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Gianantonio Valli

  La coscienza dell'impero

Ascesa e declino dell'Europa di Mezzo

(4) Verso la nuova Italia

Mentre ha inizio, con l'agosto 1914, lo scioglimento brutale, mediante l'aperto conflitto armato, dei nodi intrecciati per secoli dalla storia europea, mentre si palesano crudamente in tutta la loro realtà i contrasti slavo-germanico ed angio-tedesco e la Francia raccoglie i frutti di un sotterraneo maneggio pluride­cennale, giungono pure ad un primo compimento in Italia molti degli aspetti ideologici e politici di cui sarà conformata quella nuova visione del mondo e dell'uomo che impronterà di sé tra le due guerre non solo l'Italia ma l'intera storia mondiale.

Per la terza volta nei millenni laboratorio e fucina di nuove soluzioni di vita, nuovamente datrice di senso storico e facitrice di destini, l'Italia ha visto a cavallo del secolo una attiva rinascita morale e materiale delle sue genti che, pur tra incertezze e incomprensioni intestine, sorde ribellioni e sogni più alti, ripiegamenti e speranze, hanno tuttavia rapidamente bruciato le tappe per la fondazione di un'organica comunità nazionale.

Immani sono apparsi per tutto l'Ottocento i concreti problemi che si sono opposti all'unificazione, talora impossibile è sembrata l'impresa di costruire una nazione sulle rovine dei lunghi secoli di anarchia e di dispersione morale seguiti al Rinascimento, disperate sono più volte risuonate negli animi le parole di Francesco Melzi d'Eril, vicepresidente nel 1802 della Repubblica italiana: « No, non siamo pur anco un popoio e dobbiamo diventarlo, e dobbiamo costituirci Nazione forte per l'unità, felice per la saviezza, indipendente per vero sentimento nazionale. Noi non abbiamo Governo ordinato; e dobbiam pure crearlo. Non abbiamo Amministrazione organizzata; e dobbiamo organizzarla. Quant'opera sia questa, o cittadini, ben voi lo sentite...» (1).

Ugualmente solitarie ed amare sono poi giunte a metà secolo, a monito ed incitamento, le considerazioni di Gioberti nel Primato morale e civile degli italiani: « Qual è la nazione moderna che per efficacia di opere ed energia di spirito che non vinca l'italia? Dio buono! Mentre a borea v'ha un popolo di soli ventiquattro milioni di uomini, che domina i mari, fa tremare l'Europa, possiede l'India, vince la Cina e occupa le migliori spiagge portuose dell'Asia, dell'Africa, dell'America e dell'Oceania, che cosa di bello e di grande facciamo noi italiani? Quali sono le nostre prodezze di mano e di senno? Dove sono le nostre flotte, le nostre colonie?... Ma che parlo di gloria, di ricchezza e di potenza? L'italia può ella dire di essere al mondo?» .

Ma ancora dopo la presa di Roma gli italiani sono alla ricerca di tratti comuni che possano dare consistenza sostanziale a quella prima unitaria entità territoriale che si è venuta lentamente a formare.

Alle consapevoli, impegnate esortazioni di Massimo d'Azeglio, che fatta l'Italia occorre ora fare gli italiani, risponde, in Giuseppe Ferrari, il sentimento di quanto ancora sia ardua l'impresa di legare assieme, in un destino comune, i diversi àmbiti regionali e quell'« accozzaglia di popoli, di stati, d'istituzioni e di gloria messe insieme dal caso» : « Dov'è adunque l'Italia? In che consiste? Qual legame unisce le repubbliche, i signori, i papi, gli imperatori, le invasioni? Qual rapporto tra gli uomini e le moltitudini, tra le sette e le guerre, tra le guerre e le rivoluzioni? L'erudizione non giova ad illuminarci: lungi dal guidarci essa attesta il caos, conta le invasioni, le guerre, le rivoluzioni, le catastrofi, i personaggi dualizzati, gli eroi contraddittori, i fenomeni strani, i problemi da sciogliersi» (2)

Strettissima non può quindi che porsi, nella seconda metà del secolo, l'interdipendenza tra la ricerca e la fondazione di una nuova forma di rappresentanza che integri le entità territoriali che hanno dato vita al nuovo Stato, e la costruzione della Nazione, come egualmente stretti e pressanti, vista l'urgenza della politica espansionistica delle potenze mondiali, si vengono a porre i rapporti fra la necessaria azione internazionale, la politica interna e le nuove spinte sociali.

Pur giunta negli stessi anni ad una prima sostanziale unità, la Germania ha avuto in realtà di molto più facilitato il cammino, per cui più degna di merito risulta essere l'azione degli statisti, degli intellettuali e dei combattenti che hanno voluto la nuova Italia. Come rileverà Alfredo Oriani: « Nullameno una grandezza era nella rivoluzione italiana. Per sentirne il rilievo e l'originalità basta paragonare la rappresentanza dei suoi grandi individui con quella degli altri popoli che nel secolo XIX ottennero la propria resurrezione nazionale. Nessun eroe moderno s'uguaglia a Garibaldi, nessun apostolo della politica ebbe come Mazzini anima più tragica, parola più evocatrice, pazienza più invitta; fra Cavour e Bismarck la differenza è di razza, l'uno fu il capolavoro della destrezza e l'altro della rigidità: la gomma e il granito, egualmente infrangibili. Dietro Bismarck una nazione di soldati, dietro Cavour un popoìo ancora indifferente fra schiavitù e libertà; l'idea di Bismarck è un proiettile che fora o rovescia tutti gli ostacoli, quella di Cavour un vortice che attira, aggira, condensa, forma una patria: Cavour dovette sovente essere umile, talvolta vile, ma risolse più difficili problemi del suo rivale» (3).

A differenza che nell'altro grande Paese dell'Europa di Mezzo, ove uno Stato compiuto ha potuto essere guida della Nazione da quasi due secoli, ove la Prussia ha pur costituito da sempre il punto di riferimento della miriade di staterelli usciti da Westfalia, l'Italia unita deve imporre e fare accettare a regioni diverse e lontane un'unica forma statuale, un'amministrazione unitaria che viene per tanti versi avvertita come estranea ed aliena, deve risvegliare nella nazione un ethos comune.

Lo Stato non solo quindi si pone come punto di mediazione dei contrastanti interessi, ma diviene centro propulsore di sviluppo ed attivo datore di significati per la collettività. Così nel campo dell'istruzione è solo lo Stato che può imporre metodi e contenuti comuni a tutte le scuole del Regno. Come afferma nel 1874 alla Camera Francesco De Sanctis, ministro della pubblica istruzione: « L'istruzione elementare è innanzitutto una quistione di ordine pubblico, è qualcosa che non interessa solo la famiglia, ma tutti. In questo concetto l'azione dello Stato diviene principale, e l'azione dei comuni e della famiglia sussidiaria. [...] Io voglio esprimere in due parole il concetto di questa legge: è, o signori, la classe intelligente italiana, la quale dopo di aver fatto l'unità politica del paese, vuole ora l'unità intellettuale e morale; è la classe intelligente, la quale trova ancora oggi in Italia diversi popoli che non s'intendono e vuole farne un popolo solo» (4).

Fin dall'inizio viene avvertita l'esigenza di integrare nelle istituzioni quelle masse che ancora recalcitrano, quando non si oppongano attivamente al nuovo organismo statale, e di elevarne le condizioni materiali e culturali, e ciò sia per necessità politica che per obbligo morale, poiché, come afferma Pasquale Villari, « obbligare il contadino e il proletario alla scuola, insegnare loro a leggere libri e giornali, insegnar loro i diritti e i doveri dell'uomo, chiamarli nell'esercito, dove imparano col rispetto degli altrui quello della dignità propria, per farli tornare poi a una vita che è spesso simile alla vita di schiavi, e credere che così non s'apparecchino pericoli per l'avvenire, significa, mi sembra, rinnegare la Storia, l'esperienza e la ragione» (5).

In campo internazionale poi, già l'essere arrivati ad una prima unità ha significato essersi destreggiati e destreggiarsi tra gli scogli della grande politica, essersi attivamente inseriti nel gioco delle rivalità franco-austriache, averle provocate e addirittura create facendo perno sulla suscettibilità e sul desiderio di gloria di Napoleone III. Ha voluto dire una faticosa, conquistata emancipazione, mediante lo sfruttamento dei minimi spiragli offerti dalla storia, dalla tutela francese, la vittoria in una scommessa ritenuta impossibile a vincersi. Pochi europei hanno creduto che l'Italia sarebbe mai stata edificata, o che l'unità potesse durare una volta raggiunta (6).

Anche la presa di Roma, figlia della fatalità storica piuttosto che di una scelta precisa, è dipesa più da uno sfruttamento passivo dell'equilibrio europeo turbato dalla guerra franco-prussiana, che da una positiva affermazione di diritti.

