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Gianantonio Valli

La coscienza dell’impero
Ascesa e declino dell’Europa di Mezzo

(6)
Contro lo Stato demoliberale

Come in Francia i numerosi movimenti e gruppi antirepubblicani, così in Italia una similare corrente di pensiero antiparlamentaristico assume col tempo più precise connotazioni antidemocratiche ed agita fin dall’inizio degli anni Ottanta la cultura politica della nazione, ed anzi la cultura tout court.
È stato in realtà già dagli anni inimediatamente successivi all’Unità che, con le critiche di Giuseppe Ferrari, di Ruggiero Bonghi, del giovane Sonnino, di Federico Persico, l’antiparlamentarismo italiano è andato acquistando spessore, rilevanza e dignità, diffondendo negli strati più attivi della popolazione e dell’intellettualità un senso di insofferenza e di disgusto nei confronti della democrazia liberale, parlamentare e pluripartitica.
Validi agganci per l’attacco alle istituzioni hanno offerto con i loro scritti perfino caposaldi del sistema come Massimo d’Azeglio e Stefano Jacini, l’autore della distinzione tra l’Italia reale della nazione incompiuta, affetta da «un indefinibile, terribile malessere», e l’Italia legale e ufficiale delle strutture demoliberali.
Come avvincere il popolo e renderlo partecipe della struttura costituzionale del Regno? La causa della grande debolezza dello Stato italiano non viene in ge¬nere giudicata infatti consistere tanto nelle diatribe dei partiti, nelle lotte personali o nella corruzione parlamentare, quanto soprattutto nell’appropriazione dello Stato da parte della borghesia e delle classi agiate, nella scarsa coesione nazionale e in quella estraneità, ad essa legata, delle masse dalla vita pubblica, che Sonnino avrebbe nel marzo 1881 tanto stigmatizzato alla Camera.
Contro tutti coloro che invocano lo Stato quale gendarme repressivo e politico e chiedono alla Chiesa di comportarsi similmente quale gendarme morale, il deputato livomese insorge infatti con duro giudizio sulla base delle esperienze compiute con l’amico Leopoldo Franchetti nel corso dell’inchiesta siciliana, avendo inoltre presenti le conoscenze conseguite in qualità di direttore della prestigiosa Rassegna settimanale, il più attento e documentato periodico della Destra Storica, attivamente impegnato nella fondazione di una nazione che possa dirsi inserita in (ed anzi artefice di) strutture statuali comuni ad ogni categoria sociale.
Nessuna titubanza, quindi, a segnare come ipocriti ed irresponsabii larghi strati della borghesia e delle classi agiate «le quali, benché esse stesse scettiche e miscredenti, considerano la religione come un mezzo di governo, e la vogliono e la sostengono, non per sè medesime, ma per il popolo. Esse vedono nell’organizZa zione, nella forza civile della Chiesa, un potente alleato pei loro interessi di classe, il quale permette loro di riposare sicuri nel loro gretto individualistnQ e sperano che per effetto delle predicazioni della Chiesa la classe pià infelice della società si persuada che anche i patimenti che le pervengono dall’opera loro, libera di ogni freno, vengono da Dio; che si rassegni cioè, non solo al male inevitable che tocca in parte all’umanità per legge di natura, ma anche a quello evitabile che deriva dalla parzialità delle leggi, degli ordinamenti nostri e del cieco e spietato egoismo di classe».
Il vero male dell’Italia è proprio qui: le strutture rappresentative non sono rappresentative che di un’infima minoranza, poiché «la grandissima maggioranza della popolazione, più del novanta per cento, si sente affatto estranea alle nostre istituzioni; si vede soggetta allo Stato e costretta a servirlo con il sangue e con i denari; ma non sente di costituirne una parte viva ed organica e non prende interesse alcuno alla sua esistenza ed al suo svolgimento». (1)
Questo resta per decenni il grande problema storico della nuova nazione, problema che sovrasta e congloba tutte le altre pur vaste e pressanti questioni; da quelle di politica esterà a quella finanziaria, da quella sociale a quella meridionale, la quale ultima rivela negli anni Novanta tutto il suo potenziale eversivo. (2)
Come dare autorità e guida alla nazione liberandola dalle pastoie del parlamentarismo, e nel contempo arrivare a quella sintesi tra governo e governati che il nuovo Stato non ha ancora raggiunto?
Come arrivare all’inserimento nello Stato di quelle masse popolari di cui all’inizio del secolo — come ha scritto ambiguamente e significativamente il conte Paolo Greppi — è stata riconosciuta l’indispensabilità per l’edificazione di uno Stato forte, ordinato e giusto, di quella «incalcolabile risorsa, di tutti quegli uomini ai quali purtroppo bisognerà ricorrere per salvare l’Italia?» (3)
Quale anima dare — visto che essa non ne ha palesata alcuna compiuta — alla nazione ancora frammentata e dispersa; con quali meccanismi e strumenti ottenere una più larga e più sana partecipazione di popolo alla vita politica?
Certo a fronte di quanto si può scorgere delle strutture parlamentari di altre nazioni la Camera italiana esce a testa alta (pensiamo solo alle vicende francesi cui abbiamo testè fatto cenno; o allo scandalo del Municipio di Madrid, protettore di contrabbandieri con la complicità del governo; o ai processi in Germania per le rotaie e i fucili Lòwe forniti avariati alle ferrovie e all’esercito; o all’«era del grande ladrocinio» apertasi negli Stati Uniti dopo la guerra di Secessione e culminata nel colossale scandalo del miliardo di lire di pensioni, votate cientelarmente dal Congresso, e negli imbrogli pluridecennali della Tammany Hall, democratica associazione di malfattori).
Ma altrettanto, e più certamente, non è solo la caduta di tono delle idee tisorgimentali, nè il tramonto delle carducciane «giornate di sole, di libertà e di gloria» dell’epopea garibaldina, che rende pensosa ed incerta tanta parte dell’intellettualità dell’epoca, quanto proprio l’anelito, ancora mal avvertito, a nuove e più giuste soluzioni, unito alla dolorosa impotenza e alla sorda rabbia per la consapevolezza dell’impossibilità di bruciare le tappe dell’integrazione di genti così tra loro diverse in uno Stato che, lungi dall’essere espressione dell’intera nazione, o almeno delle sue forze più vive, appare invece opera e strumento di potere di oligarchie chiuse ed estranianti.
Tanto più l’emarginazione degli uomini della Destra Storica, i «consorti», chiusi e talora gretti, ma probi ed eroicamente solleciti del bene comune in mezzo agli inimani problemi del primo decennio di vita unitaria, tanto più la vittoria della Sinistra nel 1876, fanno precipitare i contrasti, mentre si spengono le ultime intraprese di quel mondo risorgimentale che viene ora trasfigurato, rappresentato sempre più come la nuova, incompiuta, perduta giovinezza d’Italia.
All’esultanza mista di meraviglia e di amniirazione per il compimento dell’unità nazionale, si accompagna così un sentimento struggente di rimpianto per l’eròico periodo conchiuso. Alla poesia dei generosi ardimenti fioriti nelle congiure e sui campi di battaglia, nelle insurrezioni e sulle barricate, fa seguito la mediocre prosa dell’aniniinistrazione quotidiana, nella quale si affacciano i bisogni e le cupidigie di una generazione di patrioti che — salvo casi sporadici — vanta sacrifici, avanza benemerenze, esige croci, pensioni, attestati, cariche e stipendi.
Così in Carducci la sensazione di appartenere ad una civiltà che decade, la sensazione di essere escluso per sempre da ogni ardita, corale manifestazione dello spirito, fanno sì che egli si senta portatore di un messaggio sempre più difficile da comunicare, perchè tutta la società italiana egli la vede fermata, nelle sue iniziative di ascesa, da una sottile, sordida inettitudine, esistenziale e morale prima che politica o storica: «Siamo vecchi; e, come vecchi, deboli al fare e larghi al discorrere; e ci avviene spesso che, invece di fare, ragioniamo. Abbiamo bisogno di discutere tutto, di vagliar tutto, di appurar tutto; raggruzzoliamo le sostanze che ci rimangono, investiamo l’asse paterno, ne facciamo l’inventano; brontoliamo, ci guardiamo allo specchio, per consolarci o illuderci su i segni del nostro scadimento.» (4)
Irrompono e danno il tono alla nuova società le classi affaristiche di una nuova, contorta borghesia che non fonda più il suo essere e le sue fortune sull’antica virtù del rispannio, sulla sobrietà di vita, sul bisogno dei conti netti nelle partite del dare e dell’avere, sul rispetto della legge e del bene comune, sul rischio personale.
Mentre restano da una parte, spettatori attoniti e muti, i travet piccoloborghesi alla Demetrio Pianelli in ciò simili alle decine di grigi ed eroici personaggi minori immortalati dal De Amicis, sembra di assistere, in tale epoca di convulso trapasso, ad una riedizione, in peggio, degli homines novi di ciceroniana memona. Spavalda e sbrigativa, si avanza una nuova media e alta borghesia che rischia e lucra non più del suo, ma delle fortune e delle attività dello Stato, impiantando in taluni casi una vera e propria ramificata attività di camorra. Ritornano «le genti nuove e i sùbiti guadagni», mentre il popolo non è che massa inerte e l’aristocrazia cerca di darsi un contegno puramente mondano vedendosi sempre più esautorata nelle funzioni di direzione e di aniniinistrazione della cosa pubblica. Si avanza il mondo grigio, brulicante eppure inerte, dell’ultima Bisanzio, metropoli in putrefazione, corrotta perchè troppo civile, il mondo nuovo del «listino» e della «borsa»: «Uno scetticismo profondo, un’indifferenza, uno sprezzo per tutto cio che è bello, nobile e grande; un correr soltanto dietro alle cifre, ed a quanto possa soddisfare i sensi e riempire le borse, a detrimento del cuore e dell’intelletto, sono i caratteri distintivi dell’Italia attuale». (5)
Velocemente il sistema si avvia verso quel trasformismo parlamentare che — pur variamente e talora benevolmente giudicato in tempi successivi (6) — legittima in ogni caso, e crea, fazioni e cientele, incentivando affarismo e corruzione, e che viene pubblicamente bollato da Carducci come «brutto vocabolo di più brutta cosa ... Trasformarsi da sinistra a destra senza però diventare desti e non poter rimanere sinistri... Non essere più uomini e non essere ancora serpenti; ma rettili si, e rettili mostruosi nei quali le due immagini si perdono, e che invece di parlare ragionando sputano mal digerendo».
«Attaccapanni onde ciascun deputato [credei poter riprendere il soprabito con dentro almeno un portafoglio», (7) la nuova politica inaugurata nel 1876 èparto di quel Depretis, additato con virulenza al pubblico disprezzo come «l’irto spettral vinattier di Stradella», che porta perfino nel fisico e nel dimesso, grigio vestire, l’immagine di un parlamento arruffone e bottegaio, sede di chiacchiere vane e di sotterfugi, «fetido recinto», «schifosa forma di corruzione peggiore di ogni barbarie», «porcaio», in cui si coltivano interessi particolari e privati piuttosto che perseguire quei fini ideali che si sanno esistere ma che ancora nessuno èriuscito a definire compiutamente nè nella concreta azione storica, nè nella formulazione di un nuovo progetto societario. (8)
Come scrive indignato e sferzante ancora Carducci, «vate» ormai degli ultimi decenni del secolo, in occasione della morte di Garibaldi: «A questa nazione, giovine di ieri e vecchia di trenta secoli, manca del tutto l’idealità; la religione cioè delle tradizioni patrie e la serena e non timida coscienza che sole affidano un popolo all’avvenire. Ma la religione non può essere dove uomini e partiti non hanno idee, o per idee si spacciano affocamenti di piccole passioni, urti di piccoli interessi, barbagli di piccoli vantaggi: dove si baratta per genio l’abilità, e per abilità qualcosa di peggio; dove tromba di legalità e alfiere dell’autorità è la vergogna sgattaiolante tra articolo e articolo del codice penale».(9)
Niente di strano allora se, quattro anni più tardi, parlando ai suoi elettori di Palermo, Crispi può illustrare brutalmente alcuni aspetti caratterizzanti dell’attività parlamentare senza suscitare soverchio scandalo, visto la pessima fama che gode ormai la Camera tra i membri dell’Italia «reale»: «Bisognerebbe vedere il pandemonio di Montecitorio quando si avvicina il momento di una solenne votazione. Gli agenti del Ministero corrono per le sale e pei corridoi, onde accaparrare voti. Sussidi, decorazioni, canali, ponti, strade, tutto si promette, e talora un atto di giustizia lungamente negato, è il prezzo del voto parlamentare».(10)
Nato sulla dialettica dei due partiti contrapposti alla moda inglese, il Parlamento italiano ha visto, grosso modo fino al 1860, la divisione in due raggruppamenti — il reazionario/conservatore e il liberale — riecheggianti le posizioni britanniche dei tories e dei whigs. Ma è tutta la nuova Italia in realtà che è sorta ad imitazione di esperienze e di strutture straniere, poichè nella fretta di completare giuridicamente ed aniniinistrativamente l’unità politica finalmente raggiunta, si sono anche presi dal modello spagnolo lo Statuto, da Napoleone il Codice Civile, dal Belgio, con alcune modifiche, l’istituto della Corte dei Conti, a tal punto da far muovere alla nuova compagine statale, dal pur ortodosso Jacùui, il rimprovero «di essere andata a cercare all’estero la maggior parte delle istituzioni che le occorrevano, e di non essersi data la briga di attingerle dallo studio del carattere e delle tradizioni del proprio popolo».(11)
Per quanto concerne la Camera (il Senato, di nomina regia, mantiene una. compostezza ed una dignità ben più elevate), la divisione in due schieramenti si attenua man mano nel decennio successivo, mentre la dialettica parlamentare degli opposti si sviluppa in seno alla stessa frazione liberale, la quale si dissocia nel gruppo dei moderati e in quello dei progressisti, i primi fedeli alla realistica tradizione cavourriana, gli altri credenti in una missione universale e supernazionale di quella rivoluzione che ha testè portato all’unità la nazione.
