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Piero Sella

Danni reali dell'utopia ugualitaria

La scelta sbagliata - Contro la selezione - Ideologia e scienza -Selezione e politica - La medicina – L'artificio antiselettivo - L'economia - La battaglia culturale

 

La scelta sbagliata

Il vivere di oggi si è “progressivamente” allontanato dalla natura; è riu­scito l'uomo ad intervenire su di essa modificandone gli equilibri, le reazioni predisposte dalle sue leggi; è riuscito con azioni sia pur indirette a portare in pratica a termine un'operazione di “ingegneria genetica”.

La modifica degli equilibri naturali sui quali piante ed animali non hanno possibilità di influire, è infatti purtroppo alla portata dell'uomo civilizzato, il quale non sa però regolare la direzione, il peso di questa influenza, in definitiva le conseguenze di essa: se la è fatta sfuggire di mano e paga perciò un pesante scotto, trasformando negativamente l'ambiente in cui vive e peggiorando con inesorabile gradualità la propria specie.

La vastità delle implicazioni pratiche conseguenti all'aver accettato lo stato di cose attuali, riesce, poiché tutti ne sono immersi, condizionati, non solo diffi­cilmente comprensibile, ma è addirittura raro l'avvedersene e ancor più il risa­lire alle cause.

L'accettare la realtà di oggi, il nuovo modello di vita che ci viene proposto, nell'acquiescenza del mondo della cultura e dell'intelligenza, ha assunto i toni dell'irreversibilità; a ciò ha contribuito il sopravvivere di idee ottocentesche, scientificamente superate, o per lo meno discutibili, che agiscono praticamente incontrastate, in quanto permeate al massimo grado possibile di demagogia po­pulistica e quindi utilitaristicamente gestite da politici ai quali tornano vantaggiose.

Tali idee, mosse inizialmente dal giusto desiderio di migliorare le condi­zioni di vita delle masse, si sono spinte sulla strada del progresso senza adeguate previsioni e controlli scientifici, senza una sicura guida politica e morale, es­sendo, anzi, cadute preda, diventate strumento, della manipolazione del con­senso e della partecipazione.

Per chi ha il coraggio di porre a confronto intenzioni e risultati, il bilancio appare infatti subito sconfortante; il progresso, se si osservano le cose non dal punto di vista della tecnologia, ma ponendo, come sarebbe esatto, l'uomo al centro di ogni cosa, si è comportato come un razzo interplanetario mal proget­tato: ad un certo punto fatalmente la gravità lo richiama e ripiomba sulla testa di chi lo ha lanciato.

L'essere portati a rendere ogni cosa più comoda e più facile, come se le barriere naturali, le difficoltà poste dalla natura, fossero il capriccio di una cat­tiva divinità che intendeva, attraverso di esse, mettere alla prova la nostra intel­ligenza, ha provocato guasti imprevisti e incalcolabili.

Non si è compreso come malattie, difficoltà di ogni genere, fossero in realtà prove da superare, sbarramenti posti dalla natura per impedire che “geni” non adeguatamente dotati, proseguissero nel cammino della vita balzando immeri­tatamente da una generazione all'altra con grave danno della specie.

Il non aver tenuto conto di quanto fosse valida la preparazione ottenuta sui “percorsi di guerra”predisposti dalla natura, averli elusi ed aver cercato di costruire una realtà sociale che fosse il più possibile un modello di “vita facili­tata”, ha prodotto guasti forse irrimediabili, in quanto non è certo agevole, la realtà di oggi lo dimostra, ripristinare l'equilibrio della natura e della specie, così profondamente turbato.

Demagogia di politicanti, interessati massificatori, ideologie egualitarie, hanno imposto all'uomo, nell'ultimo secolo, una marcia a passo accelerato dopo averlo privato della bussola che nei millenni precedenti lo aveva guidato.

È mancata una visione lungimirante che, al di là delle lusinghe immediate, riuscisse a valutare i pur prevedibili guasti che l'abbandono dei modelli di vita tradizionali, certo meno comodi, ma ampiamente collaudati, avrebbe provocato.

