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Enzo Caprioli

Scelte politiche e scelte individuali

La necessità di ribaltare una situazione esistenziale svantaggiosa - Essenza psicologica delle componenti storico/ideologiche - Due problemi trappola: difesa dell'ambiente e del giusto salario - Il rigore logico a tutela dell'essenza paterna.

Dover vivere entro un tessuto sociale e politico totalmente privo di raccordi col proprio universo simbolico costituisce un gravoso onere che si somma alle normali fatiche dell’esistenza.
Non si tratta soltanto del mancato accesso ai centri di potere controllati dai partiti o dalle lobbies finanziarie, nè dell’emarginazione di cui si è fatti oggetto quando si manifesta con franchezza il proprio sentire. A questi condizionamenti palesi si aggiunge una realtà più insidiosa: le scelte piccole e grandi, alle quali ciascuno di noi è chiamato quotidianamente in termini di mera sopravvivenza fisica e sociale, ci impongono quasi sempre ruoli estranei al nostro vero modo di essere.
I principi informatori della società democratica si sono andati man mano traducendo in leggi, costumi e abitudini di vita; con essi dobbiamo fare i conti comunque, dal momento che son state rese impossibili scelte e situazioni alterna¬tive nelle quali ci si sarebbe potuti maggiormente riconoscere. il doverci adattare a scegliere ciò che in altre condizioni politiche a noi più congeniali neppure potrebbe venire ipotizzato, l’essere costretti a far propria l’estraneità, può, alla lunga, corrompere. Ed infinite sono le possibili situazioni nelle quali chi oggi è portatore di valori tradizionali rischia di cadere in un penoso conflitto con se stesso.
Una vera via d’uscita esiste solo col superamento del contingente a favore di una più rigorosa coerenza ideale, ma come, in concreto?


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Forse si è conclusa l’epoca nella quale ad esempi di eroica fermezza si trovava sempre qualcuno disposto a far seguire atti di rivolta. L’attuale eccesso di informazione, assieme alla mercificazione di ogni affiato ideale — compresi quelli anti-sistema – hanno creato una sorta di magma «culturale» onnifago, nel quale ogni possibile elemento di rivolta tende ineluttabilmente ad incistarsi.
La capacità dei mass-media di saturare con surrogati funzionali al sistema qualunque esigenza emergente nel pubblico, svuota ogni verità. Anche l’indignazione più vera segue, come tutte le emozioni collettive, il solito banale destino previsto nei programmi: nasce, viene riflessa ed amplificata nel dibattito, poi infine si spegne senza che nulla di sostanziale sia cambiato. Ce ne siamo resi conto tutti nel dopo-Chernobyl, allorchè il fastidio per un chiasso ormai inutile e scoordinato ha soffocato in buona parte l’orrore per quanto è in realtà successo (1).
La continua pressione della pubblicità e dell’informazione di regime induce la gente ad un ciclico sbandamento tra diversi ambiti di competizione.
La vita smette di essere un percorso costruttivo legato alla catena di più generazioni, e si riduce invece ad una mera «opportunità di rapina» concessa alla solitudine interiore del singolo.
Chi consuma il proprio esistere nella vuota ricerca dello «status» sociale, o nella compulsiva esigenza di partecipare allo spreco collettivo, sfoga solo pulsioni indotte dall’ambiente. Nel farlo trova però il conforto e il sostegno della mentalità su cui si fonda tutta l’attuale ùcietà «occidentale»: è infatti il funzionamento stesso delle strutture politiche, economiche e produttive del sistema, che legittima un modo di essere cui pare non servano giustificazioni ideali.
All’opposto, non v’è alcun sostegno, nel vivere quotidiano, per chi invece proponga un diverso ordine sociale.
«Sapersi vendere» e «poter comprare» e tutto quanto il sistema ci richiede, in cambio c’è una manciata di sogni buoni per una corsa; le crisi d’identità e le nevrosi sono previste, ma per queste bastano gli psicofarmaci.
Paradossalmente è l’individuo più compromesso e più contaminato quello che oggi è il più gratificato dalla utilità dei suoi modelli comportamentali egli èquindi anche il più efficiente. Si tratta però di un’efficienza nefasta per il singolo, che perde con essa ogni senso ed ogni scopo della propria continuità: è questa vana efficienza che riesce a simulare quella condizione di appartenenza di cui l’uomo, che trova la sua ragione ultima di essere solo nel sociale, ha profondo bisogno. È così il sistema a beneficiarne, in termini di sopravvivenza: esso appare infatti alla fine l’unica entità a vantaggio della quale si agitano milioni di persone incapaci di porsi problemi se non quello già impegnativo del sopravvivere con qualche comfort.
Fisicamente immersi e costretti in una simile situazione storica, non possiamo farci portatori di alcuna coerenza ideale se non assumendo una particolare elasticità operativa che sia capace di volgere a nostro vantaggio, individuale e politico, condizioni e meccanismi della realtà presente. Sottrarsi alle regole del gioco significa sapersi imporre, nella vita, obiettivi giustificati da quei valori trascendenti che sopravvivono solo nel nostro mondo; ai più è sembrato che lo si potesse fare solo contro i mass-media, contro l’educazione istituzionale dei figli, spesso contro colleghi, amici e familiari, contro le stesse necessità economiche.. obiettivi comprensibili entro un’ottica difensiva, ma che appaiono timidi nel quadro di una strategia offensiva che abbracci l’intera comunità nazionale come oggetto di conquista.

