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La democrazia soffoca la libertà

Parlare oggi delle elezioni di giugno sembra già inutile, argomento di scarso interesse. Tanto più che anche mass-media e pubblica opinione a sole ventiquattr'ore dalla comunicazione dei risultati elettorali avevano già smesso di occuparsene, per rivolgere compatti i propri interessi verso altri avvenimenti quali i campionati di calcio europei.

Riteniamo invece utili alcune considerazioni sull'argomento, non tanto per stabilire chi ha vinto e chi ha perso (questo sì di nessun interesse, perché in democrazia sempre prevedibile), ma per spiegare il significato dell'abulia che circonda sempre più ogni consultazione elettorale.

Una domanda si pone anzitutto: come si spiega che è sempre più raro trovare qualche cittadino disposto ad affermare: “ questi partiti, questo sistema, questo modo di governare a me stanno bene ” oppure “ mi sento rappresentato dai politici di oggi, mi sento partecipe della vita pubblica”, e che ogni scadenza elettorale ci mostra una distribuzione dei voti pressoché stazionaria e, tutt'al più, le tendenze e le indicazioni popolari si devono interpretare sugli scarti dei decimali delle percentuali o su qualche seggio che si sposta da un partito al partito “vicino”?

Evidentemente c'è qualcosa che non funziona. Se i partiti effettivamente sono gli strumenti della rappresentanza e le elezioni democratiche la dinamica della partecipazione dei cittadini, come spiegare i comizi vuoti, il disinteresse

totale e, soprattutto, l'enorme contrasto esistente tra malcontento diffuso e pun­tuale riconferma dei governanti al potere? Come spiegare che l'unica tendenza elettorale lentamente crescente, ma decisa e chiara, è rappresentata dall'asten­sionismo, dalle schede bianche, da quelle annullate?

Evidentemente il cittadino, succube del sistema democratico, è costretto ad accettare la logica delle clientele e la suggestione delle paure ricattatorie, per cui ormai i voti che i partiti chiedono sono ridotti a due tipologie: il “voto clientelare” e il “voto-contro”.

Il “voto clientelare” è diffuso e, potremmo dire, logico in un sistema fon­dato sulle fazioni istituzionalizzate, tende perciò alla conservazione dei privilegi del potere o alla lotta per la loro acquisizione, ad esclusivo uso e consumo del proprio “casato” politico.

Il “voto-contro” raggiunge e condiziona il cittadino laddove l'interesse clientelare non può incidere con sicura efficacia. I partiti di governo chiedono un voto di conferma diffondendo la paura per le conseguenze di una eventuale conquista del potere da parte dei comunisti. I comunisti chiedono il voto per abbattere lo strapotere del partito di maggioranza relativa.

Avviene così che il voto non viene dato, né tantomeno chiesto, come con­senso ad una linea politica, ad un programma, bensì, puntualmente, contro la fazione avversaria.

Si tratta di un gioco delle parti, ormai monotono e stomachevole, tenuto in vita da tutti i partiti (nessuno escluso) a dispetto della realtà sociale e contro gli interessi della Nazione. Un gioco delle parti che vede tutte le fazioni solidali in difesa della cittadella democratica, sempre più contrapposta alla società reale, ai suoi interessi, alle sue istanze.

Avviene così che, mentre si conferma la stabilità delle forze operanti all'in­terno del sistema, il distacco tra partiti e cittadino diviene incolmabile e l'uomo vede mortificata ed impedita ogni possibilità di partecipazione.

Cos'è la partecipazione?

Per partecipazione noi intendiamo l'anelito dell'individuo a contribuire, realmente, al determinarsi della vita politica e sociale globalmente intesa. Par­tecipazione è diritto-dovere. Diritto di vedere considerato il proprio apporto differenziato e qualificato. Dovere di contribuire alla costruzione della società, di rispettarne quelle leggi che risultino emanazione di effettiva partecipazione ed apporti competenti e qualificati. Partecipazione è solidarismo, ricomposizio­ne delle divisioni, costruzione comune, volitiva, responsabile. Partecipazione è sentirsi parte attiva di una società, riconoscersi nei suoi valori, rispettarne i superiori interessi nazionali, sintetizzatori e capaci di tutelare ed ingigantire il reale e globale interesse dell'uomo.

È evidente come tutto questo rappresenti l'esatta antitesi della cosiddetta “delega” democratica. Una delega che mortifica l'individuo, considerandolo massa e non lo valorizza col qualificarne gli apporti in base alle reali capacità. Una delega teorica, generica, non controllabile. Una cambiale in bianco che il cittadino deve firmare alla banca della teoria dei partiti, dovendone pagare, in realtà, gli interessi che si fanno sempre più pesanti.

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Ligi alla “logica” delle maggioranze, per cui cinquantun persone hanno ragione e quarantanove torto, i democratici sottopongono all'ottica deformante delle ideologie e alla tutela particolaristica dei propri interessi, ogni decisione, ogni programma, ogni verità.

