli, è la più forte antitesi all'idea del panumanitarismo nel senso dell'uguaglianza di tutti sulla terra, alla libertà generale, alla perfezione e soddisfazione di tutti quelli che vivono quaggiù [...] La Russia non è stata e non sarà mai uno stato puramente slavo. Un contenuto soltanto slavo è troppo povera cosa per il suo spirito universale » (ibidem, pp. 87-89). Cfr. pure l'eccellente WALIcKI A., Un'utopia conservatrice. Storia degli slavofihi, Einaudi, 1973, pp. 509-520.

(26) Per l'approfondimento di questa linea interpretativa, cfr. inoltre Bowrt.A CM., L'esperienza greca, Il Saggiatore, 1961, specie alle pp. 11-30 e PEI-FAZZONI R., L'essere supremo nelle religioni primitive, Einaudi, 1968, nonché i rilievi in LIVET G., MousNrErt R., Storia d'Europa, voI t, Laterza, 1982, pp. 23-55.

(27) Con lo spirito slavo, rappresentato in certe sue caratteristiche fondamentali da Oblo­mov, nettamente si pone in contrasto l'uomo europeo/« occidentale », che vede e che sa la vita come tragica lotta incessante.

Il contrasto diviene però insanabile, e la lotta senza quartiere, solo allorquando la siche russa gli viene mossa contro da altre e più forti volontà, quale quella semitica/escatologica, in cui sì fondono paradossalmente gli opposti dell'idealismo e del razionalismo materialista e che si serve di quella per combattere il vero avversario di sempre, l'amor fati e il realismo critico della psiche europea. Ai nostri giorni in realtà (e ciò è stato ampiamente confermato, in tempo di guerra, dai contatti di tedeschi e italiani con le popolazioni russe soggiogate da un'ideologia attiva in parte a loro aliena) il contrasto fondamentale si ha per l'Europa col vero nemico dello spirito europeo, e cioè con la psiche occidentale, meccanica e assoluta, dis-umana nella sua discendenza dal monoteismo semita e semitizzante.

Così noi possiamo riconoscere come positiva parte dell'eredità indoeuropea alcune caratteristiche dell'anima slava, e senza contraddizione tornare « a considerare Oblomov un eroe abbastanza positivo, a sentire la sua pigrizia come profonda tristezza, anzi che esecrabile difetto [...] Il mondo al quale ambisce Oblomov è mondo informato ad un'intima bellezza: una vita in armonia con le cose; un consonare dell'animo con la natura per averne inteso e costantemente intenderne la meraviglia e l'incessante miracolo; un caldo rapporto coi simili improntato a stima e scambievole amore. Infine, una sublime utopia dell'esistenza intesa come conseguimento di un'alta dignità uma­na, quale profondo fervore del sentimento e del pensiero, distacco da ogni basso e contingente interesse e da ogni routine che umilia l'essere ». Cfr. l'introduzione di Leone Pacini Savoj a GoN.Artov lA., Oblomov, Mursia, 1965, p. 6.

(28) Di ascendenza germanica e cittadina. Stolz porta perfino nel nome il contrasto Europa/mondo slavo, poiché Stolz significa in tedesco orgoglio e gloria (ma anche superbia e anoganza) mentre Oblomov viene da Oblòm, frammento, parte distaccata del mondo, « reliquia di uno scomparso paradiso terrestre ».

(29) Stenka Razin ed Emeljan Pugacév furono capipopolo ed avventurieri che sollevarono, in ribellioni senza esito ed incoordinare, truppe cosacche e contadini, rispettivamente nel XVII e nel XVttt secolo, e che, domate le rivolte, furono poi catturati e giustiziati. Per una storia del

nichilismo e delle correnti rivoluzionarie russe dell'OttocentO, cfr., oltre a VENTURì F., Il populismo russo, tre voli., Einaudi, 1977, l'ottimo ULAM A.B., In nome del popolo, Garzanti, 1978. Capo anarchico ucraino, Machnò, come altri capibanda dell'epoca, si oppose dal 1918 al 1921 tanto alle forze bolsceviche, quanto soprattutto alle forze « bianche » di Denikin e di Vrangel, nell'illusione di poter costituire, con l'appoggio soprattutto delle masse contadine e dei diseredati di ogni provenienza, una « terza » forza organizzata anarchica (che fu ovviamente massacrata e spazzata via dal bolscevismo trionfante, che nello stesso 1921 annientava i ribelli di Kronstadt).

(30) Cfr. BERDJAEV N., op. cit., pp. 21-22.

