Stampa articolo

Stefano Vaj

L ‘Europa come destino

L'Europa come mito L'Europa come potenza L'Europa come zona geostrategica.

 

« Ove vi è una volontà, lì vi è una via»

GUILLAUME D'ORANGE

L'Europa come mito

L'Europa è un mito. Ciò è vero a diversi livelli: ad esempio, si potrebbe sostenere con una certa legittimità che l'Europa, in quanto realtà organica dotata di autocoscienza e di volontà unitaria, non è mai esistita. Né tantomeno, si potrebbe aggiungere, esiste oggi, se non nello spirito di coloro che alla sua edificazione si sono votati.

Queste constatazioni peraltro non sono paralizzanti che per la fragile volontà di una società intrisa di decadenza, permeata dalla visione della storia determinista, lineare e reazionaria dell'ideologia occidentale. Per contro, l'Europa si disegna prettamente come mito — anzi come « il» mito fondatore per eccellenza nella visione sovrumanista del mito e della storia.

Così l'Europa è innanzitutto radici, il passato a cui scegliamo di appartenere, che rivendichiamo come eredità tra mille altri possibili. Il che dà ragione una volta di più dell'importanza « religiosa» nel senso proprio, etimologico del termine, attribuita alla questione indoeuropea.

Il problema della matrice primigenia della nostra cultura è infatti quello dell'«identificazione di un'identità» , della scoperta (ri-scoperta) di un'origine fondante (1). Che gli indoeuropei potessero non essere un popolo, nel senso che non percepivano se stessi come tali e non si sentivano singolarmente parte di una comunità politica e culturale che trascendesse il loro orizzonte immediato, non ha in questo senso molta importanza, in quanto è nella prospettiva storica dell'osservatore contemporaneo che si opera questo riconoscimento, da cui nasce necessariamente una « visione indoeuropea» di tutta la nostra storia. Ed è questa visione che permette una nuova messa in prospettiva di tutti i periodi, gli eventi, le tendenze che hanno abitato il nostro passato fino ad oggi. Da qui, ben lungi dalle rimozioni freudiane progressiste e tradizionaliste, un'assunzione dell'insieme del nostro passato che conduce all'accettazione tragica di tutto ciò che avvenendo ci ha fatto essere ciò che siamo e non altra cosa. Accettazione che è l'esatto opposto di una generale approvazione acritica di marca storicista, in quanto tutto il passato vi viene sussunto in rapporto ad un punto di vista preciso, che è quello contemporaneo « indoeuropeo» .

Inoltre, l'Europa è un impegno nell'attualità, si potrebbe dire una « coscienza nazionale» . Tale concetto è carico di equivoci, legati essenzialmente a due modi diversi ed antitetici di porsi di fronte alla « questione nazionale» ; cosa che non è poi priva di conseguenze quando si passa a definire che cosa dovrebbe e potrebbe essere l'Europa nella realtà.

Il primo modo, quello di marca « francese» , vede la nazione essenzialmente come costruzione operata da uno Stato ed è legato di per sé ad un restringimento di orizzonte, ad una chiusura storicamente alla chiusura ed alla separazione dell'impero —‘ il che pone immediatamente il problema dei « confini - in - sé» della nazione e della « riduzione» politica e culturale di tutto ciò che esiste dentro questi confini alla forza agente — nello specifico esempio francese, seguito poi dalla maggior parte degli Stati-nazione, la natio franca. Questa politica di « separazione» e « riduzione» , perseguita coerentemente dall'assolutismo, sarà portata alle estreme conseguenze dalla rivoluzione francese e poi dalle rivoluzioni democratiche in tutta Europa, finché tutti questi nazionalismi di massificazione e d'esclusione dell'altro-da-sé finiranno per rovesciarsi nell'universalismo e nel mondialismo contemporanei (2).

Contrariamente alle apparenze, l'ideologia mondialista che oggi impregna la cultura dominante e la prassi politica delle istituzioni internazionali, non èdunque se non apparentemente in contraddizione con i presupposti di questa forma di nazionalismo. Questo ripiegamento su se stessi infatti implica intrinsecamente che presto o tardi si finisca per riconoscere un'uguaglianza tra le nazioni, e i sogni di universalismo politico non sono altro che la riproposizione su scala globale dello stesso processo che ha portato alla formazione degli Stati-nazione, che dovrebbe effettuarsi in questo caso ad opera di strutture in cui gli Stati contemporanei, su scala giuridicamente paritaria e retti in riferimento ad ideologie di comune provenienza giudecristiana e di comune sentimento umanista, andrebbero a confluire.

Dove la memoria del modello imperiale resta viva, e dove resta politicamente attivo per tutto il Medioevo ed anche oltre il progetto di un Sacro Romano Impero che ripristini l'antico ordine distrutto (progetto che fu a sua volta, nel senso che andiamo esponendo, un mito...), e cioè essenzialmente in area italica e germanica, il processo di unificazione « nazionale» non avviene che parzialmente, su piccola scala e poi infine, con grande ritardo, nell'ottocento romantico. Ma più che altro ed oltre a ciò, esso finisce sempre per assumere un aspetto profondamente diverso.

Innanzitutto, non è uno Stato a costruire una nazione ed a suscitare una coscienza nazionale intorno a se stesso, ma è una coscienza nazionale che nella sua maturazione esige finalmente di esprimersi politicamente in uno Stato.

Questo porta con sé che l'appartenenza alla nazione tedesca o italiana non è stata inizialmente un dato su cui si è costruita una coscienza nazionale, ma un'idea nel senso politico del termine, un'adesione spirituale ad un progetto da definire e ad un progetto che restava legato alla visione imperiale di un cosmos gerarchico ed organizzativo. Così, né Giuseppe Mazzini, che fonda la Giovane Europa , né Vincenzo Gioberti, che parla di « primato degli italiani» , né alcun altro autore od agitatore di qualche rilievo nel Risorgimento italiano dubitano per un istante di una posizione tutta affatto particolare dell'Italia nel mondo e dell'esistenza di una missione di portata generale che il popolo italiano sarebbe stato chiamato a compiere conquistando la libertà e l'indipendenza.

Tale atteggiamento è ancora più chiaro nel caso del nazionalismo tedesco, stanziato su un territorio del tutto privo di confini naturali, che conoscerà la sua piena espansione pangermanica solo per lo spazio di un mattino nei primissimi anni quaranta. Del resto la specificità tedesca si nutre a fonti meno assimilabili al panorama circostante di quella italiana. Scrive Ernst Troeltsch: « Chiunque creda nell'esistenza di un'eterna legge naturale o divina, cioè di una base comune ed universale di umanità, vedrà nella parte antioccidentale del pensiero tedesco una strana combinazione di misticismo e brutalità. Ma chiunque consideri che la storia è una continua creazione di forme individuali viventi, ordinate secondo una legge che varia incessantemente, vedrà nelle idee occidentali un prodotto di arido razionalismo, di atomismo livellatore, in breve: una combinazione di banalità e di farisaismo» (Deutscher Geist und Westeuropa).