Destra e sinistra in pratica si confondono, la seconda comunicando alla prima molti motivi dell’universalismo rivoluzionario contro il giogo della Chiesa e a favore dei popoli oppressi (in ciò aiutata anche dai legami «fraterni» dell’adesione alla comunità massonica italiana, da poco ricostituita, di moltissimi parlamentari) (12), la destra realizzando, nell’esercizio del potere, i postulati stessi della sinistra.
Quando quest’ultima sale così al governo, nel 1876, non sa o non può fare molto di più in campo istituzionale. Lo stesso allargamento del suffragio, realizzato sei anni più tardi, è del resto già nel programma degli antecessori (13), per cui La «seconda rivoluzione» favoleggiata rimane nell’astratto e nel generico, mentre vengono invece assorbiti nell’orbita delle istituzioni molti ex-repubblicani, che si raccolgono presto in un gruppo radicale, e 51 esaunsce definitivamente il compito dei creatori del regime liberale, poichè il modello bipartitico inglese non si attaglia ad un paese di formazione recente, dove preminente, se non unico, è ancora il problema dell’unità, minacciata dai legittimisti, dall’opposizione cattolica e, in campo internazionale, da una Francia diffidente e da un’Austria rancorosa.
L’assenza di una rappresentanza ufficiale di deputati cattolici, impediti dal non expedit alla pratica della politica, vieta la formazione di un vero partito di opposizione. La lotta scende allora sempre piu spesso dal terreno delle idee, dove non vi è ragione di sostanziale contendere, a quello delle persone, portando in più, nella Camera, le divisioni regionalistiche scomparse dalla geografia politica del paese, a tal punto che già dopo il 1870 si parla non tanto di deputati italiani, quanto soprattutto di piemontesi e di napoletani, di veneti e di siciliani, di nord e di sud.
Coalizioni si formano e si distruggono, al di sopra dei partiti, grazie al dialetto comune o alla gara di campanile. Dal 1880 al 1887 il disfacimento delle antiche ideologie diviene irrimediabile mentre il trasformismo tocca i suoi vertici con i ripetuti governi «di coalizione», o «di maggioranza», che sorgono sulla base degli interessi concreti di gruppi politicamente indefinibili, in vista di particolari vantaggi odi problemi immediati.
L’astuzia vischiosa della politica del compromesso e dei cientelismi si sovrappone ad ogni volontà ed istanza di trasformazione e di rinnovamento. L’unico notevole cambiamento, connesso alla riforma elettorale del 1882, delinea per giunta, agli occhi di gran parte degli intellettuali del tempo, un’altra forma di tirannia, quella del numero disorganizzato e non qualificato, il dispotismo cioè delle masse popolari. La vita parlamentare sembra m parallelo dare umcamente corpo ad una sordida realtà di affarismo, di intrighi e di interessi personali, ad un groviglio di fili che, dietro la duplice finzione della sovranità popolare e della rappresentanza politica, fanno capo ad una minoranza di maneggioni ambiziosi, di null’altro preoccupati che di rimanere al potere. Anche Crispi, salito al suo primo governo (1887-1891) alla morte di Depretis e pur promettendo una politica diametralmente opposta a quella del suo predecessore, non può che assu¬merne in realtà, quanto al. parlamento, il sistema, ignorando le tradizionali divisioni della destra e della sinistra, riunendo a ministri sia Sonnino che Giolitti, votato sia da Salandra che da Cavallotti, poichè i veri partiti non possono nascere nè costituirsi artificialmente, essendo il portato della storia e dei consentimenti sociali.
Tale tipologia di governo tende allora, anche non volendo, alla tipica dittatura parlamentare; il suo interesse non è certo quello di favorire una rinascita dei partiti, «anzi di accelerame il disfacimento, di confonderne, cioè, gli ultimi zelatori in una poltiglia grigia di programmi sostanzialmente apolitici, atti a contentare interessi particolari, più che a interpretare ideologie generali. Il capo del Governo èun demiurgo, sintesi degli opposti, efa una politica personale». (14)
Se tale situazione parlamentare può tuttavia trovare un correttivo al disfacimento delle istituzioni in una personalità carismatica che sappia indirizzare con valido pugno le incomposte attese e le velleità dei deputati, è invece proprio nelle modalità di elezione di questi che sta il nocciolo della questione. A parte i repubblicani puri, più setta che partito, e l’esigua pattuglia dei socialisti, entrati nel 1892 a Montecitorio, tutti gli altri, destri e sinistri, sono rappresentanti di situazioni elettorali le più ambigue e diverse. ll collegio uninominale polverizza le sfumature; vi sono anticlericali eletti con voti dei preti; conservatori sostenuti dalle masse rurali; i meridionali sono liberisti per l’industria e protezionisti per l’agricoltura; i settentrionali, il contrario. «Gli interessi locali premono sul deputato assai più dei principi. Un tronco ferroviario, la concessione di una strada o l’istituzione di una pretura spingerebbero il deputato bigotto a dare il voto al diavolo: e viceversa [...] Questa atomizzazione dell’ideologia nel minuscolo problema economico, risponde perfettamente ai postulati della nuova massa elettorale, che non è più costituita dagli ottimati o dai censiti, ma è estesa alla borghesia minuta, nella quale l’economia ha la prevalenza sulla politica: la borghesia grassa, della crescente industria del nord o del mezzogiorno rurale, si fa spesso rappresentare da gente che si definisce radicale: trafficante per conto del capitale borghese, ma con etichette popolaresche. Questa nuova classe dirigente prende un bel nome: democrazia». (15)
Tra i capi di governo della nuova, matura fase del trasformismo — Crispi, Di Rudinì, Giolitti — è solo il primo, che mantiene in fondo ancora una mentalità quarantottarda e riottosa, a sentirsi spaesato, ad avvertire tutta l’ambiguità di una posizione che contrasta nel fondo con la carica ideale che ancora mantiene.
Aspro, polemico, amaro, egli ha espresso a pieno la situazione dell’epoca quando, poco prima di ascendere a responsabilità di governo, si è scagliato con¬tro la grigia, infida, avvilente prassi elettorale e parlamentare: «Sin dal 1878, in Italia, non vi furono partiti politici, ma uomini politici. Questi uomini, rimasti autonomi, o riuniti in gruppi, non sempre seppero allearsi o concordarsi. Ogni gruppo, anziché comprendere un ordine di idee, comprendeva un ‘associazione di individui, i quali fatalmente, secondo i casi, mutavano d’opinione. Gli uomini che erano al potere favorivano cotesto disordine. Le infedeltà, le apostasie erano un merito per salire in alto; e però le maggioranze erano mutabili; mutabili i ministri, non i Ministeri. I portafogli e gli uffici pubblici non erano dati a coloro che ne erano degni e che coi loro studi e con la loro esperienza avrebbero potuto esercitarli a beneficio della patria. Deplorai cotesto stato di cose, e me ne stetti in disparte, con pochi fedelissimi amici. Non potendo essere cogli uomini, fui con le idee, le quali sono immortali, aspettando il giorno del loro trionfo ...» (16).
«Associazioni di mutuo soccorso politico», dimentiche del bene della nazione e dei suoi interessi generali e permanenti, le coalizioni personali, all’interno del Parlamento e nei periodi pre-elettorali, segnano a tal punto quegli anni, da determinare reazioni nelle forze più vive della nazione, appartenenti ad ogni strato sociale. La critica dell’istituto parlamentare corre così, diventando il motivo conduttore della vita pubblica italiana, ininterrotta e feroce per decenni, so¬stenuta da uomini politici come Silvio e BerIrando Spaventa, De Sanctis, Torraca, Corte, Zanardelli, Bonfadini, Villari, Franchetti, Minghetti (censurato nel 1880 da una Camera sdegnata, mediante apposita mozione), Bonghi, Sonnino; da giuristi quali Chimenti, Brunialti, Lacava, Santamaria, Ellero, Palma, Majorana, Cantalupi, Arcoleo; da studiosi, economisti, sociologhi, professori universitari quali Zini, Protonotari, Mosca, Turiello, Pantaleoni, Mazzola, De Viti - De Marco, Siliprandi, Vidari, Finali, Pareto, Michels. Tutti — con acutezza, dignità, modalità differenti — postisi alla ricerca di una forma statuale più completa e sufficiente, meno provvisoria e caduca dell’agnostica formulazione cavourrianoliberale, quasi al contrario Stato etico che formi, coltivi ed indirizzi la vita culturale e spirituale della Nazione, quasi «coscienza direttiva» la cui autorità — secondo Silvio Spaventa — non avrebbe costituito una minaccia per la libertà individuale, ma piuttosto una garanzia di questa contro gli interessi settari più o meno celati dei gruppi di potere economico irresponsabile.
Se taluni di costoro — nomi da noi citati alla rinfusa, nomi significativi, per numero e qualità nella loro martellante sequenza, dell’ampiezza delle dimensioni raggiunte a fine Ottocento dalla critica antiparlamentare — si fermano alla critica demolitrice, acuta e profonda ma che non sa ancora proporre che vaghe e confuse soluzioni alternative, altri cercano nuove vie, nuove forme di rappresentanza politica che non siano quelle proprie di un demoliberalismo d’importazione.
Pressoché in tutti è comunque viva la coscienza che opporsi all’istituzione parlamentare così come si presenta in Italia a fine Ottocento vuol dire opporsi alla concezione demo-liberale e borghese dell’uomo, della società, del mondo, e che le radici dell’errore moderno e della sovversione del principio di autorità e di solidarietà civile risalgono quantomeno all’atomismo illuministico ed all’individualismo della Riforma protestante.
La società demoliberale è considerata, dalla massima parIe degli autori citati, non essere altro che un informe agglomerato di individui, ognuno in lotta diuturna per il suo parIicolare, materiale interesse, campo e mercato in cui si scontrano senza superiore scopo gli atomi umani impazziti mossi dal mercantilismo e dal libero-scambio, polvere di individui rinchiusi nell’orizzonte ristretto delle coscienze artefatte da coloro i quali detengono le leve della finanza e che a loro piacimento manovrano le «libere» assemblee parlamentari, nominalmente responsabili di fronte all’intera nazione e nella realtà porlatrici di interessi personali e settari.
Occorre quindi fondare un’altra visione del mondo e dell’uomo, occorre avere la lucidità, il coraggio, la forza, di spezzare il cerchio mentale che costringe le intelligenze nell’àmbito del sistema demoliberale, poiché, come scrive il venti¬cinquenne Mosca nel 1883, «i mali delle istituzioni odierne sono inerenti al loro sistema, e non evitabili che con una nuova organizzazione politica, basata sopra altri principii generali, e condotta con altre pratiche norme».(17)
Poderosa, analitica, veemente ricerca che incide profondamente nel tessuto vivo della nazione, la «Teorica dei governi e governo parlamentare» costituisce ancora tutt’oggi, insieme alle di poco posteriori opere di Pareto, un caposaldo imperituro della critica antidemocratica.
Si rivela in essa tutto l’ingegno ormai maturo dello studioso, che nei successivi «Elementi di scienza politica» non potrà che affinare ed approfondire l’analisi compiuta dodici anni prima, coerente, serrata, sfumandone unicamente tratti non essenziali e solo parzialmente rivalutando alcuni aspetti dell’esperienza demoparlamentare nelle successive edizioni.
Viene con Mosca rivendicato e applicato alla nuova temperie storico-politica quel realismo critico che ha percorso come robusta trave portante tutto il pensiero politico e sociologico italiano, da Machiavelli e Guicciardini a Vico, a Cuoco, a Gioberti.
Alla base della sua analisi della società egli pone, nel corso dell’ampia panoramica storica dei primi capitoli, quel radicale iconoclasmo che distrugge tutte le «verità sacrosante» dell’ethos imperante a fine secolo: il positivismo, il determinismo del materialismo storico, il raziopacifico sentire illuminista dei diritti dell’uomo, l’utopismo di Rousseau e dei sognatori di ogni tempo e latitudine, la follia ipocrita dei rivoluzionari e degli anarchici; illuniinando le responsabilità dell’ideologia cristiana nella nascita delle moderne ideologie laiche che pure al cristianesimo violentemente si oppongono; rigettando la pedissequa imitazione di esperienze straniere aliene alla conformazione spirituale della nazione italiana.
Tutta la sua opera, idealmente indirizzata soprattutto al celo medio colto, èrivolta a fornire criteri ed indicazioni per una riforma del sistema politico che miri a sostituire aristocrazie naturali alle spregevoli «aristocrazie» artificiali dei mestatori, degli ipocriti, dei moralmente falliti del demoparlamentarismo.
Introducendo il concetto di classe politica, Mosca supera la classica tripartizione aristotelica dei regimi politici (nionarchia- aristocrazia-democrazia), propria di un pensiero sorpassato che ha perduto ogni sua validità esplicativa della storia e del divenire della psiche umana, ispirata com’è a criteri superficiali di valutazione, sopravvalutando essa differenze più appariscenti che sostanziali.