(31) Ibidem, p. 65. Sarà ancora Nietzsche che, oltre a riconoscere l'estrema pericolosità che tale posizione rappresenta per l'uomo e per la società organica/europea, saprà identificarne le origini e le finalità comuni con quelli dell'Occidente angloamericano.

(32) Cfr. WALICKI A., op. cit., p. 579.

(33) Cfr. BERDJAEv N., op. cit., p. 30; « La concezione occidentale della proprietà era estranea al popolo russo ed era debole persino nella classe aristocratica. La terra è proprietà di Dio e tutti coloro che la lavorano e ci si affaticano possono goderne il frutto. Un ingenuo socialismo agrario è sempre connaturato ai contadini russi. Per le classi colte e per l'intellighentzia il popolo èrimasto sempre, in un certo modo, un enigma che era necessario risolvere. Si credeva che nel popolo taciturno e privo del dono della parola fosse celata una grande verità sulla vita, e che sarebbe giunto il giorno in cui il popolo avrebbe pronunciato la sua parola. L'mntellighentzia, praticamente staccata dal popolo, viveva attratta dal fascino della mistica “tellurica” del popolo, di ciò che gli scrittori degli Anni Settanta avevano denominato “la potenza della terra ».

Vera bestia nera dell'ideologia russo/slava, il diritto romano di proprietà è violentemente at­taccato da Kireevskij e Danilevskij, perché in netta contrapposizione alle « caratteristiche de/la razza slava », in primo luogo « la mansuetudine », che ha aiutato il diffondersi e l'affermarsi dei principi cristiani, e poi « l'originario democraticismo slavo ». Cfr. GIUSTI W., op. cit., p. 54 e 63.

(34) Cfr. DOSTOEVSKIJ F., l demoni, Einaudi, 1972, pp. 234 e 235. Per le reazioni anti-« occidentali » di Dostoevskij e di altri pensatori russi dell'epoca, cfr. inoltre BERDJAEv N., op. cit., pp. 113-124.

(35) Cfr. WALICKI A., op. cit., pp. 545 e 529.

(36) Cfr. GIVONE 5., Dostoevskij e la filosofia, Laterza, 1984, p. 164.

(37) Cfr. NOLDE B., op. cit., p. 186.

(38) Insieme al Sangiaccato di Novi Bazar, che separava il Montenegro dalla Serbia e che, sgombrato dall'Austria-Ungheria nel 1909, verrà conquistato e spartito tra i due Paesi slavi nel 1913 dopo la Prima guerra balcanica.

(39) Cfr. DEDIJER V., Il groviglio balcanica e Sarajevo, Il Saggiatore, 1969, pp. 72 e 74.

(40) Come rileva ALBRECHT-CARRIE' R., op. cit., p. 200: « Che l'alleanza secondo le intenzioni di Bismarck fosse difensiva è indubbio: l'aggressività russa sarebbe stata contenuta dalla considerazione di doversi scontrare con la Germania e con l'Austria, invece che con l'Austria soltanto [...] nello stesso tempo l'Austria si sarebbe trovata sola se fosse stata l'aggressore per cui la necessità per essa dell'appoggio tedesco avrebbe operato come elemento moderatore ». Tali considerazioni, valide per l'epoca di stipulazione del trattato perderanno nel 1914 tutta la loro validità a causa della volontà della Russia, certa dell'appoggio anglo-francese e istigata dai maggiori uomini di governo dell'Occidente europeo, di radicalizzare la situazione internazionale fino a conseguenze esiziali, inaccettabili per gli Imperi Centrali.

(41) Nel 1804 il capo dei rivoltosi antiottomani, poi nominato « principe » dell'anomalo principato serbo, è un mercante di porci di nome Djordje Petrovié, meglio noto come Karadjordje, o Giorgio il Nero, dalla sua capigliatura scura. Rivale della famiglia degli Obrenovié, che propongono presto la loro candidatura a capi delle genti serbe, pochi anni dopo ucciderà il fratello di Milo Obrenovié, il quale riuscirà a sua volta ad assassinarlo nel sonno nel 1817, inviandone poi la testa mozzata in dono al pascià turco in cambio del riconoscimento della Sublime Porta a principe ereditario. Tutto l'Ottocento sarà segnato dalle alterne fortune delle due casate, tra abdicazioni e assassini, finché nel 1903 la dinastia degli Obrenovié verrà definitivamente annientata nel sangue.

