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Enzo Caprioli

AIDS: « Immunorivolta » della natura?

 

Eziologia, Storia e dati epidemiologici Le reali dimensioni del contagio Il “senso” dell'immunità e le popolazioni a rischio “Essere o non essere”: una chiave interpretativa.

La sindrome di immunodeficienza acquisita (AIDS) è ormai un grosso « business» giornalistico e non c'è quotidiano o settimanale che in questo periodo non aggiorni quasi regolarmente i propri lettori sull'argomento.

Il fatto però che l'AIDS occupi molto spazio sulla stampa non significa automaticamente che le informazioni trasmesse al riguardo offrano un quadro obiettivo della situazione epidemiologica e soprattutto colgano il “senso” profondo del fenomeno.

L'agente eziologico dell'AIDS è stato identificato in tre diversi centri della ricerca biomedica: presso l'Istituto Pasteur di Parigi da parte del gruppo di Luc Montagnier, presso il National Cancer Institute di Bethesda ad opera dell'equipe di Robert Gallo e presso l'Università di San Francisco ad opera del gruppo di Jay Levy. Ogni gruppo ha dato un suo nome al virus, che pare comunque essere sempre lo stesso; le denominazioni in sigla sono rispettivamente LAV, HTLV III e ARV, tuttavia HTLV III è la più usata grazie al maggior crisma scientifico di R. Gallo. L'HTLV III appartiene al gruppo dei retro-virus, è composto da una catena di RNA (l'acido ribonucleico che in organismi più complessi è in grado di trasferire l'informazione genica del DNA alla sede cellulare delle sintesi proteiche) circondata da un involucro proteico. Come tutti i virus èun parassita obbligato, cioè non può riprodursi se non a spese di una cellula che lo ospita.

L'esistenza stessa dei virus rappresenta una sfida permanente ai rigidi postulati di una certa Scienza. Si tratta di organismi talmente semplici da non esprimere neppure la più elementare funzione del mondo vivente (ricambio di materia ed energia) tuttavia quando penetrano in una cellula adatta riescono ad imporle la propria ripetuta duplicazione sfruttando a tal fine le sostanze contenute nella cellula: queste si organizzano in maniera complessa ubbidendo non più alle necessità della cellula, ma disponendosi secondo l'archetipo « formale» espresso dalla sequenza nucleotidica del materiale genico virale e divenendo così altro virus. Forse il « potere» viene prima della materia organizzata ed il virus si comporta proprio come un potere senza corpo. Il virus HTLV-III èstato quasi certamente trasmesso all'uomo di colore dal Cercopithecus aethiops, la cosidetta “scimmia verde” diffusa in buona parte dell'Africa.

Forse attraverso il mercato nero internazionale del sangue o forse portato da qualche gay reduce da un viaggio « di piacere» nei Caraibi, il morbo ha fatto la sua prima comparsa ufficiale negli Stati Uniti dove si è subito diffuso tra gli omosessuali.

È stato il 1979 l'anno dei primi casi descritti come « grave sindrome da immunodeficienza» , ma solo nel 1981 si è cominciato a parlare di una nuova patologia a genesi infettiva.

Numerosi casi di AIDS vennero segnalati ad Haiti e su individui di entrambi i sessi, ciò fece supporre un'origine locale legata anche alla diffusione dei riti voodoo in cui vi è un contatto diretto con sangue e orina umani o di animali.

Se quest'ipotesi non ha trovato successive conferme negli studi fatti, è però senz'altro vero che tali consuetudini, insieme a predisponenti fattori costituzionali e psicosociali, hanno esposto la popolazione indigena, come pure gli emigrati, ad una maggior probabilità di contagio.

La ricostruzione più accreditata del percorso di questa malattia indicherebbe lo Zaire (ex Congo Belga) come il Paese d'origine, successivamente il morbo si sarebbe diffuso ad Haiti ed in Belgio, Paesi che hanno per motivi diversi stretti contatti con la ex colonia.

Da Haiti il virus ha raggiunto gli USA, da dove sta diffondendosi in tutto il Mondo ed in particolare in Europa.

La situazione italiana può apparire, ad un'analisi superficiale, molto rosea in quanto i casi accertati sono relativamente pochi anche rispetto ad altre Nazioni europee.