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La destra, che da sempre è portatrice dell’essenza paterna (2), spesso indulge, per difesa, ad una tutela ad oltranza delle figure carismatiche. È infatti molto più facile riferirsi ad una persona-simbolo, piuttosto che confrontarsi di continuo con le idee-guida depositarie della nostra identità esistenziale. Da ciò l’eterno dualismo presente nella destra, che ne ha cicicamente lacerato la coscienza storica (3).
«Difendere il Padre» ad ogni costo ed, in sua assenza, riconoscerlo nei vari suoi tipici ruoli istituzionali (governo, esercito, magistratura . . .) o invece «essere il Padre» e poter quindi mutare la legge senza per questo tradire?
Confrontarsi con questo interrogativo significa innanzi tutto raggiungere l’intima comprensione delle due scelte poste in antitesi, così come delle profonde implicazioni connesse. Ma essere cosa, e perché?
Per rispondere, è necessario rifarsi ad alcune cognizioni basilari nell’àmbito antropologico e sociobiologico.
Dai «modi» di essere propri del padre, della madre e dei figli discendono tutti gli altri modi dell’essere, compresi quelli che si esprimono nella coppia e nella più ampia e generica vita sociale. Tali «modi» vanno intesi come forme pure di atteggiamento o come strategie comportamentali a medio e lungo tennine; essi si autogiustificano sul piano motivazionale in quanto il loro espletamento soddisfa comunque una profonda esigenza connaturata all’uomo. In essi non riusciremo quindi ad includere i moduli comportamentali, pur importantissimi, utilizzati nel cercar di ottenere qualcosa da altri (beni, affetto, amore, ecc.) piotati da esigenze logiche, ma soltanto gli atteggiamenti umani che assolvono ad una esigenza energetica primaria in termini di sopravvivenza e soprattutto di affermazione. Ad un successivo livello di analisi, possiamo individuare nel possesso della fonte di stimolazione esterna il momento in cui avviene il viraggio tra i due «modi» della stessa condizione umana soggettiva (4).
I due «modi» dell’elemento maschile maturo, quindi paterno, sono: la volontà di potenza e l’espressione d’affetto. L’affetto si intende rivolto verso ciò che è stato testimone-oggetto della volontà di potenza.
I due «modi» dell’elemento femminile maturo, cioè materno, sono: la fierezza e la dedizione; la fierezza nei confronti di chi non fa ancora parte di sé, e la dedizione verso chi è già entrato a far parte del sé (padre, coniuge/amante, figli).
Vanno poi individuati i «modi» maschili e femminili dell’elemento immaturo. L’elemento maschile immaturo oscilla tra prevaricazione e intento punitivo, l’elemento femminile immaturo oscilla tra soggezione passiva e rivendicazione! ritorsione (5).
Identificate così le profonde radici – spesso inconsce – di comportamenti fondamentali, diventa più facile comprendere l’essenza di alcune scelte anche politiche. il conservatorismo inteso come atteggiamento mentale, l’autoidentificazione nelle istituzioni in quanto tali, la difesa di ordinamenti sociali consolidati, sono tutte tendenze metaideologiche presenti, sotto varie forme, in ogni tipo di schieramento politico; esse costituiscono tuttavia una gravissima minaccia per la Destra Radicale in quanto, se assolutizzate al suo interno, ne catalizzano l’involuzione verso forme immature (vedi i «modi» dell’elemento maschile immaturo). Queste, che possono farsi manifestazioni di vera e propria stanchezza morale, coincidono spesso con l’esigenza di concretizzare un simbolo paterno che da tempo non si fa sentire. Ecco qumdi l’abbandono al simulacro d’autorità, e la conseguente incapacità di distinguere le manifestazioni paterne autentiche dalle contrastanti pressioni esercitate, nella società odierna, dalle varie balie e dai vari patrigni del sistema.
Da questa stessa valenza paterna, inoltre, nascono spesso le difficoltà, quasi congenite, della destra ad incarnare un ruolo rivoluzionario. In termini rivoluzionari storici, infatti, lo scontro al vertice non avviene, quando avviene, per sottrarre il ruolo all’avversario, ma per cancellarne il ricordo; non c’è mediazione possibile tra la lealtà verso un Potere riconosciuto e l’assunzione diretta del potere.
Una destra di opposizione, se incapace di perseguire il ribaltamento politico, può lasciarsi facilmente ingabbiare da ingiustificate forme di lealismo.
Essa rischia soprattutto di subire in nome di autentiche motivazioni ideali il fascino della forza – anche se esercitata da altri ed a torto (6) – e di esprimere una strategia di «rigorismo» che le impedisce di sfruttare le spinte antisistema offerte da un dato momento storico.
Paradossalmente, ciò si traduce in tante singole scelte a vantaggio dello status quo, le quali scelte a loro volta incrementano ulteriormente la compromissione con l’ideologia dominante.
Questo atteggiamento, se riferito al gruppo, assume significati politici, se riferito al singolo individuo, acquista un preciso significato psicologico: presagisce a mutamenti esistenziali ed alla genesi di contraddizioni peraltro incompatibili con modalità mature dell’essere.