Cfr. CLISSOLD S. (a cura di), Storia della Jugoslavia, Einaudi, 1969, pp. 131-153.

(42) Nominato successivamente e comandante della « Guardia reale » e poi generale, Zivkovié fa parte di quelle figure che, poco lumeggiate dagli storici ufficiali, sono tuttavia determinanti nel creare la storia attraverso provocazioni, ricatti, vendette, trame, sabotaggi, guerriglie ed atti di terrorismo. Sicuramente agente della Russia zarista, e in stretto contatto con i servizi segreti francese e britannico, è il principale responsabile dell'attentato di Sarajevo, più ancora di Dimitrijevié, che sarà da lui eliminato (in quanto rivale concorrente ai favori reali e scomodo testimone di molte scelleratezze), mediante l'organizzazione di un finto attentato contro il principe reggente, fuggiasco a Salonìcco durante la prima guerra mondiale, cui seguirà il processo e la condanna a morte, nel giugno 1917, di « Apis ». Sue responsabilità sono poi venute alla luce anche per quanto concerne l'attentato mortale contro il suo re, Alessandro, compiuto il 9 ottobre 1934 a Marsiglia, in cui mori pure il ministro degli esteri francese Barìhou. Cfr. VENANZI P., Conflitto di spie e terroristi a Fiume e nella Venezia-Giulia, Edizioni de « L'Esule », Milano, 1982, pp. 53-62.

(43) Per l'icastica espressione, cfr. SILVESTRI M., op. cit., p. 73.

(44) Cfr. FEIS H., op. cit., pp. 211-212.

(45) L'annessione (per la quale cfr. DUCE A., La crisi bosniaca del 1908, Giuffrè, 1973) fu attuata sotto la duplice esigenza di contrastare la nuova situazione creata a Costantinopoli dalla rivoluzione dei Giovani Turchi (che avrebbero introdotto il costituzionalismo nell'Impero ottomano facendo sorgere fermenti rivoluzionari anche in Bosnia e richiedendo l'invio di deputati maomettani al parlamento di Istanbul) e di porre un freno alle mire serbe verso l'Adriatico. Contrastata all'in­terno del governo austroungarico, la decisione fu caldeggiata dal ministro degli esteri Aehrenthal e aspramente biasimata dall'erede al trono asburgico Francesco Ferdinando, che non voleva portare all'interno della compagine della Duplice Monarchia altri milioni di slavi. Indice dell'indecisione e della poca chiarezza di idee austroungariche è poi la rinuncia da parte dell'Austria alla sua posizione nel Sangiaccato di Novi Bazar, barriera tra il Montenegro e la Serbia, il quale, ritirate le truppe austriache di occupazione, torna sotto amministrazione ottomana (verrà poi spartito tra i due stati slavi col trattato di Bucarest dell'agosto 1913, dando loro una frontiera comune, con la possibilità per la Serbia del sospirato sbocco sull'Adriatico). Per il movimento dei Giovani Turchi cfr. TAYLOR E., La caduta delle dinastie, Dall'Oglio, 1968, pp. 176-184.

(46) Che le inimicizie e gli odi personali avessero, come d'altra parte in ogni epoca storica, parte grande anche se non decisiva, nel determinare la politica dei vari Paesi, lo si riscontra anche dalle furiose reazioni di Izvolskij nei confronti di Aehrenthal. L'impossibilità da parte austriaca di mantenere le promesse fatte al russo in cambio dell'accettazione dell'annessione e la sensazione di essere stato beffato, provocò violenti scoppi d'ira in tzvolskij: « Quell'ebreo — minacciò riferendosi ad Aehrenthal — me la pagherà ». La sua azione a Parigi, ove venne inviato due anni dopo quale ambasciatore zarista, fu infatti fin da subito caratterizzata da un odio antiashurgico ed antigermanico di tale intensità da essere considerato patologico anche da molti contemporanei a lui vicini.

Diretta conseguenza dell'accentuata aggressività russa nei confronti della Turchia furono nel 1909 gli accordi segreti di Racconigi, con i quali lo zar diede via libera ai progetti italiani di espan­sione in Libia, allora sottoposta ad amministrazione ottomana.

(47) Nel 1867 ha origine, con un Compromesso, il dualismo della monarchia asburgica. L'Ungheria, già ribellatasi nel 1848 e rimasta in istato di perenne agitazione, ottiene una costituzione, un'amministrazione ed un parlamento separati, e inizia ad attuare una politica di magiarizzazione nei confronti delle popolazioni slave e romena presenti nei suoi confini. In comune con l'Austria restano la politica estera, le finanze e l'esercito, che viene affiancato dalle due milizie territoriali, l'ungherese Honved e l'austriaca Landwehr.