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità al giugno 1985 erano stati denunciati ufficialmente per l'Europa: 300 casi in Francia, 198 in Germania Ovest, 197 in Inghilterra, 58 in Belgio, 55 in Olanda, 54 in Italia, un numero inferiore in altri Paesi. Negli USA il numero dei casi sin ora accertati ammonta a 13.074, (dei quali già 7.000 letali) per lo più concentrati nelle grandi aree urbane come New York e San Francisco (1). Queste cifre riguardano soltanto i malati nei quali l'AIDS si è già manifestato in tutta la sua gravità, ossia allo stadio in cui le difese immunitarie risultano già irreversibilmente depresse e l'organismo è preda di infezioni generalizzate. Comunque, pur limitandoci ai soli malati terminali, se consideriamo la paura dei colpiti di essere riconosciuti come tali, le difficoltà di diagnosi legate ad una sintomatologia molto varia, il fatto che la malattia possa anche avere un decorso di tipo cronico compatibile con una vita sociale attiva, il numero dei casi reali è senz'altro molto superiore a quanto denunciato dall'O.M.S.

Chi ha un minimo di dimestichezza con questo tipo di cifre sa bene che si tratta solo della punta di un iceberg. Del resto bastano i risultati delle indagini sierologiche, condotte recentemente su gruppi di drogati, per capire che ci si trova di fronte ad un fenomeno di proporzioni assai diverse da quanto si vorrebbe far credere e che esso non coinvolgerà solo omosessuali, drogati e detenuti.

Nell'àmbito di una ricerca condotta in Italia da Istituto Superiore di Sanità e CNR, su un campione di 895 individui non « a rischio» si è concluso che il cinque per mille è stato a contatto con il virus; su 50 milioni di italiani non omosessuali, né drogati, emofiliaci o altro, 250.000 sarebbero sospetti di esserne portatori. Sono percentuali simili a quelle degli USA, dove per altro il contagio è cominciato prima e ciò spiega l'attuale maggior incidenza di sindromi manifeste. Se poi si passa ad analizzare i dati prodotti su vari campioni di popolazione « a rischio» , si scopre che in una qualsiasi città di provincia un drogato su tre è sieropositivo e che lo è il 15% degli omosessuali.

A questo punto occorre capire le caratteristiche della malattia per rendersi conto di quali siano i numeri che contano e quelli invece che, pur sbandierati ovunque, non hanno alcun significato.

Innanzi tutto il periodo di incubazione dell'AIDS è enormemente lungo: da quasi un anno nei bambini, a periodi oscillanti intorno ai due anni negli adulti (sono noti casi nei quali l'incubazione è stata di cinque anni); durante il periodo di incubazione l'ammalato è già contagioso.

Tutto ciò significa che il numero attuale di malati è collegato ottimisticamente alla situazione del contagio relativa a due anni fa; inoltre, al numero di persone già colpite o che manifesteranno i sintomi in futuro, va aggiunta la ben più ampia fascia di coloro che, da tempo infettati, rimarranno « portatori sani» del morbo. Ecco che, alla luce di queste considerazioni, si intuisce tutta la tragica concretezza delle percentuali di soggetti sieropositivi (2) ed il significato irrilevante dell'attuale numero di malati.

Tra le modalità di contagio, in Italia, quella alla quale si deve il maggior numero di casi sembra essere lo scambio di aghi e siringhe tra drogati, subito dopo viene il rapporto genito-anale tra omosessuali maschi; il normale rapporto etero-sessuale non presenta rischi, sempre che non si condividano i propri partners con drogafi e pederasti. Purtroppo però sussistono anche altre modalità di trasmissione, prima tra queste la trasfusione di sangue e l'uso degli emoderivati. Pur essendovene la possibilità da tempo, solo con la circolare del 17 luglio l'autorità sanitaria italiana ha disposto affinché si adottasse in modo generalizzato il test sui donatori di sangue; a tutt'oggi la disposizione è divenuta operativa solo in alcune Regioni (3).

Si discute sulla possibilità di contagio tramite saliva: c'è molta emotività e confusione anche in campo strettamente scientifico, uniche certezze sono l'aver rinvenuto il virus nel sangue, nella saliva, nello sperma, nelle lacrime e nell'orina dei malati oltre al fatto che il contagio può avvenire solo se il ricevente espone al virus lesioni, quali anche le microlesioni gengivali o genitali.