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Sono possibili infiniti esempi concreti di occasioni di rottura che il sistema stesso potrebbe offrire. Ne sceglieremo alcuni che possono mettere in evidenza la funzione antistorica di una incapacità di rivolta radicale: essa è infatti ciò che rende fatalmente estranei ad ogni movimento d’opinione aggressivo, ad ogni spinta verso nuovi equilibri. A scopo embiematico, quindi, è qui il caso di toccare due problemi concreti che, per priorità ed importanza strategica, costituiranno due banchi di prova delle forze politiche italiane nei prossimi anni: la tutela dell’ambiente e la garanzia di un giusto reddito per i lavoratori.
Rispetto al primo problema, sulla cui gravità è superfluo spendere parole, c’è m primo luogo da chiedersi come esso possa essere valutato da quelle componenti progressiste che hanno fatto da spalla al capitale nel processo di allargamento della base consumatrice. Non a caso queste stesse forze si mostrano ora sensibili ai diritti economici ed alle infantili smanie tecnologiche dei Paesi in via di sviluppo, i quali, ricordiamolo, posseggono ancora preziose aree geografiche incontaminate.
A quest’orgia di umanitarismo deteriore, generico pacifismo ed ecologismo da scampagnata, non si è ancora contrapposto un movimento d’opinione coerente e coraggioso.
Le resistenze ad espletare un ruolo attivo nei confronti di spazi politici nuovi sono un segno evidente di contraddizione da parte di coloro che comunque avrebbero le basi ideologiche per affrontare correttamente la realtà.