Gli stessi statisti che, spinti dagli eventi, hanno dato il via all'operazione, sono rimasti d'altra parte titubanti e quasi storditi ed increduli dalle sue conclusioni. Come rileva lo Chabod, annotando lo stato di sconcerto che colpisce tanta parte della classe politica italiana dopo il venti settembre: « Perché tra i campioni della Destra, Sella e Spaventa eccettuati, v'era un po' come la sensazione di averla fatta grossa col Venti Settembre: cattolici, e quindi non senza gran trepidazione di coscienza di fronte al capo della Chiesa cattolica, siccome chiaramente si avvertiva anzitutto e soprattutto nel Re, pien di rimorsi e di timori; uomini di governo, e quindi preoccupatissimi che, appena cessato il conflitto franco-prussiano, il mondo cattolico non insorgesse a chiedere conto all'Italia dell'affronto fatto al Pontefice» (7).

E la Francia, sospettosa da sempre sia come Impero che ora come Repubblica, non dimentica certo, pur dopo la pesante sconfitta, che una nuova potenza le è sorta a fianco, una potenza che naturalmente le si pone come antagonista mediterranea.

Ma anche in campo italiano si cominciano a tirare, coerenti, le conclusioni di decenni e di secoli di storia che hanno visto pressoché sempre la Francia ostile alle cose d'Italia.

Profondamente cosciente della pratica ostilità e del pericolo ideale rappresentato dalla filosofia e dall'esprit oltremontano nonché fortemente irritato per l'albagia e l'arroganza dei « fratelli» latini, già cent'anni prima è insorto contro la civilisation francese, contro le sue pretese di uniformare a sé tutte le nazioni, Vittorio Alfieri, il Misogallo, esaltando « non pur in genere la necessità degli odi nazionali, ma, proprio per l'Italia, la necessità dell'odio contro la Francia, presuposto indispensabile della sua esistenza politica, quale si fosse per essere» (8)

Egualmente Vincenzo Cuoco, nel suo Saggio, ha rivendicato la necessità di una libera ricerca, da parte degli italiani, di più congeniali forme di governo e di stato, che non quelle giacobine della infranciosata Repubblica Partenopea (9).

Leopardi, Gioberti e Pisacane, quindi, e Mazzini, Gino Capponi e Raffaello Lambruschini.

Ma l'avversione antifrancese non tocca solo letterati e poeti. Due volte capo del governo unitario, anche Bettino Ricasoli, il « barone di ferro» , già dittatore della Toscana nel 1859, può scrivere, invitando gli italiani a sottrarsi alla sottomissione più subdola allo straniero, che non è tanto quella politica o militare quanto quella ideale, filosofica o sentimentale che sia: « La Francia sotto ogni forma di governo ci fu di molestia e danno; e or con la sua politica, or con le sue rivoluzioni, or con i suoi interventi militari, tenne avvinto al suo carro volubile e irrequieto il pensiero politico e sociale del popolo italiano, per cui fu sempre servile di Francia, mentre più gridava contro Francia!» . Nulla importa quindi rigettare i modelli esteriori delle istituzioni, infiammarsi per questioni puramente formali, quando lo spirito della nazione rivale stia ormai conformando la psiche profonda degli italiani: « È questo un fatto maledetto per noi. E questo non sapere essere Italiani, questo mancare del proprio nostro genio, questo ferire di continuo nei nostri procedimenti l'indole vera nostra, per imitare come fanciulli le cose francesi e lo spirito degli ordinamenti francesi, è cagione perenne di debolezza e di scontento per noi» .

Nuovamente riprende poi Ricasoli, e amplia, l'intonazione culturale e civile del suo pensiero nel marzo 1871, di fronte agli incendi appiccati dalla Comune: « ... chiunque non voglia partecipare a quelle rovine, dovrà cessare dal prendere dalla Francia quello spirito infecondo e dissolvente che informò tutta quanta la sua opera legislativa e sociale. Chi riescirà, io mi domando, chi niescirà a far ritornare l'Italia al suo proprio spirito, al suo proprio genio, e a darle ordini conformi a questo suo genio?» (10). Gran parte della sua opera viene quindi indirizzata all'identificazione della particolare, originale missione dell'Italia nella storia, di contro a tutti coloro che fanno incetta di ideali in Francia, giungendo a fare tutt'uno della missione storica francese e di quella che dovrebbe proporsi all'Italia, riducendo con ciò la loro patria a vassallo nella storia e negandole ogni personalità e ogni necessità di nazione.

Egualmente si schiera su posizioni più autonome il conte savoiardo Edoardo de Launay, ambasciatore d'Italia a Berlino: « Il mio sentimento nazionale si ribella all'idea che noi non possiamo essere noi stessi, che siamo legati al destino della Francia, che volgiamo le spalle alla Germania, alla quale appartiene il futuro» . Per il bene dell'Italia è invece necessario « rompere con la posa francese di erigersi a nostra protettrice e di trarci a suo rimorchio» (11).

Ma anche a livello delle masse popolari, in cui si fanno largo le idee giacobine di « libertà» e « fraternità» , fermenta uno spirito antifrancese che si fa acre nella tarda estate del 1870, all'epoca delle prime sconfitte di Napoleone III: « ci ho gusto che ai francesi sia toccata una buona lezione; erano troppo superbi» .

E mentre i circoli repubblicani, Garibaldi, e persino Vittorio Emanuele Il, pensano di portare aiuto alla « sorella latina» che sta per conoscere una delle sue più brucianti sconfitte, si oppongono risolutamente a velleità avventuristi­che Quintino Sella e il de Launay, ora ministro degli esteri, Benedetto Cairoli e Mazzini, il quale ultimo giunge ad irridere ai sentimentali che si commuovono per i bombardamenti di Strasburgo e di Parigi, e che lanciano parole « stolta-mente conciate» contro i prussiani, i quali hanno invece il dovere di vincere, in nome della nazione germanica, quella guerra di difesa e di indipendenza iniziata dalla tracotante aggressione francese.

Negli anni seguenti ampliano il discorso Nicola Marselli, maggiore dell'esercito, insegnante alla Scuola Superiore di Guerra e futuro parlamentare del Centro sonniniano, e Francesco Crispi.

Così per il primo occorre che l'Italia decisamente rigetti le conclusioni rivoluzionarie della Comune, tardivo strascico del 1789 e di una Francia irrequieta e folle che continuamente minaccia la tranquillità europea e che « dopo aver reso all'Europa l'eminente servigio di svegliarla quando sonnecchiava, ora la disturba col far fracasso mentre ella vuole studiare, lavorare, ondinarsi e progredire saggiamente» . Occorre quindi abbandonare l'ideale francese di un progresso vorticoso, di una « democrazia plebea» , per lavorare di conserva con la Germania al trionfo « della democrazia armonica e del progresso regolare» .

Quale potrebbe essere infatti, se non l'italiano, il popolo in grado di fare da contrappeso al conservatorismo un po' troppo accentuato dell'Impero germanico, al suo « procedere un po' lento secondo la natura delle persone gravi» ? Quale potrebbe essere, se non l'italiana, la forza complementare capace di accelerare i tempi e « di costituire il necessario elemento progressivo bene accordato con il necessario elemento conservativo» della nuova storia europea? Si schiude infatti il terzo periodo storico della penisola, nasce la terza civiltà italiana, e questo periodo, riafferma Marselli, vedrà Italia e Germania procedere congiunte « aprendo ai popoli europei le vie del progresso armonico» , poiché la missione dell'una si allaccia necessariamente e strettamente, integrandola, alla missione dell'altra.

Al contrario — rileva in parallelo Crispi — il contrasto tra le due nazioni latine è insanabile, poiché se la questione pontificia, dopo la caduta di Napoleone e l'avvento della repubblica, potrebbe non costituire più un ostacolo all'intesa franco-italiana, resta pur sempre, fondamentale, il contrasto per il dominio del Mediterraneo, dato che lo sviluppo della vita italiana fa presagire per il giovane regno « una grandezza e una potenza politica, nel mezzodì d'Europa, che non può aver luogo senza che la Francia abbia a sentirsene colpita nelle sue tradizionali ambizioni di prevalenza» (12).

Ridivenuto, con l'apertura del Canale di Suez (1869) il mare più importante del mondo, il Mediterraneo vede infatti il subito sorgere di un'aspra rivalità franco-italiana, e il contemporaneo ulteriore radicarsi in esso della potenza britannica che, dopo Gibilterra e Malta, giungerà con l'occupazione di Cipro (1878) e dell'Egitto (1882) a tenerne la chiave orientale di accesso.

Ma anche l'Italia sta nel frattempo dando piena e coerente attuazione ad una politica di presenza nel mondo e di espansione navale. La finanza, che ha costituito nel decennio 1861-1871 il problema di gran lungo più grave e incalzante, permette ora di svincolarsi dalla politica di « economia all'osso» attuata dal Sella e dagli uomini della Destra Storica.