La biologia e la genetica in particolare, sono certamente scienze molto gio­vani, e le conseguenze degli sconvolgimenti storico-politici limitatamente pre­vedibili; resta tuttavia da ripetere che una maggiore prudenza ieri e una più critica attenzione oggi andavano posti in atto prima di accettare a scatola chiusa il mutamento di rotta suggerito ieri, oggi imposto all'umanità.

Non ci vuol molto a capire che gran parte dei problemi attuali derivano proprio da ciò, essendo pacifico che l'uomo, non drogato da un malinteso pro­gresso, avrebbe potuto, senza sorprese, proseguire il suo cammino nei secoli, protetto dal suo stesso agire equilibrato, dai rischi che oggi invece pesantemente lo minacciano. Rischi che lo riguardano sia individualmente sia come specie, distruggendo cioè nel singolo quell'insieme di sicurezze che ne rendevano ordi­nata l'esistenza e creando tutte le premesse negative per l'indebolimento della specie.

Né ci si venga a dire del resto che un mondo più attento ai valori della selezione, portato, quindi, ad accettare l'ordine insito in essa, un mondo meno affollato, meno assillato dai “diritti delle masse”, nel quale era sconosciuta la follia dello “spostarsi” oggi di moda, e nel quale perciò la gente era più radica­ta e lucida, meno elettrizzabile e condizionabile, un mondo più rispettoso dell'arte e della cultura, ricco di un patrimonio naturale intatto, fosse peggiore dell'attuale.

Gli sforzi dell'intelligenza e della creatività umana non andavano certo re­pressi, non siamo dei contemplativi, ma indirizzati verso obbiettivi compatibili con l'umano e con la realtà materiale del pianeta.

È alla portata di tutti constatare che realizzazioni scientifiche e mediche in particolare, di pur stupefacente acutezza, si ritorcono contro l'uomo e che la realtà energetica e di materie prime del pianeta non si adatta allo sviluppo economico attualmente auspicato.

Un solo dato a dimostrazione di quest'ultima affermazione. I fautori dello “sviluppo” a tutti i costi vorrebbero che tutto il mondo tendesse a somigliare giorno per giorno di più agli USA.

Ma la popolazione USA, il 5% del totale mondiale, brucia da sola ogni anno il 40% dell'energia consumata nel mondo.

Se tutti vivessero come loro, dove potrebbero essere reperite le risorse ne­cessarie per farlo?

E qui cade la panzana dei cosiddetti paesi in via di sviluppo, che mai, al­meno in senso consumistico, potranno svilupparsi.

Perciò il nuovo modello di sviluppo scelto è assurdo, non compatibile con la realtà in cui viviamo. In cosmologia sarebbe definito una “singolarità”: cioè un qualcosa di artificioso contro natura e contro le leggi fisiche; una costruzione il cui equilibrio, di conseguenza, è necessariamente instabile.

Contro la selezione.

La realizzazione, di questa realtà antiselettiva, se di realizzazione si può parlare circa qualcosa destinato a non poter durare, è stata consentita, ci siamo trovati in essa, solo attraverso un procedimento per assurdo.

Si è dato per scontato cioè che fosse possibile eliminare la forza della sele­zione o per lo meno imbrigliarla; o, ipotesi ancora più vicina al reale, fingere di non vedere il suo operare, rifiutando di prendere atto dei suoi frutti e delle conseguenze negative dell'averla compressa, dedicando anzi sforzi e risorse economiche a combatterla.

La selettività è oggi negata prima a livello ideologico-teorico e poi in ogni attività dell'esistere.

Vengono imposte in ogni campo scelte indirizzate a rendere uniforme, a impedire che la selezione operi, che si attui cioè l'ordine, inteso anche in senso gerarchico insito nelle cose della natura e nelle specie.

Da un'attenta considerazione della realtà appare subito come la selezione sia l'obbiettivo contro cui muove tutto un mondo politico e scientifico.

Un mondo che rifiuta qualsiasi forma aristocratica e che intende affidare le supreme scelte politiche al numero, alla massa e non ai migliori.

Basti pensare all'imbecillità dei referendum, coi quali si affida a masse in­colte, impreparate, non informate che per sentito dire, la decisione circa im­portantissimi problemi che potrebbero essere agevolmente risolti da un numero ristretto di esperti rappresentativi di una effettiva selezione. Essi potrebbero valutare ogni elemento necessario, comprese le conseguenze della decisione stessa, con rapidità, e senza grosse spese per lo Stato.