Anticipando i niovimenti fondamentali di quei fenomeni che Pareto avrebbe indicato con l’espressione «circolazione delle èlitessì, ossia la circolazione di individui e di gruppi tra l’èlite e la non-èlite e il processo con cui un intera èlite viene sostituita da un’altra, egli dimostra che ogni regime è in realtà - fatto «costantissimo e generale» - aristocratico/oligarchico: «... i governanti, ossia quelli che hanno nelle mani ed esercitano i pubblici poteri, sono sempre una minoranza, e […] al di sotto di questi, vi è una classe numerosa di persone, le quali non partecipando mai realmente in alcun modo al governo, non funno che subirlo; esse si possono chiamare i governati».(18)

Non esiste regime fondato mediante il raziocinio ed il libero accordo commune; solo dalla lotta politica, dalla tumultuosa storia combattuta e sofferta, escono le classi dirigenti di una nazione, le quali, costituitesi su basi unicamente di fatto, solo secondariamente razionalizzano e giustificano teoricamente il potere conquistato, forgiando e adattando, quale fonte della loro legittimazione, una formula politica astratta, talora soprannaturale e teologica, più spesso — nei tempi moderni — puramente «razionale» e para-teologica: « Qualunque classe politica, in qualsiasi modo sia costituita, non confessa mai ch’essa comanda per la semplice ragione ch’é composta degli elementi che sono, o sono stati fino a quel momento storico, i pii atti a governare; ma trova sempre la giustificazione del suo potere in un pincìpìo astratto, in una formula che noi chiameremo la formula politica: il dire che tutti i funzionari ripetono la propria autorità del sovrano, il quale poi a sua volta riceve la sua da Dio, è fare uso di una formula politica; l’altra credenza che tutti i poteri abbiano base nella volontà popolare è un ‘altra formula politica».(19)
Principio religioso o semplicemente morale, di quell’insieme di sentimenti, di abitudini mentali e di convinzioni, che forniscono la base morale a tutte le grandi organizzazioni statali senza per questo corrispondere ad una verità effettiva, essa può però assumere una valenza più profonda che non di semplice «illusione», potendo anzi talora costituire l’intima espressione di quella particolare anima della nazione, incarnazione di quel Sistema di valori che costituisce la base della sua civiltà. Essa, in questo caso, deve allora «strettamente corrispondere alla particolare concezione del mondo che in un determinato momento quel popolo ha, e deve costituire il cemento morale fra tutti gli individui che di quel popolo fanno parte», formando una particolare risposta a quel «vero bisogno della natura umana» che è il voler credere che si ubbidisca piuttosto ad un principio astratto che non ad una persona la quale comanda perchè in possesso di una superiorità materiale o intellettuale.
Acuta, feroce, implacabile, è la critica al sistema demoparlamentare e alla sua classe politica, la quale, basata su una delle formule più mistificatorie di tutta la storia umana, riceve r- dalle notazione moschiane — la più ampia de-legittimazione razionale, filosofica, morale.
E il cancro primario sta proprio nel punto di partenza, nella base ideologica di tutto il sistema: nei meccanismi di selezione degli eletti, che vengono indagati dallo studioso siciliano nei loro più riposti recessi attraverso l’analisi di una pratica documentazione attinta dall’esperienza personale, dagli eventi quotidiani e dagli studi compiuti da decine di sociologhi e politologi dell’epoca, fino a convin¬cerlo dell’inoppugnabile conclusione: «Che il risultato di un’elezione sia l’espressione della volontà del paese, ossia della maggioranza degli elettori, è, nei casi ordinari, una cosa assolutamente falsa: e la base legale o razionale di qualunque sistema politico che ammetta la rappresentanza delle grandi masse popolari determinate della elezioni, è una menzogna. La verità invece è che la vittoria, in elezioni così fatte, resta agli elementi che meglio si sanno imporre in quel tale ambiente speciale, e spesso artificiale, che dallo stesso sistema elettivo è creato». (20)
il prestigio che inerisce alla carica che rivestono i deputati, ed anche in buona parte il loro potere materiale, hanno allora principalmente origine da questa pura credenza, che sostituisce nei tempi moderni l’elezione per volere divino.
Ma «che il deputato sia scelto dalla maggioranza degli elettori è una supposizione legale che, per quanto formi la base del nostro sistema di governo, per quanto sia ciecamente accettata da molti, pure si trova in perfetta contraddizione col fatto reale. Questa verità è alla portata dell’osservazione di ognuno. Chiunque abbia assistito ad una elezione sa benissimo che non sono gli elettori che eleggono il deputato, ma ordinariamente è il deputato che si fa eleggere dagli elettori: se questa dizione non piacesse, potremmo surrogarla con l’altra: che sono i suoi amici che lo fanno eleggere. Ad ogni modo questo è sicuro: che una candidatura è sempre l’opera di un gruppo di persone riunite per un intento comune, di una minoranza organizzata».(21)
Dall’opera dei prefetti, dei grandi elettori, delle società politiche (i partiti) ed operaie (i sindacati) in tutte le loro infinite suddivisioni e varietà, esce la classe politica dei deputati, in cui obbligatoriamente ciò che vi predomina «è la più decisa e schiacciante mediocrità: mediocrità d’intelletti, che hanno quella mezzana ed appariscente elevatezza che ci vuole per essere capiti ed apprezzati dalla turba volgare, per non ribellarsi mai alle credenze poco combattute e convenzionali; mediocrità di caratteri che si piegano a tutte le arti necessarie per farsi avanti nel¬l’ambiente che trovano, che accettano quel grado di moralità che è più comune e più comodo, e dalla cui coscienza non esce mai il grido dell’indignazione contro quell’atto, che molti fanno, moltissimi tollerano, e che pure è disonesto o vigliacco».(22)
Ma si potrebbe forse anche, vincendo il montante disgusto istintivo, sorvolare sulle singole «qualità» personali di tutti costoro, se non vi fosse una più rovinosa conseguenza dell’intero sistema demoparlamentare. «Ora, si ha dentro la società stessa che fuori, una retorica vanagloriosa e bugiarda, l’ipocrisia, la frode, il trattare senza riguardo gli avversari, e il sapersi sbarazzare a tempo degli amici, spesso conducono ai primi posti ed anche al potere. Ne viene che i caratteri sdegnosi ed onesti, visto che il gioco non è per loro, spesso abbandonano la società o vi restano inattivi, e lasciano il campo libero ai farabutti e agli intriganti; i quali finiscono di corrompersi fra di loro in una lotta di bassezze e di sordide machiavellerie, e corrompono gli altri coll’nonesto spettacolo della loro buona riuscita».(23)
La Camera dei deputati va così sempre più diventando una parziale e fittizia rappresentanza del paese, poiché, di giorno in giorno, una quantità sempre maggiore di forze vive, di elementi atti alla direzione politica, ne restano, volontariamente o meno, esclusi. I suoi membri non rappresentano che una quantità di interessi essenzialmente privati, la cui somma è lungi dal formare l’interesse pubblico.
Anche se poi nella congerie di provvedimenti inutili o dannosi, anche se poi Ira l’incompetenza del maggior numero dei legislatori e tra l’abuso di discorsi inconcludenti e di frasi retoriche si affaccia qualche decreto dal quale si può dedurre, con azzardo, che una qualche saggia attività legislatrice non è del tutto mancata, ciò non diminuisce in nulla il grande, primnario inconveniente del sistema demoparlamentare, il quale, più che nella qualità delle persone che stanno al potere, «consiste nella posizione morale in cui queste persone sono messe, nella pienezza delle facoltà alle loro mani affidate, e nell’irresponsabilità che ad esse va. unita, nell’arbitrio che hanno di fare il male, e nella necessità in cui son poste di farlo per soddisfare a tutti i privati interessi, a tutte le particolari cupidigie, nella cui balia è la loro sorte quasi interamente lasciata.
Abbiamo detto [...] come le istituzioni debbano essere tali da porre il meno possibile gli uomini nella necessità di abbassare il loro senso morale per fare il proprio interesse; ora il sistema parlamentare è congegnato in maniera da riuscire una generale e sistematica contraddizione di questa massima. Tutti in esso, dal più alto al più basso, dal ministro all’elettore, trovano il loro privato interesse nel tradire quegli interessi pubblici che loro sono affidati. Tutti devono, per farsi avanti e sostenersi, favorire gli aderenti e gli amici a scapito del buon andamento degli affari, della coscienza e della giustizia. É esso il sistema di governo in cui l’indipendenza del carattere, la fierezza, l’imparzialità, qualità preziose che costituiscono la vera forza morale degli individui, dei popoli, degli organismi politici, più sono sacnficate, più tengono lontane dal potere le persone che le possiedono, e perciò più tendono a restare inerti o sparire. É esso pure il sistema in cui la vigliaccheria morale, la mancanza di ogni sentimento di giustizia, la furberia, l’intrigo, che sono appunto le qualità che a preferenza conducono i popoli e gli Stati alla rovina, trovano il loro miglior gioco, più portano avanti i loro seguaci, e maggiormente quindi tendono a mettersi in evidenza e a svilupparsi». (24)
Voluto non solo quale correttivo, ma quale sostituzione dell’ancien regime del sopruso e del privilegio di classe, e trasformatosi invece in una colossale impresa i cui finì principali consistono nel tutelare gli interessi della classe economicamente dominante mediante una gestione privatistica dell’apparato amministrativo pubblico, mai come ora assoggettato alle oscure intemperanze degli istinti più bassi dell’animo umano, il demoparlamnentarismo pensato come l’unico sistema capace di infrangere le alleanze tradizionali di potere, di frenare le spinte locali e particolaristiche di distruggere la concezione cientelare della politica, ha invece generalizzato — mirabile eterogetiesi dei fini! — le pratiche della camorra e del ricatto, ha reso qualità nazionali la frode e la sordida astuzia, ha fatto della difesa del «particulare» la sua principale, se non unica, ragione di esistenza. Da ciò allora una generale tendenza alla creazione di una miriade di camarille e combriccole, illegali ma potentissime, forze occulte e letali che tolgono ogni vigore a tutti i pubblici poteri e portano alla disgregazione dell’unità e della compattezza dello Stato, il quale ora viene anzi dalla re1azione — colmo della beffa — accusato di prevaricazione e malversaziotie nei confronti dell’interesse privato.
Rilevando un parallelismo inquietante con i tempi più bui dell’anarchia medievale — in cui pure esistevano legami privati e quasi-privati a difesa del singolo, distrutti nei tempi moderni dalle concezioni dell’atomismo liberale — Mosca può allora scrivere: «Chi fosse vissuto al Medio Evo poteva esclamare: ho visto la violenza. Perchè allora le forze materiali dello Stato non erano sufficientemente vaste ed organizzate per reprimere efficacemente la prepotenza privata [...] unica difesa, unico efficace presidio erano le alleanze private, i legami di famiglia, di signoria e di vassallaggio e di corporazione ... Chi vive ai nostri tempi può ben asserire di aver visto la cabala, l’astuzia, la frode. Un’altra volta la legge unica ed eguale per tutti diventa in pratica un’illusione, la comunanza di diritti e di doveri un ubbia, e i poteri pubblici riescono deboli e impotenti. Ciò che prima avveniva per la resistenza materiale di un pugno di masnadieri, ora succede per l’abilità di un gruppo d’intriganti che arrivano a sviare e paralizzare la regolare azione del governo. Ora non più le forze materiali, ma quelle morali dello Stato sono insufficienti e si dissolvono; e nuovamente sono le relazioni e le aderenze private che valgono a garantire l’individuo e a proteggerlo contro le soverchierie, e nuovamente tutti i guai si accumulano sull’uomo isolato, non già debole, ma giusto e leale». (25)
Contro la maggioranza degli studiosi e degli uomini politici che reputano possibile evitare tali mali — incisivamente raffigurati da Mosca con una prosa ardente di sdegno e di impegno civile — mediante l’applicazione di modifiche istituzionali che non intaccliino la sostanza e lo spirito del sistema demoparlamen tare, lo studioso reputa necessario che vengano direttamente confutati, in quanto insufficienti, anzi «completamente inefficienti», tutti quei rimedi possibili, e freni e contrappesi politici, del parlamentarismo che rimangono entro l’orbita del parlamentarismo stesso. E cioè: l’aumento del potere del re o del Senato; la formazione e l’organizzazione di veri e propri partiti modernamente strutturati, guidati da capi influenti, che possano organizzare in una strategia meno dispersiva o meschina le diverse volontà e i differenti interessi deputati; il perfezionamento del sistema elettorale attuato mediante o l’allargamento del suffragio o lo scrutinio di lista o una maggiore rappresentatività delle minoranze con l’adozione di collegi plurinominalu proporzionali al posto degli uninominali vigenti; addirittura l’abolizione della monarchia costituzionale e l’instaurazione della repubblica; o infine un rivoluzionario «scioglimento della questione sociale», vagheggiato come fine sicura «del presente ordine di cose, del governo incerto, ondeggiante vizioso sotto il quale viviamo».
Escludendo l’esame degli ultimi due, giudicati infantili ed irrealistici sulla base delle esperienze storiche dei secoli passati, viene dimostrata l’inconsistenza di ogni tentativo di riforma del sistema elettorale, se si mantenga invariato il meccanismo di scelta (comunque lo si voglia formulare) dei deputati da parte degli elettori, ammontino essi al due per cento del corpo elettorale, o al novantanove.
Quanto al re o al Senato, essi non possono certo costituire — neppure tornando allo Statuto, stravolto a poco a poco, impercettibilmente dalla prassi quotidiana dell’istituzione parlamentare — dei centri di valori politici reali ed indipendenti.
Per quanto concerne i partiti, poi, Mosca rileva che quelli presenti in parlamento sono tutti egualmente partecipi di una medesima forma mentale e che non tanto risultano divisi da diversi principii od aspirazioni ideali, quanto da pratici interessi e da settarie rivalità di bottega: «Ma il credere che i partiti siano davvero fondati sopra differenze serie e costanti di principi e d’idee politiche, ci pare un ‘opinione, non solo contraria alla costante esperienza dei fatti, si in Italia che negli altri paesi, ma anche assolutamente errata, se così può dirsi, in tesi generale ed astratta».
Differenze serie, costanti e irriconciiabili esistono solo fra i portatori di dif¬ferenti visioni del mondo, ad esempio tra il partito clericale del Sillabo, «che nega tutta la moderna civiltà e vuole ritornare al Medio Evo, e quello che assume il no¬me complessivo di liberale, che accetta le attuali condizioni sociali, volendole più o meno modificate secondo i vari gusti». Ma non è certo su questo che si fonda la riconosciuta diversità dei partiti moderni, i quali tutti accettano di gareggiare all’interno di un medesimo quadro istituzionale e, tutto sommato, all’interno di un medesimo universo ideologico e mentale.