Unificato il caotico sistema fiscale post-unitario, come unificati i ben ventidue distinti registri catastali (che pur coprono solo una metà della penisola) e i sette diversi sistemi di riscossione delle imposte, la lenta diminuzione del deficit statale permette — anche attraverso l'introduzione delle impopolari misure della tassa sulla molitura dei cereali (1868-1880), della circolazione forzosa di carta moneta non convertibile (1866-1881), della vendita dei beni ecclesiastici (messi all'asta nel 1867), di altre tassazioni indirette — la pratica di una politica internazionale più attiva ed autonoma.

Già nel 1866-1868, quasi sfida ideale per l'umiliazione di Lissa, la corvetta Magenta ha compiuto una crociera intorno al mondo, dando l'avvio all'apertura di rapporti economici e diplomatici con paesi lontani quali la Cina e il Giappone.

Frequenti crociere vengono compiute da allora in tutti i mari del mondo a cominciare dalle missioni sulle coste eritree e somale, fino alle acque dell'Estremo Oriente e dell'America Latina, ove la presenza delle navi da guerra assicurerà con efficacia per anni una garanzia agli interessi nazionali e una tutela dei milioni di emigranti ivi stabilitisi.

Nel 1871 l'abolizione delle economie sui bilanci dei ministri della Guerra e della Marina permette la riorganizzazione dell'esercito sul modello prussiano, con l'adozione di una ferma obbligatoria della durata di tre anni, attuata però su base nazionale e non più regionale, e la ricostruzione della marina militare nel naviglio, nell'organizzazione, nella struttura e nella preparazione degli organici, con l'eliminazione di quelle rivalità e di quei frazionismi che hanno condotto alla dolorosa sconfitta adriatica (13).

Diminuita di ben venti unità in cinque anni — dalle ottantasette di cui dispone dopo Lissa alle sessantasette presenti alla fine del 1871 — la Marina può contare ora sull'azione più libera, sull'abilità e sulla perseveranza di uomini come gli ammiragli Riboty e Saint Bon e l'ispettore del Genio Navale Benedetto Brin, che, sostenuti e coadiuvati da uomini del calibro di un Garibaldi e di un Bixio e da esperti uomini di mare come gli ammiragli Acton, Morin e Racchia, giungono ad ottenere dal Parlamento, nel marzo 1873, l'approvazione per l'impostazione di quelle navi corazzate che porranno, in capo a soli due anni, la marina italiana al secondo posto nella graduatoria mondiale delle flotte per merito delle caratteristiche e della modernità delle sue navi principali.

Come è stato rilevato: « Fu un'affermazione quantitativa e qualitativa accompagnata da realizzazioni di singolare originalità e di progresso, tanto che alcune di esse rappresentarono delle proposte di radicale mutamento nell'arte bellica navale, dimostrando le capacità a cui la Regia Marina aveva saputo giungere in così breve tempo sebbene mancasse in Italia ogni risorsa tecnico-industriale nel campo metallurgico e meccanico rispetto ad altri paesi di maggiore e consolidata tradizione tecnico-produttiva» (14).

Le unità più caratteristiche di questa rinascita spaziano dalle grandi corazzate delle classi Duilio, Italia, Ruggero di Launia, Re Umberto, agli incrociatori e agli arieti torpedinieri, come alle siluranti Pietro Micca e Folgore e al sommergibile Delfino.

Eccezionale è la costruzione della corazzata Duilio, progettata dal Brin e varata nel 1874 nel vecchio cantiere ex borbonico di Castellammare di Stabia, prima vera grande unità da battaglia della nuova era del vapore e del ferro, entrata in servizio nel 1880, alla quale sarebbe seguita due anni più tardi la gemella Dandolo. Nasce con essa l'unità navale « assoluta» e « senza compromessi» . con una equilibrata potenza offensiva e difensiva, superiore ad ogni altro contemporaneo mezzo d'attacco, che farà riconoscere ad un critico inglese che « rispetto alla Duilio le più potenti corazzate britanniche facevano una ben meschina figura» (15).

Contemporaneamente allo sviluppo del naviglio vengono completate le indispensabili infrastrutture di terra, le grandi basi navali e gli arsenali di Spezia, Taranto, Napoli e Venezia; viene istituita una Scuola di Marina unificata a Livorno (Accademia Navale); vengono formati tecnici valenti in tutti i campi dell'ingegneria navale, dagli scafi alle armi alle macchine e, a Roma, istituito un vero e proprio Ufficio di Stato Maggiore per la preparazione alla guerra marittima; viene costruita, presso l'Arsenale di Spezia, una vasca per le esperienze di architettura navale e per la prova delle carene, seconda al mondo dopo quella britannica.

Fa da supporto a tutto questo fervore la creazione di una notevole industria metallurgica e meccanica, talora con la collaborazione delle più avanzate industrie straniere, quali gli stabilimenti Armstrong a Pozzuoli per la produzione delle grandi artiglierie, le officine Schwartzkopf di Venezia per i siluri, le società Pattison e Guppy di Napoli per le costruzioni meccaniche, la Società Altiforni Fonderie e Acciaierie di Terni per la fabbricazione di corazze e di altri materiali, mentre vengono sviluppati gli stabilimenti navali e meccanici preesistenti, quali quelli dell'Ansaldo e dell'Orlando, col risultato della formazione di una prima struttura dell'industria pesante italiana (16).

Caduta la Destra nel 1876, della massima parte delle iniziative suddette si fa carico la Sinistra, la quale esprime anche una legislazione protezionistica che permette la formazione di una sorta di comunità economica nazionale, sia pure talora artificiosa, aleatoria e piena di contraddizioni, che cerca di sviluppare una primitiva autarchia in settori così importanti per la difesa della Nazione.

Come rileva, pur con talune riserve, il Webster: « Dietro tutti i tentativi compiuti in questi anni dalla Sinistra era presente, in primo luogo, l'ambizione di conseguire l'indipendenza sia militare che industriale del Paese, e, se possibile, di renderlo competitivo: l'Italia non avrebbe dovuto più figurare come una semplice appendice politica ed economica dell'Europa occidentale. E vero che questo obbiettivo non fu mai realizzato in pieno; tuttavia gli sforzi compiuti in questo senso diedero origine ad un'autentica comunanza di interessi fra l'establishment monarchico-militare, le nascenti industrie del Nord e l'ingarbugliato coacervo dei ministeri romani. Il nuovo stato costituzionale italiano giunse così a conseguire lo scopo principale del movimento risorimentale, sebbene l'esito finale risultasse distorto ed eccessivamente costoso» (17).

Si cerca in tal modo di ridurre quanto possibile le influenze e le ripercussioni negative delle iniziative intraprese in campo internazionale dalle altre nazioni (già nel 1872, ad esempio, la Francia ha eretto barriere protezionistiche verso i prodotti industriali ed agricoli degli altri Paesi europei), iniziative talora estremamente dannose per una economia ancora fragile, soggetta agli alti e bassi di una situazione incontrollabile e costretta a dipendere ancora ampiamente dal mondo esterno.

Lentamente gli sforzi compiuti, talora a prezzo elevato, in tale direzione, cominciano a dare i loro frutti. Così la produzione nazionale di acciaio che nel 1881 è inferiore alle 4000 tonnellate, può raggiungere otto anni più tardi le 158.000. Così dal 1885 il Brin può, ad esempio, disporre, per le navi da guerra, di parti meccaniche di precisione fabbricate in Italia e a non dover più fare ricorso, come per il passato, all'Inghilterra, con intuibili vantaggi non solo per la sicurezza nazionale, ma anche per ogni campo dell'economia e della scienza applicata.

Compiuti importanti passi sulla via dell'autosufficienza in campo navale, l'Italia vede infatti il succedersi a catena di conseguenze favorevoli in tutti gli altri settori industriali; il rifiuto della subordinazione e della dipendenza da altre nazioni per lo sviluppo della propria industria comporta conseguenze di ampia portata anche in campi ben lontani da quelli meramente economici.

Come ancora rileva il Webster, ponendo in evidenza la stretta interdipendenza tra l'adozione di un determinato sistema economico-commerciale e le premesse/conseguenze sul piano ideale ed addirittura filosofico: « Gli industriali, e più precisamente i loro rappresentanti di categoria, consideravano [...] l'interesse nazionale un'entità economica assoluta, mentre il loro modo di ragiona­re fondamentalmente autarchico li portava a respingere in blocco il principio della divisione internazionale del lavoro sul quale poggiavano le economie liberali. [...] La divisione internazionale del lavoro, più che una teoria, era una realtà fondamentale della massima importanza nella vita economica. L'alterarla o l'abolirla significava stabilire qualcosa di più delle tariffe doganali, implicava una nuova politica, l'accettazione di nuovi valori, nuovi sacrifici collettivi e, in un prossimo futuro, nuove lotte fra potenze nazionali rivali» (18).