Alla fine del 1908 la Duplice Monarchia comprende a) nel regno d'Austria (o Cisleithania, territorio al di qua della Leitha, affluente del Danubio): l'Austria propriamente detta, la Boemia-Moravia, la Slesia austriaca, la regione di Teschen, la Galizia, la Bucovina, la Slovenia, la Dalmazia, il Trentino-Alto Adige e il Litorale Adriatico o Venezia Giulia; b) nel regno d'Ungheria (Transleithania): l'Ungheria propriamente detta, la Slovacchia, la Rutenia suh-carpatica, la Transilvania e la Croazia-Slavonia. La Bosnia-Erzegovina , da poco formalmente annessa, è direttamente amministrata dal governo imperiale.

(48) Attraverso l'azione della Narodna Odbrana si organizzano anche le bande di comitagi che, ufficialmente non riconosciute, intervengono per anni in Macedonia e in Albania, talora affiancate dall'esercito regolare, per contrastare bulgari e greci e per sottomettere gli albanesi. Per l'intricata questione macedone cfr. CLISSOLD S., op. cit., pp. 154-173.

Dai quadri della Narodna Odbrana lo Stato Maggiore serbo darà vita nel 1920 alla Orjuna (Organizacia Jugoslovenskih Nacionalista), la più torva e criminale setta terroristica del secolo ven­tesimo — che rimarrà sempre poco controllabile dal potere centrale jugoslavo — forte di quasi cinquantamila affiliati, un terzo dei quali operano lungo le frontiere dell'Italia fascista compiendo sabotaggi, rapine, taglieggiamenti, attentati e massacri di civili e di militari, anche dopo il « Patto d'amicizia » italo-jugoslavo siglato nel marzo 1937.

Basti al proposito ricordare le clamorose azioni compiute nel 1940: l'attentato al polverificio di Clana; il serio danneggiamento del nodo ferroviario di Tarvisio; l'attentato al polverificio di Piacen­za, che causa 42 morti e 756 feriti; l'attentato al polverificio di Bologna che provoca 95 morti e 300 feriti. Cfr. VENANZI P., op. cit., passim.

(49) Cfr. JOt.L I., Le origini della prima guerra mondiale, Laterza, 1985, p. 109. La battaglia del campo di Kosovo (campo dei merli) vide il 28 giugno 1389 l'annientamento, da parte dell'esercìto ottomano guidato dal sultano Murad, delle forze serbe guidate dal principe Lazar. Entrambi i condottieri furono uccisi. La sconfitta segnò la fine dell'indipendenza dello stato serbo e l'inizio del giogo ottomano sugli slavi del sud per oltre quattro secoli.

Le circostanze della morte di Murad, mai chiarite, furono descritte già pochi decenni dopo come opera di un nobile serbo, Milos Obilic. che, entrato con la menzogna nelle file turche, conficca il suo pugnale nel ventre del sultano. Dalla fine del Quattrocento poemi epici e ballate folcloristiche trasfigurano il dubbio avvenimento in mito centrale di lotta antiottomana delle popolazioni sud-slave. Cfr. DEDIJER V., op. cit., pp. 312-323.

(50) Cfr. Karl Kraus, ne « Il Giornale », 2 ottobre 1984. Per la complessa personalità dell'erede al trono asburgico cfr.: CRANKSH.AW E., Il tramonto di un impero, Mursia, 1969, pp. 386-418:

« Era un uomo amaramente deluso, l'erede di un grande impero, che vedeva crollare la sua eredità per la cattiva amministrazione e per la negligenza. l magiari, per quanto lo potessero, lo ossessionavano come il principale pericolo interno. Nella sua mente si agitavano in continuazione piani per il futuro, dettati in parte dall'ignoranza, in parte dal pregiudizio, ma sempre da un senso di urgenza. [...] Francesco Ferdinando fu un realista. A causa del suo legame con Conrad von Hòtzendorf fu da tutti considerato un militarista e il leader del partito della guerra: di fatto egli litigò continuamente con Conrad, suo protetto, sul problema della pace e della guerra. Era prontissimo a far guerra agli italiani, ma durante tutte le crisi dei primi quattordici anni del secolo fu irremovibile sulla necessità di mantenere la pace con la Serbia ». Cfr. inoltre HERRE F., Francesco Giuseppe, Rizzoli, 1979, pp. 381-427 e, criticamente, i rilievi dello iugoslavo DEDIJER V., op. cit., pp. 148-178 e 179-200.

