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Decisionismo e indipendenza europea

Nei due anni finora trascorsi, con il segretario del partito socialista, Bettino Craxi, alla presidenza del Consiglio, si è spesso parlato di « decisionismo» ; talvolta con atteggiamenti critici, fino a raggiungere toni di ostilità, in altri casi con aperta soddisfazione. Una soddisfazione che si è manifestata persino in alcuni settori dell'opposizione, e non solo di quella parlamentare.

Per taluni il fatto che al timone vi fosse un uomo capace di «prendere decisioni» ed in grado, almeno apparentemente, di imporsi sul gioco davvero stantio delle correnti e dei gruppi di potere, ha rappresentato un fatto di per sé positivo.

Nel corso dell'ultima campagna elettorale si è addirittura registrato l'invito a « votare socialista» dalle colonne di alcuni fogli che si erano sempre schierati nell'àmbito extraparlamentare e si erano battuti per un'alternativa globale al sistema.

Alcune considerazioni quindi si impongono.

Il « decisionismo» un tempo era una caratteristica propria di tutti coloro che, nella carriera politica, miravano a ruoli di primo piano. Chi non fosse stato in grado di assumere decisioni o di imporsi sui giochi di potere, palesi ed occulti, non poteva in nessun caso ambire a ricoprire durevolmente posizioni di vertice.

Il fatto nuovo da comprendere, perciò, non è il « decisionismo» , ma il « mancato decisionismo» che negli ultimi decenni ha caratterizzato un'innumerevole serie di governi, in Italia così come nelle altre nazioni europee. E solo comprendendo le cause che hanno determinato il « mancato decisionismo» si può porre nella giusta luce la novità costituita dal governo Craxi.

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Il fatto che quarant'anni fa l'Europa sia uscita dal secondo conflitto mondiale sconfitta, occupata militarmente e spaccata in due, non rappresenta un evento storico isolato nel tempo, ma il fattore condizionante e determinante tutta la politica e tutti i regimi dell'Europa post-bellica.

Si è trattato di regimi imposti dalle forze occupanti, strutturati cioè in maniera tale da esprimere una classe dirigente ed una politica gradite ai vincitori, e questo, sia chiaro, va detto non solo per i regimi sorti nell'area d'influenza sovietica.

In quarant'anni nulla di sostanziale è mutato; a tutt'oggi noi siamo una specie di colonia USA ed i nostri governanti sono tenuti ad assolvere il ruolo di portaordini e di guardie bianche degli interessi americani. E pericolosissimo fingere di non vedere questa triste realtà; insistere in questo atteggiamento denoterebbe solo un idiota senso di pudore o colpevole malafede.

Quando la linea politica ed economica non viene stabilita in piena autonomia e le decisioni fondamentali sono assunte altrove, il ruolo del politico, così come quello del governo, risulta stravolto.

Si spiegano così i decenni di governi « non decisionisti» . Non dovendo fare sostanziali scelte, non essendo consentito inventare o gestire alcuna nuova politica, a prevalere non sono stati gli « statisti» , bensì i più spregiudicati, coloro che avevano alle spalle potenti centri di potere economici ed internazionali, i padrini delle più forti organizzazioni clientelari.

Ma questo avveniva quando le cose nel mezzo mondo sotto protezione USA andavano a gonfie vele; quando il consumismo si sviluppava sempre più frenetico, quando l'economia sembrava destinata ad una perenne espansione, quando la crescente industrializzazione consentiva soddisfacenti livelli occupazionali e quando lo Stato poteva consentirsi di diventare ogni giorno più assistenziale.

Lo scenario oggi è profondamente mutato. Il consumismo, pur rimanendo l'asse portante delle economie occidentali, è frenato dalla crisi finanziaria; la disoccupazione monta e la « rivoluzione dei microprocessori» l'informatica e la robotica non prospetta certo un futuro più roseo; lo Stato, indebitato all'inverosimile, è costretto ad imporre tasse sempre più pesanti ed a ridimensionare progressivamente la propria disponibilità all'assistenza.