Non è difficile rendersi conto che, impostando invece in termini di massa il problema della rappresentanza e della partecipazione, i migliori siano destinati a non aver alcuna voce in capitolo.

Essi, i migliori, esistono anche in democrazia, ma se sinceri non possono che trovarsi in contrasto con la massa e venirne sommersi, se disposti a smali­ziate acrobazie, della massa debbono pur accettare umori e condizionamenti.

Nel governo della cosa pubblica, perciò, si formano classi politiche come quella che oggi ci affligge, i cui uomini, sono sì il meglio che può fornire l'uso di un cattivo strumento come quello della democrazia dei partiti, ma si tratta so­lamente di furbacchioni che nulla hanno a che vedere con una autentica aristo­crazia; per ottenere la quale, in qualsiasi campo, così nel pensiero, così nella cultura, nel lavoro, nella politica, è necessario accettare proprio quella autentica selezione dei valori, che è oggi malvista, che oggi è rifiutata dal mondo demo­cratico.

Mentre “i più” da nessuna selezione mai sono stati premiati, la “sottile” filosofia democratica cui si è giunti dopo millenni di speculazione nel campo del pensiero, si prefigge proprio questo obbiettivo; la sua essenza sta proprio nel dare ottusamente ragione ai più, senza dare di questo criterio alcuna motiva­zione razionale.

Ecco perché, ove dominano finezze intellettuali di tal calibro, cade in di­suso e addirittura in discredito il termine “aristocratico”, che si potrà tornare ad usare senza suscitare il sorriso, solo quando sarà ripristinato lo strumento di formazione di qualsiasi aristocrazia: la selezione.

Ideologia e scienza

Le idee democratiche, ugualitarie, marxiste e progressiste che dominarono la scena della seconda metà del secolo scorso, ebbero anche a condizionare pesantemente l'orientamento della ricerca scientifica, indirizzandone gli sforzi in steccati obbligati, in percorsi preordinati, determinati da forzature dogmati­che.

Ogni realtà viene condotta, con un'anestesia antiselettiva, verso l'obbietti­vo prescelto: la massificazione, da ottenersi attraverso l'ugualitarismo, inteso questo non già come eguali diritti e opportunità per tutti, ma da realizzarsi,

comunque nei risultati, attraverso l'appiattimento e l'inserimento di continui correttivi nella realtà per raggiungere i fini desiderati.

Ma questi trucchi da prestigiatore erano destinati a durare solo fino a che l'avanzare della scienza, sempre destinata a contraddirsi e superarsi, non fosse giunto a dimostrare l'infondatezza delle premesse, infondatezza che è destinata a trascinare nella soffitta delle mode smesse, anche le ideologie che avevano consigliato, spinto a dirigere la ricerca verso obbiettivi rivelatisi solo una fata morgana.

È vero infatti quanto ha detto Vintila Horia, lo scrittore romeno in esilio:

“La scienza di oggi segue la metodologia aperta, che presuppone un antidog­matismo continuo, è antideterminista, antipositivista, antimaterialista e in defi­nitiva antimarxista”.

Andrebbero perciò coerentemente spazzati via quei residui pseudoscienti­fici che, nati dal dogmatismo politico filosofico, tolgono libertà alla ricerca e cercano di colorare la verità di interessate connotazioni.

Si giungerebbe così ad un duplice positivo risultato; verrebbe ripulita e reinstradata la scienza e si toglierebbero gli ultimi pur traballanti puntelli scien­tifici a dottrine politiche che, all'impatto coi fatti della vita, mostrano tutte le loro debolezze.

Intendiamo cioè richiamare nuovamente l'attenzione sul fatto che, mentre determinate ideologie avevano dato vita a idee scientifiche, oggi assistiamo al fenomeno inverso; le idee scientifiche che da loro avevano tratto vita, con rico­noscenza filiale, forniscono a tali ideologie, un appiglio pseudoscientifico.

Vivono con esse in simbiosi, abbarbicate come l'edera, falsità con falsità, per poter sopravvivere.