In ogni caso, tutti presentano pericolu e svantaggi di gran lunga maggiori, piuttosto che non possibilità di soluzione per la crisi contemporanea, in primo
luogo a causa di quella «disciplina di partito, questo mito, quest’incognita terribile, alla quale noi, che ci diciamo liberi ed indipendenti, che ci vantiamo di avere le menti emancipate da ogni superstiziosa credenza, di non fare se non ciò che la nostra volontà determina, che la nostra coscienza trova onorevole e giusto, sacrifichiamo spesso volontà e coscienza. [...] In questo stato di cose, noi, contro l’opinione dei più, crediamo addirittura preferibile l’indisciplinatezza relativa, che permette a diversi piccoli partiti di coesistere e di partecipare insieme al potere, alla rigida disciplina, all’organizzazione salda ed esclusiva che fa si che ogni influenza si concentri nei membri di un solo partito».(26)
Freddamente, senza speranze e quasi smarrito, riconosce quindi Mosca la vaghezza e l’indeterminatezza dei rimedi generalmente proposti per sanare i mali del parlamentarismo — la duplice irresponsabilità, dell’elettore e dell’eletto, che sta alla radice di tutto; l’astrattezza; la verbosità superflua; la non rispondenza ai problemi reali e non contingenti della nazione; la franjnentazione, alla ricerca del proprio «particulare», di un’azione politica già monca ed inabile in virtù dei condizionamenti inìrinseci a tale sistema.
Così egli può ben sferzare la «rassegnazione fatalistica» che nasce dall’ «insufficienza che vi è in molte menti» a saperne trovare di effettivamente validi, ma in realtà anch’egli non riesce ad uscire da una prima — e pur così necessaria! — fase di critica pura, anche se giunge, a rifiutare molti dei luoghi comuni più vieti e con¬solidati del pensiero democratico. (27)

Rimedi veri e propri neanche Mosca riesce ad indicare, anche se è cosciente che, se essi esistono, debbono però essere unicamente ricercati al di fuori dei confini del parlamentarismo (ponendosi quindi non come rimedi per risanare quel sistema, ma come premesse per fondare e formare un altro sistema). E d’altra parte non si vorrà certo ammettere, negando la contraria evidenza di decine di secoli di storia, che l’epoca contemporanea rappresenti il migliore dei mondi possibili, passati, presenti o futuri, la punta cioé più alta di ogni azione umana, nel campo dell’acume intellettuale, della produttività artistica, del senso morale, del reggimento politico, della giustizia, dell’elevazione spirituale dell’uomo.
Ma, fermandoci alla dottrina e alla prassi politica, «che al governo parlamentare non sia possibile sostituire alcun ‘altra forma di governo potrà credersi soltanto quando si ammette, come molti inconsciamente fanno, che nel mondo altri governi mai non siano stati, che quello che avevamo ancora trent’anni fa e che si diceva assoluto, e quello che abbiamo oggi, che si dice libero [...] Ma, siccome è più che provato, che altre forme di governo ci sono state nel mondo e che altre ce ne potranno essere, così è dentro i limiti delle aspirazioni realizzabili il desiderarne e prepararne una nuova, che sia migliore delle due summentovate. Certo non sarà impresa, nè di facile nè di prossima riuscita; ma, se è vero che è destino e dovere dell’uomo l’aspirare sempre al miglioramento e a raggiungere un bene maggiore, non vediamo perchè questa volta si dovrebbe rinunziare ad una lotta che, oltre al poter essere feconda di buoni, utili e duraturi risultati per l’avvenire, migliorerebbe senza dubbio il presente, dando uno scopo, un fine, un indirizzo all’azione degli elementi più eletti per energia ed intelletto, i quali ora, in mancanza di essi, spessissimo, specie nella giovane generazione, rimangono inoperosi».
Lucidamente Mosca esprime quindi la lesi che alla corruzione del sistema demoparlamentare si possa ovviare solo negando interamente il sistema demoparlamentare stesso, nelle sue basi filosofiche e nella sua pratica, al fune di salvare quel Sistema di valori umani, civili e morali, che il denioparlamentarismo ha così vergognosamente e impudentemente pervertito.
Parando l’accusa «facile e comune che abbiamo preveduto e che ci sovrasta fin dalle prime pagine del libro: di voler distruggere senza sapere riedificare», lo studioso offre quindi ai suoi contemporanei, e a noi tutti — fatti più forti, avvertiti e lungimiranti non per virtù nostra, ma unicamente in virtù della stanca saggezza e della disincantata esperienza portata dal Tempo e dalla tumultuosa storia del secolo da allora trascorso -, offre due insegnamenti/suggerimenti cardinali.
Non è compito — nè in potere — di un uomo solo, e tanto meno di un non-politico, creare di sana pianta tutto un nuovo sistema di idee, d’istituzioni, di meccanismi di governo: «L‘edificare in materia di istituzioni politiche appartiene all’uomo d’azione e non già allo scrittore, perchè quegli segue passo passo quelle circostanze temporanee e variabili alle quali, senza che ciò tolga nulla alla sua parte sostanziale, si deve necessariamente ogni concetto politico adattare, mentre questi non le può nè prevedere nè calcolare». Chiunque voglia porsi però — e perciò anche e soprattutto l’uomo politico — in lotta solitaria contro il suo tempo proponendosi di condurre e terminare un compito che «ora appena s’incomincia a intra vedere», necessariamente andrebbe incontro a un fallimento, dato che la sua volontà si trasformerebbe in un velleitarismo messianico frustrante ed mconcludente, poichè tale compito «è dato solo all’energia di tutto un popolo, di tutta una intera generazione di condurre a fine», qualora le circostanze storiche abbiano permesso il sorgere, nell’anima della parte più attiva e lungimnirante della nazione, di nuove forme mentali, di nuovi ideali che possano condurre ad un diverso ethos comune, preludio ad un nuovo assetto societario. (28)
Di conseguenza chi a vere riforme sociali e ad una diversa rappresentanza di popolo aspira. che non sia l’aggregato informe ed irresponsabile del demoparla¬mentarismo, «non deve credere alla volontà del paese che si manifesta nei popolari comizi»; è anzi tenuto a rigettare la dottrina che vuole «che il popolo sia arbitro dei suoi destini e nomini i suoi governanti maggioranza di voti, non deve credere a queste e a tante altre cose, che oggi sono quasi generalmente ammesse, perché contro certe teoriche non si é forti che quando si respingono interamente». (29)
Dimostrati vani i rimnedi proposti dai fautori riformisti del demoparlametita rismo, Mosca non sa quindi — forse non vuole, certamente non può — proporne altri.
Lanciato il suo dirompente messaggio socio-politico, formulata una lucida, spietata diagnosi, rientra nell’alveo di quel sistema demoliberale e parlamentare da lui demolito sul piano teorico nelle sue premesse filosofuco-esistenziali e nei suoi funi civili. (30)

Nè ci si deve stupire che a tanta lungimiranza di diagnosi non corrisponda poi l’indicazione di una terapia; come la sua, così la critica di molti altri pensatori di fine Ottocento a un certo punto si arena, non può che arenarsi. Alla denuncia non segue, non può seguire, una costruttiva conseguente proposta.
Sterilità storicamente ben comprensibile, contraddizioni che saranno sempre presenti nelle sue opere successive e nel suo insegnamento universitario; presenti, seppure in misura minore, anche nelle concezioni del più conservatore Pareto.
Ma le parole hanno una loro forza intrinseca che trascende spesso le intenzioni, i propositi, le ritrattazioni perfino, di chi le ha formulate. Altri le avrebbero raccolte, con spirito più ardito e più saldo, con visione più conseguente e disincantata, con determinazione e volontà rinnovate da una rivoluzionaria esperienza di vita.
Come scrive con finezza il Cerbone: «Troppo stretti erano i legami fra sistema parlamentare o rappresentativo e Risorgimento, troppo vicine le lotte per non far sentir vivo e impegnativo quel legame. Rifiutare il sistema parlamentare, ammettere che era in se stesso (e non solo storicamente, nella particolare realizzazione italiana) sbagliato, sarebbe stato lo stesso che mutilare la tradizione risorgimentale, dire esplicitamente che una parte essenziale del programma e degli ideali dei martiri e dei Padri della patria, costituiva un errore politico, un ‘aberrazione. Questi sentimenti, seppure inconsciamente, hanno avuto la loro parte. E poi, il Paese culturalmente non era ancora in grado di elaborare una dottrina politica diversa: il liberalismo come ideale, come sistema di valori, non era tramontato ancora». (31)
Nè, aggiungiamo noi, sono, a fine Ottocento, giunte ad affacciarsi alla ribalta della storia le nuove generazioni, che proprio dalle critiche al sistema demoliberale (con le sue interpretazioni dell’uomo intrise di positivismo, di meccanicismo, di naturalismo ridotto a darwinismo sociale, di deterniinismo materialista) condotte dagli uomini della «generazione degli anni Novanta», quella dei Mosca, dei Bergson, dei Freud, dei Durkheim, dei Weber, dei Croce, avrebbero tratto le più rigorose conseguenze, aiutati in ciò dalla crisi dell’eredità illuministica dovuta al sopraggiungere catalizzatore degli sconvolgimenti della guerra mondiale.
La guerra avrebbe infatti non solo dato la possibilità di spazzare per sempre le ottimistiche illusioni di un progresso inarrestabile e la fiducia nella razionalità quale movente primario dell’uomo, ma avrebbe anche forgiato una nuova temperie spirituale per le generazioni uscite dal fango della trincea, dallo sprezzo del pericolo, dalla sofferenza e dalla morte, da esperienze di vita che avrebbero ribaltato tutte le precedenti gerarchie, fondando le nuove su nuovi valori, ben altrimenti iconoclastici, nei confronti delle concezioni liberali e democratiche, di quanto non sarebbero stati quelli socialisti e comunisti, nati dalla stessa matrice ideale di queste ultime. (32)
Ed è ancora lo studioso siciliano che sembra preannunciare i protagonisti della nuova storia quando — ricordiamolo ancora: nel 1883! — identifica le forze più vive della nazione, oltre che in talune frange del movimento repubblicano (del quale fanno parte, per l’epoca in cui si parla, i futuri socialisti), soprattutto nei «nostri giovani elementi conservatori» che si presentano ancora incerti, turbati, smarriti, privi di quelle coordinate ideali che egli stesso avrebbe loro fornito insieme a decine di altri sociologhi, economisti, poeti, letterati, scienziati, uomini politici; smarriti sì, ma carichi di una tensione che vieppiù si accumula, corda d’arco che si tende alla ricerca di nuove soluzioni di vita, ancora alla cieca per il momento, sempre più rapidamente, sempre più sicuramente via via che si faranno vicine le scadenze degli infiniti problemi che sarebbero esplosi nel turbinio della guerra mondiale: «La gioventù odierna si trova in una posizione intellettuale e morale ben differente da quella della generazione che l’ha preceduta. Essendo molto più colta, e cresciuta in mezzo alle elezioni, ai meetings, ai giornali, alle altre manifestazioni della vita parlamentare, essa ha potuto scorgerne facilmente la vacuità. Le continue declamazioni che sente, le soperchierie e gli intrighi che a quelle si accompagnano ed ai quali quotidianamente assiste, più di tutto il trovarsi sempre ostacolata nei primi passi che fa nella vita dalla canaglia che, spoglia di studi, d’ingegno e di carattere, per via dei brogli politici soverchia ogni studio, ogni ingegno, ogni carattere, le ispirano generalmente un profondo disgusto per la vita politica ed uno scetticismo velato, ma in fondo all’anima profondo, per le idee ed i principi che ne formano la base. E anzi questa la vera causa di quell’indifferentismo che i vecchi trovano nei giovani e che tanto loro rimproverano. I sentimenti e le idee che abbiamo tentato di descrivere, producendo una ripugnanza istintiva verso i principi democratici ed i loro sostenitori, fanno sì che molti giovani, quasi per reazione, si dichiarino monarchici, ma anch‘essi sono tali in generale senza gran fede e senza grande entusiasmo; giacchè per quanto il retto istinto della realtà e la giusta osservazione dei fatti sociali li faccia diffidare delle democratiche dottrine, nondimeno non hanno un altro credo politico, un altro sistema dì idee logico e compiuto da contrapporre ad esse. L‘uomo, quando si tratta di abbracciare idee nuove, che non sono conformi a quella della generalità, è quasi sempre molto timido e titubante: perciò non c’è da fare alcuna meraviglia se molti giovani, pur dubitandone fortemente, non sanno ancora rinnegare interamente quei principi politici, quei canoni di scienza sociale, che loro s‘insegnano dalle cattedre, che vedono
svolti e sostenuti in quasi tutti i libri ed i giornali, che si respirano per cosi dire nell’atmosfera dei tempi».
Ben chiaramente considera Mosca il difficile, doloroso periodo di passaggio verso la definizione di quelle nuove idealità che tanta parte dell’intellettualità non solo italiana, ma europea, sta cercando di formulare in chiare proposizioni teoriche e di calare nella prassi di una vera azione politica: «È cosa per noi sicura che la nuova generazione, politicamente parlando, presto affermerà sè stessa; ed avrà idee e indirizzo politico indipendenti, ma è pure ugualmente sicuro che queste idee e questo indirizzo nuovo si trovano ancora in un periodo di formazione o d’incubazione. I giovani conservatori che sentono agitarsi dentro gli embrioni dei nuovi principi, intuiscono la falsità degli antichi, ma non hanno pronti e maturati gli argomenti per combatterli. Da ciò la sconnessione, l’incoerenza ordinaria del loro linguaggio, la poca forza dei loro argomenti, di cui essi stessi, pur essendo convinti del torto dei loro avversa ri sentono la fragilità.» (33)

* * *


Di tutta la lunga, profonda analisi moschiana, la controprova più clamorosa la si ha un decennio più tardi con la questione, finalmente esplosa dopo tre anni, delle malversazioni finanziarie e politiche concernenti la Banca Romana, affaire che rivela la compromissione di tutte le articolazioni più significative del sistema demoliberale. Senza entrare minimamente nel dettaglio dell’intricata vicenda, per la quale rimandiamo alla magistrale opera, da noi più volte citata, di Nello Quilici, tratteggiamo con le parole di questi il nocciolo della questione: «Il processo al regime investiva [...] gli organi fondamentali: deputati, funzionari, giornalisti, banchieri. La grande impresa del liberalismo politico, il capolavoro della moderna borghesia, si rivelava una colossale impresa economica animata da istinti rapaci, come Tocqueville l’aveva definita. Ipoteca degli interessi privati sugli interessi pubblici. Clientela a maglia fitta di una consorteria che aveva bisogno della ricchezza per conquistare il dominio politico e si serviva poi del dominio politico per aumentare il volume della ricchezza. A sfere sempre più larghe la manomissione si irradiava dal centro alla penferia, e viceversa. Un istituto di emissione, la Banca Romana, si era trasformata in Banca politica, a uso e consumo della consorteria dominante. Fidi e mutui mostruosi di elettori influenti eran concessi per il tramite del deputato: questi a sua volta appoggiava il governo a patto di essere favorito nelle private speculazioni, trasformate spesso in sofferenze cambiarie dal ciclo indefinito mediante il sistema dei rinnovi, gli amministratori mantenevano il controllo della banca sgangherata a prezzo di favori ai funzionari, che chiudevano un occhio e magari due, pur di essere a loro volta rimpinzati di carta-valore; e i funzionari davan mano ai ministri ... che non eran da meno a chiedere sovvenzioni per battaglie elettorali o parlamentari o di polizia. I giornalisti che avrebbero dovuto esercitare la censura e il controllo della pubblica critica, vendevano l’anima ora all’elettore, ora al deputato, ora al funzionario, ora al ministro. Ciclo perfetto». (34)
Tra le poche personalità non compromesse, Romualdo Bonfadini, deputato valtellinese di destra e attivo giornalista antidemocratico, può allora riprendere il processo al parlamentarismo così potentemente avviato da Mosca, sferzando sia gli uomini che i metodi, sia le elezioni, le quali dovrebbero esserne il fondamento, che le funzioni esecutive, le quali dovrebbero costituirne il vertice.