Perciò, e da subito, essere tedeschi è appunto un'idea, e il nazionalismo tedesco è il movimento storico che di questa idea si fa portatore.

« Ci sono tedeschi ovunque!» , scrive Novalis, e in quei Discorsi alla nazione tedesca con cui Fichte redige il manifesto della lotta per l'indipendenza leggiamo: « Chiunque creda alla vita spirituale ed alla libertà di questa vita spirituale e vuole lo sviluppò eterno della spiritualità in virtà della libertà, costui, qualunque sia il paese d'origine, qualunque sia la sua lingua, è della nostra razza, ci appartiene e farà causa comune con noi. Ma chiunque crede all'immobilità o al regresso, chiunque batte il passo o mette una natura morta al timone del mondo, costui, donde provenga, qualunque sia la sua lingua, non è tedesco ed è straniero per noi; e c'è da sperare che si distacchi da noi il prima possibile» . Tale idea sopravvive alle vicissitudini dello Stato tedesco così che Wagner, considerato il massimo poeta dell'identità nazionale tedesca, può scrivere a Liszt: « Credimi, noi non abbiamo patria e, se io sono tedesco, certamente porto la mia Germania in me stesso» ; e ancora altrove: « E tedesco ogni uomo che agisce strettamente secondo le sue convinzioni» . Nota Giorgio Locchi: « Questa idealità della Germania, più tardi resa tangibile e consacrata dal sangue di centinaia di migliaia di europei d'ogni nazionalità indossanti l'uniforme dell'idea tedesca, è stata avvertita, già col fiorire del Romanticismo, dagli spiriti più sensibili dEuropa, sia pure con contrastanti reazioni. Citare a questo proposito, in uno scritto dedicato a Richard Wagner, il nome di uno Houston Stewart Chamberlain, è addirittura superfluo. In vece, val la pena di ricordare e mettere in rilievo il riconoscimento dell' ‘idealità' della Germania là dove uno lo attenderebbe meno, in filosofi e poeti spesso considerati espressioni del ‘nazionalismo' più avverso a quello tedesco, intendo dire il francese» (3).

L'Italia e la Germania, pur con evidenti contaminazioni col modello « francese» , sono quindi state, come già Roma, la Grecia e sotto un altro aspetto Israele, delle patrie mistiche piuttosto che delle realtà statuali date e consolidate cui tributare fedeltà in quanto tali.

Oggi la situazione del « buon europeo» di cui parlano Nietzsche e La Rochelle è perfettamente analoga. Parafrasando Marx, il « fantasma che si aggira per l'Europa» è l'Europa stessa, che non gode di alcuna esistenza attuale se non come destino di coloro che vi si riconoscono. Ma è a questo fantasma, a questa scelta di cultura, valori, civiltà, rigenerazione della storia, a questo mito appunto che va la fedeltà del « buon europeo» , eventualmente anche contro la congerie di Stati e staterelli che abitano il nostro continente ‘e le loro squallide burocrazie sovrannazionali solitamente definite « comunitarie» .

Inoltre, il nazionalismo europeo si ricollega all'ideologia dei nazionalismi dell'Europa di Mezzo anche per un'altra ragione: e cioè esattamente perché l'idea stessa di Europa non è che una riemersione trasfigurata della visione imperiale che abbiamo visto condizionare profondamente questi movimenti. E ciò può spiegare tante cose: innanzitutto perché sia impensabile un'unificazione dell'Europa su un modello di Stato-nazione giacobino, in opposizione diretta alle tendenze nazionalistiche e regionaliste, magari nei termini di una forzata omogeneizzazione linguistica, culturale ed amministrativa. Poi perché non ab­bia senso il problema dei « confini» dell'Europa, che non è una terra (4), ma un destino offerto a tutti coloro che possono rintracciare una parentela, etnica e spirituale, con esso. Inoltre come la partecipazione a questa idea assuma aspetti diversi per chi vi aderisca. Se essere europei è persino oggi in certo qual modo « normale» per un italiano od un tedesco, e questo non è percepito in generale come qualcosa che interferisca con il suo essere italiano o tedesco, per un francese o uno spagnolo ciò è maggiormente frutto di un'identificazione cosciente e volontaria. Per un inglese o per un russo quest'identificazione avverrà con una corrente che nella sua specifica eredità ha sempre rappresentato una tendenza estremamente flebile e perdente. Per un americano, o del resto per uno svizzero, scegliere di essere europeo significherebbe rinnegare se stesso in quanto americano o in quanto svizzero, possibilità che gli è sempre data, ma che al limite potrebbe essergli più difficile di quanto non sia ad un indiano riconoscere i popoli d'Europa come popoli fratelli.

Per comprendere quanto poco di europeo in questo senso abbiano « europeissime» istituzioni quali il Consiglio d'Europa o la Comunità Economica Europea con parlamento annesso (a cosa serve un parlamento ad una comunità economica?), basterà ricordare come del primo il cui ormai quasi unico aspetto saliente è quello, guarda caso, di costituire il quadro istituzionale della Convenzione Europea sui Diritti dell'Uomo faccia parte la Turchia, mentre si è proposta seriamente l'entrata nella seconda sempre della Turchia e dello Stato di Israele.

Il terzo aspetto infine, la terza « dimensione» del mito dell'Europa, sopra delineato come eredità e come impegno nel presente, è ovviamente quello di progetto. L'esistenza di un progetto non Implica in tutta evidenza che questo necessariamente si realizzi — ciò tanto più per chi aderisca ad una visione aperta della storia —, ma è importante sottolineare come il mero fatto di esistere in quanto progetto renda l'Europa una realtà storicamente attiva, cui dalla fine della seconda guerra mondiale tutti sono più o meno obbligati a confrontarsi, eventualmente per opporvisi, sterilizzarla o tentare di recuperarla. Come progetto l'Europa può d'altronde ben essere come già accennato e da un punto di vista esistenziale il destino di coloro che di essa si sentono parte.

E, in verità, l'Europa continua ad essere l'unica realtà potenzialmente in grado di suscitare una mobilitazione storica delle popolazioni europee, molto più della tangibile concretezza degli Stati-nazione ormai spogliati di ogni vis politica e molto più delle tendenze regionaliste che non rappresentano altro che le residue vestigia della resistenza alla formazione di questi ultimi. In questo senso la lotta per l'edificazione dell'Europa « da Brest a Bucarest» è, contrariamente alla propaganda occidentalista, l'atteggiamento più « realistico» che ci sia dato assumere nella situazione presente.