Si può quindi anche ipotizzare un contagio tramite l'uso di rasoi o strumenti dentistici e persino attraverso insetti emotafagi quali zanzare, tafani, o altri, nel caso l'insetto abbia punto da poco una persona infetta.

Siamo nel regno delle ipotesi, ovviamente, ma se è estremamente difficile dimostrare che alcuni contagi sono avvenuti proprio secondo una di queste modalità, è praticamente impossibile escluderlo per quell'esercito di sieropositivi (solo negli USA ce ne sarebbero ben oltre il milione) che si aggira col virus in corpo.

L'estrema velocità di diffusione del morbo sta del resto più a confermare che a smentire l'esistenza di un contagio non connesso al rapporto diretto sangue-sangue.

Dal novembre ‘84 al giugno ‘85 i casi di AIDS avanzato denunciati ufficialmente in Italia sono passati da 12 a 54; solo nel corso del 1984 i nuovi casi denunciati negli USA sono stati 4.491. In considerazione del lungo tempo di incubazione della malattia e dell'esistenza di moltissimi portatori sani, se anche l'epidemia dovesse improvvisamente e miracolosamente bloccarsi, per i prossimi 2-3 anni avremo comunque un manifestarsi di casi con progressione almeno pari all'attuale.

Questo quadro apocalittico viene però mitigato da un fatto importante: è solo una piccola percentale dei contagiati a sviluppare l'AIDS.

Nessuno scienziato è oggi in grado di dirci se, trascorso un certo numero di anni in assenza di manifestazioni patologiche collegabili al virus, il contagiato possa dirsi sicuramente salvo; certamente alcuni organismi ne sono immuni, altri soccombono. In altri casi ancora accade invece che il contagiato sviluppi una sintomatologia più blanda definita LAS. Essa evidenzia un'alta reattività dell'organismo con febbre, diarrea, ingrossamento dei linfonodi ...; questi fatti acuti possono scomparire, ricomparire, può manifestarsi la tendenza ad una cronicizzazione dei sintomi, in un caso su cinque evolvono nell'AIDS vera e propria (4).

Il sistema immunitario, che può difenderci dal contagio è molto più di quanto ci è dato intravedere dalla sua scomposizione in « popolazioni cellulari effettrici» e dalla tipologia delle sue reazioni. Ancora una volta la Scienza arriva a cogliere le mille sfumature di un processo, ma le manca il codice per penetrarne l'essenza. Ancor prima di salvaguardare la nostra salute, il sistema immunitario determina le modalità biologiche con cui si esprime la coscienza del sé: riconoscere ciò che ci appartiene per non aggredirlo, identificare ciò che ci èestraneo per circoscriverlo e distruggerlo. Il mantenimento dell'integrità biologica organismica è quindi la più generale funzione cui esso assolve; tale funzione preesiste a tutte le modificazioni cui è andato incontro lungo il percorso evolutivo ed anzi ne è il principio informatore.

La possibilità di indagarne il funzionamento nelle sue specifiche modalità nulla può togliere ad una sua visione d'insieme, tanto reale almeno quanto lo èuna proteina (5).

Entità della carica infettante, caratteri costituzionali ereditari, ma ancor più lo stato psico-fisico contingente determinano in ciascuno le capacità di risposta immunitaria ad una data malattia infettiva. Se non ci si vuole fermare all'epifenomeno, ossia al fatto che in una certa popolazione esposta qualcuno si ammala e altri no, occorre chiedersi perché quel particolare individuo infettato abbia contratto o meno il morbo.

Non ha senso chiedersi quanto giochi l'infezione in rapporto al « terreno» individuale nel quale il patogeno deve svilupparsi, soprattutto non ha senso per il singolo individuo il cui obiettivo sia quello di non ammalarsi e per il quale costituzione propria e caratteristiche del patogeno sono una costante. Possiamo affermare che tutti, fruendo delle proprie risorse, possono evitare di ammalarsi, così come in altre condizioni soggettive non vi riescono. La « disponibilità» ad ammalarsi è legata ad uno squilibrio preesistente; il nuovo fatto morboso è la ribellione di quelle parti del sé troppo violentemente o lungamente compresse. Nella sua possibilità di scelta tra lotta e sottomissione all'elemento « diverso» (agente patogeno, cellule maligne ...) il sistema immunitario appare quasi onnipotente (6)

La sua capacità di ricordare precedenti aggressioni (memoria immunologica su cui si basa il concetto di vaccinazione) e soprattutto la sua capacità di « apprendere» , ponendo in atto specifiche reazioni mai realizzate prima, non ha praticamente confini. Nel corso di una vita sono infinite e continue le occasioni nel quale esso è chiamato ad una risposta di tolleranza o di difesa (verso nuovi cibi, sostanze ambientali sintetiche o naturali, microrganismi, cellule o fluidi non propri) e la nostra sopravvivenza dipende da questa sua funzione discriminante.