Anche se in altri paesi il male della democrazia parlamentare è profondo, ben più gravi sono le sue conseguenze nelle cose d’Italia, poichè «al retto svolgimento della libertà parlamentare è condizionata la stessa unità e indipendenza» della nazione.
fi Parlamento è ormai degenerato nel parlamentarismo; il paese, quel «paese di pensiero e di affari [...] politicamente migliore della sua rappresentanza», si sente e si vede in balia di una macchina mostruosa ed infame, di metodi e di sistemi che non esso ha creato, ma che gli sono stati imposti, per ragioni storicamente anche valide ma ormai noti più rispondenti, scopiazzando modelli stranieri. Niente di più ovvio, allora, che il popolo, che non si sente rappresentato, guardi «al mondo parlamentare come si guarda, in un diorama, la battaglia d’Ulma, o l’incendio di Mosca. Quelle passioni che vi divampano, lo divertono, ma non sono le sue».
I deputati poi, solitamente eletti per le simpatie personali suscitate tiegli elettori, si sentono disadatti a rappresentarne le opinioni politiche, cercando allora per altre vie di mantenersi l’appoggio e la base della loro carriera politica:
«L‘essere deputati non è più una meta, è un gradino. Si ha fretta di diventare ministri o almeno sottosegretari di stato. Se ne son visti tanti! Cur me et non ego? dice tra sè il curiale, divenuto deputato per aver vinto, ad un elettore influente, una causa di turbato possesso. E le ambizioni galoppano e le avidità crescono, e le correnti vigorose del patriottismo si rompono contro quelle barriere di gruppi e sotto gruppi, che si fanno e si disfanno, sulla base di alcune pretese da soddisfare e di alcune altre da contrastare».
In un palleggio senza fine di irresponsabilità, gli elettori vengono quindi, ogni volta, sviati: «Hanno nell’orecchio il sussidio elargito alla sorella maestra, il cugino nominato portiere di prefettura, il ginnasio di dieci alunni pareggiato a quello del capoluogo, la stazione ferroviaria posta li accanto, ilfucile regalato alla società del tiro a segno, il biglietto di Sua Eccellenza che si congratula col deputato perchè rappresenta una borgata cosi illustre nei fasti del patriottismo italiano. E questi sono, del resto, gli argomenti più verecondi. Dei peggiori e degli illeciti sono piene le fosse...».
Il deputato, anche buono per sè, ma non di alto spirito nè di carattere, dimentica presto la ragione politica della sua elezione e diviene sempre più un affarista che non parla più ai suoi elettori — se pur ne abbia mai parlato di opinio¬ni, di parti politiche, di criteri legislativi, poichè queste cose nessuno è più avvezzo — nè forse vuole — ad intenderle. Il capo del governo, addirittura, non è l’uomo più alto per intelletto o per servigi resi alla patria. È bensì l’uomo, alto o no, che dà speranza di maggiore arrendevolezza a quei desideri intorno ai quali ormai sia elettori che deputati sono d’accordo. La selezione alla rovescia continua.
Egualmente grave è, per Bonfadini, l’aspetto parallelo delle clientele regionali, nel trionfo delle quali egli scorge un particolarismo che inficia la sostanza e l’esistenza stessa della comunità nazionale: «Tizio, capo del governo, è siculo, o toscano, o veneto, o piemontese? Bisogna che i deputati della sua regione lo sostengano unguibus et rosìris; non già perché rappresenti la loro opinione politica o la personalità più adatta al movimento europeo; ma perché meglio di ogni altro, puo conoscere le piccole passioni e i piccoli intrighi, maturati intorno al capoluogo della regione, e più d’ogni altro può essere avvicinato dai motori di quelle passioni, dai patroni di quegli intrighi [...] Le maggioranze dei gruppi parlamentari sono e rimangono regionali, il loro voto è tanto più acre quanto è meno pensato, al ministro che rappresenta la loro regione sacrificano opinioni antiche, principii già propugnati con energia, da esso accettano tutto, favoritismi, ipocrisie, offese alle leggi, che in un altro ministro avrebbero represso con generosi disdegni». (35)
Fermamente persuaso che il parlamento sia a fune Ottocento, in Italia, moribondo, non rappresentativo della nazione per difetti non accessori ma sostanziali, e che sia inoltre meritevole di essere grandemente limitato nelle sue prerogative o perfino da riformare alla radice, è anche il Bonghi, che giudica fin da subito un puro inganno i metodi di elezione luberaldemocratici. Paradossalmente, infatti, in tale clima spirituale e politico «la servitù, una servitù morale profonda, rinasce dalla libertà; e si ricostituiscono le tirannidi coi mezzi sce/ti a distruggerle, e tirannidi peggiori, perché fatte colle mani stesse di quelli che ne sono le vittime».
E pura menzogna che l’eletto con suffragio democratico possa essere raffigurato come un rappresentante del popoìo, come vuole una suadente dottrina; egli rappresenta in realtà unicamente coloro che l’hanno «scelto» sulla base delle motivazioni più diverse, tra le quali ha certo grande importanza la speranza di vederne ricambiato il favore, intervenendo egli successivamente a vantaggio del particolare interesse dei suoi elettori.
Eppure «i sistemi elettivi sono stati escogitati per mettere a capo del governo, del comune, della provincia, dello Stato, uomini che rappresentino la totalità degli abitanti del comune, della provincia, dello Stato; onde appunto son detti delegati loro. Ma in verità essi questa totalità non la rappresentano mai, e il naturale, necessario sviluppo ditali sistemi è questo, ch’essi ne rappresentino minoranze scarse e via via meno pregevoli [...] Ora, che titolo a governare un paese resta a un Governo tratto da un’assemblea, se questa non ha valore rappresentativo ed esso meno? Vi ha egli usurpazione più grande? Ed è fatta da uomini, i quali n’hanno il modo solo da una strana complicazione di accidenti e d’intrighi. Che se qualche volta, anche cosi, riuscirà con bene pubblico e ad uomini d’ingegno, di cuore e stimabili, non è molto probabile che le più volte riesca con danno pubblico, e ad uomini di poca mente, di cuore abbietto e di nessun credito ?».
È quindi ora di sfatare la convinzione, l’impressione, «che il regime parlamentare sia una specie del rappresentativo ed anzi una perfezione di esso».
È necessario allora tornare alla ricerca di una modalità di rappresentanza congeniale alle virtù e, si, anche ai difetti, della gente italiana. E assurdo e di grande danno che il popolo italiano si rivolga a chiedere lumi a paesi lontani, a paesi in cui le vicende storiche diverse e soprattutto la diversa psiche delle popolazioni hanno generato particolari strutture statuali: «Leviamo l’inghilterra di mezzo [...] Il regime inglese, che si è creduto di copiare, è affatto diverso nei suoi fondamenti, nelle sue ragioni, nel suo sviluppo, nel suo organismo, nei suoi modi d’azione, nei suoi temperamenti, addirittura in tutto».
Non è detto che esso rappresenti poi l’optimum neppure per i britannici, poichè pare che anch’esso vada oggi «contraendo i vizi dei nostri, ed esponendosi a pericoli che i nostri corrono, anziché succedere il contrario». (36)
La ragione di tutto ciò è ancora che il regime parlamentare ha ormai soffocato il rappresentativo, nè si può più identificare con esso, poichè la moderna rappresentanza politica non è null’altro che una mistificazione, in quanto solo una minoranza attiva vi partecipa, annullandosi poi anchessa in un informe, meccanico ed irresponsabile utilitarismo individualistico.
Un rimedio può essere per il Bonghi (e qui egli fa veramente quel salto al di fuori del sistema demoliberale che il Mosca si è rifiutato di fare) il recupero e lo sviluppo del concetto base del corporativismo medioevale, e cioè la rappresentanza organica del cittadino — dell’uomo — attraverso il gruppo intermedio naturale che lo lega alla sua professione; corporativismo visto come mezzo per responsabilizzare l’individuo e per trarlo dall’anonimato che gli conferisce un voto estorto da professionisti della politica e appiattito da un suffragio che si vuole sempre più universale, egualitario, indifferenziato.
Lo stato corporativo non nasce da un «libero» e arbitrario contratto sociale, storicamente stipulato e quindi sempre rescindibile, bensì dall’accettazione, da parte dell’uomo europeo, del suo essere integrale, del superamento cioè dell’alienazione nata dal compromesso e dalla scissione moderna tra i diversi aspetti della sua personalità, in ispecie tra quello politico/rappresentativo e quello economico/professionale, che per l’ideologia liberale/borghese devono trovare in sedi diverse la loro attuazione, pubblica l’uno, privata l’altro.
La corporazione non deve essere invece considerata come soluzione di mere istanze economiche, bensì come integrazione soprattutto politica delle azioni umane di più rilevante interesse sociale: nella corporazione, più che il cittadino o il lavoratore, agisce l’uomo con la carica ideale e pratica della sua persona completa.
La società corporativa non si realizza perciò dall’oggi al domani con una riforma di strutture (che in realtà non possono essere sempre — a differenza che per il marxismo — se non delle sovrastrutture prodotte dal pensiero e dal sentimento umani), bemi richiede un coinvolgimento totale del cittadino, con la formazione e l’acquisizione di una nuova solidaristica forma mentale che superi l’atomismo della moderna democrazia liberale, come pure la deteriore concezione di uno Stato visto come altro e superiore alla società civile, o al contrario come mero strumento, ad essa contrapposto, di cui è pur giudicata utile e storicamente obbligata l’estinzione. (37)
A differenza del deputato demoliberale, unicamente interessato alla propria elezione e responsabile, quando pur lo sia, nei confronti di un’amorfa eterogenea moltitudine di individui, il rappresentante della corporazione medioevale — concreto esempio storico da riadattare e riattualizzare — esprimne la volontà e i problemi comuni della sua corporazione e, al di là del metodo della sua elezione, fa parte di un tutto organico, della società cioè ordinata nei suoi gruppi di arti e tuestieri, cosa che lo rende in primo luogo un rappresentante effettivo di una parte articolata della nazione, di cui perseguirà il bene generale operando insieme ai rappresentanti delle altre categorie e gruppi intermedi.
