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Piero Sella

Progresso medico e dignità della vita

Critica degli indirizzi terapeutici a sfondo individualistico-borghese Il trapianto, le malattie genetiche, l'inseminazione artificiale, il cambiamento di sesso Necessità di una supervisione alla medicina nell'interesse della collettività.

 

Il continuo affinamento delle tecniche medico-chirurgiche permette ormai di cogliere obiettivi sbalorditivi. I trapianti di organi non fanno più notizia; la microchirurgia risolve problemi che parevano al di là delle possibilità umane. La natura è confusa e raggirata da farmaci di ogni tipo. L'ingegneria genetica, finora confinata nei laboratori, sta per irrompere nel pratico.

Si aprono per il futuro ampi varchi alla manipolazione del vivente.

Sorge allora il problema di fissare dei limiti, validi sia dal punto di vista sociale che da quello morale.

È in grado il mondo della medicina di autoregolarsi? Pare eccessivo il pretenderlo. È compito infatti della scienza esplorare, sperimentare, senza porsi interrogativi che esulino dal proprio oggetto di ricerca. A questi interrogativi altri debbono rispondere su un piano più generale.

Il politico, nel mondo democratico, si limita però a prendere atto, a legiferare a posteriori; codifica cioè in termini di legge quanto già medicina e chirurgia sono giunte a praticare. Le norme esistenti sono evidentemente frutto di pressioni da parte di ristretti gruppi di operatori sanitari, e riflettono tutt'al più il comprensibile desiderio dei malati, delle famiglie e delle associazioni nate attorno a loro, di veder tentata ogni strada per opporsi all'irreparabile. A queste pressioni, a queste aspettative manca quindi qualsiasi filtro se non quello clientelare del politico opportunista che, mettendo in vetrina un disinteressato umanitarismo, cerca in realtà di abbeverarsi a nuovi serbatoi di voti.

Tutto in pratica è abbandonato alla valutazione ed all'azione di categorie che non sono certo portate a giudicare il da farsi con la doverosa, necessaria obiettività e con ragionato distacco.

Mancando una guida superiore, l'interesse della comunità nazionale ad essere tutelata e portata dalla scienza medica a migliori condizioni di salute viene perciò completamente disatteso: invece di essere anteposto a quello di sperimentatori di pochi scrupoli finisce in posizioni di trascurata marginalità.

È incontrovertibile infatti che i risultati forniti dalla medicina moderna siano, in una prospettiva globale e più alta, decisamente controproducenti, una fatica improba dalla quale scaturiscono sempre più malati, masse di individui geneticamente sempre meno resistenti alle infermità.

Non esistono chiare direttive politiche che indirizzino gli studi, la ricerca, verso obiettivi convergenti o almeno compatibili con le esigenze di una vera socialità. Non v'è confine all'operare dei medici, nè barriere morali che impongano con severità alle categorie interessate un codice di comportamento professionale cui attenersi. Il cittadino non viene messo in guardia. I più, prendono ingenuamente per oro colato tutto quanto le multinazionali farmaceutiche e le équipes da esse sponsorizzate reclamizzano.

Solo considerando questa incredibile lacuna legislativa è possibile farsi una ragione del quotidiano beota entusiasmo di gran parte della stampa e dell'informazione che quasi registrassero il crollo di records sportivi gioiscono per interventi chirurgici che, almeno nei più dotati di equilibrio e buon senso, dovrebbero invece suscitare solo pena.

Si annunzia ad esempio come un miracolo la sostituzione contemporanea, ad un bimbo di tre anni, del cuore e dei polmoni. Si definisce « salvata » una bimba che ha subito il trapianto del fegato.

Certo sono miracoli della tecnica chirurgica, ma sono soprattutto inutili crudeltà. Si inneggia con incoscienza al trapianto di organi prelevati da cadaveri o da animali, senza porre attenzione al fatto che per evitarne il rigetto i nceventi vengono ridotti artificialmente in condizioni di grave immunodepressione, assai vicine a quelle dei malati di ALDS e con le stesse scarse prospettive di sopravvivenza. Il numero di questi interventi è oggi basso, ma si tende ad elevarlo; è perciò assurdo venga nascosto al grosso pubblico il fatto che, anche quando chirurgicamente essi sono riusciti alla perfezione, il periodo di sopravvivenza del paziente è mediamente assai breve, mentre certamente grandi sono le sofferenze di queste cavie umane, tormentosa la loro agonia, priva di dignità la loro fine.