Vanno visti in questo quadro, gli avvenimenti che condussero in Unione Sovietica alla persecuzione e alla morte gli scienziati genetisti, rei di sperimen­tazioni non in linea con le dottrine marxiste-leniniste; la sufficienza con la quale oggi vengono trattati gli antievoluzionisti, continuando a darsi per dimostrato ciò che non lo è affatto; il troncare il discorso, tacciandolo di razzismo, con chiunque rifiuti di orientare, secondo gli indirizzi politici dominanti, le proprie ricerche nel campo dell'etnologia.

Si cerca in sostanza, con chiaro disegno liberticida, di emarginare con ogni mezzo coloro che con il loro libero operare scientifico hanno la possibilità di interferire con l'ufficialità dell'accertato, creando così scompiglio in quei punti fermi della vecchia scienza, il cui contenuto, così com'è, è ottimale affinché certe situazioni di potere e le loro premesse ideologiche non vengano distur­bate.

Selezione e politica

Esamineremo a fondo quanto l'antiselettività condizioni la vita pratica dell'uomo, togliendo al nostro discorso ogni carattere di vuoto filosofare.

Vogliamo prima soffermarci un attimo però sul perché un discorso come il nostro appaia su una rivista politica.

La politica è la scienza del governo delle nazioni ed in essa non è tollera­bile, non è concepibile il considerare eventi della vita dell'uomo che procedano autonomi, slegati da una visione totale. Il politico serio, dovrebbe tenere sulla scrivania ben in evidenza il fermacarte di quel presidente americano su cui era scritto “the buck stops here”, “lo scaricabarile finisce qui”.

Invece oggi accade che i politici levino gli occhi al cielo rassegnati, come se fosse loro impossibile incidere significativamente sulla realtà, e diano la colpa di quel che accade, di volta in volta ai medici, agli scienziati, agli industriali.

Tutte queste categorie di persone, fanno il loro mestiere; sta al politico il costringerli a farlo al servizio della società e non a suo danno, ed è proprio da ciò che si può vedere se il politico è un uomo libero, o se è al servizio di clientele e gruppi economici.

Ne consegue che quanto oggetto delle nostre considerazioni, non è sterile lamentela, ma, ad ognuna delle osservazioni negative sopra la realtà presa in considerazione, riteniamo possibile far seguire interventi politici volti a modifi­carla.

Quanto tali auspicati, coraggiosi, interventi politici siano necessari, appare chiaro dalla pericolosità di certe sperimentazioni scientifiche, non controllate, anzi male indirizzate, che si compiacciono dei propri risultati e, procedendo coi paraocchi della specializzazione, dimenticano che purtroppo il loro laboratorio è l'umanità tutta e che l'apocalisse genetica, demografica, atomica può essere dietro l'angolo.

Gia oggi infatti la lotta alla selezione, condotta giustificandola con prete­stuose tematiche umanitaristiche, apporta larga messe di risultati negativi.

Ugualitarismo e massificazione sono già guasti di palpabile gravità contro la libertà dell'uomo, ma le conseguenze peggiori è ovvio, sono destinate a se­guire nel tempo, a causa dell'accumulo degli effetti.

La medicina

La scienza che oggi si distingue maggiormente per l'agire in modo antise­lettivo e che, pur non ponendolo esplicitamente tra i suoi obbiettivi, incide in modo reale, pratico, contro la selezione, è la medicina.

Il suo operare, che dovrebbe essere proprio teso al miglioramento della specie, è, quanto a ciò, estremamente carente.

L'agire dei medici è estremamente privatizzato, si cerca cioè di acconten­tare ogni esigenza del paziente consumatore; anche le attese miracolistiche, for­nendogli, sempre, una risposta che il più delle volte si risolve solo a vantaggio delle industrie farmaceutiche.

L'Italia è il paese con il maggior numero di “specialità medicinali”; in un anno per l'acquisto di esse si spendono tremiladuecento miliardi! Siamo all'avanguardia mondiale nel consumo di medicinali, tanto benefici, che è ormai accertato il fatto che un decimo dei ricoveri ospedalieri è provocato appunto dai farmaci.