Un lato umanamente simpatico del suo carattere è il tenace anticonformismo dimostrato nella scelta della fidanzata, poi moglie morganatica, contessa Sofia Chotek, il cui casato non si trovava nella lista della famiglia da cui un Asburgo poteva scegliere la moglie. Dopo avere ostinatamente difeso la scelta compiuta, Francesco Ferdinando si lancia violentemente contro una tradizione insensata e contro i cortigiani che la sostengono, affermando che, seguendola, « il risultato è che la metà dei figli [degli Asburgo] sono idioti o epilettici ».

(51) Cfr. DEDIJER V., op. cit., pp. 167-168.

(52) Cfr. HERRE F., op. cit., p. 388.

(53) Cfr. GERBORE P., l responsabili, Volpe, 1980, p. 17.

(54) Perfino negli USA, ove numerosi gruppi serbi collegati con fuoriusciti cechi cercano di mobilitare l'opinione pubblica contro l'impero austroungarico, si può liberamente e senza conseguenze incitare all'assassinio, come fa il 3 dicembre 1913 il giornale serbo Srbobran, stampato a Chicago, ed anzi rigettare come indebite ingerenze le legittime proteste dell'ambasciatore austriaco a Washington.« L'erede al trono austriaco ha annunciato la sua visita a Sarajevo per la primavera... Serbi , prendete tutto ciò che potete: coltelli, fucili, bombe e dinamite. Compite una giusta vendetta/ Morte alla dinastia degli Asburgo, un pensiero eterno agli eroi che alzarono la mano contro di essa ». Cfr. HERRE F., op. cit., p. 430. Al contrario, ha scritto responsabilmente a Londra dieci mesi prima l'ambasciatore inglese a Vienna, Cartwright: « Un bel giorno la Serbia lancerà tutti gli Stati d'Europa gli uni contro gli altri e provocherà sul continente una guerra generale. Io non posso dire quanto il pubblico qui sia angosciato a causa delle eterne preoccupazioni che procura all'Austria questo piccolo paese, incoraggiato dalla Russia. [...] Se scoppierà una nuova crisi serba, sono persuaso che l'Austria-Ungheria non sopporterà più alcuna ingerenza russa e ad ogni costo regolerà da sè sola il conflitto col suo piccolo vicino » cfr. TORRE A., Alla vigilia della guerra mondiale 1914-1918, I.S.P.I., 1942, p. 306.

(55) Cfr. FORTI G., A Sarajevo il 28 giugno, Adelphi, 1984, pp. 143-144 e 157.

(56) Cfr. TORRE A., op. cit. p. 247.

(57) Cfr. GERBRE P., op. cit., pp. 19-20, e i rilievi di Francesco Giuseppe nella lettera a Guglielmo Il del 4 luglio successivo (in BALFOUR F., op. cit., p. 447): «Le indagini finora condotte indicano che l'assassinio di Sarajevo non è stato opera soltanto di un individuo, ma il risultato di un ben con gegnato complotto i cui fili arrivano fino a Belgrado. Anche se sarà probabilmente impossibile stabilire la complicità del governo serbo, non può esservi alcun dubbio che la sua politica di unire tutti gli slavi meridionali sotto la bandiera serba incoraggia crimini di questo genere, e il perdurare di questa situazione costituisce un permanente pericolo per la mia dinastia e i miei territori ».

(58) Cfr. HERRE F., op. cit., p. 426.

(59) Cfr. VELLANI-DIONISI E., Il problema territoriale transilvano, Zanichelli, 1932, p. 11.

(60) Cfr. TAYLOR E., op. cit., p. 348. Principale artefice del riavvicinamento all'Inghilterra dopo l'incidente di Fascioda, come del rafforzamento dell'alleanza franco-russa, Delcassé concluse pure importanti accordi con l'Italia per le questioni del Marocco e della Tripolitania. Fu anche ministro della marina, dal 1911 al 1913, ambasciatore Pietroburgo nel 1913 (inviato in sostituzione dello svogliato Georges Louis per concertare gli ultimi accordi militari), e nuovamente ministro degli esteri nel 1914-1915 (riassumendo la carica lasciata da Viviani subito dopo lo scoppio del conflitto).