Lo sviluppo dell'industria pesante si riflette subito poi nello sviluppo del sistema ferroviario, « trave inflessibile a rinsaldare l'unità della patria» , secondo l'espressione del Depretis, che verrà nel 1905 riscattato, dopo le concessioni fatte ai privati dallo Stato nel 1885, mediante la nazionalizzazione delle principali reti.

Il trasporto del Fréjus, iniziato nel 1857 dal solo Piemonte su progetto degli ingegneri Sommeiller, Grattoni e Grandis, permette già nel settembre 1871 il collegamento diretto tra la pianura padana e la Francia centrale. Ancor più, il traforo del Gottardo, chiamato da Carlo Cattaneo « la via delle genti» , decide l'ampliamento e il rilancio del porto di Genova, che rivaleggia con quello di Marsiglia e, superatolo, diviene ben presto l'emporio di tutta l'Europa centrale.

Iniziata nell'autunno 1872, terminata otto anni più tardi, aperta all'esercizio il 1 gennaio 1882, la galleria ferroviaria a doppio binario è, per l'epoca, la più lunga del mondo con i suoi quindici chilometri, e sarà superata solo ventiquattro anni più tardi dai venti della galleria del Sempione. Esempio non solo dell'ingegno e della tenacia italiani, l'opera gigantesca testimonia pure della più solida situazione economica e finanziaria della nuova nazione, la quale ha impegnato alla fine nella costruzione oltre cinquantacinque milioni di lire, contro i ventotto della Svizzera ed i trenta della Germania.

Nel 1899 si effettuano inoltre in Italia i primi esperimenti al mondo di trazione elettrica, sulla scia delle invenzioni del geniale fisico piemontese Galileo Ferraris. Tre anni dopo, la trazione a corrente alternata trifase viene adottata sulla Lecco-Colico-Sondrio-Chiavenna, ponendo all'avanguardia nel mondo l'Italia nel campo dell'utilizzazione e della trasmissione a distanza dell'energia elettrica, « carbone bianco» , che svolge per la penisola lo stesso ruolo sostenuto in Inghilterra dal vapore più di un secolo prima.

Opera di isolati scienziati di genio, ancora privi di solide strutture accademiche che ne possano organicamente indirizzare e valorizzare teorie e scoperte, lo sviluppo tecnico e scientifico italiano di fine ottocento investe con risultati universalmente riconosciuti tutti i campi dell'industria, dell'agricoltura, della medicina e delle scienze applicate.

Sembra rispecchiarsi, soprattutto nel decennio 1880- 1890, in tale frenetica attività di crescita, in una meravigliosa esplosione di ingegni che pur si rendono doloroso conto delle obbiettive insufficienze caratteriali e strutturali della nuova compagine nazionale, quanto affermeranno di poco più tardi Nietzsche ed Oriani.

Così per quest'ultimo l'Italia, già arrestatasi nello sviluppo politico ai principati rinascimentali e dopo avere vissuto per secoli adattandosi « ad ogni sorta di miserie ed assorbendo segretamente ogni novità» , sta assumendo un nuovo, decisivo ruolo nella storia europea. « La sua politica passiva, la vita inerte, il carattere frivolo dissimulavano più grandi qualità; la sua anima si rivelava tratto tratto nell'anima di un qualche grande, e da una piccola cosa traeva un'effimera vasta potenza: sapeva essere povera senza tristezza, timida con grazia, abile sempre, eroica talvolta, vincendo tutti coll'incanto della propria gloria passata e della bellezza eterna. Egualmente incredula davanti ai re e davanti al papa, trionfava di tutte le debolezze collo scherno e collo scherno s'imponeva al rispetto di tutte le superiorità. Un orgoglio vigilava sotto le sue umiliazioni quotidiane; l'incalcolabile mistura della nostra razza, la profonda varietà del passato e un indefettibile senso dell'universale preparavano quindi nella borghesia, incaricata di unificare l'Italia, la classe più contraddittoria e difficile ad essere trattata da uno statista e nitratta da un pittore» (19)

Allo stesso modo riconosce Nietzsche che le potenzialità della nazione italiana, « razza superiore» , stanno ora per realizzarsi: « Per la caratterizzazione del genio nazionale, in riferimento alle cose straniere e prese a prestito. Il genio inglese ispessisce e naturalizza tutto ciò che riceve. Quello francese assottiglia, semplifica, logicizza, abbellisce. Quello tedesco confonde, media, complica, moralizza. Quello italiano ha fatto, di ciò che ha preso in prestito, l'uso di gran lunga più libero e più fine, riponendovi dentro cento volte più di quanto ne ha tratto: come il genio più ricco, che più aveva da dare» (20).

E la nazione italiana va acquistando di ciò lentamente piena consapevolezza. Vengono rivalutati e rivendicati con orgoglio gli apporti che le genti italiche hanno dato nei secoli alla civiltà e al progresso dell'uomo, le esperienze e la memoria del Rinascimento e dei Comuni medioevali, fresche forze originali risorte dopo la parentesi dell'Alto Medioevo, l'ampia visione della civiltà di Roma che ha improntato nei secoli il primato morale e culturale della penisola e che ha tenuto vivi nelle sue genti il sentimento e il concetto di una comune eredità.

Ben radicata è nei maggiori uomini politici la coscienza che nuovi obblighi morali e nuove potenzialità di azione internazionale sono venuti a mutare i compiti e le aspirazioni della nazione riunita.

Già nel 1859 Mazzini ha indicato nella sua perorazione « Ai giovani d'Italia» , come Italia e Roma costituiscano un binomio inscindibile, e come universali debbano porsi il primato e la missione della Terza Italia, ovvero della Terza Roma, la Roma delle genti italiche unite che segue alla Roma degli imperatori e dei papi: « Sostate e spingete fin dove vale lo sguardo verso mezzogiorno, piegando al Mediterraneo. Di mezzo all'immenso, vi sorgerà davanti allo sguardo, come faro in oceano, un punto isolato, un segno di lontana grandezza. Piegate il ginocchio e adorate: là batte il cone d'Italia: là posa eternamente solenne, Roma. E quel punto saliente è il Campidoglio del Mondo Cristiano. E a pochi passi sta il Campidoglio del Mondo Pagano. E quei due Mondi giacenti aspettano un Terzo Mondo più vasto e sublime dei due che s'elabora tra le potenti rovine. Ed è la Trinità della Storia il cui Verbo è in Roma» (21).

Alle alate espressioni dell'esule repubblicano — che sembra quasi evocare una triade hegeliana di filosofia della storia — fanno presto eco Giovanni Lanza, presidente del Consiglio nel l 869, figlio di un fabbro, laureato in medicina e uomo fatto da sé, e ancor più, con stile pacato, conciso e disadorno, ma con convinzione altrettanto profonda e radicata, il Sella, l'uomo forse più rappresentativo della Destra Storica: « Noblesse oblige; e in Roma vi è un formidabile retaggio di nobiltà. Io non so esprimere quello che sento in me davanti a questo nome. .. Non è soltanto per portarvi dei travet che siamo venuti in Roma... Io sono certo che in fondo dei nostri animi vi sono pensieri assai più elevati» .

Fata trahunt, e la nuova Roma , da porre in netta antitesi a tutto ciò che la Roma papalina ha significato nei secoli, dovrà, per lo stesso Sella, essere centro irradiante di sapere scientifico e civile, di lotta contro l'ignoranza e l'errore.

A lui ancora si rivolge emozionato Theodor Mommsen, il grande storico tedesco cultore di romanità, che ha ben presente come l'erezione di Roma a capitale d'Italia richiami necessariamente la fatalità di una missione universale: « Ma che cosa intendete fare a Roma? Questo ci inquieta tutti: a Roma non si sta senza avere dei propositi cosmopoliti. Che cosa intendete di fare?» (22).

In polemica con il romanticismo nordico e con Mommsen, irruentemente accusato di non riconoscere a pieno la grandezza della civiltà romana, Carducci, che ha già rivendicato agli italiani la gloria ellenica e la forza del Lazio antico ed ha rigettato l'etica di rinuncia e di mortificazione dei primi « galilei» , reclama per l'Italia una universale trionfante missione di libertà e di giustizia, che può partire unicamente dall'Urbe, « nave immensa lanciata vèr l'impero del mondo» (23)

Come scrive con finezza lo Chabod: « Era una forma mentis particolare, quella foggiata in tal modo. Il sentimento nazionale italiano era stato creazione di pensatori e scrittori e non aveva avuto, per troppo tempo, il sostegno di una realtà politica concreta, com'era successo a Francia e Inghilterra. Aveva quindi dovuto nutrirsi quasi esclusivamente di ricordi storici, fondare i suoi diritti soprattutto sui vincoli morali e spirituali, cioè su vincoli creati dalla storia e, in ultima analisi, tutti risalenti a Roma, pagana e cristiana. Il volgersi al passato era stato, per tanto tempo, l'unico alimento atto a sostenere le speranze dell'avvenire; e l'esortazione foscoliana alle storie aveva fatto tutt'uno con l'esaltazione della santità della patria. Una forma mentis pervasa di letteratura, con i pregi e i difetti della letteratura: slancio spirituale, appello alle forme superiori, pensiero, arte, cultura, e non alle inferiori, razza, sangue, territorio; ma anche e spesso vanità, orgoglio determinato dal tempo che fu e sproporzionato al tempo che è [...]; e mancanza quindi di senso del limite e della misura, e predominio del fantasma storico sulla conoscenza e valutazione attenta della realtà effettuale delle cose» (24)

Ma tale confusa consapevolezza orgogliosa, ma il turbinio di invenzioni e la messe di applicazioni che investe l'Italia sin dai primi anni di vita unitaria, non trova ancora il suo corrispettivo nelle realizzazioni che, stentatamente, passo dopo passo, l'Italia sta compiendo nel campo della grande politica internazionale.