L'interesse della collettività viene sostanzialmente sempre disatteso, in quanto si moltiplicano le risorse economiche destinate alla medicina sottraen­dole a possibili interventi in settori dai quali potrebbero trarsi effettivi vantaggi, non solo, ma i settori che potrebbero offrire i risultati migliori alla scienza me­dica dal punto di vista della socialità, sono proprio quelli che meno fruiscono di questi sacrifici sociali.

Alludiamo ai possibili interventi medico-scientifici di tipo preventivo. Essi dovrebbero equilibrare selettivamente gli interventi antiselettivi posti in essere ad esempio attraverso i vaccini.

Possibile che in un paese come l'Italia dove vi sono oltre tre milioni di handicappati, tali perché tarati geneticamente, si debba discutere solo di come poterli far salire agevolmente in autobus, tentare di inserirli nella scuola e nel lavoro fingendo che siano normali, con costi sociali proibitivi e non si pensi a una legislazione che giunga a diminuire tali falangi di infelici?

Esistono nelle enciclopedie mediche oltre venti pagine dedicate alla classi­ficazione delle malattie genetiche, ossia trasmesse ai figli dai genitori, non per sfortuna come oggi ci si vuoi far credere, ma come risultato scontato, scientifi­camente prevedibile.

Siamo giunti al punto che oggi in Italia su ogni milione di nascite com­paiono trentamila persone geneticamente tarate e, grazie alla scienza, tale cifra è destinata ad aumentare.

L'unico sforzo che si compie a tale riguardo sono le campagne a favore dell'integrazione dei subnormali, tanto per scalzare via anche dalle menti la naturale ripugnanza per il mal riuscito e vincere ogni resistenza selettiva tesa istintivamente verso l'optimum .

Accettare una sciagura simile come fosse una fatalità contro la quale è impossibile intervenire è colpevole; è colpevole la scienza, ma soprattutto il politico che rifiuta di intervenire, determinando così col suo non agire, ogni anno, nuove migliaia di vite infelici, quelle degli interessati e quelle dei parenti condannati ad esistenze di umiliazione, stenti e tristezze, (di quanti suicidi leg­giamo nei giornali!), ma soprattutto mettendo in pericolo le generazioni future, sempre meno sane, sempre più esposte al pericolo di accoppiamenti forieri di guai, in quanto i portatori di tare, aiutati a prolificare, aumentano.

È questa una realtà che sfugge alla massa, che ne fa solamente, attonita, le spese, ma un'attenta medicina sociale dovrebbe responsabilmente intervenire per proporre i rimedi atti ad evitare o ridurre il disastro.

Appare chiaro invece come l'intero settore sia ritenuto riserva del privato, industriale e medico, autorizzati a far quel che vogliono del paziente che igno­rante e fiducioso si pone nelle loro mani. È inammissibile che a livello politico si trascuri di valutare questa realtà riguardante così da vicino l'interesse della col­lettività. Si tratta di una catena di scelte precise che vanno fatte e il politico, per evitarsi critiche, non fa.

Ammettere che la salute del cittadino non riguardi la collettività è atteg­giamento anarchico-individualista inaccettabile.

Lamentiamo espressamente lo spreco di risorse economiche oggi volte ad assistere malati che sarebbe possibile per il futuro in larga parte evitare ci fos­sero.

Lamentiamo anche che non si assegnino priorità nelle cure o nell'assi­stenza; che, ad esempio drogati, non certo meritevoli socialmente, vengano ri­coverati in corsia comune, dove è immorale abbiano a disturbare la degenza degli altri malati.

Molte delle malattie genetiche sono facilmente diagnosticabili. Sarebbe sufficiente pertanto un libretto sanitario personale obbligatorio, dal quale la diagnosi risultasse; gli “assistenti sociali” oggi così male impiegati dovrebbero far presente alle coppie di futuri sposi le prevedibili conseguenze della loro unione.

Nei casi più gravi, come è già, senza scandalo alcuno, da trent'anni inserito nelle legislazioni straniere (ad es. giapponese) dovrebbe farsi ricorso alla steri­lizzazione coattiva dei portatori di tare genetiche, non vedendosi a chi può portare vantaggio l'irresponsabile riprodursi di individui minorati e quindi in partenza già inadatti ad affrontare autonomamente e con possibilità di successo la lotta della vita.