(61) Cfr. JOLL I., op. cit., p. 17. Rovesciato il governo Caillaux, che aveva cercato di accordarsi con la Germania nel corso della seconda crisi marocchina, nel gennaio 1912 viene formato, sotto la pressione di ambienti massonici e delle alte sfere militari francesi, il gabinetto del lorenese Poincarè, che viene attivamente « confortato » mediante somme considerevoli da tzvolskij, ambasciatore a Parigi.

Quando nel gennaio 1913 Poincarè si pone candidato a presidente della Repubblica, Izvolskij si adopera a tutt'uomo per sostenerne l'elezione, comprando la stampa francese e parecchi deputati attraverso lo stesso primo ministro e il ministro delle finanze, Klotz.

Eletto Poincarè il 17 gennaio, tzvolskij può così garantire a Pietroburgo: « L'energia, la decisione e il carattere intiero di Poincarè appaiono come la garanzia che, in qualità di presidente della repubblica, non si contenterà, come Fallières, di un compito puramente passivo o, se si può dire così, decorativo; ma egli mnfluirà con tutti i mezzi, e ad ogni momento, sul corso della politica francese, specialmente quella estera ». Il governo francese, è sempre pronto ad adempiere ai suoi doveri di alleato, anche in caso di guerra e « non pensa affatto a privare la Russia della sua libertà di azione, nè a mettere in dubbio gli obblighi morali che pesano su di essa, in ciò che concerne gli Stati balcanici » cfr. TORRE A., op. crt., p. 205.

(62) Cfr. GÒHRING M., op. cit., p. 100.

Che questo fosse da anni l'obbiettivo primario della Francia lo riconferma Izvolskij in un telegramma del 13 ottobre 1914, nel quale riferisce che Delcassè gli ha ulteriormente precisato gli scopi di guerra francesi, e cioè non solo la restituzione dell'Alsazia-Lorena e alcune richieste coloniali, ma soprattutto « che l'Impero tedesco sia annientato e la potenza militare e politica della Prussia sia il più possibile indebolita », richiamandosi « alle trattative che ebbero luogo a Pietroburgo nell'anno 1913 ». cfr. TORRE A., op. cit., p. 207.

(63) Sbarcati a Dunkerque la mattina del 29, i due sembrano infine risvegliarsi da un sogno nel primo pomeriggio, quando possono « scrutare i volti angosciati dei collaboratori » e far fronte alle accuse di irresponsabile complicità e di insipienza espresse con veemenza non solo dagli avversari politici ma anche dagli uomini del loro stesso partito. Alle diciotto dello stesso giorno il mini­stro dell'interno Malvy conversa con l'amico e deputato Caillaux, ex presidente del consiglio: « La Russia ci ha chiesto se poteva mobilitare. Le abbiamo risposto affermativamente e ci siamo impegnati a sostenerla ». « Siete andati al di Ià del trattato di alleanza. Naturalmente vi sarete assicurati il concorso dell'Inghilterra! ». « Neppure per sogno! » « Miserabili, avete scatenato la guer­ra! ». Cfr. SILVESTRI M., op. cit., voi. Il, p. 13.

(64) Cfr. HASLIP J., L'imperatore e l'attrice, Longanesi, 1984, pp. 233-234. Il mutamento fu provocato nelle prime ore del pomeriggio da due telegrammi arrivati da Pietroburgo, con uno dei quali si consigliava di mobilitare, e col secondo si assicurava che la Russia non avrebbe abbandonato la Serbia. dando inoltre consigli sulla redazione della risposta all'Austria e comunicando le misure militari russe.

(65) GERBORE P., op. cit., pp. 20-21. Sintetica cronistoria in SILVESTRI M., op. cit., voi. Il, pp. 7-17. Sulla questione delle « responsabilità » per lo scoppio del conflitto cfr. anche FERRO F., La Grande Guerra 1914-1918, Mursia, 1972, pp. 68-70 e soprattutto la minuziosa disamina svolta in TORRE A.. op.cit., pp. 302-341. Un'onesta — e purtroppo sempre parziale — risposta al quesito deve inoltre tenere conto di quello che è forse il maggiore di tutti i fattori che condizionano le opinioni sulla moralità internazionale, e cioè le divergenze fra i canoni di giudizio di una nazione in espansione — o sfidante — e quelli di una nazione soddisfatta — o detentrice — (oltre che ovviamente della valutazione globale, etico-filosofica dei valori di cui sono portatrici le varie comunità nazionali).