Gravi poi i danni derivanti dall'atmosfera nella quale il problema viene considerato.

Tra i medici si diffonde infatti un fuorviante stato d'animo di megalomane onnipotenza nei confronti di qualsiasi organo e funzione umana: il trapianto, o l'organo artificiale, sono in grado di rimpiazzare qualsiasi « pezzo» deteriorato.

Sull'opinione pubblica già incline ad una visione di vita materialistica tali ingannevoli valutazioni fanno presa con facilità: un cuore « nuovo » viene considerato come una bella automobile nuova. La biologia apre le braccia al consumismo dell'usa e getta.

Si creano automaticamente aspettative tali da incoraggiare il proseguire degli esperimenti. La scienza medica è così spinta in un vicolo cieco, dove conduce, senza lungimiranza e con ben scarsa utilità sociale, una sconfortante battaglia di retroguardia.

Sorprende poi il fatto che nessun teologo abbia preso posizione contro questi blasfemi episodi di moderna stregoneria che si pongono fuor di dubbio al di là di ogni ordine naturale e quindi divino. È da ritenersi accettabile, per l'orto­dossia cattolica, la prospettiva di gente che si presenterà il giorno del Giudizio con pezzi anatomici non suoi, (magari a fianco dell'inconsapevole donatore cannibalizzato ») o con un sesso diverso da quello avuto in sorte al momento della nascita?

Non meraviglia più, invece, che l'uomo in una società che gli nega la libertà più vera, quella di essere se stesso, e lo sfrutta come un animale da batteria venga considerato, ed accetti di essere considerato, un insieme di liquidi e di frattaglie interscambiabili e perciò in prospettiva mercificabili.

Ci pare, entrando nel vivo dell'argomento, che il limite delle terapie farmacologiche e chirurgiche debba essere quello stesso posto dalla natura.

« Muori al momento giusto » dice Zarathustra. « Nel vostro morire devono ancora fiammeggiare il vostro Spirito e la vostra Virtù , come un tramonto che incendia la terra: altrimenti, il morire non vi sarà riuscito » (1).

Assumere come punto fermo un simile orientamento appare tanto più saggio ed auspicabile in un mondo come quello moderno afflitto da problemi di sovrappopolazione. Quando intere popolazioni periscono per calamità climatiche, quando persino l'aborto l'uccisione di un essere sano viene comune­mente accettato e ritenuto privo di qualsiasi conseguenza morale, non si vede perché ci si debba intestardire, con spreco incredibile ed immorale di risorse, a praticare operazioni chirurgiche devastanti, ad intervenire con sistemi disumani, violenti ed illusori, su un numero di persone estremamente esiguo e che palesemente stanno per finire i propri giorni a causa di gravissime, assolutamente irreversibili infermità.

E già si parla di trapianti di arti; ma non vi pare raccapricciante l'idea di infilarsi in bocca la forchetta, o di scrivere, con la mano di un morto? I films sugli esperimenti del barone Frankenstein e sugli « zombi » ci hanno ormai assuefatto a schifezze del genere, ma volerle per davvero trasferire nella realtà è cosa degna di folli. Pare assurdo dover ricordare che ciascuno viene al mondo con la propria inalienabile dotazione di organi, col proprio destino, con un'aspettativa di vita codificata nel DNA. E questo patrimonio è presidiato oltre che dall'istinto di conservazione individuale, dai meccanismi naturali che si oppongono con il rigetto a qualsiasi inquinamento dell'unità dell'essere. La natura si difende e ci difende, come mostra il caso dell'AIDS.

Quando perciò un organo vitale è usurato al di là di ogni possibilità di recupero e cura, è il momento per il suo proprietario di rinunciare ad ogni meschino, pavido, insensato accanimento terapeutico. Diversamente, si ostacola il morire bene, si impedisce la necessaria preparazione per una coraggiosa, dignitosa, uscita di scena. E non conviene far tragedie, anche perché il risultato non cambia; l'effimero procrastinare la morte si risolve in un barare al gioco che ha tempi poco piacevoli e assolutamente brevi.