E facile certo addebitare ai gruppi corporativi così formati una presunta estraniazione reciproca, ognuno teso ai suoi funi particolari. Ma, a parte l’obbiettivo beneficio dell’avere in tal modo instaurato una responsabilità vincolata e obbligante dell’eletto nei riguardi di un’ampia fascia societaria omogenea e strutturata (con la possibilità quindi di un vero controllo, da parte degli elettori, dell’operato dell’eletto), nessuno si illude certo di riprendere tout court modelli che andavano bene secoli innanzi e di rispolverarli meccanicamente per i tempi moderni. Quello che importa salvare non sono le forme realizzate in tempo (e tutte ora da inventare), bensì il valore dell’idea corporativa che — il Bonghi non ne dubita — certamente saprà trovare in futuro la forma concreta nella quale calarsi. D’altra parte non è certo corretto risalire ai vuoti simulacri delle corporazioni settecentesche, ridotte a meri organismi di facciata nel contesto di una società atomizzata, portato dell’individualismo illuministico, che ha imposto i suoi dogmi meccanici e presunti razionali non solo nella vita sociale, ma negli intelletti e negli animi: «Coteste instituzioni, minate a poco a poco da ambizioni nemiche, sono state [infatti] a mano a mano private di vigore in ogni parte d’Europa, dall’Inghilterra in fuori; e quel poco che ne restava alla fine del secolo scorso, è stato spazzato via dalla rivoluzione francese dovunque il suo soffio è giunto. Ma oggi la persuasione è generale che quella rivoluzione ha spazzato troppo; e noi vediamo le plebi disilluse, dopo molte promesse fallaci d’instituzioni pompose e tirate a fil di logica, ricercare brancolando e in nuove forme, quelle che hano perse, e sulle cui ruine, ubbriacate a posta, avevano fatto baldoria». (38)
E la colpa ditale stato di cose, oltre ad essere ovviamente imputata a chi tale stato di cose ha coscientemente immaginato e perseguito, va addebitata anche a quelle classi «moderate» che non hanno saputo difendere nè se stesse nè tantomeno le classi più umili, le quali proprio dalla nuova situazione hanno ricevuto i danni maggiori. Le concessioni e gli statuti che i ceti e i gruppi aristocratici e altoborghesi un tempo dominanti sono stati indotti a dare, talora col loro attivo e cieco consenso, «hanno generato già da per tutto, fuorché in Germania, il regime parlamentare che pure non vi si conteneva necessariamente; ed essi si sono visti rizzare di fronte non più le còrporazioni medioevali calpestate già e derise, ma le classi politiche, orde vaganti, ansiose di potere, ingorde di denaro, mobili di desiderio, passionate, ardenti, oppure impacciate, e strette contihuamente dal bisogno di adulare e di essere adulate. Di tratto in tratto, un uomo di genio ha potuto in questa mischia confusa afferrare il timone dello stato e dirigerne la nave a qualche felice porto; ma la occasione è stata rara, e per lo più l’effetto poco durevole; e ad ogni modo ottenuto, in quanto ai mezzi adoperati, non per virtù del regime parlamentare, ma a dispetto di esso, tra le grida dei suoi devoti ch’era violato, offeso, malmenato; il che vuol dire che non erano consultati loro». (39)
È quindi il momento di rigettare come indegna, nociva e letale la frase di Thiers «il re regna e non governa», poichè non solo della libertà del suo popoìo, ma della correttezza e dell’onestà dei suoi ministri, evitando la «principale magagna del regime parlamentare»: «che poiché la sorte dei ministri dipende dai deputati e la sorte dei deputati dagli elettori, i primi non si diano premura d’altro che di sedurre i deputati, e i secondi di sedurre gli elettori».(40)
Dopo avere adombrato, se non responsabilità, almeno una mancanza di carattere di Umberto I° a proposito della nomina a senatore di Bernardo Tatilongo, il protagonista dell’affaire Banca Romana, Bonghi richiama il monarca, rasentando l’aperta offesa, ai doveri di una vita illibata e decisa, tanto più indispensabile in un momento di caos morale come quello che sta attraversando l’Italia, arrivando persino a ventilare — lui devoto monarchico — l’ipotesi dell’avvenuto risanatore di una Repubblica: «Su tutto questo caos il principato galleggia; ma non cosi che non corra pericolo di cadervi dentro. Ha anch’esso i suoi nemici, e come e quanti! Il peggio è che non ne ha soltanto fuori di sé ma in se stesso; giacché il suo peggior nemico è il servirgli meno l’animo, l’impicciolirsi come per non lasciarsi scorgere, il non asserire fieramente ch’esso debba essere quello che la sua natura e il suo grado vogliono, o non, essere. Sciupa così le simpatie popolari, che scovrono ivi essere l’impotenza più grande, dove la fantasia additava loro la più grande potenza [...] Quando si continui cosi, potrà parere un giorno a tutti che un Presidente di Repubblica possa essere centro di potere esecutivo più forte, e perciò più adatto alle società presenti, che non possa essere un Principe. Il giorno che così paresse a tutti, il principato perirebbe; e sarebbe, credo, un assai grave danno. Poiché questo è il mio parere, ho scritto come ho fatto; chè io parlo per ver dire, e se la mente può errare, il cuor non erra. Nè ho guardato a verun principato o Principe in particolare; bensì al principato e al Principe in genere. Persuaso che nei regimi parlamentari siano, non per il testo degli statuti, ma per usurpazione dei ministri, ridotti o poco meno che nulla, ho cercato, nel mio pensiero, come possano ridiventar qualche cosa. E se possono, lo debbono; giacché le classi politiche, che somministrano alle monarchie i ministri, sono tra tutte le più facili a corrompersi, e in breve le più corrotte; e dove acquistino troppa balla, fanno troppe mine. E mine, mi pare, le società nostre ne hanno già ammucchiate abbastanza, perché oramai si fermino e pongano mano a riedificare». (41)
Le società si trovano infatti in uno stato di ribollimento incessante e senza direzione, mentre governi e governati sono pervasi da una fatua febbre continua, da «una voglia di parere che non ha posa; un desiderio di fare da capo appena s’è finito di fare; un sospetto di tutti contro tutti, un sopraffarsi gli uni gli altri; un sentimento comune che s’è fuori strada: the time is out of joint. Le aristocrazie, rimaste senza uso, si consumano nei bagordi e nei dispendi; le borghesie si rannicchiano paurose; e le plebi diventano selvagge a forza di creder giusto quello che è inattuabile, e d’immaginare che solo il livore delle classi alte nega ad esse ciò che è lor negato da una indomabile necessità delle cose». (42)
Di tutto questo il regime parlamentare, se anche non ne ha, unico, la colpa, ne ha tuttavia la parte più grande, poichè presumendosi rappresentativo, ed eliminando invece coi fatti ogni rappresentatività sostanziale, ha posto la società tutta m posizione contraddittoria e violenta rispetto ai governi, talchè una nuova formulazione di compiti, di doveri e di istituti si impone.
Ad altri la ricerca e l’affermazione ditale obbiettivo; al Bonghi è sufficiente, per ora, avere chiaramente espresso i termini del problema, che non è solo italiano ma europeo. In ogni caso, è il corso stesso della storia che richiede una soluzione, quale essa sia e forse a tempi brevi, a mali tanto gravi e profondi, alle insanabili contraddizioni che coniporta l’istituto parlamentare demoliberale.
Altre generazioni ne vedranno la fine; la sua sorte è in ogni caso segnata: «Certo, quando io ripenso al regime stesso, così come si è tuttora esplicato in ogni paese che n’è retto, mi ricorre a mente quel verso — cattivo si, ma non peggiore di quanto va diventando la cosa: Questi è un uomo che morrà». (43)
Rinasce cos’i a fine secolo la concezione corporativa della società in netta alternativa con le strutture e con la mentalità liberale, anche se le conclusioni più conseguenti saranno solo le generazioni successive che sapranno trarle, sospinte dal tumulto della guerra e dai lunghi decenni necessari all’irradicamento nelle coscienze dei semi di quello Stato Nuovo gettati a fine Ottocento da decine di pensatori francesi, tedeschi e italiani.
Non si tratta di riproporre qualcosa che appartiene irrimediabilmente a un tempo definito, ma di dare al nuovo pensiero la forza che non può venirgli che dal legame fecondo col proprio passato civile, col passato della propria storia nazionale.
Il recupero di forme di rappresentanza lontane e riattualizzate non è solo l’infatuazione di pochi spiriti isolati che rifiutano le caratteristiche alienanti e le lusinghe del mondo moderno.
Anche in campo cattolico si assiste ad una ripresa, culminata nella Rerum Novarum — emanata nel maggio 1891 da Leone XIII — dei motivi della solidarietà e della rappresentanza del corpo sociale mediata dalle rappresentanze economiche. Le corporazioni possono poi ben trovare la loro immnagine speculare, anche se divenuta spuria e violenta sotto l’influenza della dottrina della lotta di classe, nella rivendicazione della centralità societaria dei sindacati operata dai sindacalisti rivoluzionari, dai pensatori socialisti e dal particolare rivoluzionarismo di Georges Sorel, come anche nelle concezioni economico-politiche di Sombart e di Pareto. (44)
In Francia, intrapresa accelerata dagli scandali parlamentari che scoppiano a ripetizione a decine, e sotto l’influenza montante della reazione spiritualistica e volontaristica che avrà di lì a poco il suo massimo punto di forza nella filosofia di Bergson, anche la Revue des deux mondes — che intrattiene con l’intellettualità italiana un cospicuo scambio culturale — si allontana lentamente ma decisamente dal positivismo liberale che ha informato i suoi primi anni di vita, rigettando i miti di base del progressismo e del modernismo e rivolgendo la sua attenzione alla ricerca di differenti, più nuove soluzioni per la moderna società.
Ritorno alla speculazione sulle forme di rappresentatività medioevale che nasce anche come reazione all’affermarsi di quella nuova feudalità finanziaria di cui abbiamo tratteggiato la nascita nel precedente capitolo, feudalità «senza doveri, senza contrappesi che ne moderino il potere, senza tradizioni, anonima e incredibilmente potente. Contro di essa, pena il prevalere di “races plus jeunes et plus saines’ bisogna trovare nuove forme di riassetto della società intorno al legame comune di un simbolo, di una nuova disciplina morale». (45)
Quale che possa essere questo simbolo — l’idea nazionale o quella religiosa — il problema più urgente è in ogni caso, come sostiene con vigore Charles Benoist, «sostituire al suffragio universale inorganico il suffragio universale organizzato [...], non demolire quanto è stato fatto, ma costruirvi sopra il nuovo».
Ma la ricerca di nuove soluzioni comunitarie è urgente anche per altri motivi civili che non siano quelli unici di ovviare ai mali del demoparlamentarismo. Così perfino il sociologo israelita Èmile Durkheim, positivista e strenuo difensore dei valori democratici ed illuministici e teso con la sua opera a contribuire al consolidamento morale della Terza Repubblica, non può nascondersi che il dilagare dello smarrimnento dell’uomo contemporaneo, che ha il suo punto di massima evidenza e crudezza nell’aumento del numero di suicidi, trova la sua origine prima nella frantumazione di quelle strutture di legame e di interconnessione societaria che andavano un tempo sotto il nome di «corporazioni». Più che sul suicidio di tipo «individualistico/egoistico», o di tipo «altruistico», egli punta la sua attenzione su un terzo tipo di fallimento esistenziale dell’individuo moderno, vale a dire il suicidio «anomico», che deriva cioè dalla confusione e dall’assenza di norme che possano reggere gli spiriti più deboli di una società. E nel mondo moderno (che solo talvolta egli riconosce come portato dell’atomistica ideologia illuminista) lo stato di crisi e di anomia «è ormai costante, e per così dire, normale», per cui il suicidio è il dato più chiaro, il segno più evidente della crisi di una società travagliata da un cambiamento continuo e troppo rapido — sia esso in «negativo» che in «positivo» —, la quale, dopo avere distrutto quelle protezioni erette nel corso dei secoli dalle società pre-moderne, non ha saputo nè potuto — per suo intrinseco difetto — alzarne altre, nè migliori nè peggiori.
ll dramma contemporaneo è allora il fatto che «la società non ha in tutti i suoi punti una integrazione sufficiente a mantenere i suoi membri in sua dipendenza». (46)
Cosa che possedevano invece magnificamente le strutture corporative della società medioevale, i cui fini erano sì quelli di regolare l’attività economica e professionale dei cittadini, ma soprattutto quelli di creare tra essi — soprattutto tra i più fragili e i più bisognosi — un senso di servizio, di solidarietà e di moralità che sono stati distrutti dal mondo moderno: «Sciogliendo i soli gruppi che abbiano la possibilità di tenere costantemente legate le volontà individuali, noi abbiamo frantumato lo strumento più efficqce della nostra riorganizzazione morale [...] Poiché [la corporazione] è composta di individui che si dedicano allo stesso lavoro, che hanno interessi solidali, o addirittura coincidenti, non vi è terreno più propizio alla formazione di idee e di sentimenti morali». (47)
Occorre perciò restituire ai gruppi sociali una sufficiente consistenza di fronte ad uno Stato che tende ad assorbire in sè, vanificandola, ogni forma di attività che possa presentare un carattere sociale, col risultato opposto di trovarsi di fronte — e di formare attivamente, perfino — una miriade di individui «assoluti», «sciolti» cioè da ogni vincolo che possa dare significato alle loro esistenze, incapaci come sono di sopportare quella solitudine esistenziale che è appannaggio rivendicato unicamente da pochi, forti spiriti veramente liberi.
Citando positivamente una serie di articoli di Benoist apparsi sulla Revue, Durkheim può così convenire sull’opportunità di «fare del gruppo professionale la base dell’organizzazione politica», rifiutando i partiti di ascendenza settecentesca e settaria, riconoscendo che «l’unico decentramento che permette di moltiplicare i centri della vita comune senza spezzare l’unità nazionale è quello che chiameremo decentramento professionale», naturale canale di aggregazione che autonomie locali e territoriali non sono più in grado di rappresentare, strumento unico, volto a limitare l’incredibile ampliarsi dei poteri di quella «pesante macchina fatta solo per i bisogni generali e semplici, che è lo Stato». (48)
In parallelo, in Italia anche l’antropologo positivista Cesare Lombroso, che si trova in rapporti d’intenso scambio culturale sia con la Revue che con Durkheim, può catalogare, tra quelle che egli chiama con Max Nordau «menzogne convenzionali», quella «fede nel parlamentarismo, che ogni giorno mostra nudo la sua triste impotenza», forma di rappresentanza che su suolo italiano non riesce ad esprimere lo spirito del popoìo nè secondo le molteplicità dei suoi elementi costitutivi storici nè secondo l’unità dei suoi elementi costitutivi nazionali: «Ora che cosa si è fatto finora per favorire la società politica in questa sua evoluzione? [...] Le si diede il parlamentarismo, la più grande delle superstizioni moderne, che da noi e in Francia porta al buon metodo di governare ostacoli sempre maggiori; perché non essendo il prodotto del carattere del popolo, è falsato dalle passioni degli elettori e degli eletti. [...] E poi il parlamentarismo non è se non il trionfo della casta degli avvocati e della burocrazia. Mentre il prevalere esagerato di una casta sull’altra è una delle prime cause di perturbamento dello Stato, siamo noi che per prevenire i perturbamenti politici abbiamo provveduto così che quelle caste, che forse hanno il minimo del numero, abbiano il massimo della rappresentanza e dell’influenza. Dico noi la razza latina, perché ciò non si avvera in Inghilterra, do¬ve ilparlamentarismo ha radici ben più salde e storiche». (49)
Ma già pochi anni dopo lo studioso rimette in discussione l’istituto parlamentare in quanto tale, e non solo per l’applicazione che se ne è avuta in un Paese come l’Italia, ad esso psicologicamente inadatta o non ancora ad esso storicamente pronta, quel «sistema parlamentare, che non solo non è garanzia dell’onestà ma è istrumento di disonestà: esso è, come ho mostrato nel mio Delitto politico, la falsa cicatrice che nasconde la suppurazione, e anche impedisce che si faccia strada; nè ciò basta: v’ha di peggio: è il sistema parlamentare che spesso eccita al delitto».
E questo può avvenire perchè — riprendendo le contemporanee analisi di Gustave Le Bon e di Scipio Sighele — «una folla, anche la meno eterogenea, anche la più eletta, quando deve deliberare dà una risultante che non è la somma, ma più spesso la sottrazione del pensiero dei più [...] Tutto quel sottostrato di pregiudizi, di vizi che si doma a furia di coltura nell’individuo, pullula e si fonde in tristo veleno nelle assemblee». (50)
Si torna allora, nell’infuocata atmosfera intellettuale di fine secolo, a ribattere incessantemente e circolarmente, attraverso una rete senza fine di citazioni, di rimandi, di conclusioni similari od identiche anche in pensatori situati su opposte posizioni ideologiche e politiche, sempre sui punti centrali del dibattito sociologico, politico e storico: la non rispondenza delle strutture demoliberali nei confronti della vera essenza dell’uomo, dei suoi pratici bisogni come delle sue aspirazioni ideali.