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La progressiva perdita di potere da parte di ampie fasce sociali è un problema dalle implicazioni assai più limitate, tuttavia per l’Italia esso potrebbe presto divenire esplosivo. Stiamo assistendo infatti al riapparire della povertà, diffusa in particolar modo tra pensionati, manodopera non qualificata e giovani disoccupati senza sponde familiari. A comprimere verso il basso queste categorie concorrono il dissesto della finanza pubblica e la disponibilità sul mercato del lavoro di persone con titoli di studio, scarse pretese economiche ed ancor più modeste prospettive.
Ad aggravare il quadro viene la politica del sindacato confederale: se nel passato ha agito con sfrontata demagogia, oggi, con altrettanta disinvoltura, baratta la dignità dei lavoratori in cambio di qualche margine di potere politico (7).
Il monopolio rivendicativo che esso esercita da decenni ha rafforzato la mentalità da macrò della sua classe dirigente, oggi attratta da un prestigio mai prima posseduto, e allettata dall’offerta di redditizie cariche pubbliche a vari livelli. Per il sindacalista militante saper gestire il dissenso è la qualità prima per far carriera e per «tenersi la sedia».
Tenersi la sedia significa soprattutto «far passare» senza scosse l’impostazione e le decisioni prese in sede nazionale dai leaders cui si è legati da vincoli di sopravvivenza professionale. Chi opera a livello provinciale o di fabbrica, dovendo affrontare quotidianamente l’impatto con la base, soffre il crescente distacco dai problemi concreti della gente e vive la propria involuzione verso un ruolo da pubblico impiegato. In una decina di anni, dal caotico clima assemblea re in cui il singolo aveva almeno l’ingannevole illusione di agire, si è passati alla imposizione di piattaforme contrattuali capestro ed alla sistematica definizione di accordi-farsa dai contenuti preventivamente concordati col datore di lavoro. L’effetto più vistoso della strategia sindacalconfederale è quindi oggi il congelamento di ogni spinta rivendicativa autonoma, cosicché l’imprenditore, costantemente rafforzatone, può rispolverare con storica miopia i vecchi strumenti di sfruttamento.
Sul piano psicosociale, si può dire che questo sindacato sia affetto da impotenza comunicativa, in quanto non più capace di scatenare emozioni. L’impotenza si esorcizza sempre con gesti surrettizi di forza: il sindacato taccia allora di il-legalità ogni iniziativa nata fuori del suo àmbito e ostenta l’appoggio dei politici e addirittura quello del capitale — che lo ha invece castrato proprio accettandolo come interlocutore privilegiato. Arrendevole sul salano del lavoratore e sulla normativa, il sindacato confederale si batte per avere più leve di controllo politico e più fondi da gestire (troppo facile il chiedersi nell’interesse di chi).


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Ma non sono queste le considerazioni che ci interessa magiormente fare qui ora; non si tratta solo di evidenziare aberrazioni largamente scontate, bensì soprattutto di capire come debba rapportarsi ad esse ciascuno di noi, sia politicamente che individualmente.
La rivendicazione normativo/economica è necessità vitale in un sistema ove in assenza di una autonoma autorità superiore alle parti – in assenza del Padre — il bruto rapporto di forza tra le parti sociali è l’unico arbitro di ogni situazione. Da ciò deriva che qualunque categoria adotti autolirnitazioni alla propria pres¬sione rivendicativa si espone al peggiore dei trattamenti. Può l’individuo, o anche la singola categoria professionale, sopperire con comportamenti moderati alla latitanza dello Stato ed al vuoto di autorità attuale, che necessariamente significa vuoto di giustizia? A quale prezzo, con quali risultati generali ed a favore di chi, un simile impegno di rinuncia? Nel nome di quali balie e di quali patrigni?
Entrambe le situazioni patologiche di degrado ambientale e sfruttamento consumistico del lavoro sono oggi endemiche sia in un regime democratico capi¬talista — o meglio demoplutocratico — sia in regime collettivista. Nei due schemi si tende, infatti, a idealizzare — anche se antiteticamente – la competizione individuale nell’àmbito economicistico: nel primo caso la si esalta in temini di «successo», nel secondo caso la si demonizza in termini di eresia antiegualitaria.
Comunque si esprima, questa idealizzazione rafforza costantemente gli strumenti di prevaricazione del capitale — sia da parte dei maggiori detentori di capitale (le oligarchie finanziarie del mondo americanizzato) sia da parte dell’unico detentore di capitale (lo stato-partito, ossia la nomenklatura nel mondo socialita).
Sebbene possa avere in mente una società retta dal bipolarismo paterno potenza/affettività, chi vive nell’attuale sistema retto da grasse balie non può applicarvi indiscriminatamente moduli comportamentali validi in un altro mondo ideale. Buona parte del mondo è caratterizzata oggi da dinamiche patologiche che conducono alla instabilità globale (incremento demografico, degrado ambientale, cicli di sfruttamento e conflittualità sociale sempre più rapidi). Queste dinamiche esponenziali non possono essere spezzate indipendentemente dal meccanismo che le determina.
Se la singola entità nazionale non può sottrarsi alle dinamiche generali — tecnologiche e finanziarie — pena la perdita di competitività e quindi di autono¬mia politico-economica, ancor meno il singolo è in grado di agire su di esse. Il cambiamento può intervenire soltanto a livello radicale col definitivo affossamento dei falsi valori della odierna cultura.
Comportamenti individuali diversi da quelli premiati dal sistema non possono mutare la situazione generale. Essi, anzi, se largamente diffusi, favoriscono la staticitò del sistema, sia perchè mitigano localmente e occasionalmente quegli effetti delle dinamiche negative che in momenti di crisi potrebbero imporre unà in versione di rotta, sia perchè distolgono energie preziose da azioni più rilevanti sul piano politico. Qualsiasi ordinamento sociale deve prescindere da una astrat¬ta «correttezza» di portamento dei singoli; può soltanto basarsi su meccanismi che premino i comportamenti utili alla collettività e che penalizzino i comportamenti che ne sono lesivi (8). In ogni caso non può essere demandata al singolo la tutela di interessi generali; solo una volta stabilitosi un nuovo ordine, ispirato da norme, potestà e valori orientati al «destino» della collettività, sarà possibile far leva sulla componente morale per allargare consenso e partecipazione.
Traducendo in chiare lettere, è oggi profondamente colpevole dare credito agli slogan sciocchi e suadenti dei progressisti di ogni razza, quali: «il mondo è inquinato ... metti il depuratore!», oppure, «il mondo è ingiusto ... dividi quello che hai col tuo vicino! (9).
I concetti, i valori su cui si fonda un qualsiasi sistema sociale, costituiscono il «metasistema» che ne condiziona e dirige i sub-sistemi, cioè le componenti ed i loro meccanismi stessi di funzionamento.
Quindi l’affermazione presuntuosa e bugiarda del sistema democratico: «Io mi critico», può esser definita una antinomia semantica: se fosse vera, comporterebbe un cambiamento di identitò del sistema stesso; in realtà le voci di critica non sono sue, bensì di coloro che in ogni caso non possono o non vogliono cambiarlo (10)
Tale affermazione però – per quanto vuota e paradossale – non è affatto risibile e priva di conseguenze, dal momento che la gente comune la accoglie co¬me vera e ne ricava la fede in una potenzialità compensativa della democrazia nei confronti dei molti aspetti palesemente negativi del sistema stesso (11).
Il nocciolo del problema sta quindi in questo: sentirsi diversi ma non vittime, rendersi liberi dal bisogno di essere riconosciuti dal sistema e contemporaea mente pronti ad identificare come affine chi da questo non si sente riconosciuto. Farsi padri di se stessi e di tutti coloro che possono maturare a questa affinità.
Individualmente e concretamente la difesa dei propri interessi familiari e professionali è giusto sia perseguita senza complessi, favorendo in tutti i modi possibili l’affermazione di ciò che sentiamo nostro.
Politicamente, occorre sfruttare le aberrazioni del sistema per coprire nuovi spazi, senza pretendere che gli altri accolgano nei dettagli quel modello di Società che ancora non possiamo costruire, ma senza neppure rinunciare a tracciarne i connotati futuri anche attraverso l’adozione, entro un ristretto mondo di persone idealmente vicine, di codici di lealtà, disponibilità e rigore che attendiamo di affermare in ambiti più vasti.