Né ci si dica che la medicina non ha tempo per occuparsi di simili impor­tantissimi problemi, quando la vediamo trastullarsi coi trapianti e declassarsi a truccatrice per maschere truffaldine, fisiche (chirurgia estetica) e psichiche (psi­cofarmaci, eccitanti, tranquillanti).

Ugualmente antiselettiva, tesa solo al peggioramento genetico della razza, è la preoccupante esplosione demografica mondiale.

L'abbassarsi della mortalità infantile viene conseguito a spese di una minor selezione della specie e un relativo equilibrio demografico viene conservato so­lamente attraverso la limitazione delle nascite.

È chiaro che questi meccanismi influiscono però a modificare la specie; essa viene resa diversa da come sarebbe senza interventi esterni.

Per essere più chiari, come sarebbe senza interventi?

Molti i concepiti, molti i nati, alta moralità infantile selettiva.

Com'è con interventi esterni?

Minori i concepiti, minori i nati (quelli sfuggiti all'aborto che a sua volta certo selettivo non è), minima mortalità infantile a causa della quasi completa eliminazione della selezione dovuta alle malattie.

Paesi del terzo mondo, che avrebbero conservato, secondo natura, il loro assetto demografico selettivo, vengono turbati e spinti verso inconcepibili forme di esplosione demografica gravide di conseguenze.

Fra vent'anni, i nove decimi dell'umanità vivranno nei cosiddetti paesi in via di sviluppo, nei quali già oggi il 40% della popolazione è composto di disoc­cupati, il 20% è malnutrito, il 30% non dispone di acqua potabile sufficiente.

Tali popolazioni, a causa della soppressione della selezione che elimina i più deboli, sopporteranno ancora più difficilmente il buio domani che è loro destinato.

Ancora una volta infatti si è optato per la quantità a scapito della qualità.

Non era il caso di far precedere l'assistenza medica e genericamente uma­nitaria, le campagne di vaccinazione, da interventi socio-economici volti a favo­rire la creazione di attività, posti di lavoro, infrastrutture?

È forse più sensato avviare alla morte per fame centinaia di milioni di persone?

Né per demagogia ci si può nascondere che la terra è limitata e l'aumento esponenziale della popolazione di fatto insostenibile.

Sarà un ben triste spettacolo vedere la selezione naturale ad un certo punto ristabilire l'equilibrio turbato!

Né a loro scusante possono sostenere i medici di aver agito di proposito per produrre gli sconvolgimenti politico demografici che si prospettano: in Unione Sovietica, ad esempio, tra pochi anni gli asiatici saranno in maggioranza; nel 2000 i cittadini arabi di Israele supereranno gli ebrei.

Si può dire più in generale che gli scienziati europei hanno turbato l'equili­brio demografico a danno della loro stessa razza.

L'artificio antiselettivo.

Affacciatosi in un mondo non selettivo, il bambino è sottoposto ad ogni cura ed attenzione; l'infanzia è attraversata senza pericoli. Nella scuola poi l'orientamento è sempre meno selettivo. Ecco la lotta condotta contro la meri­tocrazia, contro i voti, contro i più intelligenti incolpati di far sfigurare i meno dotati e di camminare troppo svelti; in una vera scuola ugualitaria-democratica non selettiva si va infatti avanti col passo del più lento. L'istruzione non è dif­ferenziata - per sesso - attitudini - intelligenza, come sarebbe opportuno, logico e naturale. Tutti si aspettano e pretendono buoni risultati, e i diplomi corri­spondenti li ottengono; a ben guardare però, è come se a uno sciatore in gara per uno slalom, fosse consentito di saltare una o più porte, e poi pretendesse ugualmente di venir classificato.

È anche questa mancata selezione, responsabile del fatto che troppi studi­no e pochi si reputino più adatti ad attività manuali o specializzate per le quali non c'è certo disoccupazione.

Ma la demagogia ugualitaria non si ferma alla scuola. Essa agisce anche nel mondo del lavoro, ed infatti, in esso, per alcuni versi la battaglia antiselettiva ha vinto, ed ecco i divieti di licenziamento, la carriera per scatti di anzianità, le indennità di disoccupazione, la cassa integrazione per quelle imprese tenute an­tieconomicamente e antiselettivamente in vita, le pensioni per il sol fatto di essere diventati vecchi.