A fronte delle infinite analisi e delle diagnosi acutamente compiute sta un lungo, convulso dibattere, un turbinio di opinioni, una molteplicità di soluzioni intraviste e proposte, che spaziano, come abbiamo visto nei brevi esempi riportati, dalla richiesta di una maggiore estensione del diritto di voto da attuarsi per taluni addirittura mediante un indiscrimmnato suffragio universale — all’ipotesi di voto plurimo per i più capaci; dall’invocazione sonniiana di «tornare allo Statuto» rafforzando il potere della Corona e del Senato di fronte all’invadenza della Camera elettiva, all’ideazione bonghiana di una rappresentanza per categorie che tenga peraltro conto delle aree geografiche, fino a giungere all’invocazione — paradossale da parte di un Mosca — di un’élite politica dirigente con funzioni di governo o di controllo effettivo, che si dovrebbe «in qualche modo» formare al di fuori dell’ambito parlamentare, garante dei permanenti interessi della nazione, poichè nel sistema demoliberale a nulla vale la presenza in parlamento di uomini pur onesti e competenti, di legislatori pur buoni, in quanto il difetto, più che nella qualità delle persone che detengono il potere, consiste proprio nella posizione di irresponsabilità morale e di pratico arbitrio in cui essi sono posti.
Come sintetizza Sonnino: «Le accuse sostanziali contro il parlamentarismo, intorno a cui tanto si è scritto e detto in questi ultimi anni, si possono condensare in poche formule comprensive di verità generali e quasi evidenti. L ‘interesse gene¬rale dello Stato non è identico, giorno per giorno, con la somma di tutti gli interessi particolari, individualmente e soggettivamente considerati, e tanto meno lo è con la somma di un aggregato variabile di quegli interessi, sufficiente soltanto a costituire una maggioranza fuggevole di una metà più uno delle forze politiche che li rappresentano. In un Governo fondato quasi totalmente sulla elezione manca nell’alta direzione della cosa pubblica la rappresentanza dell’interesse collettivo e generale. Atto per atto predominano sempre gli aggregati di interessi personali o locali». (51)
Cultore di tutto ciò che è precario, fragile, transeunte, caduco, «il legislatore moderno, avvertendo l’effimerità del proprio compito, non si cura minimamente delle conseguenze delle leggi emanate sotto la pressione giornaliera delle fantasie popolari. il decreto da votare è qualcosa di immediato, che in apparenza soddisfa gli interessi del momento. Le incidenze lontane di quello stesso fatto si scorgeranno solo più tardi». (52)
Male morale, quindi, all’inizio e alla fune dell’ideologia parlamentaristica; male come cominciamento dell’istituzione, mediante l’illusione della rappresentanza elettiva indifferenziata; male come fine, per la pratica, non eliniinabile, duplice, irresponsabilità dell’elettore e dell’eletto nei confronti degli interessi permanenti e generali non solo della comunità esistente, ma di ogni comunità a venire, della nazione cioè vista come organismo radicato nel passato e proiettato in un futuro di secoli e millenni.

Gianantonio Valli

 

 

(1) cfr. CHABOD F., op. cit., p.437 e 589
(2) Per la questione meridionale vedi l’equilibrato THAYER J.A., L’italia e la Grande Guerra. Politica e cultura dal 1870 al 1915, due volI., Vallecchi, 1973, pp. 255-282; VALERI N., La lotta politica in italia dall’Unità al 1925, Le Monnier, 1966, pp. 19-58; il marxisteggiaflte VILLARI R. (a cura di -), il sud nella storia d’italia. Antologia della questione meridionale, Laterza, 1961 e, per un aspetto luitato ma significativo di essa, RENDA F., i fasci siciliani, 1892-94, Einaudi, 1977. Una panoramica di ampio respiro che lacera i luoghi comuni dell’intellighentzia illuminista dei professionisti radical-progressisti del meridionalismo, in FERGOLA G., il mezzogiorno problema nazionale, I.R.S.E., Via Genova 24, Roma, 1976.
(3) cfr. BOLLATI G., op. cit., p. 58
(4) cfr. CONTARINO R., MONASTRA R.M., Carducci e il tramonto del classicismo, Laterza, 1978, p. 109
(5) cfr. CHABOD F., op. cit., p.614
(6) Vedi ad es. TIJLLIO-ALTAN C., La nostra italia, Feltrinelli, 1986, pp. 76-85 e 105-
(7) cfr.VALERIN., op. cit., p. 141 e 144
(8) Le prime due espressioni sono di Carducci, le altre due di Pietro Sbarbaro, per la curio¬sa e tragica vicenda del quale rimandiamo ad ALFASSIO GRIMALDI U., il re «buono», Feltrinelll, 1973, pp. 238-244 e a TURONE 5., Corrotti e corruttori dall’Unità d’italia alla P2, Laterza, 1984, pp. 1-7. È forse superfluo rammentare al lettore attento che di fronte alle suddette espressioni, la mussoliniana «aula sorda e grigia» potrebbe costituire non solo una pallida eco, ma addirittura un motto benevolo ed elogiativo dell’assemblea parlamentare.
(9) cfr. BOLLATI G., op. cit., p. XIV.
(10) cfr. SETON WATSON H., op. cit., p. 109.
(11) cfr.VALERIN., op. cit.,p. 170.
(12) Vedi LUZIO A., La Massoneria e il Risorgimento italiano, due voll., Zanichelli, 1925 (rist. anastatica presso Forni, Bologna); ESPOSITO R.F., La Massoneria e l’italia. Dal 1800 ai nostri giorni, Edizioni Paoline, 1979; MOLA A.A., Storia della Massoneria italiana dall’Unità alla Repub¬blica, Bompiani, 1976.
(13) Gli elettori italiani, che nel 1861, col sistema della vecchia legge elettorale del 1846 del suffragio ristretto (fondato sul censo di lire 40 e sul possesso di un documento segnalante capacità intellettuale o professionale) erano appena 418.696, cioè 1,92 su cento abitanti) e che alla fine di quel regime, nel 1879, erano cresciuti a 621.896, cioè a 2,15 su cento abitanti, salgono col nuovo sistema della riforma del 1882 a 2.144.195 (7,41 su cento abitanti) e nel 1892 a 2.934.442, cioè a 9, 67 elettori su cento abitanti. Non contando le donne e i minori di ventun’anni, gli elettori sono, a quest’epoca, quasi il quaranta per cento della cittadinanza possibile. Quanto ai votanti, nel 1861 essi assommano al 57,22% degli elettori; nel 1879 al 59,44; nel 1882 al 60,65; nel 1892 al 55,86%.
(14) cfr. L’eccellente QUILICI N., Fine di secolo: Banca Romana, Mondadori, 1935, p. 28, vera miniera di informazioni sull’Italia postrisorgimentale studiata in chiave di critica costruttiva da parte di un intellettuale della nuova Italia fascista (sull’essenza del trasformismo vedi le pp. 255-258).
(15) Ibidem, p. 29. Anche Mosca avrebbe rilevato (vedi Scritti politici - Voi lì: Teorica dei governi e governo parlamentare, IJTET, 1982, p. 532) il predominio dci nuovi ceti capitalistici nel sistema demoliberale: «il parlamentarismo, il voto politico alle masse, ecco ciò che si è saputo fare per attuare il così detto principio d’uguaglianza; ma così non si è data che un’altra arma alla ricchezza, e non si dà buon gioco che all’intrigo, il merito vero, le persone realmente superiori che nascono tra la plebe sono tra lefla di essa lasciate; e diventano elementi di disordine quelli che,meritatamente apprezzati, situati al posto dove dovevano stare, sarebbero riusciti i migliori sostegni dell’ordine, avrebbero fatto parte delle forze intellettuali e morali più vive ed energiche di cui dispone il paese».
(16) cfr. VALERI N., op. cit.,p. 148
(17) cfr. MOSCA G., op. cit.,p. 489.
(18) ibidem p.203.
(19) ibidem, pag. 226-227. Nei tempi moderni è in grande auge la seconda fonnula politica citata, quella «democratica», «la quale si fonda su principi puramente razionali è vero, ma dei quali niente è più facile che qualcheduno non sia giusto, eppure non ne vediamo mai nessuno messo seriamente in discussione; che anzi tutti sono ammessi come verità sacrosante. il che prova che si può, in tutto o in parte, abdicare alla propria ragione, anche quando non si crede in nulla di soprannaturale». (p.229).
(20) ibidem.p.478.
(21) (21) ibidem.,p.476.
(22) ibidem. p. 484. «Naturalmente nessuno vuole il male per il male, ed in generale come aspirazione astratta tutti desiderano anzi che lo Stato prosperi e che l’azione del governo sia onesta e corretta; ma poi in particolare e nel caso pratico, ognuno non pensa che al suo privato vantaggio, cioè a strappare alle pubbliche amministrazioni quante maggiori utilità gli è possibile, e a contribuire quanto meno può riguardo ai carichi e agli oneri” (p. 481).
(23) ibidem,p.483.
(24) ibidem,p.486.
(25) ibidem,pp. 488-489.
(26) ibidem., pp. 500-501. La storia successiva ha mostrato sia le vicende del partito unico sia, al nostri giorni specialmente, quelle di uria moltitudine di partiti che sono riusciti ad assumere il ruolo egemone nella gestione della cosa pubblica esautorando nelle sue funzioni istituzionali perfino lo Stato. Solo al nostri giorni possiamo toccare infatti con mano le conseguenze devastanti dell’azione di quei partiti - auspicati in tempo quale rimedio alla palude del parlamentarismo liberale e rigidamente sottoposti al ferreo controllo dei capi - i quali pongono ignobili, ricattatone limitazioni non solo alla libertà di opinione, ma alle stesse coscienze dei parlamentari (teoricamente responsabill non nei confronti dei propri elettori e tantomeno delle macchine partitiche, ma dell’intera comunità nazionale). Divenuto stato nello Stato, tiranno senza volto, il partito moderno democratico ha aggravato e posto nella luce più cruda e più vera i difetti del sistema demoparlamentare, pro-muovendo una guerra per bande e sottobande (o «correnti») e ingigantendo l’arroganza del potere, che non è più potere statale e pubblico, in qualche modo responsabile e controllabile, bensì quello di consorterie camorristiche private, tra l’altro neppure riconosciute e disciplinate giuridicamente, talchè più che di «democrazia parlamentare» si dovrebbe con maggiore proprietà parlare di «partitocrazia» (ovviamente basata sempre sul naturale affermarsi dei postulati democratici). Espropriato il parlamento, il potere risiede oggi nelle segreterie e negli apparati di partito, ove tutte le nomine pubbliche sono di fatto decise (e addirittura con impudenza rivendicate e legittimate). L’investitura democratica è quindi oggi di fatto quella incarnata nei partiti e non negli organi politici istituzionalmente deputati (ministeri, presidenza del Consiglio, amministrazioni statali etc.), ma con ciò viene teorizzata e praticata la fine della neutralità delle procedure dell’imparzialità ddll’anuninistrazione pubblica attraverso le pratiche della «lottizzazione», introducendo così nei rapporti tra amministratore e cittadino il criterio dell’amico-nemico, prodromo di guerra civile, con la discriminazione dei cittadini in base alle loro opimoni e alla loro adesione o meno a questo o a quel partito temporanea¬mente egemone. Difetti quindi addirittura centuplicati rispetto a cento anni or sono. Vedi, fra i molti, BETTINELLI E., All’origine della democrazia dei partiti, Edizioni di Comunità, 1982; ALFASSIO GRIMALDI U., LANCHESTER F., Principi senza scettro. Storia dei partiti politici italiani Su¬garco, 1978; VENDEtTI R., il manuale Cencelli. il prontuario della lottizzazione democristiana, Editori Riuniti, 1981; FINALDI G., TOSTI M., Guida ai misteri e ai piaceri della politica, Sugarco, 1974; GENTILE P., Polemica contro il mio tempo e Democrazie mafose, Volpe, rispettivamente 1965 e 1968.
(27) Ad esempio le affermazioni «le istituzioni sono buone, ma gli uomini le rendono catti¬ve», o ancora «la libertà è rimedio a se stessa». A proposito del quale ultimo dogma, Mosca scrive: «infine occorre anche frequentemente sentire o leggere che la libertà è rimedio a se stessa; il quale
(28) pp. 536-537. Tale posizione, di netto stampo vichiano, convalidata poi dalla storia, co¬stituisce la più dura smentita della stolida concezione che il liberale Croce avrà del fascismo, visto come «salto nel buio», «parentesi (im)morale», «calata degli Hyksos» su di un’Italia in costante ascesa verso gli ideali di libertà, democrazia, giustizia (etc.), portati dal liberalismo europeo del secolo XIX (a tal punto stolida, tale concezione, che perfino il rozzo determinismo/materialismo marxista appare al suo confronto operazione geniale, articolata, acuta, dotata di capacità esplicativa del divenire umano - il che è tutto dire!). «Se un uomo solo qualche volta può, con un atto della sua volontà, esercitare un’azione che si faccia sentire in tutta la sua ampiezza di uno di questi stati, ciò accade, perché si trova in una posizione dalla quale può dare l’impulso a tutta una macchina governativa vastissima e complicata; ma questa macchina non la compone lui sibbene è un’organizzazione umana i cui elementi sono determinati da un complesso di fattori storici e sociali che un uomo solo non può né creare né profondamente modificare». (pp. 205-206).
(29) pp. 493-4.