Ma il vantaggio o meno per l'interessato non può essere il criterio discriminante per decidere se un particolare intervento possa essere o meno autorizzato. Non solamente ci sono tipi di cure o interventi che, per l'altissimo costo rapportato alla scarsa riuscita, rappresentano un prezzo sociale intollerabile, proprio in termini economici, ma molte di queste cure e interventi sfociano in soluzioni socialmente inaccettabili perché ottengono di salvare soltanto nominalmente una vita. I medici consegnano in certi casi alla società persone la cui vita è poi invivibile, esseri per i quali la morte sarebbe stata sorte di molto preferibile. Ci riferiamo al « salvataggio » di neonati malformati, di minorati, il cui numero è tra l'altro in rapida crescita ed ai quali, se non un tiepido pietismo di maniera, ben poco la vita può riservare. Ci riferiamo al caso di malattie del sangue nelle quali, ad una prima trasfusione immediata altre ne devono seguire a brevissimi intervalli, per cui, i malati cronici, come noi consumiamo aria, sono costretti per tutta la loro infelice vita a vampirizzare enormi quantitativi di sangue altrui.

Certe cure poi, oltre ad avere costi economici elevatissimi e risultati mediocri, sono decisamente immorali perché si risolvono in un danno certo per le generazioni future.

Grazie all'opera della medicina che consente ai portatori di raggiungere l'età della procreazione, le malattie genetiche che trasmettono il difetto attraverso il DNA, sono tenute per mano ed aiutate a saltare da una generazione all'altra.

Non è però concepibile, suscita un istintivo senso di ribellione, il fatto che l'agire del medico possa concretizzarsi in conseguenze tanto negative per l'uomo, tanto più che la natura, la selezione naturale, prendendo immediatamente atto di questi errori, ne impediva un tempo nella maggior parte dei casi la replicazione.

Certo il problema è complesso, ma non pretendiamo affatto che debba essere il singolo medico a dover prendere caso per caso la decisione di interve­nire o meno e neppure che sia lui a stabilire il grado di « pericolosità genetica » del paziente con le logiche conseguenze del caso. Queste decisioni dovrebbero scaturire dalla collaborazione tra le categorie sanitarie in grado di fornire i necessari dati di carattere scientifico e statistico ed il legislatore, cui spetta il com­pito di valutarli e farne discendere i provvedimenti socialmente più vantaggiosi.

Questa collaborazione che potrebbe tradursi in una apprezzabile riduzione del numero dei portatori di malattie ereditarie è, nel nostro paese, del tutto inesistente. Nonostante il problema sia noto, nonostante nei testi scientifici pagine e pagine siano dedicate a tali malattie, nulla viene fatto per evitarne la trasmissione. Anche quando la nascita di questo tipo di malati è certa, non sì impone nulla, si danno, molto democraticamente, solo dei ragguagli, anche se poi il peso della situazione graverà di fatto non sugli sciagurati genitori, ma sull'intera comunità nazionale. Eppure in altri paesi, a legislazione più attenta al problema, (Giappone 1951) si evita che il portatore di queste malattie abbia a procreare e si provvede, nei casi più gravi, alla sua sterilizzazione coattiva.

Da noi, invece, un malinteso senso di rispetto per il singolo, respinge in secondo piano i sacrosanti diritti della collettività. L'inesistenza di un auspicabile libretto sanitario personale ha consentito, ad esempio, a drogati ed omosessuali di inquinare attraverso donazioni di sangue gran parte delle riserve di plasma oggi esistenti negli ospedali ed indispensabili per scopi trasfusionali di pubblica utilità. Alle migliaia di epatiti veicolate con questo stesso mezzo nel passato si aggiunge oggi la minaccia della peste dell'AIDS. Eppure, dai soliti ambienti garantisti anarco-radicali si sono già levate proteste contro l'idea di qualsiasi controllo, contro l'ipotizzata schedatura dei portatori di questo virus.

Una giusta legislazione deve quindi ripristinare il primato del sociale , in quanto è evidente che i problemi della collettività non vanno mai esaminati in una ottica individualistica. Il singolo, in fatto di opportunismo e scarsa coerenza è in grado di dare dei punti persino all'avvocato Maralli « libero pensatore in città e bigotto in campagna » (2) Ciascuno persegue mete egoistiche, che vuole soddisfare ad ogni costo; è sempre perciò disposto a passar sopra ad ogni esigenza di carattere generale, anche se si rende conto di essere in conflitto con i fondamentali principi della morale biologica (3).

Poichè dall'individuo-massa non possono scaturire se non scelte aliene da ogni senso di responsabilità, è lecito pretendere che sia il buon legislatore a surrogarle imponendo, con virile fermezza, il bene dall'alto.