Ma per altri versi, la realtà della vita, la lotta per primeggiare, fa giustizia di queste “neutralizzazioni” e, alla lunga, i cavalli di razza escono comunque dal gruppo.

L'offensiva condotta contro il mondo del lavoro è comunque molto grave; ne risultano masse non selezionate, incapaci cioè di riconoscere il proprio posto nella società, ma soprattutto attonite come per un'ingiustizia subita quando co­strette a prendere atto, come, nonostante le promesse ugualitarie, corno di Amaltea di benessere e felicità per tutti, la realtà smentisca le loro aspettative di successo uguale per tutti.

Ed ecco come le ideologie demo-marxiste-ugualitarie-deresponsabilizzanti, fanno da concime al fiorire di terroristi, di disadattati preda degli psicanalisti, di spacciatori e consumatori di droga, di politici pronti a raccogliere i frutti della semina di odio e invidia sociale.

La confusione nel mondo del lavoro, è accresciuta dalla incessante penetra­zione del parassitismo e del clientelismo politico, che produce danni in due direzioni.

La prima, più evidente, è quella determinata dai danni subiti dall'economia nazionale attraverso il banditesco taglieggiamento degli uomini dei partiti che campano vendendo favori; la seconda direttrice negativa, è quella che, di con­seguenza alla prima, determina disaffezione al lavoro nei capaci, e quindi la crescita esponenziale dei furbi, che preferiscono emergere dal bosco della massa attraverso le scorciatoie della politica, anziché accettare lo scontro sul terreno aperto, selettivo, delle competenze e delle responsabilità.

La diffusa antiselettività ha gravi conseguenze anche a livello psicologico, cioè di interpretazione e valutazione del reale.

Uno degli esempi maggiormente significativi di ciò, ci pare l'atteggiamento della società verso gli anziani. Essi avrebbero dovuto essere, nella logica anti­selettiva, i più tutelati, ma alle intenzioni non hanno corrisposto gli attesi risul­tati.

Mentre fino a poco fa l'anziano personificava il superamento delle diffi­coltà della vita, era selezione, cioè esperienza, saggezza, ora la standardizza­zione della vita umana, con infanzia curata come si trovasse in riserva di ripo­polamento, tutela del lavoro, carriera con scatti di anzianità preordinati, previ­denze di ogni genere e cure mediche che tendono a rendere uniforme persino la durata media della vita, ha tolto ogni carattere di sportività alla corsa della vita e sta portando all'inflazione degli anziani.

Nel futuro, le loro esperienze non saranno degne di rilievo, essi saranno solamente esemplari umani la cui unica caratteristica sarà quella di essere dete­riorati nel fisico; tutt'altro quindi che una rarità, ma anzi solo oggetti ingom­branti.

Anziani giunti alla vecchiaia attraverso strade non selettive, non possono essere più, agli occhi della società, quel che prima rappresentavano e che era nel loro stesso esistere: non sono più cioè anziani “allevati a terra”, ma pro­dotti di un allevamento di massa e, come tali, non godono più la stima dei consumatori.

Ecco come il venir protetti contro la severità della selezione si ritorce in danno.

L'economia

La lotta contro la selezione ha come obiettivo lo scardinamento dell'ordine naturale, e tende a far apparire logica, priva di alternative, una società di indi­vidui il più possibile eguali per cultura e livello economico.

È evidente come un tipo simile di società abbia importanza fondamentale nel determinare i consumi.

La tendenza di questi a massificarsi per evidenti motivi economici legati ai costi di produzione, trova il suo ideale habitat in una società in cui i moduli di comportamento presentano scarsa variabilità, sono diffusi gli stessi gusti.

Da qui l'indiscutibile antiselettività e democraticità del consumismo. I “più” sono quelli che coi propri gusti standardizzati, facilmente prevedibili, consentono al mercato i massimi utili conseguibili, col produrre, ai minori costi, per grandi masse di consumatori condizionabili nei “desideri”.