(30) Senza contraddizione (perchè, nella pratica quotidiana, dal sistema demoliberale il Mosca non sarebbe in realtà mai uscito), anche se pur sempre pervaso da un amaro scetticismo nei confronti delle istituzioni rappresentative demoparlamentari (per cui resta impossibile e ridicolo il suo recupero da parte dei volonterosi chiosatori democratici/liberali, come il curatore dell edizione IJTET delie Opere), lo studioso, già revisore dei resoconti parlamentari presso la Camera e segretario dell’onorevole di Rudini (presidente del Consiglio), sarà eletto deputato nel 1909 e rieletto nel 1913, coprendo successivamente importanti cariche di governo, nonchè nominato senatore nel 1919. Si sarebbe poi accostato a Croce nell’opposizione al nuovo governo fascista, opposizione du¬rata fino alla morte, avvenuta nel 1941, quando il mondo tardo ottocentesco della sua formazione era ormai lontano anni luce dalla realtà della nuova storia.
A conclusione della sua opera ultima di maggior rilievo, gli Elementi di scienza politica, avrebbe fatto propri quei luoghi comuni che aveva quarant’anni innanzi, cos’i aspramente rigettato. Avrebbe così scritto, da buon liberale conservatore, contro le nuove, attivistiche forze del fascismo orgoglioso del 1922: «Di fronte alle tendenze - oggi moltiplicantisi - verso una dittatura di gruppi piccoli volitivi pià o meno irresponsabili ma turbolenti di persone non esperte politicamente, è opportuno elevare una voce ammonitrice ... La guerra ha scosso, come tutte le altre istituzioni storiche, anche le fondamenta della vita costituzionale, ed ha scosso la fede dei popoli nella stessa democrazia. Ciò che in precedenza aveva condotto alla cieca approvazione, conduce oggi alla critica accecata dall’ira. L’abbandono del fondamento democratico equivarrebbe ad un salto nel buio».
(31) cfr. CERBONE C. (a cura di -), L’antiparlamentarismo italiano (1870-1919), Volpe, l972,p.2l.
(32) cfr. HUGHES H.S., op. cit.. Ai critici ottocenteschi del sistema demoliberale e delle ideologie connesse, seguono gli uomini della «generazione del 1914» (detta anche «del 1905»), venuti cioè in quegli anni nella piena maturazione intellettuale ed operativa, i quali portano alle logiche conseguenze, svincolati come sono da eventi ormai remoti e da compromissioni sentimentali, i giudizi e gli insegnamenti espressi dalla generazione precedente. Come scrive lo Hughes, p. 329: « Vivendo in uno stato pressoché costante di allarme, la nuova generazione era più impaziente di quella precedente. Essa rispettava la generazione dei padri, e in questo si allontanava dall’immagine convenzionale delle giovani generazioni; ma aspirava a qualcosa dì pìu fermo e dì pìu dogmatico di quel che i suoi padri avevano fornito. Ammirava le scoperte che questi avevano compiuto ma le intendeva in maniera più rozza. Mentre gli scrittori di fine secolo si erano limitati a mettere in discussione le possibilita della ragione, i giovani del 1905 divennero degli aperti irrazionalisti o perfino degli antirazionalistri>. Per un ulteriore approfondimento, cfr. WOHL R., La generazione del 1914, Jaca Book, 1984.
(33) Mosca G., op. cit., pp. 509-510.Nell’ottobre 1893 sarebbe uscito sulla Nuova Antologia l’articolo di Pasquale Villari intitolato «Dove andiamo?» in cui, nauseato dalla conclusione dell’affaire Banca Romana, lo studioso prospetta profeticamente sviluppi e soluzioni che avrebbero preso vita trent’anni più tardi. Dopo avere paragonato Giolitti a Robert Watpole (con tutto il vantaggio per il grande corruttore inglese del Settecento), egli rileva tuttavia che la colpa dellavvilente stato di cose non è tanto di un uomo, quanto del regime borghese/demoparlamentare degli ultimi decenni. La borghesia italiana si è rivelata impari al compito assunti nel risorgimento: «..presso di noi le moltitudini, massime quelle delle campagne, parteciparono assai poco alla rivoluzione, e punto alla vita politica. Tutto Iii opera della borghesia, che divenne quindi padrona di ogni cosa. E la storia di altri popoli c ‘insegna quali sono i pericoli, cui si va incontro ogni volta che la societtì intera è abbandonata in balia di un solo ordine sociale, massime se questo è la borghesia. Il Governo prende allora assai facilmente l’aspetto di una consorteria, di una Camorra, che sfrutti il paese a beneficio dei suoi propri associatm. In ogni caso, ora è la prima volta che le istituzioni, da che esiste il Regno d’Italia, vengono apertamente messe in discussione. Ma occorre avere fede nella vita e lottare, poichè la volontà è il principio attivo della vita, per gli individui come per gli stati. Occorre ritrovare l’unità morale stringendosi intorno alla monarchia, «chiamandola, ora che i supremi doveri si impongono a noi tutti, ad assumere di nuovo la sua storica importanza». Solo essa, che si trova e che deve restare fuori e al di sopra dei partiti, può riunire gli italiani per una iniziativa, una «azione comune, concorde di tutti». Superare la politica dei politicanti, vedere più lontano - solo questa è la salvezza: «Intanto è bene che il grido d’allarme, giù cominciato, risuoni e si ripeta dovunque, che ognuno compia il suo dovere, senza aspettare che altri lo compia per lui; che gli onesti escano dalle loro inazione, e si faccia capire al paese che la presente situazione non è per se stessa disperata; ma che la nostra indolenza, questo nostro eterno stare a guardare, come si trattasse di altri; le nostre divisioni, i nostri rancori l’hanno veramente ridotta a questione di essere o non essere. La concordia, l’abnegazione, e la virtù fecero l’italia. Esse solo possono salva rla». cfr. QUILICI N., op. cit., pp. 603-605.
(34) cfr. QUILICI N., op. cit.,p. 684.
(35) Ibidem,pp. 120-125.
(36) cfr. CERBONE C., op. cit., pp. 49 e 54-55. Perfino l’autoritario Crispi si sarebbe rifatto, nella foga di una replica nel corso dell’affaire Banca Romana, alla «santità» del modello inglese: «Non è corretto portare ala Camera opinioni e fatti manifestati da un deputato fuori di quest’aula. In Inghilterra questo non si permetterebbe (mormorio) - Non comprendo perché il ricordo dell’Inghilterra vi faccia un’impressione anormale; è la che noi dobbiamo apprendere […] che noi dobbiamo cercare gli esempi, se vogliamo che l’Italia abbia un regime parlamentare qua e e dovuto ad un paese libero (bene!)». cfr. QIJILICI N. op. cit., p. 242.
(37) cfr. I fondamenti del corporativismo, in Rivista di Studi Corporativi», Via Genova 24, Roma, n0 3/6, 1978.
(38) cfr. CERBONE C., op. cit., p. 56. Le «nuove forme» sono ovviamente quelle sindacali e partitiche. Evidentemente i legami umani e sociali creati dal corpi intermedi, come ad esempio le corporazioni, le libere associazioni tra i cittadini, le connessioni organiche tra i contadini (braccianti, mezzadri o proprietari che siano), sono uno degli ostacoli principali all’instaurazione di una società atomizzata e proletarizzata, in cui il singolo sia lasciato solo di fronte al dettato di uno stato onnipotente, se ancora nel 1791 la Grande Rivoluzione (e qui il liberalismo democratico fa i primi passi concreti verso le concezioni sociali del comunismo) si è fatta premura di abolirle con la legge Le Chapelier.
Mentre per i Convenzionali del 1789 la società ideale è figurata essere una democrazia di piccoli e medi produttori, coltivatori diretti, fittavoli, maestri artigiani, manufatturieri e mercanti, il risultato pratico dell’abolizione delle istituzioni corporative lascia questi gruppi e individui alla mercè della concorrenza spietata in cui ha fatalmente la meglio il meno scrupoloso e il più forte, e in ogni caso chi detenga il potere finanziario, «con l’esito finale dell’oligarchia dei ricchi e del pauperismo della maggioranza». Per quanto concerne il lavoro urbano, mentre il 2 marzo un decreto sopprime i corpi e le comunità, il 14 giugno viene vietata qualsiasi associazione professionale-padronale o opemia che sia - (per inciso, i provvedimenti legislativi promulgati dai rivoluzionari in sei anni, dal 1789 al 1795, ammontano a oltre undicimila, sintomo rivelatore, oltre che della logorrea delle istituzioni parlamentaristiche, della volontà di seppellire usi e costumanze secolari sotto un’esorbitante moltitudine di nuove disposizioni al fine di creare un Mondo Veramente Rigenerato).
Come è stato rilevato in FURET F., RICHET D., op. cit., p. 142: «Rigidamente fedele allo schema liberale, la legge Le Chapelier esclude il sindacalismo dalla vita sociale, estendendo l’imperialismo del contratto borghese al mondo del lavoro. Ed è un segno dei tempi che a sinistra della Costituente nessuno si levi a difendere il diritto dei salariati a coalizzarsi».
Solo nel 1884 i sindacati operai potranno ricevere in Francia veste legale, dandosi subito a quell’attivo proselitismo che avrebbe fatto intravvedere otto anni dopo al cattolico La Tour Du Pin la prossima formazione di «corporazioni democratiche», e dire nel 1909 a Georges Valois, futuro fondatore del Faisceau, che «la democrazia vuole una nazione composta di individui [atomizzati], il sindacalismo costruisce dei corpi della nazione» (cfr. STERNHELL Z., op. cit., p. 67).
(39) cfr. CERBONE C., op. cit., p. 58. «Fuorché in Germania»: perchè, nonostante il forte peso che il parlamento tedesco ha nell’approvazione delle leggi presentate dal governo (basti il riscontro delle Leggi Navali, per cui rimandiamo a STEINBERG J., op. cit), quest’ultimo non è responsabile dinanzi ad esso, ma dinnanzi all’imperatore, distinguendosi in ciò dal regimi parlamentari strictu sensu che imperversano nel resto d’Europa.
(40) cfr. QUILICI N., op. cit., pp. 127-128.
(41) Ibidem, p. 128. La netta posizione anti-sistema del Bonghi, arrivato a rimproverare pubblicamente re Umberto per avere accondisceso alla nomina a senatore di Bernardo Tanlongo (il Fratello massone «sor Bernardo», ex fattore di campagna semi-analfabeta divenuto nel 1881 governatore della Banca Romana e implicato con Giolitti e con altri centocinquanta deputati - su cinquecento - nello scandalo), nonchè ad insultare Giolitti («un tal dei tali che nei principii nessuno sapeva chi fosse»), costa al focoso uomo politico un deferimento al Consiglio di Stato, il quale finisce tuttavia per emettere un elusivo verdetto di non colpevolezza. cfr. ALFASSIO GRIMALDI U., op. cit., pp. 272-276.
(42) cfr. CERBONE C., op. cit., p. 59. La citazione è tratta dall’Amleto, atto 1°, scena V: «il mondo è fuor dei cardini» (o: «I tempi sono scombinati»).
(43) Ibidem,p.59.
(44) Per la genealogia corporativa prefascista cfr. RAUTI P., SERMONTI R., Storia del fascismo, voi. I°’, Centro Editoriale Nazionale, pp. 205-306.
(45) cfr. MANGONI L., Una crisi fine secolo. La cultura italiana e la Francia fra Otto e Novecento, Einaudi, 1985, p. 28.
(46) Ibidem, pp. 52 e 53. Per la traduzione italiana de Il suicidio, vedi l’edizione UTET, 1969.
(47) cfr. Durkheim in SOREL G., Scritti politici e filosofici Einaudi, 1975, p. 219. Per l’impatto della «modernità» sulla psiche umana cfr. BERMAN M., L’esperienza della moderni-al, il Mulino, 1985. A proposito della tematica dell’integrazione societaria, ricordiamo poi la pregevole ricerca di Massimo Fini, La Ragione aveva Torto?, Camunia, 1985, che riprende alcuni aspetti della riflessione durkheimiana, rilevando peraltro l’inconsistenza della massima parte delle tesi illunnnistiche sulla «superiorità» della società contemporanea rispetto a quelle tipo ancien régime. Spinto libero, ancora alla ricerca di una più precisa collocazione culturale dopo le esperienze paramarxiste e libertarie del Sessantotto, ricredutosi su molti degli pseudo-miti dell’illuminismo, il Fini è stato all’epoca violentemente attaccato, per l’indipendenza intellettuale così dimostrata, da un illustre maitre à penser del Sistema, quel Galli della Loggia che, pur sfoggiando una certa quale autono¬mia critica nei coafronti del Sistema stesso, si è accorto che, a voler essere fino in fondo coerenti con le premesse abbozzate, non resta che compiere l’ultimo, liberatorio salto intellettuale che porta di necessità fuori dall’ideologia del Sistema e, perciò stesso, in attiva e concreta opposizione ad esso, in attiva e concreta ricerca e rivalutazione di alternative culturali e morali.
(48) cfr. MANGONI L.,, op. cit., pp. 53 e 56.
(49) ibidem,pp. 160-161.
(50) ibidem, pp. 161-162. Il riferimento è, per Sighele, a La folla delinquente (1891), riedito da Marsilio, 1985; a Contro Il parlamentarismo. Saggio di psicologia collettiva (1895); a Il parlamento e la psicologia collettiva, in L’intelligenza della folla, Bocca, 1931.
Per Le Bon, soprattutto a Psicologia delle folle (1895), ed. it. Longanesi, 1980, specie pp. 228-251 e all’eccellente Psicologia politica (1910-11), Ciarrapico, 1984.
(51) cfr. VALERI N., op. cit., p. 248 (il testo integrale di Torniamo allo Statuto è pubblicato alle pp. 247-265). Uscito sulla Nuova Antologia del 10 gennaio 1897, l’articolo propugna l’abbandono del sistema parlamentare e la trasformazione delle istituzioni demoliberali in un cancellierato di tipo tedesco, incitando il re a riassumere quelle funzioni previste nello Statuto albertino e che già Cavour aveva distorto nel senso di relegare la Corona a un ruolo di mero simbolo, accentuando invece le prerogative della Camera dei deputati. Per un’analisi dello scritto e delle reazioni ad esso seguite, cfr. ALFASSIO GRIMALDI U., op. cit., pp. 388-392.
(52) cfr. LE BON G., Psicologia politica, cit.,p. 76.

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