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L’esempio austriaco

Nella spartizione dell’Europa seguita al secondo conflitto mondiale, la decisione sulla sorte dell’Austria crea alle due superpotenze un notevole imbarazzo.
La sua esistenza come nazione libera e neutrale è ritenuta pericolosa in quanto gli avvenimenti tra le due guerre hanno dimostrato che nella popolazione la tendenza all’Anschluss — l’unione con le altre genti di lingua tedesca — si palesa incoercibile.
L’occupazione del Paese — un Paese pur ufficialmente assolto da qualsiasi colpa — si prolunga perciò per ben dieci anni e la questione torna sul tappeto solo nel 1955.
Cosa permette di risolvere nel 1955 quello che non è stato possibile risolvere nel 1945? A dieci anni dalla fine del conflitto può considerarsi ormai perfezionata la strategia politica architettata dalle superpotenze contro l’Europa: i due blocchi militari imprigionano ormai Oriente ed Occidente europei; la Germania è divisa ed i due tronconi del Paese sono posti, da regimi fantoccio — quello democratico ad Ovest, quello comunista ad Est — uno contro l’altro.
È dunque il momento di occuparsi dell’Austria.
Il suo peso di nazione tedesca va in ogni caso sottratto a quello di una Germania, sia pure divisa. L’Austria non deve far parte nè di un blocco né dell’altro per evitare che in uno dei due la «pericolosa» componente tedesca soverchi alleanze ben equilibrate e controllate dall’esterno da potenze extraeuropee.
Imponendo al Paese una rigida neutralità ed il rinnovo del divieto all’Anschluss già imposto al popoìo austriaco a Versailles nel 1919, i nemici dell’Europa — Occidentali e Sovietici coalizzati — ottengono il risultato di perfezionare Yalta.
Il popolo tedesco é diviso ora non in due, ma in tre.
Ecco lo scopo del ritiro delle truppe occidentali e sovietiche dall’Austria che ancora oggi suscita meraviglia ed interrogativi senza risposta in chi non è ancora riuscito ad inquadrare il problema nella giusta prospettiva. Non fu certamente un gesto altruistico. Esso sarebbe stato incompatibile con l’obiettivo americano e sovietico di un’Europa debole e divisa, obiettivo che esclude la possibilità di un serio impegno USA contro il comunismo e rende del pan illusorio il sogno di essere «liberati dai fratelli dell’Est».


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L’indipendenza dell’Austria, la sua neutralità e la conseguente maggior libertà goduta rispetto agli altri stati europei imponevano però alle Superpotenze di non allentare la sorveglianza.
Fiutato quindi il pericolo che alla carica di Presidente della repubblica accedesse un personaggio scomodo, non allineato né manovrabile, le superpotenze decidono di sbarrargli la strada. Si servono per la bisogna delle Organizzazioni Sioniste, cui forniscono informazioni riservate da adoperare contro Waldheim.
Questi, nelle sue mansioni di segretario generale dell’ONU, aveva già manifestato un elevato spirito di indipendenza; non si era piegato ai suggerimenti dei grandi potentati internazionali ed aveva invece espresso simpatia per la causa dei popoli oppressi, in particolare per quella del popolo palestinese.
Con la condanna di Israele per le sue continue aggressioni e per il rifiuto a ritirarsi dai territori arabi occupati, mamma ONU — Israele è l’unico Stato al mondo partorito da una sua delibera — aveva già dovuto prendere atto della tendenza a delinquere del pargolo. Una successiva risoluzione dell’assemblea generale dell’ONU nella quale Sionismo e Razzismo venivano equiparati, bollava in un documento internazionale, anche l’asocialità e l’intolleranza razziale dello Stato ebraico.
Il Sionismo che non può perdonare a Waldheim di aver consentito che la risoluzione fosse messa ai voti ed approvata a larga maggioranza, scende in campo contro l’ex segretario dell’ONU usando le stesse collaudate argonientazioni, il consueto vittimistico copione, che ormai da decenni assicurano il successo pieno.
I mezzi di comunicazione di massa sono tutti al suo servizio: il ben coordinato tam-tam delle agenzie di stampa ebraiche di tutto il mondo funziona anche questa volta a dovere. Viene rivangata e presentata come una colpa l’appartenenza di Waldheim alla Wehrmacht; lo si accusa di aver partecipato ad operazioni antiguerriglia contro partigiani comunisti slavi, di aver disarmato ed avviato in Germania dopo l’8 Settembre 1943 unità badogliane, di aver presieduto all’interrogatorio di prigionieri di guerra inglesi, di essere stato al corrente dell’arresto e della deportazione di ebrei dalla Grecia.
Queste «rivelazioni» si propongono in ultima analisi di dare nuovo alimento allo sfruttamento propagandistico dell’«olocausto», propinando con cadenza giornaliera notizie e commenti ad un’opinione pubblica della cui ricettività non sembra possibile dubitare.
Le testimonianze degli internati miracolosamente usciti vivi dai «campi di sterminio» nazisti si sprecano, le interviste e le conferenze organizzate dal centro di documentazione ebraico si alternano alle notizie sul giallo brasiliano delle ossa del dottor Mengele: «È morto davvero? Sono proprio sue le ossa messe a di¬sposizione per la perizia?» E poi ancora le vicende del «boia» di Treblinka e di quello di Lione, e le corrispondenze sull’estradizione dagli USA in Israele di un presunto criminale di guerra ucraino.
Una sceneggiatura nella quale il più mite dei personaggi implicati doveva avere sulla coscienza quanto meno l’atroce fine diverse migliaia di donne e di bambini.