È ancora il tempo, alla fine del decennio iniziato con la presa di Roma, delle laceranti incertezze, delle stolide ambiguità, delle ingenuità romantiche, della paura dei passi falsi, delle inabilità politiche. È il tempo in cui un capo di governo, Benedetto Cairoli, può, a chiarimento e discolpa del fallimento della sua politica interna ed estera, affermare tranquillamente, senza suscitare soverchio scalpore: « Non saremo abili, ma soprattutto vogliamo essere onesti» (25)

Quando in effetti, e realisticamente, non di onestà si tratta ma unicamente di riconoscere il peso ancora scarso della nuova nazione, i limiti effettivi delle sue possibilità. È allora anche il tempo della consapevolezza dolorosa di tale realtà, di quella coscienza che farà dire, sei anni dopo il Congresso di Berlino, al principale protagonista italiano, Luigi Corti, vituperato e « quasi lapidato» per il « fallimento» della sua missione: « Vollero farmi in pezzi nel 1878 perché in poche settimane passate nella selva oscura non seppi procurare all'ìtalia un pezzo di Turchia o magari qualcosa di più vicino, e mi limitai a salvarla dall'onta o dal conflitto» (26)

Uscita dal Congresso di Berlino « con le mani nette» (e vuote), l'Italia vi ha invece tuttavia ottenuto un importante successo, se non diplomatico o territoriale, morale. Non è stato certo di poco conto il fatto che la presenza dell'Italia, come Potenza accettata tra i suoi antichi nemici, sia stata di per sé prova che la nazione ha sfatato le antiche profezie di sciagura. E stata la prima volta che a un congresso delle grandi potenze non si è discussa la « questione italiana» , anche se lo stato d'animo che vi è serpeggiato nei confronti della nuova nazione può essere esemplarmente rappresentato da quanto avrebbe dichiarato tre anni dopo l'ambasciatore di Russia a Roma Uxkull a Pasquale Stanislao Mancini, ministro degli esteri: l'Italia non doversi considerare una grande potenza, ché se le grandi potenze l'avevano ammessa nei loro consigli ciò era stato fatto per cortesia e non già perché se ne ritenesse indispensabile il consenso alle decisioni internazionali.

E la riprova di quanto affermato dal russo, la riprova dell'ancora incerto status internazionale dell'Italia, la si ha nello stesso anno, quando la Francia porta a compimento in Tunisia la sua prima, effettiva operazione di imperialismo coloniale (27)

Spinta non da necessità demografiche, e solo talvolta dall'esigenza di aree su cui collocare la sua esuberanza finanziaria, la Francia sviluppa in quegli anni una forma tutta particolare di imperialismo, che non pretende tanto di vedere nelle colonie una fonte di reddito, la loro funzione essendo piuttosto quella di contrastare all'Inghilterra il dominio dei mari mediante l'occupazione di punti strategici lungo le rotte e di affermare di fronte a tutti la presenza e la grandezza di un Paese risorto dalla sconfitta bruciante di dieci anni prima.

Così, uno dei principali uomini politici, Jules Ferry, può in tal modo incitare nel 1881, subito prima dei fatti di Tunisia, i parlamentari francesi affinché approvino l'attiva politica di espansione decisa dal governo: « Signori, nell'Europa quale è attualmente costituita, in questa concorrenza di tanti Stati rivali che vediamo ingrandirsi intorno a noi [...], in un'Europa, o meglio in un mondo così costituito, una politica di raccoglimento o d'astensione rappresenta semplicemente la strada maestra della decadenza! Le Nazioni, al tempo nostro, non sono grandi che per l'attività che svolgono [...]. Essere un faro di civiltà senza agire, senza aver parte alcuna nelle questioni mondiali, tenendosi in disparte da tutte le combinazioni politiche europee, vedendo un'insidia, un'avventura pericolosa in ogni forma di espansione verso l'Africa o l'Oriente, vivere in tal modo, tutto ciò, credetelo, costituisce per una grande Nazione una vera e propria abdicazione, in un tempo assai più breve di quanto possiate crederlo; significa scendere dal primo rango al terzo e al quarto!» (8).

Già all'indomani della guerra franco-prussiana, in effetti, la rivalità fra i consoli francese e italiano per difendere i diritti dei loro connazionali sulle concessioni fatte dal bey di Tunisi hanno rivelato una latente, irriducibile opposizione tra le due nazioni latine, al punto che l'invio di una squadra navale, richiesta dal console d'Italia al governo di Firenze a protezione e monito, ha potuto essere fermata solo dalle vibrate proteste di Francia, Inghilterra e Turchia.

Nel decennio seguente la Tunisia è stata ancor più che in passato terra di popolamento per l'emigrazione italiana, che giunge a contare alla fine oltre dodicimila coloni, mentre i francesi non sono ancora giunti al migliaio di residenti. La Francia non ha tuttavia dimenticato il pericolo corso e a malapena sventato, per cui mentre la Repubblica si va assestando su più solide basi, sempre più necessaria le si prospetta l'occupazione del Paese africano al fine di escludere ogni più ampia influenza italiana, sia dietro il pretesto della potenziale minaccia che verrebbe all'Algeria dall'occupazione straniera di Tunisi, sia per il grave colpo che verrebbe in tal modo inferto ad un prestigio nazionale in cerca di una rivincita, quale che essa sia.

Ricevuto un tacito incitamento britannico (29), certa che Trento e Trieste debbano costituire una causa di permanente dissidio tra Italia ed Austria, impedendone il riavvicinamento o addirittura l'alleanza, la Francia di Ferry e di Gambetta invia un contingente militare in Tunisia a fine aprile, col pretesto di una rappresaglia contro gli sconfinamenti in Algeria della tribù tunisina dei Krumiri (di cui la stessa stampa riconosce implicitamente l'inesistenza scrivendo che a peso d'oro il Governo ne pagherebbe un esemplare pur di mostrarlo ai francesi) e vi sbarca quindi all'improvviso due settimane più tardi un corpo di spedizione, occupando l'intero Paese ed istituendovi un Protettorato mediante la costrizione del bey alla firma di un « trattato» . Con un sottile lavorio ha quindi subito inizio l'emarginazione e l'esclusione dell'influenza italiana dalla vita tunisina, con la discriminazione e la frapposizione di ostacoli ad ogni minima attività economica dei residenti italiani, cercando di imporre il francese come lingua ufficiale, scoraggiando in tutti i modi possibili l'afflusso di altri emigranti dal Paese rivale.

Tali successi non devono però comunque, secondo gli uomini di governo francesi, distogliere la Francia, « pacifica e riflessiva, che non ha mai cessato di avere fede nella giustizia immanente delle cose» , dal pensiero dell'umiliazione subita dieci anni innanzi ad opera degli eserciti germanici. « Pensarci sempre, non parlarne mai» , è la parola d'ordine a proposito della perdita ancora bruciante dell'Alsazia-Lorena.

Ma questo — è ancora Jules Ferry che ammonisce — non deve tuttavia impedire di guardare più oltre e di rafforzarsi, poiché « oltre i nostri confini il mondo avanza, gli interessi si spostano, mutano le posizioni, si preparano e sì organizzano nuovi raggruppamenti di forze. Avremmo forse dovuto, in nome di un esaltato e miope nazionalismo, rinchiudere la politica francese in un vicolo cieco e, con gli occhi rivolti all'azzurra linea dei Vosgi, lasciare che intorno a noi tutto avvenga, tutto si decida, tutto si risolva senza di noi? La politica “delle mani nette” avrebbe significato vedere l'Italia insediarsi a Tunisi, con la conseguente possibilità di prendere alle spalle le nostre posizioni in Algeria, la Germania in Cocincina, l'Inghilterra nel Tonchino, entrambe tanto al Madagascar che nella Nuova Guinea. ..» (30).