 

L'Europa come potenza

La questione del realismo e lo sfruttamento della confusione oseremmo dire semantica che accompagna questo concetto in campo politico è un tema prediletto dai pavidi o interessati sostenitori dello status quo. Tale questione, per i termini in cui viene posta, non ha alcun senso. Se si definisce realistico un progetto che si è già realizzato, la cui realizzazione è scritta nelle leggi della divina provvidenza, del materialismo storico, del progresso o di qualsiasi altra forma di necessità storica, ovvero che è estremamente probabile che si realizzi, non si vede a che titolo esso richieda un'adesione attiva. In ogni caso, il concetto di realismo in politica non sembra designare molto più che la caratteristica attribuita ex post a coloro che ottengono risultati.

Scrive icasticamente Guillaume Faye: « Il realismo: grande argomento degli irrealisti e dei falsari. Gheddafi e i suoi due milioni di nomadi sono realisti, i fondatori di Israele erano realisti, Khomeini era realista contro lo Stato dello Shah, De Gaulle partendo da solo in crociata nel 1940 era realista, Ho Chi Mmn era realista quando affrontò gli Stati Uniti? Solo i vinti sono realisti, ma, in fondo al loro cuore, sanno bene che il realismo, in politica, non è che una parola beneducata per ‘viltà'. (...) Il Giappone rinascente dell'era Meiji non aveva né la nostra popolazione, né il nostro spazio, né le nostre capacità economiche e tecniche. La Cina postdinastica era ancora arretrata e occupata dallo

straniero. E tuttavia queste potenze hanno ritrovato un rango conforme al loro passato. Le minacce che pesano sull'Europa ci lasciano ancora una grande libertà di manovra. Ancora bisogna percepirle tutte chiaramente. E non lasciarsi sedurre dal canto delle sirene che annuncia che l'asse del mondo si èspostato verso il Pacifico. Non è ancora del tutto vero. Per basculare, l'asse attende la nostra scomparsa...» (5).

Del resto, l'impero romano, l'avvento del cristianesimo, la Riforma, la rivoluzione francese o russa, i risorgimenti italiano e tedesco, le guerre di liberazione nazionale nel terzo mondo, l'esplosione fascista, tanto per citare alla rinfusa, sono tutti fenomeni che nascono da progetti perfettamente « irrealisti» .

Ma forse sarebbe meglio limitare più correttamente le qualificazioni di realismo ed irrealismo alla categoria dei mezzi e delle strategie, senza pretendere di applicarle ai progetti ed agli scopi. Un fine storico lo si persegue perché lo si è scelto, perché è iscritto nella propria anima, perché non si può fare altrimenti, perché appare desiderabile, perché soddisfa il proprio senso estetico, perché èpercepito come doveroso. Non perché è « realistico» . Ha senso parlare di realismo invece nei termini di un'adeguatezza dei mezzi ai fini (adottati per ragioni non definibili in termini di razionalità). Sarà cioè realista quella strategia che massimizza le probabilità di successo, per basse che esse siano, dell'azione storica intrapresa.

Da questo punto di vista la scadenza fondamentale ed indefettibile resta quella dell'espansione o della creazione, per meglio dire, di una coscienza nazionale europea diffusa attraverso un'opera di pedagogia rivoluzionaria generalizzata. Scrive ancora Faye: « Bisogna arrivare a generalizzare il fatto che quando un giovane parigino considera un giovane milanese, un giovane madrileno, un giovane berlinese, egli abbia il sentimento profondo e naturale di essere di fronte a compatrioti. Non per solidarietà ‘gkwanile', ma per appartenenza ad uno stesso popolo fondamentale. Questo proposito può essere giudicato banale. Ma non lo è affatto. Non si tratta per niente infatti di difendere una vaga idea umanitaria di ‘avvicinamento tra i popoli' come poteva fare Julien Benda. Si tratta invece di estendere il principio spirituale ed affettivo di solidarietà e di appartenenza nazionale (principio d'ordine irrazionale) alla generalità dei paesi europei, il che significa d'altra parte limitarlo a questi ultimi» (6).

Tale senso di appartenenza deve evidentemente coniugarsi con una volontà di potenza e di indipendenza per divenire coscienza nazionale. E il primo passo in questo senso è la presa di coscienza da parte degli europei della possibilità dell'Europa, della sua forza.

Ciò urta frontalmente con un luogo comune imposto dal più grande apparato propagandistico mai apparso sotto il sole, che pretende che per l'Europa, e specificamente quella occidentale, non vi sia salvezza al di fuori di una permanente e progressiva integrazione al sistema che fa capo agli USA. Certo, l'Europa può sotto molti profili essere considerata al minimo storico della sua potenza politica, economica e militare. Eppure, malgrado la sua profonda decadenza, avrebbe ancora dei bei rimasugli da gettare sul piatto della bilancia della storia. Innanzitutto la sua posizione geopolitica fa sì che chi controlla l'Europa controlla il mondo, e chi controllasse l'Europa controllerebbe il mondo dall'Europa stessa il che spiega una volta di più l'assoluta necessità storica della divisione dell'Europa per chi rifiuta ciò che essa rappresenta.

Aperta su tre mari, profondamente infossata nell'immenso territorio euroasiatico, posta al centro del mondo, l'Europa detiene tuttora, attraverso la Francia e l'Inghilterra, importanti possedimenti su tutti gli oceani del globo, e possiede un'estrenia ricchezza di climi e ambienti naturali cui fa da contrappunto una notevole omogeneità etnoculturale. Oltre ad essere la zona più urbanizzata del mondo, è anche la più popolata.

Popolata, in particolare, più degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica: 347 milioni di europei occidentali, come ricorda Faye nell'opera citata, di cui 272 milioni solo nella CEE, chiedono oggi protezione a 228 milioni di americani contro 265 milioni di cittadini dell'URSS. Si comprende facilmente come le due superpotenze non possano neanche lontanamente pensare di lasciar libero un insieme di 510 milioni di abitanti quale è quello che compone l'interezza dell'Europa, esclusa la parte europea dell'Unione Sovietica, malgrado l'incombere del declino demografico.

Questi numeri prendono significato in particolare ricordando che l'Europa occidentale resta tuttora la prima potenza commerciale del mondo e, ciò che può apparire sorprendente, in particolare per l'estrema limitazione che comporta la perdurante frammentazione politica, persino la prima potenza industriale (2810 miliardi di dollari di prodotto interno lordo per la CEE contro 1212 miliardi per gli Stati Uniti...). Del resto l'Europa è ancora oggi la regione che vanta il massimo grado di industrializzazione, la massima diversificazione nella produzione industriale, il massimo livello tecnoculturale della popolazione. La persistente pratica del « drenaggio dei cervelli» ci conforta sui risultati persino oggi raggiunti dai sistemi educativi europei, cui non corrisponde sfortunatamente un'equipollente possibilità d'inserimento professionale di livello adeguato.