La coscienza del sé, intesa proprio come fatto mentale-spirituale, quando viene compressa dal continuo stress, ma soprattutto quando viene umiliata o ribaltata da scelte suicide o da profonde contraddizioni esistenziali, non è più in grado di mantenersi neppure sul piano biologico.

Anche immunitariamente, l'abuso di una sessualità aberrata, che è accertato essere per l'AIDS il principale fattore di rischio, sconvolge l'equilibrio preesistente. Essa dispone ad accettare sul piano psicologico e fisico altre individualità non biologicamente complementari e quindi sottomesse ad una funzione primordiale. L'altro, nel quale l'omosessuale si annulla, diviene, se unico, il compagno di sventura, se plurimo, un ladro della propria individualità.

Forse non è un caso che negli USA la malattia si sia manifestata con maggior virulenza di quanto non avvenga oggi in Europa: il tasso di mortalità più elevato, i sintomi più violenti; forse non a caso i più pesantemente colpiti sono gli omosessuali negri, spesso letteralmente devastati dalla « nuova peste» in poche settimane. Non loro in quanto neri di pelle, ma in quanto ex schiavi oggi desiderosi solo di fondersi con i padroni di un tempo ed amputati della loro africanità, cioè della loro identità più profonda. La paura, che alchemicamente esprime ripulsa verso un potere esterno ed al contempo desiderio di annullamento in esso, soprattutto negli individui delle popolazioni più primitive, può portare alla realizzazione su di sé del maleficio e addirittura alla morte psicogena.

Ma la paura che cosa è se non il sentirsi scoperti sul piano simbolico, il non sentirsi più alle spalle un Padre di cui orgogliosamente si vuol essere la continuazione e l'evoluzione?!

Ma ci sono anche altri indizi di connessioni psico-biologiche nel processo epidemico: nel 1982 negli USA il 96% dei colpiti da AIDS erano omosessuali maschi, attualmente risulta esserlo solo il 70% dei colpiti e la percentuale continua a scendere. Non si riesce a spiegare questa iniziale altissima specificità del virus sulla base delle sole modalità di trasmissione. Queste, tra l'altro, appaiono abbastanza simili a quelle dell'epatite B che invece si distribuisce nella popolazione in modo assai diverso; oggi del resto sta assumendo un ruolo sempre maggiore nel contagio il veicolo trasfusionale e l'uso di siringhe infette. L'ipotesi che proponiamo, del tutto nuova a quanto ci risulta, è che il virus abbia inizialmente assalito gli omosessuali per una loro maggior « predisposizione» psico-immunitaria a questo tipo di malattia.

È noto che ogni patogeno, quando infetta un nuovo ospite (l'Uomo), manifesta grande virulenza, proprio perché lo trova impreparato geneticamente a difendersi; è anche vero però che anch'esso è impreparato a colonizzarlo, quindi il numero delle vittime è percentualmente basso.

I virus sono organismi con una velocità di adattamento elevata, perciò è presumibile che ora abbiano imparato a vivere nel corpo umano; tutto ciò spiega il perché la distribuzione della malattia stia uniformandosi a quella che dovrebbe essere la probabilità teorica delle varie categorie di persone ad ammalarsi (7).

Inizialmente no; perché se esistevano grosse resistenze al contagio è logico che fosse il gruppo più debole ad esserne invaso.

Attualmente giocano anche altri fattori che determinano una più omogenea distribuzione della malattia ed in particolare la paura che, uscendo dai confini del ghetto, investe un po' tutti.

Anche la pestilenza manzoniana ed ancor prima quella trecentesca, così crudamente descritta dal Boccaccio, evidenziano, in maniera purtroppo aneddotica, quale importante ruolo potesse giocare la paura nel determinare il destino individuale. Quelli che, per precedente disperazione o per rabbia, si esponevano più di altri all'impatto fisico con la peste ne risultavano paradossalmente meno colpiti.