Conseguenza immediata dell'occupazione di Tunisi, risentita come uno schiaffo da tutti i gruppi politici e dalla stampa italiani, sono quindi per l'Italia, ormai lanciata in una attiva politica navale mediterranea la caduta del secondo governo Cairoli che, tenuto a bada ed illuso dalle reiterate assicurazioni francesi di non intervento, sprofonda nel ridicolo e nel disprezzo generale, ed il rigetto della politica delle « mani libere» , come di ogni velleità di intesa con la Francia, propugnata dai radicali del Secolo riuniti attorno a Cavallotti e all'Estrema Sinistra, dagli ambienti del capitalismo settentrionale e della massoneria.

Viene in parallelo ricercata l'alleanza con l'Impero tedesco — che si tira dietro il composito stato asburgico col quale ha stipulato la Duplice Alleanza dell'ottobre 1879 — nel segno dell'amicizia con un'Inghilterra non ancora avvertita come la vera antagonista, ancora rinchiusa nello « splendido isolamento» che la fa in quegli anni più ostile ed attenta alle azioni francesi che alla crescente potenza germanica.

Col trattato siglato a Vienna il 20 maggio 1882 — per molti versi ancora insufficiente e talora addirittura infelice per quanto concerne la posizione mediterranea dell'Italia — giunge così al traguardo quella politica di netta e decisa intesa con la Germania propugnata fin dal 1871 dal Centro parlamentare e di cui fin dall'estate precedente Sonnino, affiancato dal collega Marselli, ha illustrato finalità e caratteristiche di contro ad ogni questione di angusto irredentismo antiasburgico: « La scelta dell'Italia è determinata da fatti che imperano sul vokne. Dei due grandi Stati con essa confinanti, l'uno, con l'animo gonfio da malevolenze, non pregia che la sua soggezione; dove che l'altro, dimentico di ogni passato conflitto, le porge la mano e non le chiede che il rispetto della propria individualità territoriale... Gli Italiani non si facciano illusioni.- un riavvicinamento tra la Patria loro e la Francia è da annoverare fra le cose più difficili al mondo, ed uno scoppio subitaneo e generale della chasse à l'Italie è da porre fra le cose contro cui urge premuninsi» (31)

Trento e Trieste non debbono più costituire motivo di discordia con l'Austria; verrà forse un tempo, in futuro, in cui anche tale questione potrà essere risolta in maniera pacifica. Ora l'Italia, che non sarebbe potuta esistere senza Roma e senza Venezia, può ben « vivere e prosperare senza Trento e senza Trieste» . Altri irredentismi aspettano di trovare soluzione nel Mediterraneo, come palesano i casi della Corsica e di Malta, di fronte ai quali l'irredentismo antiaustriaco assume le caratteristiche di un puro problema sentimentale: « Soprattutto bisogna mettere risolutamente da parte la questione dell'Italia irredenta. Il possesso di Trieste nelle presenti condizioni dell'impero è di somma importanza per l'Austria-Ungheria; questa lotterebbe a tutta oltranza prima di rinunciare a quel porto. Inoltre Trieste è il porto più conveniente al commercio dell'intera regione tedesca: la sua popolazione è mista come tutte le popolazioni di confine. La rivendicazione di Trieste come un diritto sarebbe una esagerazione del principio di nazionalità, senza poi rappresentare nessun interesse reale per la nostra difesa. Trento è invece certamente terra italiana, e rappresenterebbe un completamento della nostra difesa, senza avere per l'Austria l'importanza di Trieste. Ma gli interessi che possiamo avere a Trento sono troppo piccoli di fronte a quelli rappresentati dalla nostra amicizia sincera con l'Austria» (32)

Austria che inoltre, nonché difendere la sua stessa esistenza come impero plurinazionale, costituisce pur sempre un antemurale prezioso contro la possibilità di un impero tedesco affacciantesi sulle Alpi e a Trieste. Il Marselli non si nasconde infatti, né nasconde alla nazione, il potenziale pericolo dell'incombere preponderante e condizionante, su di un'Italia ancor fragile, del compatto Reich bismarckiano. Necessaria quindi l'alleanza con la Germania quale più forte « spalla» tutrice, ma altresì necessario l'impero asburgico che evita, con la sua sola presenza territoriale, « quei contatti immediati fra grandi masse elettrizzate, che producono le più rovinose scosse della storia» (33).

Si cerca così di reprimere, da parte italiana, ogni eccessiva manifestazione da parte dei rifugiati triestini ed istriani. Sullo stesso caso Oberdan, di pochi mesi dopo, e sulle irate reazioni carducciane, viene lasciato cadere con discrezione un velo di silenzio. Si cerca di chiudere, o almeno di sopire in attesa di possibili accordi futuri, i contrasti esistenti lungo i confini alpini del Trentino e dell'Isonzo, per puntare lo sguardo a meridione, sulle più ampie distese mediterranee e, coperte le spalle dai nuovi alleati, verso il Levante e il Mar Rosso, verso l'Oceano Indiano.

Quanto all'Inghilterra, l'amicizia con essa, pur giudicata indispensabile a causa della sproporzione di forze tra i due Paesi, non deve tuttavia mascherare il contrasto che sta sorgendo sempre più evidente, considerata la via obbligata che deve percorrere l'Italia, spinta dalla sua posizione geografica e dalla limpida volontà dei suoi più coscienti uomini di Stato.

Diffidenza quindi di fondo nei riguardi delle azioni britanniche, amicizia « obbligata» da oggettive ragioni: « Abbiamo sì, con l'Inghilterra, interessi ed attrattive comuni nel Mediterraneo, ma ogni particolare questione presenta talvolta un grado diverso di importanza e di urgenza per lei e per noi, e in tali casi la storia ci insegna che sarebbe follia l'affidarsi al solo appoggio dell'Inghilterra per l'efficace tutela d'interessi che per noi fossero capitali ed urgenti, e per lei secondari e lontani. L'Inghilterra, per la sua stessa natura di potenza industriale, per la vastità del suo impero quasi mondiale, e per la conseguente molteplicità dei suoi interessi, annette oggi troppo grande importanza al mantenimento dei suoi buoni rapporti con la Francia perché possiamo sperare mai che per qualunque interesse che non sia direttamente, chiaramente e principalmente suo, rischi di mettere a pericolo l'alleanza con la sua potente vicina. Dobbiamo insomma avere a ogni costo l'inghilterra amica per avere le mani libere, la sua inimicizia paralizzerebbe la nostra azione, ma sarebbe vano sperare mai da lei altro che una benevola neutralità, ogni volta che non fosse offesa nei suoi pro­pri interessi più vitali» (34).

Rinnovata formalmente quattro volte e tacitamente prorogata per altre due, la Triplice Alleanza costituisce così fino al 1914 l'asse portante della politica estera italiana, costituendo, soprattutto per i primi anni, uno strumento prezioso di tutela e di opposizione alle pretese francesi di egemonia, anche se non una garanzia per una politica estera più attiva (35).

E d'altra parte, come rileva il Rauti, e pur avendo presenti le ambiguità — e peggio — tenute da Bismarck e dai successori nei confronti della nazione alleata, è giusto riconoscere anche che l'Italia è giunta alla Triplice in condizioni di inferiorità, malamente nascondendo i rancori del Risorgimento, e che avrebbe negli anni a venire agitato talora l'irredentismo come una passionale « carta di riserva» , soggetta ad una persistente e tenace propaganda francofila e filoinglese, ad una venerazione di tutto ciò che viene da Parigi e da Londra, magari attraverso le logge massoniche e i contatti finanziari con la City. Alla fin fine però, possiamo riconoscere che nel maggio 1882, pur tra le ipocrisie diplomatiche tipiche dell'epoca, con la Triplice Alleanza l'Italia fa una scelta: « Essa si schierò accanto alle Potenze dell'Europa Centrale, alle forze che formavano la spina dorsale del Vecchio Continente, con i popoli con i quali aveva in sospeso solo alcune marginali questioni irredenti stiche, autentiche “pendenze” del diciannovesimo secolo duro a morire, e prese posizione contro i franco-inglesi, i dominatori del Mediterraneo, i monopolisti dell'Africa e dei mercati mondiali, contro coloro che avevano trasformato lo slancio imperialista europeo in un fenomeno banale e gretto di sfruttamento commercialistico» (36).

Gianantonio Valli

 

(1) Cfr. BOLLATI G., L'italiano, Einaudi 1983, pag. 16-17.

(2) Cfr. ibidem, pagg. 106 e 38.

(3) Cfr. ORIANI A., La rivolta ideale, Cappelli, 1933, pag. 141.

(4) Cfr. DE FORT E., Storia della scuola elementare in Italia, vol. 1, Feltrinelli 1979, pag. 71.

(5) Cfr. ibidem, pag. 66.