Persino la tecnologia militare europea, a dispetto dell'enorme sproporzione ed inferiorità degli investimenti di cui è oggetto, non fa cattiva prova di sé, dai missili Exocet alla bomba ai neutroni, la cui produzione da parte della Francia è ormai il segreto di Pulcinella.

Il primo tema di lotta del movimento di rinascita europea deve essere quello del rovesciamento del luogo comune per cui l'Europa è dipendente perché debole nell'affermazione del fatto che essa è debole perché è dipendente. Tale connessione è particolarmente vera per quanto riguarda le materie prime, che i paesi europei continuano a pagare in costosissimi dollari che serviranno ai paesi fornitori per comprare manufatti made in USA, col brillante risultato di finanziare il rilancio dell'industria americana e la dipendenza da questa dell'economia mondiale, il tutto pagato contemporaneamente con inflazione e recessione («stagflazione»), con decapitalizzazione e disindustrializzazione nello spazio economico europeo.

L'Europa come zona geostrategica

Alla questione della presunta « debolezza» , e dunque del bisogno di tutela, dell'Europa ed alla questione della politica di condizionamento e disinformazione cui sono massicciamente sottoposti i nostri paesi, si lega eminentemente il problema della difesa militare nella visione che ne ha l'opinione dominante.

L'ossessione per la sicurezza e il pacifismo istituzionale che caratterizza la posizione ufficiale dei governi europei, contrasta paradossalmente con l'eco quanto mai attutita che del dibattito, delle valutazioni e dello studio delle dottrine strategiche e delle politiche di difesa si ripercuote non solo nel pubblico, ma anche nelle inette, ignoranti ed asservite classi politiche europeo-occidentali. In particolare in Italia tale situazione sembra perdurare ed aggravarsi, al contrario ad esempio che in Francia o in Germania.

Sulla questione dell'installazione in Europa dei Pershing e dei Cruise, la stessa opposizione (?) non ha mostrato di saper opporre argomenti molto più forti di quelli secondo cui le armi nucleari sono pericolose, dunque meno ce ne sono meglio è, e poiché ogni mutamento unilaterale dell'equilibrio strategico porta con sé una corsa agli armamenti...

Ricapitoliamo brevemente la storia dell'installazione dei missili americani a medio raggio, che giustamente ha tanto fatto parlare di sé.

Il 14 dicembre 1979, durante la sessione del consiglio atlantico, i quindici ministri degli esteri dei paesi membri della NATO prendono la decisione, si può immaginare quanto autonoma e spontanea, di installare in cinque paesi dell'«Alleanza» 572 missili nucleari americani capaci di raggiungere il territorio dell'Unione Sovietica, e più precisamente 108 del tipo Pershing Il e 464 del tipo Cruise. Al fine di far meglio passare questa decisione, il consiglio atlantico dichiara, nel suo comunicato finale, che, parallelamente all'installazione dei nuovi missili americani, gli Stati Uniti negozieranno con l'Unione Sovietica una riduzione degli armamenti nucleari in Europa.

Quali sono le ragioni di questa decisione e quali conseguenze essa implica per l'Europa? Fin dal 1978, il generale Haig, all'epoca comandante supremo della NATO, preconizzava al segretario alla difesa americano Harold Brown il piazzamento nel « teatro» europeo di nuovi missili capaci di raggiungere la Russia europea, cosa che non erano in grado di fare i circa 7000 missili americani già presenti in Europa, anche perché gli Stati Uniti potevano e possono benissimo colpire l'URSS con missili intercontinentali, bombardieri strategici e sommergibili nucleari. Il che però implicava che un confronto nucleare tra i due paesi rischiasse maggiormente di sfociare in uno scontro generale, con relativa distruzione dei due territori metropolitani.

La proposta del generale Haig, come è stata oggi accettata dal governo americano e dai suoi satelliti europei, permette una risposta od un attacco nucleari contro l'Unione Sovietica a partire dal territorio europeo; il che significa che la « santuarizzazione» del territorio americano avviata con la dottrina della risposta flessibile (che ha sostituito negli anni cinquanta quella della rappresa glia nucleare totale e che prevede la limitazione del conflitto al teatro in cui ha luogo l'attacco — in poche parole, se i russi invadono l'Europa occidentale, le atomiche cadono sulle città da questi occupate, o al massimo su Praga e Budapest) viene definitivamente sancita. Infatti, sottoposta ad un tiro americano proveniente dall'Europa, l'URSS potrebbe o limitare il conflitto al territorio europeo (il che lascia la sua parte asiatica in ogni caso al riparo) o rispondere colpendo a sua volta il territorio americano scatenando gli arsenali strategici e la distruzione generale. Grazie ai Pershing e ai Cruise gli americani possono oggi permettersi una maggiore libertà d'iniziativa in Europa mantenendo immutati i termini ricattatori dell'olocausto planetario.

Al fine di giustificare l'installazione dei loro nuovi missili, gli americani e i loro servili collaboratori europei invocano la « minaccia» che l'installazione degli SS 20 fa pesare sui nostri paesi. In realtà, da qualche anno i sovietici stanno rimpiazzando i loro SS 4 ed SS 5 con questo nuovo modello, la cui differenza essenziale è costituita dal fatto che gli SS 20 portano ognuno tre testate nucleari invece di una, pur notevolmente meno potenti, se prese singolarmente, della testata dei vecchi missili. In parole povere, l'introduzione degli SS 20, più che aumentare la minaccia nucleare sull'Europa occidentale la rende più selettiva, permettendo all'Armata Rossa di colpire in modo più preciso gli obiettivi che essa vuole distruggere.

Di fronte alla concreta minaccia degli SS 20, i Cruise e i Pershing, al contrario di come li dipinge la propaganda occidentale in Italia, non costituiscono in alcun modo un riparo, bensì dei bersagli designati e privilegiati sotto la mira predisposta dei missili sovietici. Inoltre, gli SS 20 hanno una portata utile di 4500 chilometri, i Pershing Il di 1800 chilometri ed i Cruise di 2500 chilometri, ciò che permette all'Armata Rossa di disporre la gran parte dei propri SS 20 fuori dalla portata del tiro americano, ma la obbliga in caso di conflitto a distruggere ad ogni costo i Pershing e i Cruise giacché, se questi non possono raggiungere gli SS 20, ben possono raggiungere Mosca e Leningrado e la maggior parte delle città della Russia europea.