Enzo Caprioli

 

 

(1) Per circa un mese dall’arrivo in Italia della nube radioattiva, si è parlato solo del contami— nante o io (semivita di 8 giorni). Dopo che la maggior parte della gente si era convinta della provvisorietà del rischio, si è ammessa la presenza nell’ambiente di altri radioisotopi con semivia dell’ordine di decine di anni (137 Cesio, 134 Cesio, 90 Stronzio ...); tra questi alcuni si localizzano sta¬bilmente, a livello biologico, nelle ossa e nel tessuto muscolare. Una contaminazione così estesa come quella causata dalla «nube», produrrà certamente fenomeni di bioaccumulo, costituendo un ele¬mento di rischio sanitario che si aggiunge ai già molti cui siamo esposti (cancerogeni chimici, muta-geni e sostanze tossiche in generale).

(2) Una simile personificazione di componenti storico-ideologiche è legittima solo se runanda a modalità archetipiche dell’essere, quindi biologicamente primitive, metastoriche ed interculturali.

(3) Non mancano neppure quelle correnti che, oggi, tenderebbero ad identificare la «figura del Padre» nella potenza dello Stato Sovietico o, quantomeno, nella forza dell’Annata Rossa.

(4) Nell’esprimere la propria potenza, l’elemento maschile realizza il possesso. L’elemento femminile realizza invece il possesso attraverso l’accoglimento.

(5) La tipizzazione descritta necessita di molti approfondimenti, tra l’altro necessari ad evidenziarne la completezza ed ancor più la utilità interpretativa. Si rimanda a successivi lavori la disamina dei «modi di essere» archetipici applicati a varie realtà storiche, e delle leggi che ne regolano il divenire e la conimistione.