Non si tratta più di governare un veliero che procede per la propria rotta in acque tranquille e con il vento in poppa. E per questo che oggi al posto del timoniere, divenuto scomodo, pur se non si è giunti ad indicare e tantomeno a praticare scelte politiche nuove ed alternative, si cerca di porre uomini che probabilmente per mera ambizione si dichiarano disponibili a togliere le castagne dal fuoco ad una classe dirigente pavida, ogni giorno più preoccupata per il proprio domani.

È sostanzialmente questa la meccanica che ha determinato il « decisionismo» emerso negli ultimi tempi; e stupisce che taluni possano averlo confuso con quelle doti che, una volta, consentivano di individuare gli statisti, separan­doli dalla massa dei politicanti; che distinguevano gli uomini capaci e lungimiranti da quelli mediocri e senza fantasia.

L'«energia» e la «tempestività» del governo, tracciandone un bilancio complessivo, in realtà si sono manifestate soprattutto nell'imporre nuove tasse e nel ridurre l'assistenzialismo di Stato. Per il resto si è trattato solo di un atteggiamento non rappresentativo di contenuti e scelte effettivamente nuovi: un ruolo teatrale interpretato per cercare di salvare la faccia.

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La mancanza di effettiva indipendenza e il clima di assoluto servilismo verso gli USA in ogni settore della vita, da quello politico a quello militare, da quello economico a quello culturale, continuano a rappresentare il problema principale. Dalla mancanza d'indipendenza traggono origine gli innumerevoli problemi che affliggono la nostra società.

È assolutamente inutile lamentarsi delle conseguenze se non si ha il coraggio di lottare con decisione e apertamente contro la causa che le ha generate.

È sterile, accademico esercizio intellettuale, parlare delle libertà e dei dirit­ti individuali come in questi quarant'anni si è fatto sino alla nausea quando si ignora la prima delle libertà, quella della propria, nazione. Evidentemente si è trattato e si tratta solo di falsi obiettivi, di specchietti per attirare tante allodole alla grande partita di caccia organizzata dal Sistema.

Nessun uomo può essere veramente libero se non fa parte di un popolo libero.

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È lecito a questo punto domandarsi: cosa ha realizzato la presidenza Craxi di nuovo, rispetto ai precedenti governi democratici, per perseguire obiettivi di effettiva emancipazione dagli USA?

Alla luce degli avvenimenti che hanno segnato la recente crisi di governo si potrebbe essere indotti a ritenere che in difesa dell'indipendenza e della sovranità nazionale il Segretario socialista abbia fatto qualcosa di sostanzialmente nuovo. Ma, purtroppo, non è così.

 

La politica internazionale è determinata dalle « grandi linee» , dalle tendenze chiare e coerenti, dalle volontà precise, ed è solo nel loro àmbito che possono divenire costruttivi, emblematici, talvolta decisivi, i singoli avvenimenti e gli atteggiamenti di volta in volta assunti.

Sul piano delle « grandi linee» il governo Craxi si è collocato nella scia dei precedenti governi. E proprio durante questo governo che è stata consentita l'installazione sul nostro territorio dei missili Pershing e Cruise, assecondando un inequivocabile disegno antieuropeo posto in essere dagli USA.

Proprio durante questi ultimi due anni i disordinati sbalzi del dollaro hanno stroncato la nostra già malconcia economia e proprio approfittando di questi frangenti è stato ed è agevolmente possibile, ai finanzieri di Wall Street, rimpinzarsi di nostre aziende, di nostre realtà produttive; il tutto nella pressoché generale indifferenza dei nostri governanti.

Il ministro degli esteri dello stesso governo, Giulio Andreotti ben inserendosi nell'atmosfera delle celebrazioni del quarantesimo anniversario della vittoria anglo-sovietica contro l'Europa ha ribadito pubblicamente che la Germania sta bene, e deve rimanere, divisa; il che significa che l'intera spartizione del continente, ratificata a Yalta, è giudicata positivamente dal governo italiano.

Proprio durante la presidenza Craxi l'Italia ha accettato di inviare sue truppe in Libano, difendendo così una situazione carica di equivoci. Col paravento delle « forze di pace» , nei fatti, si cerca di mascherare l'ormai quarantennale aggressione al mondo arabo, realizzata attraverso la testa di ponte israeliana e si avalla la perdurante presenza USA nel vicino Oriente e nel Mediterraneo.