Ora, essendo i missili americani deliberatamente installati in regioni altamente popolate (contrariamente ai missili intercontinentali situati in territorio statunitense...) si può agevolmente immaginare cosa comporterebbe per l'Europa una guerra « limitata» , un « confronto militare» delle due superpotenze sul teatro europeo... Da ciò un aumento delle probabilità degli europei di essere « atomizzati» , tanto più che l'installazione dei Pershing e dei Cruise a circa dieci minuti da Mosca costituisce un chiaro invito per i Russi in caso di crisi a non rischiare e colpire per primi. Del resto, se gli americani fossero tanto disinteressati e preoccupati della salvezza dell'Europa, potrebbero facilmente basare i Cruise — il che è da un punto di vista tecnico perfettamente realizzabile ed avrebbe da un punto di vista strettamente militare la stessa efficacia su sommergibili o bombardieri senza prendere in ostaggio la popolazione civile. La differenza in questo senso delle dottrine nucleari americane da quelle della Francia, che non ha certo interesse ad usare del proprio arsenale per suicidare lapopolazione dell'esagono, è eloquente...

Tutto ciò spiega come i missili americani sono essenzialmente delle armi di occupazione. Realizzati gli accordi di Helsinki, in cui l'URSS si è venduta sacrificando all'ideologia dei diritti dell'uomo e rinunciando alla rivoluzione mondiale in cambio della solennizzazione della spartizione del bottino codificata a Yalta e di vantaggi diplomatici concreti, le due superpotenze per collaborare non hanno più bisogno che prosegua il processo di « distensione» . I paesi europei hanno appena firmato, in omaggio a questa politica, che l'Europa è stata a buon diritto occupata, spartita e annessa, che la Germania non potrebbe star meglio che divisa, che le frontiere del 1945 sono intangibili, che l'Europa occidentale non ha alcun diritto ad impicciarsi dei fatti dell'Europa centrale ed orientale, che in caso di crisi le potenze cui sarà affidato ogni negoziato sono USA e URSS. È ora necessario che ciascuno dei paesi appartenenti alle due rispettive zone si ricordi bene che la minaccia viene dagli europei di fronte e che il solo vero amico è l'occupante difensore. E quando nel 1983 il capo di stato maggiore dell'esercito della Bundesrepublik presso il generale Rogers, padrone della NATO in centroeuropa e vero capo dell'esercito tedesco, si prende troppo sul serio e manifestando velleità d'indipendenza comincia a contestare l'arroganza americana e l'aggressività ufficiale verso la DDR, si può sempre montare una storia di omosessuali e giocare di ipocrisia moralista per levarselo rapidamente dai piedi...

Molti politologi, nella percezione del rapporto di collaborazione oggettiva (e magari anche soggettiva) da sempre esistente tra le due superpotenze, tendono a pensare che la guerra non avverrà mai, che lo spettro del conflitto è soltanto una minaccia utile alla politica coloniale da queste condotta ed accessoriamente al regolamento di loro frizioni secondarie nella gestione del condominio europeo e mondiale. Il geopolitico americano Colin Gray riconosce ad esempio che il suo paese e l'URSS non hanno un grande interesse diretto a farsi guerra. Non è però che tale prospettiva debba terrorizzare neppure più di tanto i dirigenti americani (7). Una « guerra locale» ambientata nel teatro europeo, eventualmente anche nucleare, non finirebbe necessariamente, come abbiamo visto, per scatenare « la» guerra, anche se certamente innervosirebbe la Russia per la sua vicinanza al teatro delle operazioni.

Nota Faye (op cit.): « Una guerra est-ovest in Europa sarebbe in realtà la continuazione in forma di aperto conflitto della collaborazione USA- URSS. Talvolta, due alleati possono farsi la guerra per continuare la loro pace e la loro intesa con altri mezzi. In effetti, battendosi sul nostro suolo, le potenze associate non si distruggerebbero affatto, ma distruggerebbero noi, o quanto meno ci cancellerebbero dalla scena per almeno un secolo. (...) Il conflitto est-ovest in Europa: ecco un eccellente modo di liquidare una volta per tutte il problema europeo, spina infetta nel piede delle potenze associate. Tale è d'al­tronde il senso dei negoziati SALT 1 e 2, parodia diplomatica destinata ad ingannare gli europei, inammissibile intesa in cui la questione della loro sopravvivenza fisica è dibattuta da altri. (...) L'annientamento dell'Europa da parte

di una guerra tattica tra i due grandi potrebbe costituire uno degli scenari della loro intesa globale» .

Aggiunge Michel Jobert, già ministro di Pompidou: « Questa negoziazione conflittuale tra gli Stati Uniti e l'URSS, perché s'accompagna con una santuarizzazione dei rispettivi territori nazionali ed instaura la loro co-responsabilità mondiale per la soluzione delle crisi, conduce ad una sorta di condominio in cui l'Europa è neutralizzata ed asservita, senza per questo attenuare per essa i rischi di un conflitto»

Robert Steuckers, che da parte sua ritiene molto più americano che sovietico l'interesse ad una guerra europea, scrive: « Gli Stati Uniti cercano di far sì che noi si faccia le spese di uno scontro frontale, uno scontro che eliminerebbe in un colpo solo ml concorrente economico europeo e l'avversario militare sovietico. (...) Quando si prendono in esame le dtfficoltà che devono affrontare i sovietici per gestire i loro possedimenti in Europa orientale, solo allora si può immaginare i problemi che imporrebbe loro l'occupazione permanente degli spazi più vicini all'Atlantico

Potremmo aggiungere: se si pone mente alle difficoltà che comporta per l'URSS il mantenimento dello status quo in Afganistan, possiamo dare la credibilità che merita allo scenario che vede i cosacchi, subito appena partito l'ultimo americano, instaurare con una cavalcata trionfale l'eterna schiavitù comunista da Rejkjavik a Lisbona.

Ritornando alla questione delle politiche di difesa, ed a prescindere dal problema delle scelte politiche di fondo che vi stanno alla base, nessuno ricorda mai nel nostro paese come, anche restando in una prospettiva più o meno convenzionale di solidarietà col « mondo libero» e di radicale confronto con la « minaccia sovietica» e l'Europa orientale, la CEE, adottando una politica « gollista» potrebbe da subito darsi un apparato difensivo nucleare altrettanto credibile da un punto di vista tecnico di quello americano e da un punto di vista politico molto più credibile quanto ad una sua utilizzazione in difesa dell'Europa.