(66) Cfr. TORRE A., op. cit. pp. 309, 196, 310. Il 30 luglio il generale russo Droborolskij, cui spetta l'incarico di eseguire la mobilitazione, annota che questa « è destinata ad appiccare il fuoco al mondo ». In Francia AbeI Ferry, quando viene a conoscenza del richiamo dei riservisti russi, esclama: « tutto è finito », mentre il ministro della guerra Messimy qualifica l'ordine della mobilitazione francese come « ordine fatale ». Con tutto questo, il proclama lanciato il 10 agosto dal governo francese a tutta la nazione, afferma che « la mobilitazione non è la guerra, anzi, nelle circostanze presenti, essa appare come il mezzo migliore per assicurare la pace con onore » cfr. ibidem, p. 312.

(67) Riportiamo al proposito quanto già espresso nella nota 34, cap. 3°: alla fine del 1913 (in tempo di non mobilitazione) Russia e Francia accerchiano i 530.000 uomini della Germania e i 420.000 della Austria-Ungheria con, rispettivamente, 1.440.000 e 650.000 uomini. Tendenzioso quindi, fuorviante e giustificabile solo in riferimento all'abituale untuosa ipocrisia dell'uomo, quanto poi espresso dal ministro degli esteri inglese Grey nelle sue memorie: « la mobilitazione russa e quella francese non eraìo una precauzione inutile o irragionevole. In Germania nel cuore stesso dell'Europa. stava il più grande esercito che il mondo abbia mai visto, in uno stato di preparazione non eguagliato da alcuno.., chi avrebbe dunque osato dire alla Russia e alla Francia che non era utile mobilitare? Chi avrebbe potuto affermare che fosse saggio omettere questa precauzione?... »cfr. TORRE A., op. cit. p. 272.

(68) Al successivo Consiglio dei ministri del 3 agosto, il premier Asquith comunica le dimissioni di Morley. Burns. Simon e Beauchamp (gli ultimi due le ritireranno nel pomeriggio). Recuperati da Churchill. lord dell'Ammiragliato, gli incerti Lloyd George e Runciman si schierano invece con Grey. il quale, da perfetto gentleman, si scusa con i dimissionari per la rigidità della sua presa di posizione bellicista. continuando con umorismo grottescamente britannico: « con voce di sentimento soffocato disse come si sentisse infelice di dover essere la causa di siffatto dissenso e imbarazzo fra tali amici ». Cfr. TORRE A.. op. cit., p. 300. La consapevolezza che l'Inghilterra si sarebbe schierata contro l'impero tedesco ha l'effetto di una bomba su Guglielmo Il: « Quella notte del 30 luglio 1914, davatiti alla certezza assoluta della guerra, Guglielmo Il fu sopraffatto dagli avvenimenti. l nervi gli cedettero, e in un lungo e appassionato memorandum egli riversò la sua amarezza e il suo sconforto, il suo convincimento che la Germania fosse vittima di un complotto, la delusione per la costante indifferenza che la Triplice Intesa mostrava per i suoi sforzi. In uno scoppio di collera giurò vendetta contro i malvagi che avevano messo in moto il cataclisma: non la Serbia o la Russia, ma l'Inghilterra e il suo impero. Era un documento penoso, gettato più in fretta da un uomo sovraeccitato e angosciato. Non avrebbe potuto scriverlo il personaggio stereotipato che la propaganda nemica ha deriso e denigrato come colui che volle la guerra in Europa e nella guerra si crogiolava ». Cfr. WHITTLE T.. op. cit., p. 340.

(69) Per la genesi e le caratteristiche del piano, cfr. RITTER G., l militari e la politica nella Germania moderna, voi. II, Einaudi, 1967, pp. 589-631 e TUCHMAN B.W., l cannoni d'agosto, Garzanti, 1973, pp. 29-41. Quanto alla reazione inglese alla violazione del Belgio prevista dal piano Schlieffen, cfr. le memorie di lord Morley, in TORRE A., op. cit. p. 297: « La pura verità, come io intendo debba essere la verità, è questa. L ‘atteggiamento tedesco circa la neutralità belga doveva essere fronteggiato in due modi. O noi potevamo farne subito un casus belli, o potevamo protesta­re con assoluta energia [...] e premere diplomaticamente. Quale era l'ostacolo al secondo modo di agire? Niente altro che i nostri supposti impegni con la Francia. L 'improvviso e decisivo entusiasmo per il Belgio fu dovuto meno all'indignazione per la violazione del trattato [del 1839, n.d.A.], che alla naturale convinzione del suo valore di argomento a favore dell'intervento a pro della Francia, dell'invio di un corpo di spedizione ecc. ecc. Il Belgio doveva prendere il posto che prima avevano preso il Marocco e Agadir quali pretesti per la guerra ».