Erano questi i monatti che, saccheggiando i cadaveri, avevano colto il lato proficuo dell'epidemia, erano i padri ai quali, dopo aver sepolto moglie e figli, poco importava di sopravvivere, e noi crediamo siano anche stati quelli cui non piaceva il mondo di allora e le cui aspirazioni erano legate ad altri destini, altre realtà, forse più dure ma diverse.

Per motivi diversi ma funzionalmente simili, l'Uomo di oggi, perdute le sue radici etnico-culturali, costretto a vivere in un mondo dominato dall'effimero ed in lacerante contrapposizione con la natura stessa, sviluppa nuove patologie. Nei vari mali del secolo è facilmente identificabile una chiara autolesività:

nel cancro, nelle allergie, nei rapidi processi degenerativi, nelle malattie auto-immuni... Per l'AIDS esiste un preciso agente eziologico, ma abbiamo visto come questo sia impotente in assenza di un « terreno adatto» .

Perché oggi e non cento anni fà il passaggio dalle scimmie all'uomo?

Una delle tante casuali mutazioni del virus certamente da sola non basta a spiegarne l'adattabilità al nuovo ospite e allora ... perché? Non servono risposte, noi sappiamo verso dove bisogna andare e tanto ci basta. Non occorrono ardite se pur logiche connessioni per ricusare la depravazione, per provare disgusto verso il mondo dei divi di celluloide alla Rock Hudson e verso quell”'ideale” di illimitato sviluppo economico col quale un pugno di plutocrati vorrebbe comprare l'anima di interi Popoli.

La progressiva devastazione della Natura e la presa del potere da parte di uomini cui manca la statura spirituale per esercitarlo: questo il sapore dell'angoscia presente che è al contempo prodromo di nuove tragedie. Non serve capire altro, ma se ciò non bastasse, ben vengano le pestilenze, ben venga la paura a ridimensionare la presunzione di chi ora bivacca sulle vestigia di millenarie Civiltà. Coloro che si sentono intimamente liberi continueranno il loro cammi­no, avendo imparato una volta di più che sopravvivere significa saper rimanere se stessi ancor prima che sapersi adattare.

Enzo Caprioli

 

(1) Il dato è apparso sul bollettino O.M.S. del 19 settembre; soltanto a fine giugno si parlava di 12.065 casi.

(2) Attualmente sono disponibili in Italia metodi immunoen2imatici per identificare nel sangue la presenza di eventuali anticorpi anti-virus. Ciò permette il controllo sistematico dei cosiddetti soggetti « a rischio» (omosessuali, drogati, prostitute, persone soggette a trasfusioni di sangue) e dei donatori di sangue. Questi metodi di screening sono denominati Elisa-HTLV III e son prodotti dalla Sorin Biomedica, dalla Abbott e da alcune altre Società. La presenza di anticorpi specifici nel sangue di chi è sottoposto all'esame denuncia l'avvenuto contatto con il virus, non per questo la presenza della malattia; un esito ripetutamente positivo del test indica che il soggetto è un portatore sano o un futuro ammalato. Purtroppo si tratta di metodi ancora imperfetti che comportano la possibilità di falsi negativi.

(3) Emofiliaci, talassemici, politrasfusi in genere risulterebbero già sieropositivi in Italia nel 15% dei casi, ma chiunque negli ultimi due anni abbia ricevuto plasma, sangue .. a seguito di intervento chirurgico o incidente avrà una non trascurabile probabilità di essere stato contagiato. Le trasfusioni, che invariabilmente colgono l'organismo in un momento di debolezza e che rappresentano esse stesse uno « stress immunitario» , sono state in passato il principale veicolo della tamigerata epatite B e la loro pratica non è mai esente da rischi. Nell'Italia « libera» dove sopravvivere è un dogma, minorenni talassemici sono stati prelevati da casa e trasfusi contro la loro volontà e contro quella dei genitori perché la loro vita era considerata in pericolo; è noto del resto che le ripetute trasfusioni nel talassemico determinano, rischi di infezioni a parte, un bioaccumulo di ferro emoglobinico le cui conseguenze possono essere anch'esse gravi. Questa è quindi una delle tante violenze ideologiche perpetrate in nome della sopravvivenza a qualunque costo e basata su una «verità» statistica che non è tale e che prevarica ogni speranza o scelta individuale.