(6) Tanto meno la Francia, il cui imperatore ha respinto nel 1859 la tesi dell'unità italiana come impossibile « a causa» della presenza dell'Austria, suggerendo invece una federazione sotto la presidenza papale, tesi ribadita l'anno successivo dal duca di Persigny, suo ministro degli interni, che accetta sì la perdita degli stati pontifici (Romagna, Marche, Umbria) ma sostiene ancora che l'italia non si debba costituire altro che in federazione e che Roma e il Lazio debbano essere fermanente garantite al papa dalle potenze cattoliche. Nel 1861 il generale Fènèlon osserva brutalmente che se Napoleone III riconoscesse l'unificazione italiana, ciò sarebbe soltanto per rendere l'Italia tributaria della Francia per almeno mezzo secolo, e che è inoltre azzardato puntare sull'unità della penisola, poiché, garantito il Papato, le Venezie in mano austriaca, Napoli divenuta bonapartista piuttosto che borbonica, l'unità sospirata si sarebbe piuttosto allontanata nelle nebbie dell'uto­pia, non essendo gli italiani — costituzionalmente inabili alle armi — in grado di conquistare mulitarmente quelle regioni. Egualmente il Thiers, futuro capo del governo che schiaccerà la Comune, confida allo statista inglese William Senior, che l'avversione per l'unità italiana è comune a tutto il ceto colto francese, ma di stare egli tranquillo, poiché essa non si sarebbe mni realizzata.

E Lamartine, sensibile poeta liberale, scrive tranquillamente al Dumas, il quale sta seguendo la spedizione dei Mille, che, pur sentendosi altrettanto italiano quanto francese, non sarebbe pa­triottico sperare nella nascita di una nuova Potenza alle porte della Francia, Potenza che, unificata, crollerebbe comunque alla prima battaglia perduta.

Ancora nel dicembre 1867, dopo il fuoco degli chassepots di Mentana, quando la Francia ha ormni preso il posto dell'Austria quale avversario il più intransigente dell'unificazione d'Italia, ribadisce Rouher, capo del governo francese: «L'Italia non s'impadronirà mai di Roma! Giammai. Giammai la Francia tollererà questa violenza fatta al mio onore e alla cattolicità. Giammai! Giammai!», mentre a conclusione del fallimento del trattative franco-italiane per la costituzione di un fronte antiprussiano — e già sotto l'incombente pressione bismarckiana — esclama ciecamente e piamente la cattolica Eugenia , imperatrice: «Meglio i Prussiani a Parigi che gli Italiani a Roma» .

(7) Cfr. CHABOD F., Storia della politica estera italiana dal 1810 al 1896, due voll., Laterza 1976, pag. 241.

(8) Cfr. ibidem, pag. 28.

(9) Cfr. Cuoco V., Saggio storico sulla Rivoluzione di Napoli, Rizzoli 1966, pag. 75: «La rivoluzione di Francia s'intendeva da pochi, da pochirsimi si approvava, quasi nessuno la desiderava; e, se vi era taluno che la desiderasse, la desiderava invano, perché una rivoluzione non si può fare senza il popolo, ed il popolo non si muove per raziocinio ma per bisogno. l bisogni della nazione napoletana eran diversi da quelli della francese: i raziocinii de' rivoluzionari eran divenuti tanto astrusi e tanto furenti, che non li potea più comprendere. Questo pel popolo. Per quella classe poi che era superiore al popolo, io credo, e fermamente credo, che il maggior numero de' medesimi non avrebbe mai approvate le teorie dei rivoluzionari di Francia. La scuola delle scienze morali e politiche italiane seguiva altri principi. Chiunque avea ripiena la sua mente delle idee di Machiavelli, di Gravina, di Vico, non potea nè prestar fede alle promesse nè applaudire alle operazioni de' rivoluzionari di Francia, tostoché abbandonarono le idee della monarchia costituzionale» .

(10) Cfr. CHABOD F., op. cit., pagg. 29 e 154.

(11) Cfr. ibidem, pag. 27.

(12) Cfr. ibidem, pagg. 37-38 e 53.

(13) Per le rivalità intestine e gli inconvenienti dovuti alla iniziale fusione delle varie Marine regionali, nonché alla deficiente preparazione ed addestramento della flotta italiana, cause prime dello scacco di Lissa, cfr. IACHINO A., La campagna navale di Lissa 1866. Il Saggiatore, 1966. Per la centrale riforma dell'esercito attuata dal generale Ricotti cfr. DE BIASE C., L'Aquila d'oro. Storia dello Stato Maggiore Italiano (1861-1945), Edizioni del Borghese 1970, pagg. 115-137 e Wrurrue J., Storia dell'esercito italiano, Rizzoli 1979, pagg. 159-174.

(14) Cfr. Storia della Marina, voi. 1, Fabbri 1978, pag. 151. Sulla distanza si farà tuttavia sentire il peso dell'arretratezza industriale e della debolezza finanziaria della nuova Nazosìe. Per quanto ancora al terzo posto (dopo Inghilterra e Francia) nel 1888 e dotata di dieci corazzate di prima classe costruite o in costruzione (tra cui cinque che non hanno uguali per dimensioni, velocità, autonomia e armamento), già sei anni più tardi la Marina italiana sarà superata da quella russa e affiancata da quella tedesca che, in via di rapida formazione, giungerà nell'arco di un decennio a porsi al secondo posto nel mondo.

Farà tuttavia in tempo l'Italia ad incutere una sana paura agli Stati Uniti d'America allorché nel marzo 1891, quale conseguenza del linciaggio di suoi cittadini avvenuto a New Orleans con la complicità delle autorità di governo americane, verrà ventilata sulla stampa statunitense l'attuazio­ne di una ritorsione mediante misure di guerra.

Scriverà così, preoccupato, uno dei maggiori quotidiani americani: «Se esistessero seri motivi perché si dichiarassero aperte le ostilità, in quali condizioni ci troverebbe una dichiarazione di guerra? L'Italia non è una potenza di primaria importanza, ma possiede una delle flotte più forti d'Europa, contro la quale i nostri porti e le nostre coste sono inadeguati quanto ad attrezzature difensive. E umiliante al di là di ogni sopportazione che il nostro grande paese, sotto taluni aspetti il più potente del mondo, debba essere tanto incerto sulla decisione di approntare adeguati mezzi di difesa contro una potenza europea di secondaria importanza» . Cfr. GUEBINO R., Vendetta. La vera storia di un linciaggio, Sperling & Kupfer 1978, pag. 163.

(15) Cfr. ibidem, pag. 152.

(16) Il che colpisce sfavorevolmente molti personaggi di altre nazioni che vorrebbero, abi­noi!, vedere per il futuro eternata l'italia quale Paese agricolo e pre-industriale, ricco unicamente di bellezze naturali e di ricordi, nel mezzo di un mondo che vede ambizioni nazionali, armamenti e prevaricazioni sempre più frequenti e maggiori.

Così il belga de Laveleye intriso di vaghe idealità umanitaristiche e non in grado neppure di afferrare i nuovi obblighi imposti dalla mutata situazione storica e geografica alla penisola unificata, già nel 1871 esorta l'Italia, «separata dal continente da una frontiera geografica mirabilmente netta» e «alla quale nessuno dei suoi vicini pensa a togliere una provincia o il minimo pezzo di territorio», ad accontentarsi di una posizione internazionale di second'ordine, al pari di Svizzera e Belgio, anziché aspirare alla parte di grande potenza, e ne stigmatizza «l'ambizione deplorevole di giocare un ruolo nelle complicazioni della politica europea» .

L'anno seguente è invece il francese Berthelot che trova che gli italiani hanno finalmente compreso «che la felicità è nella mediocrità» .

Entrambi deplorano che l'italia, priva di carbone e di ferro, voglia correre l'avventura dell'in-dustrializzazione, e più ampiamente il Berthelot, illustre scienziato, lamenta il trionfare universale della scienza applicata e dell'industrialismo, ed accusa l'italia di tradire e rigettare lo slancio spiri­tuale del Rinascimento per seguire, tristemente, l'esempio modernizzante degli Stati Uniti d'Amenca.

Cfr. CHABOD F., op. cit., pagg. 363, 192, 292.

(17) Cfr. WEB5TER R.A., L'imperialismo industriale italiano. Studio sul prefascismo 1908-1915, Einaudi 1974, pag. 32. Per quanto concerne la ricerca dell'indipendenza autarchica, ad esempio, la casa inglese Armstrong, dopo avere fondato a Pozzuoli una succursale per la produzione di munizioni e di pezzi di artiglieria navale e dopo avere stipulato ampi accordi con la Marina, viene indotta ad utilizzare acciaio prodotto in Italia dalla « Terni» , con risultati, all'inizio, indubbiamente antieconomici per lo Stato italiano, date le lunghe ricerche e i numerosi esperimenti di fusione necessari per l'approntamento di materiali dalle sicure ed elevate caratteristiche strutturali.

(18) Cfr. ibidem, pagg. 351-2.