Se va considerato con amarezza il colpevole atteggiamento dei pubblici poteri circa il problema dei trapianti e delle malattie ereditarie, deve suscitare indignazione il fatto che il legislatore fornisca copertura legale ai medici quando essi si prestano a soddisfare malsani capricci, come quelli che trovano realizzazione attraverso l'inseminazione artificiale o quando addirittura coltivano perversioni come quelle che si indirizzano verso il cosiddetto cambiamento di sesso. Per qual motivo lo Stato consente che il figlio del padre e di una zia, oppure della madre e di uno sconosciuto o di una delle altre numerose contorte possibili combinazioni, risulti dai documenti di stato civile figlio di persone che biologicamente non hanno con lui nulla a che fare? È lecito che un nascituro venga a tal punto privato della tutela dello Stato da consentire che possa essere concepito orfano ante litteram attraverso il seme surgelato del padre morto? E la certezza giuridica dei rapporti familiari, tra l'altro, dove va a finire?

Nessuno si preoccupa ad esempio che dallo stesso donatore nascano individui che, pur ignorandolo, sono fratelli e che potrebbero dar luogo a rapporti incestuosi con tutte le conseguenze genetiche del caso.

C'è da registrare a questo punto un recentissimo «avvertimento » della natura turlupinata: è di questi giorni la notizia di tre donne australiane che, inseminate dallo stesso donatore, sono state scoperte affette dall'AIDS.

Nel caso poi del cambiamento di sesso, i medici si abbassano al livello di truccatori da veglione carnevalizio. Si permettono di giocare con la natura, pur non ignorando che i cromosomi del mostro che hanno creato restano indiscutibilmente cromosomi maschili e che gli organi esterni, di facciata, non corrispondono affatto a quelli interni. Si scoprirà forse un giorno che nelle cliniche dove avvengono le operazioni gli organi rimossi erano riutilizzati per trapianti!

Sempre a proposito di cambiamenti di sesso non può non essere definita irresponsabile e frutto di arbitrio l'opera del legislatore democratico che si permette di disporre l'aberrante correzione dei documenti di stato civile riguardanti gli operati. Un simile agire può essere giuridicamente configurato come complicità, equiparato al concorso in truffa. Pensate che un vostro figliolo potrebbe un domani innamorarsi di uno di questi infelici schizoidi e che dalla legge sarebbe autorizzato persino a sposarselo!

È addirittura poi ai limiti del credibile che tali interventi rientrino tra quelli a carico della sanità pubblica. Mentre è in progetto di far pagare ogni tipo di assistenza sanitaria ad operai, impiegati e pensionati, ci si permette di finanziare con pubblico denaro gli svaghi chirurgici di questi cialtroni.

Ma, per concludere queste brevi note, riteniamo che tutto il discorso sull'assistenza sanitaria da parte dello Stato sia da rivedere. Siamo innanzi tutto dell'avviso che una maggiore educazione, un sano stile di vita, una responsabilizzazione di ciascuno nella gestione del proprio corpo, porterebbero ad un'attesa meno miracolistica nell'operato di medici e nelle cure farmaceutiche, ad un uso delle strutture ospedaliere limitato a casi di vera emergenza.

L'attuale numero dei malati potrebbe senz'altro essere ridotto.

Per quanto riguarda i medici il loro ruolo deve essere ricondotto ai suoi scopi istituzionali; ogni cedimento ad impostazioni individualistiche va corretto mentre devono essere incoraggiati quegli orientamenti che danno garanzie di maggior attenzione a problematiche di respiro più ampio, quali l'eugenetica ed il raggiungimento di buone condizioni di vita generali, con specifico riguardo all'ambiente, alla nutrizione, alla lotta contro l'inquinamento, alla salvaguardia della stirpe presente e futura.

Ma tutto questo, ovviamente, diverrà possibile solo quando ad operare sarà una dirigenza politica convinta del primato dell'uomo sopra l'economia e della necessità per esso di una vita da viversi in chiave di vera giustizia sociale e di alta dignità spirituale.

Piero Sella

 

(1) F. NIETZSCHE. Così parlò Zarathustra - Bur Rizzoli pag. 92.

(2) I più attenti tra i lettori de «Il giornalino di Giamburrasca» ricorderanno certamente il Maralli, marito di Virginia, sorella di Giannino Stoppani.

(3) Per approfondire questo concetto cfr. SERGIO GOZZOLI. Le radici e il seme - Edizioni dell' Uomo libero , 1981, pag. 181 e segg.