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Le grossolane pressioni del sionismo contro Waldheim, fanno gioco anche nel contesto del problema del Vicino Oriente. Nel generale clima filo-ebraico costruito dalla stampa e provvidenzialmente alimentato dai poco chiari attentati di Fiumiaino e di Vienna, deve apparire sacrilego concedere sostegno — contro chi ha tanto sofferto — al popolo palestinese che osa alzare la voce per un fatto così insignificante quanto quello di aver dovuto sloggiare dalle proprie case.
Le vere vittime del sopruso finiscono sul banco degli imputati in qualità di terroristi, mentre i loro antagonisti dopo essersi precostituiti larghi consensi intemazionali, giustificazioni morali e commossa partecipazione popolare si apprestano a colpire con le armi i centri nevralgici della resistenza araba.
Si assiste così, nel silenzio totale non solo dell’Occidente ma anche del suo complice sovietico, al montare del terrorismo di Stato, ebraico e statunitense, contro il Libano e contro la Libia.
Quelle basi che erano state concesse dai Paesi europei alla Nato per la difesa contro il comunismo sono abbandonate all’arbitrio degli statunitensi che le impiegano per scopi aggressivi palesemente estranei all’alleanza, perseguiti tra l’altro in piena intesa con Mosca. I Sovietici infatti, avvertiti dell’intenzione USA di bombardare i porti libici, allontanano le proprie unità navali presenti in zona, limitandosi a flebili proteste di facciata.


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Mentre l’intera Europa si presta al gioco americano contro una Libia colpevole unicamente di opporsi al neocolonialismo sionista, ci si aspetta che anche la piccola Austria si mostri timorosa, non osi far cosa sgradita ai colossi mondiali, rientri nelle fila del sottomesso gregge europeo.
Waldheim, pur non avendo nulla di cui vergognarsi, deve decidere a questo punto se ritirarsi o accettare la difficile sfida elettorale. Gli va riconosciuto il grande merito di aver intuito le eccezionali doti di orgogliosa indipendenza del popolo austriaco e, con la sua decisione, di averle secondate.
Il popolo austriaco non accetta la criminalizzazione della causa nazionale, né l’offesa al sacrificio dei suoi figli in armi. Non accetta che quel processo all’Austria, che per motivi di opportunismo a guerra finita non era stato fatto, venga mscenato quarant’anni dopo. Respinge le odiose pressioni straniere: il più bel manifesto della campagna elettorale austriaca — coi soli colori nazionali bianco e rosso, senza simboli di partito — diceva: Noi austriaci votiamo per chi vogliamo noi.
E così è stato.
Il successo e le implicazioni di questo coraggioso atto di indipendenza vanno molto al di là dei confini dell’Austria. Gli schemi attraverso i quali, dal dopoguerra, si regge la dominazione dei nemici dell’Europa sono stati, per la prima volta, messi in discussione, hanno vacillato, sono saltati. Ed è stata proprio l’insistenza tracotante e priva di intelligenza del Sionismo nel volerli ancora una volta imporre, a rivelarsi controproducente, a portare alla vittoria il «partito» dell’indipendenza.
L’Austria è oggi non solo un paese indipendente e neutrale al di fuori dei blocchi, ma ha, per di più, un Presidente che non piace nè alle Superpotenze né al Sionismo. È lo schieramento di sempre che vede comunisti e democratici, URSS ed USA, condividere sul nodo sostanziale della questione europea la stessa strategia di fondo. Così è anche sulla questione palestinese. I comunisti, dimenticando al pari degli americani i diritti del popolo arabo, non perdono occasione per proclamare il diritto di Israele ad esistere. Ci raccontano che Mosca e con i paesi arabi contro Israele e che perseguita gli ebrei. Questi, in realtà sono in Unione Sovietica dei privilegiati, gli unici cittadini cui è concesso il diritto di espatrio. Negli ultimi 10 anni ben 200 mila di essi — senza bisogno che i radicali manifestassero in loro favore sono usciti dall’URSS diretti in Palestina! È quindi evidente che Israele è una creatura tanto dell’imperialismo sovietico quanto di quello americano.
Stati Uniti, Unione Sovietica ed Israele hanno dato istruzioni ai loro ambasciatori a Vienna di non partecipare alla cerimonia di insediamento di Waldheim alla Presidenza della Repubblica, ed aizzano ora contro di lui il grigio corteo dei collaborazionisti europei. Tra di essi si segnala per lo zelo nel mettere in mostra le proprie benemerenze filoamericane e fiosioniste il «fascista» Almirante. Egli a Bolzano ha voluto sferrare a Waldheim il classico calcio dell’asino mostrando con le sue offese di aver completamente dimenticato le nobili parole di comprensione che Mussolini, pure in una linea di fermezza, aveva avuto per i patrioti tirolesi.
Se è logico che rabbia e stupore regnino tra i registi del tentativo di destabilizzare l’Austria e tra i reggicoda della politica dei blocchi, altrettanto evidenti sono i motivi della nostra gioia. Poiché i nemici dell’Austria sono gli stessi nemici dell’Europa, il clamoroso scivolone dell’avversario rincuora ogni spirito libero e diffonde squilli di rivolta in tutto il continente occupato. Quel che è accaduto in Austria può ripetersi altrove, e consentire all’intera Europa di voltare pagina.

Piero Sella