(19) Cfr. ORIANI A., op. cit., pag. 140. Parallelamente raffigurerà un ventennio più tardi Prezzolini l'evoluzione del carattere italiano a partire dalla fine del Rinascimento. «L'Italiano di pensiero compia allora un'altra rivoluzione, quella che affermava la propria interiore libertà. Distaccato dalla società civile e religiosa, si contentò di rendere ossequio formale alla prepotenza dell'una e dell'altra. Andò a messa, si cavò il cappello, fece tutti i segni esteriori del rispetto e della convinzione, senza possedere questa nè avere l'altro. Dentro di sé burlò i preti e valutò per quel che valevano i principi, talora intelligenti, più spesso opachi e vani. E si dette a pensare, a immaginare ed a cantare. Difese il suo intimo con una muraglia di disprezzo e di disdegno.

Volevano che si cavasse il cappello? E l'Italiano si sberrettava. Volevano che dicesse Eccellenza agli scemi, e Onorevole ai briganti, e l'Italiano non s'impuntava per questi piccoli tributi di parole: in casa propria metteva scemi e briganti nello stesso sacco. Costretto ad un esercizio quotidiano di dissimulazione e di simulazione, in breve l'Italiano divenne eccellente nella “abilità” politica. il suo carattere ne prese un'impronta incancellabile. La sua facoltà di adattamento alle circostanze ne portò la civiltà ad un grado di maturità che rasentava la corruzione, ma una corruzione portata con leggerezza e con stile di signore e sempre con una certa malinconia. Entro la capsula delle formule e delle retoriche imposte da inquisitori e da stranieri, da principi assoluti e da plebei ignoranti, l'Italiano colto o signore avventurò per il mondo le sue scoperte, la sua poesia, la sua intima tristezza di popolo che tutte le aveva viste e provate, ed era arrivato ad una rassegnata saggezza» .

Cfr. PREZZOLINI G., Vita di Niccolò Machiavelli fiorentino, Rusconi 1982, pagg. 167-168.

(20) Cfr. NIETZSCHE F., Frammenti postumi 1884-85, Adelphi 1975, pag. 316 e Frammenti postumi 1887-88, 1971, pagg. 4-5.

(21) Cfr. CHABOD F., op. cit., pag. 226.

(22) Cfr. ibidem, pagg. 230 e 221.

(23) Cfr., delle Odi barbare, in ispecie: Nell'annuale della fondazione di Roma, Alla Vittoria, Alle fonti del Clitumno, Roma.

(24) Cfr. Cì.aon F., op. cit., pag. 301.

(25) Cfr. SETON-WATSON C., L'Italia dal liberalismo al fascismo, 1870-1925, Laterza 1980, pag. 57. Ricca difatti, piana nella narrazione, l'opera può essere letta come una buona sintesi della storia italiana del periodo, preliminare a più specifici approfondimenti.

(26) Cfr. ibidem, pag. 820. In effetti, la questione « Italia al Congresso di Berlino» è un poco più complessa da quanto affermato dal Corti, potendosi riscontrare nelle azioni e nei convinci-menti dei suoi protagonisti italiani anche una certa quale mancanza di ardimento e di tenacia; quasi un timor panico di accettare impegni e di compiere azioni di una nuova pratica gravità morale, che andasse oltre i principii risorgimentali e liberali in cui essi erano cresciuti; una deficienza di fede non solo nei destini della nazione, ma pure in se stessi; una labilità caratteriale che avrebbe fatto esprimere, ai ben più navigati uomini di stato inglesi, austriaci e tedeschi, sorpresa e incredulità – quando non più sferzanti giudizi — di fronte alla ritrosia ondivaga, alla poca chiarezza intellettuale e al rigetto degli niuti diplomatici da loro offerti. Così Haymerle, ambasciatore austriaco a Roma, incaricato di tentare una mutua intesa fra le due Potenze e di offrire un appoggio per la questione tunisina, si sente rispondere testualmente da Cairoli che «l'Italie entrera au Congrès avec les mais libres, voulant en sortir avec les mais nettes» .

Al similare rifiuto di Corti espresso a Bùlow a Berlino — e da questi riferito a Bismarck — il cancelliere tedesco, non potendo concepire tanta ingenuità da parte di un discendente di Machiavel­li, opporrà invece la convinzione sprezzante dell'inutilità dell'Italia, «fattore mal sicuro, che non sapeva essere nè amico, né nemico» .

(27) Le uniche conquiste importanti prima del 1870 – l'Algeria (1830), il Senegal (1854), la Cocincina-Delta del Mekong (1862-1867) – non furono suggerite da considerazioni mercantilistiche o imperialistiche. Esse furono originate unicamente da casi fortuiti della politica interna o estera e non appassionarono profondamente l'opinione pubblica (solo l'Algeria diede luogo a numerose polemiche). Le colonie, la cui importanza nella vita economica francese fu sempre, al contrario che per l'Inghilterra, assai modesta, non assursero mai al grado di fattori essenziali della ricchezza nazionale.

Per una panoramica, cfr. BRUNSCHWIG H., Miti e realtà dell'imperialismo coloniale francese, Cappelli 1964, e BERTONI E., Le cause del colonialismo imperialistico, ISEDI 1978.

(28) Cfr. BRUNSCHWIG H., op. cit., pagg. 107-8.

(29) Già al Congresso di Berlino lord Salisbury aveva lasciato capire al collega francese Waddington che come compenso all'effettuata occupazione di Cipro e alle mire sull'Egitto, l'Inghil­terra non si sarebbe opposta ad un intervento della Francia in Tunisia, non desiderando che sulla sponda africana del Canale di Sicilia si installasse l'Italia che ne deteneva già la sponda orientale.

(30) Cfr. BRUNSCHWIG H., op. cit., pagg. 114-115.

(31) Cfr. Marselli, in VOLPE G., L'Italia nella Triplice Alleanza (1882-1915), I.S.P.I. 1941, pag. 35.

(32) Cfr. Sonnino, ibidem, pag. 30.

(33) Cfr. CHABOD F., op. cis., pag. 125. Dello stesso tenore furono le considerazioni di Crispi nel marzo 1880: «L'impero austro-ungarico è una necessità per noi. Quell'impero e la Confederazione elvetica ci tengono a giusta distanza da altre nazioni che noi vogliamo amiche, che devono essere nostre amiche come furono altre volte nostre alleate, ma il di cui territorio è bene che non si trovi in immediato contatto con l'Italia» . Cfr. in SETON-WATSON C., op. cit., pag. 131.

(34) Cfr. VOLPE G., op. cit., pag. 32. Riprova di quanto testé affermato, si avrà tra l'altro dalla convenzione franco-inglese del marzo 1899 che, a suggello della crisi di Fascioda, delimita in modo definitivo le sfere d'influenza di Inghilterra e Francia nell'Africa centrale e concede alla Francia libertà d'azione nel retroterra meridionale della Tripolitania, territorio su cui è peraltro noto l'Italia avere avanzato da tempo rivendicazioni di espansione commerciale e territoriale.

(35) l rinnovi formali: 20 febbraio 1887; 6 maggio 1891; 28 giugno 1902; 5 dicembre 1912. Per quanto riguarda il primo aspetto, citiamo le parole di Bismarck all'ambasciatore tedesco a Parigi, con le quali invita nel luglio 1888 a frenare le insemperanze francesi nei riguardi dell'italia, facendo intendere agli uomini di governo francesi «che sarebbe stato prudente da parte loro non precipitare le cose, poiché se l'Italia si fosse trovata presa in gravi complicazioni [internazionali] essa non sarebbe rimasta isolata» . Un esempio di azione « frenante» si ha invece nella risposta del governo tedesco di Bùlow alle richieste di Crispi del febbraio 1896 affinché la Germania intervenga con pressioni sulla Francia, che ostacola l'espansione italiana in Etiopia. Viene con essa fatto rilevare al governo italiano «quel sostanziale errore circa la natura della Triplice, contro il quale periodicamente da anni, e malgrado la chiara redazione del testo del trattato, finora inutilmente abbiamo dovuto lottare. La Triplice è un patto conservativo e non una società di profitti. L'invasione degli italiani nell'Abissinia [...] è atto aggressivo e come tale non rientra formalmente sotto la copertura del trattato della Triplice» . Cfr. VOLPE G., op. cit., pagg. 116 e 138. Rileviamo a tale proposito, tuttavia, che se è pur vero che l'Africa orientale è fuori dei termini del secondo rinnovo della Triplice, la visione più lungimirante è tuttavia quella di Crispi e del suo ministro degli esteri Alberto Blanc, i quali sostengono che l'Italia non sta combattendo, dopo l'Amba Alagi e Macallè, soltanto una guerra italo-abissina, ma che si tratta in realtà, e in un senso molto più vero e profondo, di una guerra fra Triplice Alleanza da una parte e Francia e Russia dall'altra.

(36) Cfr, RAUTI P., Le idee che mossero il mondo, Edizioni Europa, Roma 1976, pag. 254.