Un esempio per tutti. Il caso Cossiga-Donat Cattin, portato in commissione inquirente, rappresentava un vero e proprio caso giudiziario. Non si chiedeva cioè se Cossiga fosse buon politico e governante o meno; si chiedeva di giudica­re, sulla base di testimonianze e indagini, se avesse fatto o no una determinata cosa, fosse colpevole o meno cioè di favoreggiamento verso un terrorista.

I parlamentari che si sono pronunciati per l'innocenza sono stati, guarda caso, i rappresentanti dei partiti di governo; quelli che si sono espressi per la colpevolezza, appartenenti ai partiti di opposizione, e la verità è stata “accerta­ta” in base al numero!

L'enormità e l'assurdo del caso sono talmente evidenti da rendere inutile ogni ulteriore commento.

È possibile cercare di ottenere la verità, non solo nel caso da noi portato ad esempio, davvero ben misera cosa, ma, in tutta la vita della società, permanen­do questo sistema politico? E non seguono il destino della verità, forse, anche i concetti di giustizia, di competenza, di responsabilità? Il sistema democratico, alla prova dei fatti, non si dimostra forse un autentico insulto all'intelligenza umana?

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Ma, si dice, in democrazia si è liberi di parlare, di scrivere, di esprimere il proprio dissenso. Certamente, finché dissentire rappresenta un tentativo isolato, inefficace o strumentalizzabile. Quando assume diffusione ed organizzazione, di qualsiasi colore sia tinto, diviene, per il sistema, sovversione, attività antidemo­cratica punibile penalmente. Avviene così che la magistratura assume il ruolo di tribunale speciale di regime e le carceri italiane non hanno mai visto come oggi tanti detenuti politici condannati per reati di opinione; neanche in periodo di dittatura.

Se si vuol dissentire dai partiti di governo, si dice, ci sono i partiti di oppo­sizione. Ma se si dissente da tutto il sistema, per quello che è, per come è concepito, per dove ci ha portato, come si può aderire ad un partito politico che, per il solo fatto di essere tale, rappresenta una chiara accettazione di meto­do e di ideologia democratici?

Chi o cosa, in effetti, in questo sistema, tutela l'opinione e la possibilità di esprimersi di chi sostanzialmente e globalmente dissente?

Il regime democratico, che si picca di possedere il brevetto della libertà, non ci lascia liberi solo di essere democratici? Forse il regime sovietico non lascia i russi liberi di essere comunisti? O il regime fascista non lasciava liberi di essere fascisti?

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Esiste un'equazione nella vita dell'uomo che il sistema democratico non è riuscito o non ha voluto risolvere. La libertà che si concreta nella partecipazione qualificata e responsabile; la giustizia nella ricerca della verità e dell'interesse nazionale.

La democrazia soffoca la libertà e, con essa, la partecipazione, la giustizia, l'intelligenza, la verità.

È a questa affermazione, oggi così scomoda ed inusitata, cui si deve necessa­riamente arrivare per poter porre, realmente, le basi di un discorso alternativo e costruttivo.

È da questa affermazione che si deve partire per poter individuare i grandi errori ed inganni che hanno condotto alla crisi dell'uomo, che stiamo vivendo.

Si tratta di un lavoro difficile. Occorre affrontare spregiudicatamente ar­gomenti cui la propaganda democratica ha disabituato.

La tecnica del sistema dei partiti, sinora risultata peraltro efficace, è quella di dare in pasto alla pubblica opinione le disfunzioni sociali, gli errori di gover­no, le contraddizioni di regime, qualche scandalo, con interventi repentini e saltuari, senza mai giungere alle effettive cause o lasciare tempo e spazio per il loro effettivo superamento, ma parlandone, così da circondare la propria reale dittatura di una parvenza di libertà formale. È , da parte del sistema, come il gioco del mariuolo che attira l'attenzione del malcapitato con una affabile cor­tesia per potergli, più comodamente, rubare il portafoglio.

Il cittadino assapora queste mezze verità, questi pettegolezzi di palazzo, con il gusto che ha un morso dato alla mela rubata dalla pianta, con la paura di essere sorpreso dal contadino.

Occorre arrivare alle cause di quanto accade e di ciò che soffriamo, indivi­duarne i responsabili effettivi, gettare le basi di costruzioni alternative, libere, reali, superando il timore della possibile incomprensione.

Occorre avere fiducia che, proprio in questo tempo di crisi, possono (anzi debbono) manifestarsi selezioni di avanguardie capaci di interpretare la società reale, il cui impegno potrà determinare e qualificare più vaste, crescenti sele­zioni di apporti culturali, politici, sociali, costruttori delle necessarie realtà al­ternative.

Si tratta di un lavoro difficile, ma che riteniamo necessario e che, pubbli­cando questa rivista, abbiamo cominciato a fare.

Non deve essere questo il tempo delle paure e dei fatalismi, ma il tempo del coraggio e delle idee.

Mario Consoli