Cosa è poi accaduto, dopo il sequestro della « Achille Lauro» , per determinare quell'atteggiamento che è costato addirittura le dimissioni del governo?

Gli USA, con la loro tipica arroganza, con la loro diplomazia da Far West, cinturone, pistole e lazo, noncuranti delle regole internazionali e dei diritti dei popoli, questa volta hanno dato spettacolo proprio a casa nostra. Le notizie delle loro spacconate non ci sono giunte da un'isola delle Antille, né da uno stato dell'America latina, né dall'Africa, né dall'Asia.

Gli yankee stavolta si sono divertiti a giocare agli sceriffi circondando i nostri soldati, hanno volato da pirati dalla Sicilia a Roma; l'ambasciatore USA ha continuato per giorni a recarsi a Palazzo Chigi con l'aria di chi distribuisce bacchettate sulle mani.

Si è allora manifestato un sussulto di orgoglio, peraltro subito attutito dall'assicurazione che nulla. si modificava sul piano delle « grandi linee» , degli impegni atlantici, in parole povere della quarantennale sudditanza italiana agli Stati Uniti. Un po' come dire: non cambia nulla, ma almeno salviamo le apparenze!

In verità questo orgoglioso atteggiamento, in situazioni di chiarezza e di coerenza, oltreché legittimo, sarebbe potuto essere chiarificatore e galvanizzante, ma nell'attuale contesto è apparso contraddittorio, fine a se stesso, per taluni persino imbarazzante. Torna alla mente una frase che Leo Longanesi scrisse nel 55: « mangiano sterco, poi protestano quando vi trovano un capello» .

In effetti gli avvenimenti che hanno determinato la caduta del governo Craxi, ben lungi dal mettere in luce un nuovo paladino dell'indipendenza nazionale, hanno ulteriormente dimostrato, se pur ce ne fosse stato bisogno, che, accettando questo Sistema, per l'Italia e per l'Europa non può esservi altra prospettiva che rimanere colonia delle superpotenze. Anche il più piccolo sgarbo al potente padrone, secondo le tradizionali regole della malavita organizzata, è destinato ad essere prontamente punito; e di personaggi come Spadolini, disposti a ricoprire, al momento giusto, il ruolo del killer, l'attuale scenario politico brulica.

Non è dunque possibile confondere un'energia usata solo per taglieggiare i cittadini italiani, né un atteggiamento di orgoglio, giusto ma slegato dalla politica internazionale perseguita, con la capacità necessaria a guidare un popoìo sulla strada dell'indipendenza e della ricostruzione.

Di fronte allo spettacolo del « decisionismo» non è consentito lavorare di fantasia, sognare ad occhi aperti mete ambiziose, immaginarsi un vero capo.

Considerando i provvedimenti effettivamente presi nell'arco di questi due anni mettendosi cioè nella condizione di conservare i piedi ben saldi nella realtà l'unico risultato che questo tipo di « decisionismo» ha dimostrato di voler perseguire è stato quello di rimandare la bancarotta dello Stato, il che significa allungare la vita al regime dei partiti ed alla sua classe dirigente. E questo obiettivo, con i veri interessi del popolo italiano e dell'Europa, evidentemente non ha nulla in comune.

Abbiamo bisogno di spazi nuovi, di libertà, di indipendenza vera, per poterci finalmente rimboccare le maniche e cominciare a costruire qualcosa di valido, di effettivamente nostro, in grado di risolvere i nostri problemi, di tutelare i nostri interessi.

Occorre una mobilitazione di coscienze capace di determinare, a gradi ma implacabilmente, un rigetto di quell'americanizzazione che sin qui ci ha paralizzato ed ha provocato la decadenza dei nostri più autentici valori. Non possiamo liberarci dai condizionamenti internazionali se, prima, non comprendiamo da quale parte sta il nemico e quanto nocivo sia per noi il suo operare.

Per chi ha in animo veramente gli interessi del popolo italiano e dell'Euro­pa, un solo obiettivo oggi si può porre: l'effettiva indipendenza dell'Italia dagli USA, dai suoi centri finanziari, dal suo braccio militare e la libertà dell'Europa, di tutta l'Europa, dalla criminale spartizione di Yalta.

Mario Consoli