Per quanto concerne la « santità » inviolabile dei trattati, è opportuno ricordare che le opinioni di Bismarck: non essere logicamente accettabile che un accordo potesse durare in aeternum e che ogni trattato avrebbe dovuto contenere la clausola rebus sic stantibus, erano state ampiamente condivise nel 1903 da lord Salìsbury che proprio sul problema della neutralità belga si era così significativamente espresso. « Gli obblighi che derivano per noi dal trattato seguiranno, e non precederanno le nostre inclinazioni [leggi interessi n.d.A.I, nazionali ». Cfr. JOLL J.

(70) Le opinioni tedesche circa l'impossibilità che, nonostante tutto, l'Inghilterra potesse scendere in guerra. sfiorano talora l'irresponsabilità più completa, conferendo spesso all'intera poli­tica tedesca dal 1890 al 1914 (e purtroppo in seguito anche nel 1939-40) quel carattere ondulante di

allucinante ingenuità e di aperta, esasperante schizofrenia che si pone in stridente contrasto con le intuizioni di molti dei suoi artefici, i quali non sembrano peraltro in grado di calare nella realtà fattuale le lucide considerazioni espresse in conversazioni, memoriali segreti o in opere a stampa. Addirittura ancora il 12 luglio alte personalità tedesche esprimono l'opinione che l'Inghilterra « non interverrà in una guerra che scoppi per un paese balcanica, neppure se questa guerra dovesse con­durre a un conflitto armato con la Russia e magari anche con la Francia... Non solo i rapporti anglo-tedeschi sono così migliorati che la Germania crede di non aver più da temere una presa di posizione direttamente ostile da parte dell'Inghilterra, ma, soprattutto, l'Inghilterra attualmente non ha la minima voglia di fare la guerra e non ha nessuna intenzione di cavare le castagne dal fuoco per la Serbia o addirittura per la Russia ».

L'atteggiamento di speranza frustrata nella neutralità inglese trova la formulazione più emblematica nelle reazioni di Guglielmo II: « Guglielmo II reagì in maniera del tutto opposta a Bethmann Hollweg. Se questi si era chiuso in se stesso e aveva avuto un momento di incertezza, in lui riaffiorò di colpo, con estrema violenza, l'odio cieco per la “perfida Albione”, per “quel figlio di un cane” di Grey, per i “volgari imbroglioni” inglesi. “L'Inghilterra scopre il suo vero volto sapendo che siamo nei guai e per così dire bell'e fritti [...] e ci sono state persone che hanno creduto di poter accalappiare o tranquillizzare l'Inghilterra con questo o quel piccolo provvedimento!!!... E noi ci siamo cacciati da soli nella trappola, e abbiamo addirittura rallentato la costruzione della flotta nella patetica speranza di tenerla buona!!!” ». Cfr. FISCHER F., op. cit., pp. 61 e 88.

« l nostri consoli ed i nostri agenti in Turchia e in India debbono infiammare l'intero mondo musulmano, trascmnandolo a una rivolta selvaggia contro questa odiosa, bugiarda nazione di bottegai privi di scrupoli; perché, dovessimo anche morire dissanguati, che almeno l'inghilterra perda l'India ». Cfr. JOLL. J., op. cit., p. 238.

Inno dell'amore deluso, il canto dell'odio (Hassgesang) composto da Ernst Lissauer contro l'Inghilterra e divenuto subito popolare, testimonia in parallelo lo stato d'animo dell'intera nazione tedesca: « Che ci importa dei russi e dei francesi... colpo su colpo, botta su botta. / Non li amiamo, non li odiamo; proteggiamo la Vistola e i valichi dei Vosgi. / Non abbiamo che un sol odio. Amiamo in comune, odiamo in comune. Non abbiamo che un solo nemico. / Lo conoscete tutti. Lo conoscete tutti. / Se ne sta rannicchiato al di là del mare grigio, pieno di invidia, di malignità, di risentimento e di scaltrezza; / acque più dense del sangue lo separano da noi / [...]. Assolda i popoli di tutta la terra. / Costruisci bastioni con lingotti d'oro. / Ricoprì di navi e ancora navi la superficie dei mari. / Tu calcoli bene ma non ancora abbastanza. / Che ci importa dei russi e dei francesi? / Colpo su colpo e botta su botta. Concluderemo la pace un giorno o l'altro. / Te, odieremo di un odio durevole... ». Cfr. FERRO M., op. cit., p. 38.