Ne dà atto, incredibilmente, il Giornale nuovo in un servizio che ha occupato la quarta pagina del numero del 17 aprile 1984, forse dovuto a un lapsus, e che recava questi incredibili titoli di testa: « Come l'Europa potrebbe difendersi da sola - Tre le ipotesi in discussione - Lo status quo sembra la soluzione più facile ma porta alla dipendenza dall'impero americano o sovietico - Difficoltà politiche si oppongono ai deterrenti nazionali e alla cooperazione su base CEE» . Contenuto del pezzo, una tavola rotonda riportata per esteso tra cinque « esperti» di politica estera, difesa e relazioni internazionali, che si sono scambiati banalità tanto più sorprendenti per la sede in cui sono state formulate, riguardo all'inutilità assoluta ai fini della difesa europea dell'apparato bellico statunitense nel nostro continente, sulla perdurante sottomissione dei paesi dell'Europa occidentale agli Stati Uniti, sulla necessità per essere indipendenti di godere di una difesa autonoma. Vi vengono altresì abbozzati seriamente degli scenari fondati sulle iniziative francesi del tipo della proposta Sanguinetti, che offriva alla Germania occidentale la garanzia della force de frappe in cambio di un sostegno economico e tecnologico al suo mantenimento ed ammodernamento (8), o sull'integrazione immediata degli arsenali nucleari francese ed inglese affiancata da una distribuzione del lavoro su scala europea in materia di tecnologia militare, facendo presente come a queste prospettive di elevata credibilità strategica e militare, si oppongono essenzialmente difficoltà di ordine politico, tra cui, principale la prevedibile opposizione americana!

Non è poi affatto dimostrato che un paese europeo che scegliesse anche isolatamente di emanciparsi dalla tutela americana — e ci riuscisse — sarebbe perciò stesso ed obbligatoriamente preda inerme dell'«orso brutale di Mosca» .

Nel 1982, ad esempio, il prestigioso Institut fur Friedensforschung und Sichereitspolitik dell'università di Amburgo, al termine di uno studio specificamente riferito alla situazione tedesca delle politiche militari degli Stati neutrali d'Europa, ha invitato specialisti svizzeri, austriaci, svedesi, finlandesi e jugoslavi ad esporre la dottrine strategiche dei loro rispettivi paesi, il che ha prodotto un testo ormai fondamentale in materia (9).

Dieter S. Lutz vi individua in termini molto accademici e senza alcun coinvolgimento polemico cinque conseguenze principali di un'ipotetica neutralizzazione della Germania Federale: una BDR neutralizzata, grazie alla sua importante industria militare, sgancerebbe gli altri paesi neutrali dalla loro dipendenza dai blocchi in materia di armamenti, rafforzandone così l'indipendenza ed indirettamente la stabilità politica europea; la neutralizzazione delle due Germanie, specie se accompagnata da quella dei paesi del Benelux e della Danimarca e Norvegia, permetterebbe una saldatura tra i paesi neutrali del nord, Svezia e Finlandia, e quelli del sud, Svizzera, Austria e Jugoslavia, creando una separazione tra i blocchi che renderebbe pìu difficile l'avventurismo militare ed assumerebbe funzioni di arbitra dei problemi europei; sarebbe risolta la questione di Berlino; la neutralizzalione dell'Europa centrale probabilmente innescherebbe un processo di dissoluzione dei blocchi e l'instaurarsi di nuovi sistemi di alleanze.

Il libro riserva altre sorprese. La neutralità svizzera, fondata sul sistema della milizia popolare e della coscrizione generale rigetta l'idea che alleanze militari possano garantire l'indipendenza nazionale. La strategia elvetica è imperniata sul principio di arrecare al nemico che penetrasse il territorio nazionale il massimo possibile di perdita di uomini, tempo e materiali, sfruttando a fondo le caratteristiche geografiche della regione. Per far questo la Confederazione èin grado di mobilitare in un tempo brevissimo un esercito di seicentomila uomini — già addestrati in caso di sconfitta a costituire l'ossatura di una rete di guerriglia senza quartiere — su una popolazione di sette milioni d'abitanti! Popolazione che del resto dispone al 70% di un riparo antiatomico in caso di attacco distruttivo.

La Svezia, che consacra una percentuale del suo bilancio alle spese militari più vicina a quella dei paesi dell'est che alla nostra, con otto milioni d'abitanti dispone a sua volta d'installazioni antiatomiche su amplissima scala e produce « in casa» missili, carri d'assalto, sommergibili e cacciabombardieri supersonici, tanto che avrebbe potuto fin dagli anni sessanta offrire un'alternativa in materia di approvvigionamenti militari all'Europa della CEE, da cui è rimasta fuori negli anni settanta in ragione dell'asservimento della neonata Comunità agli interessi ed alla potenza USA, mentre la svedese resta la più importante industria militare europea, presso cui si servono Svizzera, Jugoslavia, Austria, India.

Quanto alla Jugoslavia, il più esposto dei paesi neutrali europei, la sua politica di difesa è la difesa popolare generalizzata, che mira a rendere impossibile il mantenimento di un'occupazione militare del paese ed è sostenuta da un piccolo esercito professionale incaricato in caso di conflitto essenzialmente di inquadrare il popolo in armi. Tale dottrina, elaborata di fronte al pericolo di un'invasione sovietica temuta da Tito anche in relazione all'episodio della Cecoslovacchia, sì fonda sulle antiche tradizioni militari di provenienza austro-ungarica, sulla guerra partigiana, sull'esperienza sovietica degli anni quaranta e sull'osservazione della guerra arabo-israeliana del 1967 da parte dei « caschi blu» jugoslavi. Essa è fondata sulla difesa territoriale totale e i suoi principi, tra cui quello del divieto di capitolare (art. 254), sono previsti nella Costituzione federale. Ci sembra ce ne sia abbastanza per chi teme che il rifiuto di un'accettazione passiva della colonizzazione occidentale comporterebbe una rinuncia alle virtù guerriere (?) dell'Europa occidentale contemporanea.

Del resto vi è anche chi da un punto di vista scientifico ha provato ad elaborare quella che potrebbe essere una politica difensiva autonoma dell'Europa occidentale ed in particolare della Germania federale. E di questi ultimi mesi la pubblicazione della traduzione francese di un'importante opera del polemologo tedesco Horst Afheldt, che difficilmente avremo l'opportunità di leggere prossimamente in italiano, intitolata Per una difesa non suicida dell'Europa (10). Se pure egli attacca più le dottrine strategiche della NATO che la sua esistenza, la sua dottrina della difesa a « maglie larghe» della Germania federale, delle Ardenne belghe e dell'est della Francia, pur non esente da critiche, tra cui quella di porsi acriticamente nella prospettiva che vede come unico scenario possibile quello della difesa da un attacco del Patto di Varsavia, non può non apparire come un'ipotesi di lavoro in cui la presenza americana più che inutile è dannosa. La preoccupazione su cui si fonda è quella per cui, essendo una guerra nucleare in ogni caso una sentenza di morte per l'Europa, ogni politica difensiva deve essenzialmente mirare a ridurre al minimo i rischi di guerra nucleare.