(6) Emblematico di ciò è l’atteggiamento velatamente compiaciuto nei confronti dei ricorrenti blitz israeliani contro i Palestinesi, o nei confronti della risorgente arroganza yankee. Su identici meccanismi si basa l’accettazione di leggi «dure», quali certi provvedimenti fiscali della cosiddetta finanziaria, che servono solo a rendere possibile il continuo saccheggio della res pubblica da parte dei partiti; altrettanto sconsiderato è l’atteggiamento filonuclearista di chi vede nei pericoli dell’atomo un necessario prezzo da pagare al progresso.

(7) Il ricorso indiscriminato alla cassa integrazione, anche da parte di aziende con enormi profitti, ha sempre comportato l’avallo sindacale. La sua politica di appiattimento ha spinto buona parte dei dipendenti (pubblici e privati) a ridosso delle fasce retributive più basse, le quali del resto hanno perso potere d’acquisto. Quel «di più» che consente di vivere decorosamente viene quindi concesso sotto forma di incentivi aziendali e si presta ad essere uno strumento di ricatto. Pullulano onnai le società medio-piccole, specie nel terziario, che offrono lavori precari; sono state formaliz¬zate situazioni contrattualmente anomale anche nel pubblico impiego e nella grossa industria (contratti di fonnazione per neoassunti, insegnanti precari etc.).

(8) Sono molto più efficacemente condizionanti le regole stabili non scritte (meccanismi economici e vincoli normativi) piuttosto che l’azione «legale» educativa o repressiva nei confronti del cittadino. Prova ne è che, quando i comportamenti asociali (spreco, corruzione, improduttività, delinquenza ...) garantiscono cospicui vantaggi, essi non tardano maia diffondersi.

(9) Ludwig Witigenstem nel suo Tractatus Logico-PhilosOPhiCUS affenna: «... non c’è nulla dentro uno schema che possa asserire, o anche chiedere, qualcosa su quello schema ...»; la soluzione a problemi impliciti nello schema va ricercata quindi al di fuori di esso. il depuratore, simbolicamente rappresenta la risposta del sistema, il quale non mette mal in discussione se stesso né può cambiare le dinamiche patologiche intrinsecate alla propria struttura.

(10) L’istinto di sopravvivere, subendo il minimo di cambiamenti possibili ed accettando comunque solo quelli promossi da condizioni esterne, è una proprietà non solo dei sistemi biologici ma anche di quelli culturali e politici; le entità impersonali debbono avvalersi delle volontà individuali. L’uomo è comunque fatto in modo che esistono sempre persone pronte a colonizzare un’idea o uno schema redditizio. Anche il concetto di evoluzione, sia nella accezione darwiniana che in quella lamarckiana, riconosce all’ambiente un potere di censura su ogni modificazione del sistema comunque indotta, quindi il potere di modificare il destino di una specie; scopo naturale di questa non può essere che il perpetuarsi identica a se stessa. La rivoluzione scientifica dei sociobiologi parte proprio da un’intuizione analoga: il processo selettivo va innanzi tuttovisto rispetto a ciò che non cambia mtw il gene.

(11) Queste considerazioni, del resto, possono anche essere avvalorate da principi di logica fonnale totalmente estranei alla cultura politica. In una accezione molto più ampia rispetto a quella politica di «sistema», la Teoria Generale dei Sistemi, applicata in campo biologico, in gegneristico e psicologico, distingue innanzitutto tra elementi del sistema ed elementi dell’ambiente (fuori del sistema). Rifacendoci alla definizione di sistema che hanno dato Hall e Fragen («un insieme di oggetti e di relazioni tra gli oggetti e i loro attributi») gli oggetti sono componenti o parti del sistema, gli at¬tributi sono le proprietà degli oggetti e le relazioni «tengono insieme il sistema». Gli autori fanno poi rilevare che ogni oggetto è in ultima analisi specificato dai suoi attributi. Se quindi, gli «oggetti» sono degli individui, gli attributi che servono a identificarli sono i loro comportamenti. Conclusione ovvia è che gli elementi che accettano di vivere quelle relazioni proprio secondo le quali possono dirsi parte del sistema, anche costituiti in mille altri sottosistemi, nulla potranno fare per cambiare il sistema stesso. il Padre archetipico è colui che, inserito in un qualunque sistema, si rapporta ad esso non come parte bensì come antagonista egli è quindi l’unico in grado di porsi realmente fuori dal sistema e di crearne uno nuovo.