(4) Il malato di AIDS è preda di infezioni generalizzate per la mancanza di difese immunitanie. Generalmente esse son dovute a protozoi, funghi, virus e batteri, normalmente non patogeni ma capaci di sfruttare uno stato di gravissima debilitazione dell'organismo; talvolta ad esse si associano tumori (sarcomi, linfomi). La morte sopraggiunge con altissima frequenza, il decorso della malattia può anche essere molto lungo e lasciar spazio a periodi di relativo miglioramento, ma è difficile parlare di guarigioni. Bersaglio diretto del virus HTLV III sono i linfociti T (timo dipendenti) preposti ai processi di immunità cellulare, ma legati anche ai processi di immunità anticorpale grazie all'effetto « belper» esercitato sui linfociti B. La compromissione funzionale del sistema immunitario è profonda e non reversibile.

(5) Nella pratica laboratonistica, la consuetudine a visualizzare, misurare, analizzare, induce a credere che il reale appartenga soltanto alla più piccola dimensione che può essere investigata. E per questo che oggi il biochimico sconfigge il citologo come questi a sua volta aveva sconfitto l'anatomo-patologo; il macrofenomeno viene sempre spiegato col microfenomeno, la realtà funzionale ricondotta, anzi ridotta, all'esame di sottofunzioni. Questa consuetudine sta spezzando ogni comunicazione diretta tra medicina e totalità dell'organismo, tra terapia e « salute» .

Questa comunicazione diretta esiste da sempre tra mente e corpo; il suo linguaggio è quello simbolico, lo stesso attraverso cui le vicissitudini della vita, al pari delle discipline esoteriche e della medicina orientale, accedono alla totalità dell'organismo, variano il suo equilibrio, determinandone l'adattamento o la crisi.

Anche un farmaco modifica lo stato preesistente dell'essere, ma la reale guarigione in un organismo è sempre frutto di un mutamento esistenziale concomitante.

La ricerca cosciente del miracolo, della guarigione improbabile è una strada certamente antidemocratica, percorribile soltanto all'ombra di una profonda convinzione e nell'ostinata volontà di mantenere questa intatta.

Ciò che non è mai possibile per la massa lo è invece sempre per il singolo individuo che, nel differenziarsi da questa massa, tende a riconquistare la sua eccezionalità potenziale.

(6) È stato dimostrato con autopsie che diversi tipi di cancro sono molto più frequenti in forma iniziale (su deceduti per cause diverse) di quanto non lo siano nella popolazione vivente di pari età. Ciò significa che nella maggior parte dei casi, grazie al sistema immunitario, i tumori regrediscono o si bloccano senza arrivare a manifestarsi. Senza per questo dimenticare l'importanza dei cancerogeni chimici, dei virus e delle predisposizioni ereditanie quali fondamentali fattori di rischio nell'insorgenza di vari tipi di cancro, sperimentalmente è stato dimostrato che l'attecchimento di un tumore in animali da laboratorio varia molto in funzione delle loro condizioni di stress.

C. Sirton riporta le percentuali di topi che sviluppavano tumore a seguito di infezione con un virus oncogeno: il 7% dei casi, contro il 93% dei casi nel gruppo di animali sottoposti a condizioni di grande stress.

A ennesima riprova delle profonde connessioni tra psiche e immunità, è da citare il fatto che talune forme morbose quali l'ipertiroidismo, l'asma bronchiale, l'artnite reumatoide, ritenute da molti medici come espressioni psicosomatiche e talvolta risolte con terapie basate su questa ipotesi, vengono definite dagli immunologi come « patologie autoimmuni» ossia causate da autoaggressio­ne anticorpale.

(7) In Italia, secondo recenti screenings, attualmente sono mediamente sieropositivi circa il 25% dei drogati, il 15% degli omosessuali e degli emofiliaci, il 5 per mille di persone non « a rischio» .

Per alcuni di questi studi ie percentuali sono risaltate, tuttavia, molto più alte; ad esempio la Clinica immunologica di Careggi in Toscana, su un campione di 300 individui a rischio, ha rinvenuto sieropositivi ben il 70% dei tossicodipenclenti, il 50% degli emofiliaci ed il 40% degli omosessuali.

 

BIBLIOGRAFIA

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