In breve, i suoi principi fondamentali consistono nell'approfondimento maggiore possibile del fronte della guerra scatenata con armi convenzionali, fino a settanta-ottanta chilometri. In questa fascia dovrebbero agire unità di commando flessibili, reclutate nella regione e dotate di mezzi sofisticati. Armato ed addestrato ad un livello tecnicamente molto alto, con una conoscenza minuziosa del terreno e con una notevole autonomia operativa, ogni raggruppamento può così occuparsi della distruzione sistematica delle forze nemiche, non soltanto della fanteria e dei mezzi corazzati, ma anche dell'aviazione tramite l'impiego di sistemi terra-aria. Truppe ridotte, un comando ridotto, un fronte profondo, un impiego ottimale della tecnologia militare degli ultimi anni ed una perfetta osmosi con la popolazione locale, sono le caratteristiche di questa dottrina strategica. A chi, ex goscista convertito all'atlantismo viscerale, ha rimproverato ad Afheldt che questa dottrina comporterebbe la militarizzazione della società, il polemologo ha risposto dichiarandosi partigiano di una « socializzazione della difesa» .

In generale, la nuova corrente strategica in cui Affieldt si colloca, parte sempre da due premesse: primo, evitare una guerra non è possibile altro che dispiegando mezzi militari; secondo, l'attuale strategia difensiva della NATO non è la strategia preventiva adeguata. L'obiettivo globale è sempre quello di darsi mezzi militari tali che non si debba temere che la prima crisi conduca alla catastrofe che trascinerebbe con sé la scomparsa definitiva dell'Europa. Al posto della strategia cosiddetta della dissuasione predicata dalla NATO, Afheldt e il generale Lòser della Bundeswehr suggeriscono una politica di stabilità per l'Europa centrale basata sulla capacità di contenere efficacemente un invasione, senza buttare il bambino con l'acqua calda, ovvero per difendere l'Europa provocarne la distruzione.

La NATO designa il nemico: l'URSS; questo nemico, come abbiamo visto, resta lo stesso anche per Afheldt ed i suoi amici, contrariamente agli ambienti neutralisti, dal nostro punto di vista più interessanti, che si ritrovano nel movimento pacifista, tra i verdi, negli eredi dei diversi movimenti neutralisti degli anni cinquanta e nei ranghi della cosiddetta « destra nazionale» tedesco-occidentale, per tutti i quali il pericolo ed il nemico sono l'infeudamento ai due blocchi.

L'obiettivo degli ambienti atlantisti ufficiali è quello di conservare tale quale il sistema politico e militare le cui disfunzioni sono tuttavia evidenti. In politica internazionale, questo significa il mantenimento dello status quo. L'obiettivo di Affieldt e dei suoi discepoli è quello di evitare la guerra mettendo in piedi un sistema strettamente difensivo che non « minacci» l'eventuale avversario pur dissuadendolo pesantemente dall'attaccare. I neutralisti, da parte loro, tentano di disimpegnare la Germania (Federale per i minimalisti, Federale e Democratica e territori in « amministrazione polacca» per i massimalisti) dalla presa delle superpotenze.

Se la NATO basa la sua strategia sulla risposta flessibile, la Triade e la difesa avanzata in seno all'alleanza atlantica, i neutralisti (soprattutto quelli della « sinistra nazionale») suggeriscono la creazione di zone denuclearizzate. Peraltro, le proposte di Affieldt e dei Lòser presentano un indiscutibile interesse anche nel quadro della prospettiva aperta da questi ultimi, che fanno in generale abbastanza vagamente riferimento alla dottrina austriaca del generale Spannocchi, che si è ispirato a Mao e a Giap, e secondariamente al modello svizzero.

Le idee di Afheldt, che costituiscono una rielaborazione della concezione del maggiore Brossolet dell'esercito francese, che ha scritto nel 1975 Essai sur la non bataille, le abbiamo viste.

La concezione di Brossolet della « difesa per moduli » (tipo A: fanteria d'élite radicata nel tessuto geografico e popolare; tipo B: elicotteri dotati di missili anticarro; tipo C: mezzi corazzati d'appoggio; tipo D: coordinazione e comunicazioni) vi viene teoricamente perfezionata tendendo ad evitare l'uso dei carri armati e degli elicotteri, che sono considerati bersagli troppo vulnerabili, cosa che potrebbe oggi essere resa possibile dall'adozione massiccia delle nuove armi portatili anticarro, di missili teleguidati e di sistemi d'arma informatizzati.

Lòser, che finisce per essere molto vicino alle posizioni neutraliste, ha tentato un'applicazione di queste idee alla specificità del territorio della Germania occidentale. Questa dovrebbe essere divisa in tre zone: la zona di difesa dello spazio di frontiera (Grenzraumverteidigung): la zona di difesa della spazio centrale (Raumverteidigung); la zona in cui si organizzano e combattono le Heimatschutzverbande, milizie popolari territoriali. La prima zona sarebbe difesa da truppe corazzate e da sistemi d'arma informatizzati, e avrebbe in caso di guerra la funzione di indebolire e ritardare di almeno ventiquattro ore l'avanzata del nemico per rendere possibile la mobilitazione delle altre due zone. In questa zona le truppe sarebbero composte per due terzi di professionisti e per un terzo da gente reclutata sul posto, da abitanti della regione. Nella seconda sarebbe applicato in pieno il metodo Afheldt, mentre nella terza avrebbero il tempo di crearsi le unità territoriali composte al 100% da riservisti che sarebbero pronte così ad opporre la propria resistenza nel caso il nemico penetrasse al di là delle prime due zone, eventualmente dandosi alla guerriglia. Nella seconda zona, ed in minor misura nella terza, verrebbero infine situate poche consistenti concentrazioni di uomini e mezzi in grado di scatenare contrattacchi su scala regionale.

Un opuscolo pubblicato da Junges Forum, pubblicazione di orientamento nazionalrivoluzionario, a cura di Lothar Penz (Strategische Bedigungen alternativer Verteidigung), sottolinea l'estremo interesse portato per questo dibattito dagli ambienti che rifiutano la colonizzazione yankee dell'Europa occidentale in Germania Federale (11). Ugualmente, un'eco consistente di queste tesi si è fatta sentire in Belgio, ed ancora in Francia, che come si è detto le ha in parte originariamente prodotte.

Oggetto di riflessione sono infine ridiventate in Europa le teorie maoiste sulle « tigri di carta ». Le armi nucleari, secondo questo punto di vista, possono ben essere usate per ridurre un paese ad un cumulo di macerie, ma il loro uso èperfettamente inutile ed anzi controproducente per l'occupazione del suo territorio, che dovrà essere realizzata con un'invasione di massa di tipo convenzionale e con lo stanziamento sul posto di una forza di occupazione. A questo punto la capacità di resistere di una nazione durerà fintanto che il relativo popolo rifiuterà di accettare questa occupazione. Nel caso specifico cinese, la tesi si appoggia sull'ulteriore argomento che anche dopo una guerra nucleare distruttiva i cinesi, per scarsa urbanizzazione e soprattutto per fattori numerici, resterebbero sempre sofficientemente numerosi per rendere impossibile a qualunque potenza straniera il mantenimento di un'occupazione militare del paese, fintantoché almeno perdurasse lo spirito di resistenza e non collaborazione.

L'intuizione generale resta però valida anche per l'Europa. Il rischio è molto più quello della sua distruzione, fisica o spirituale, che quello della sua occupazione, ben difficilmente realizzabile e che sottoporrebbe l'occupante a sua volta ad un rischio concreto di assimilazione. Chi teme comunque quest'ultima prospettiva dovrebbe, come abbiamo visto, lavorare per il massimo rafforzamento della coscienza nazionale e della volontà d'indipendenza dell'Europa. Delegare la sua « difesa» ad una potenza straniera, sia pure in via « provvisoria» (?), non ci sembra certo il modo migliore per farlo.

* * *

Questo ci riporta alla questione dell'impegno principale in vista dell'edificazione europea. Nessuno sa oggi se questa si compirà, e tanto meno come si compirà, quali saranno le sue fasi, le sua scadenze, l'aspetto che prenderà. E importante piuttosto cominciare ad interrogarsi su queste cose, ipotizzare strade, strategie e soluzioni. L'occasione si presenta a chi sa vegliare in armi attendendone la venuta.

Ma soprattutto la questione fondamentale resta sempre quella della creazione di un bisogno diffuso dell'Europa, di un'ansia condivisa, di un ideale collettivo.

La costruzione dell'unità italiana, conquistate a questo progetto élites nascenti in tutta la penisola, molto prima di diventare realtà, molto prima di diventare possibile, era diventata già in certo modo una necessità storica, qualcosa che sembrava al massimo poter essere ritardato, un piano inclinato su cui era difficile restare saldi e dove ogni sassolino minacciava di trasformarsi in frane arrestabili con sempre maggiore difficoltà. La sconfitta subita dal Piemonte nella prima guerra d'indipendenza, che pure permise all'Austria una buona epurazione dei territori occupati, non poté cambiare di una virgola questo stato di cose.

Dopo un decennio di lotte, nella Germania degli anni trenta, i nazionalssocialisti « non possono che vincere» ; non importa il gioco degli alti e bassi parlamentari, il disfarsi e ricrearsi delle coalizioni, le sconfitte elettorali locali o i momenti di crisi. Dunque « tanto vale accordarsi con loro»…

Bastino questi due esempi per mostrare come l'Europa abbia bisogno di una « presa di coscienza» collettiva, di una educazione popolare rivoluzionaria che renda come « ineluttabili» per chi vi è implicato certi processi storici. L'Europa, già destino di coloro che fin da oggi vi consacrano la propria esistenza storica, deve divenire il destino dei popoli che abitano il nostro continente.

Stefano Vaj

 

(1) Cfr. sul tema indoeuropeo quanto scritto su l' Uomo libero n. 9 Alle radici dell'Europa»).

(2) Una trattazione sui diversi signiticati del termine « nazione» in rapporto al concetto di imperium è reperibile nell'articolo di G. Locchi « Nazione e Impero» , in l' Uomo libero n. 9.

(3) GIORGIO LOCCHI, Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista, Akropolis, Roma 1982 A questo testo e ad altri scritti dello stesso autore, in parte comparsi in italiano su questa Rivista, siamo debitori di questo concetto della « tridimensionalità» del mito e del tempo storico che si apparenta strettamente anche con la tridimensionalità del Dasein beideggeriano, dell'«esserci» dell'uomo nel mondo (cfr. Sein und Zeit).

(4) Carattere tradizionale degli europei è quello di essere radicati, non impiantati nel territorio in cui si stanziano. A prescindere dalle grandi emigrazioni indoeuropee, ricordiamo l'immagine dgli uomini del nord che tuggendo il cristianesimo triontante al largo dell'Islanda gettavano in mare dai drakkar i simboli in legno dei ctan, e dove questi prendevano terra, là eleggevano la propria dimora, su un suolo che diveniva così per loro la patria, la « terra dei padri».

(5) GUILLAUME FAYE, Nouveau discours à la nation européenne, Albatros, Parigi 1985 (di cui è stata annunciata la traduzione italiana dalle Edizioni « Il Settimo Sigillo» di Roma).

(6) GUILLAUME FAYE, op. cit.

(7) PIERRE VAN HERTENDAELE, in un articolo apparso sulla rivista belga Orientations, n. 3 del maggio-giugno 1982 («Le missiles américains: un danger pour la paix») sostiene addirittura che oggi gli Stati Uniti hanno un ettettivo interesse ad una guerra nucleare limitata in Europa, « che offrirebbe loro un triplo vantaggio: eliminare l'Europa che sta diventando meno redditizia ed è una concorrente economica; indebolire considerevolmente l'Unione Sovietica atomizzando i suoi satelliti e forse anche la sua parte europea; rilanciare la loro economia e uscire, tramite questa ‘terza guerra mondiale' dalla crisi, nello stesso modo in cui il loro intervento nella seconda ha permesso loro di uscire dalla crisi degli anni trenta» .

(8) Un testo che studia le dottrine militari delle superpotenze del dopoguerra in poi ed espone la dottrina strategica francese e le sue prospettive di evoluzione europea è La Guerre et l'atome, di PAUL MARIa DE LA GoRca, Plon, Parigi 1985.

(9) A cura di Dianut 5. Lurz - ANNEMARIE GROSSEJNTRE, Neutralitai. Eine Alternative? - Zur Militàr- und Sichereitspolitik neutraler Staaten in Europa, Nomos Verlagsgeselischaft, Baden Baden 1982.

(10) HORST AFHELDT, Pour un défense non suicidaire de l'Europe, La Découverte, Parigi 1985.

(11) Vanno ancora segnalati, sull'argomento delle dottrine strategiche alternative, ALFRED Siuiz, Raumverteidigung. Utopie oder Alternative? - Vorschlage, Modellen und Kontroversen. Ein Bericht aber Thesen von Spannocchi, Afheldt. Uhle-Wettler, Loser, Verlag Neue Zurcher Zeitung, Zurigo 1982; VOLKER BOGE, PETER WILKE, Sichereitspolituche Alternativen. Bestandsaufnahme und Vorschlage zur Diskussion, Nomos Verlagsgesellschatì, Baden-Baden 1984.