Un'osservazione pone ulteriormente in luce l'antiselettività dell'economia consumistica: nessuno deve essere escluso dalla possibilità di acquistare. La pro­duzione, tesa solo ad espandersi, adotta perciò prezzi che non comprendono i danni arrecati all'ambiente, mettendo così a disposizione delle masse, prodotti che dovrebbero essere diffusi in modo assai più ristretto.

Le masse oggi credono cioè di aver diritto a quanto è loro concesso acqui­stare, ma non è così; approfittano esse solamente dell'avidità dei produttori, e dell'incapacità dei politici a tutelare la collettività, l'ambiente, e quindi gli inte­ressi delle future generazioni.

Assistiamo alla distruzione delle risorse di un pianeta a causa del desiderio di arricchimento di tutte quelle categorie che sono lasciate libere di fare ciò che più loro aggrada; arricchimento che è conseguito in ultima analisi a vantaggio di sole tre o quattro generazioni di incoscienti, che agiscono sperperando ciò che millenni di ordinato sviluppo della società non aveva intaccato.

Ci pare intuitivo il rimedio.

Razionalizzare la produzione, imprimendole una svolta qualitativa, control­landola con severità. Utilizzare tecnologie perfezionate in grado di restituire “dopo” aria e acque pulite; far circolare meno prodotti.

I prodotti rispettosi di queste esigenze, costerebbero ovviamente di più, contribuendo a ridurre i consumi.

Sarà necessario comunque, far pagare a chi fa uso di oggetti inquinanti tutti i danni che arreca alla collettività.

Un esempio: è accertato che a cavallo delle strade cinquanta metri di terre­no sono inquinati da piombo tetraetile. Questi terreni, a tutela della salute pub­blica, dovrebbero essere lasciati inutilizzati. Ma è altrettanto evidente che gli automobilisti dovrebbero risarcire il danno attraverso una fortissima tassazione sull'acquisto del veicolo.

Altrettanto dicasi per i rumori.

È evidente però quanto ciò non abbia prospettiva di verificarsi senza misu­re straordinarie, essendo impensabile un autocontrollo da parte di chi si è senti­to fin'ora autorizzato a scatenare i suoi peggiori istinti egoistici.

Una seria pianificazione degli effettivi bisogni della popolazione, dovrà in­dicare gli strumenti attraverso i quali la programmazione economica possa indi­rizzare le risorse economiche disponibili verso attività compatibili con i fini rite­nuti degni di essere incoraggiati, o per lo meno tali da poter essere passibili di sviluppo senza danno sociale.

Tali scelte, è ovvio, sono variabili nel tempo, dipendono dalla valutazione della realtà politico-economica, sono pertanto da sottoporsi a periodiche verifi­che.

Non c'è da preoccuparsi delle reazioni dell'economia.

È dimostrato infatti lo straordinario potere di adattamento del capitale e dell'iniziativa privata nel seguire la strada del massimo profitto da chiunque sia indicata e ovunque conduca. Saranno sufficienti perciò incentivi, o viceversa disincentivi basati sulla pressione fiscale, per agevolare al capitale privato l'im­bocco di quelle strade che si riterrà utile fargli scegliere.

Potrà continuare l'iniziativa privata ad essere perciò, nell'interesse dell'eco­nomia nazionale, l'asse portante della realtà economica.

È impensabile immaginare soluzioni diverse anche per la macchinosità che esse avrebbero, e per i pessimi risultati ottenuti, dove ciò gia è stato tentato.

Ad evitare però il disordine, lo spreco, l'agitarsi da cellula cancerogena in riproduzione, che l'economia ha nei regimi liberalcapitalistici, appare indispensa­bile che la pianificazione, il controllo, la programmazione abbiano l'effettiva possibilità di instradare, secondo le indicazioni prescelte, ogni attività ritenuta economicamente significativa.

Ed ecco la necessità di sottrarre la disponibilità degli strumenti economici a quei gruppi di privati che siano tentati di servirsene in modo tale da poter de­terminare pericolose divaricazioni tra interesse pubblico e privato.

Tra i settori che riteniamo vadano controllati da vicino ci pare, ed elen­chiamo esemplificativamente, vadano inseriti: il credito, i trasporti e le teleco­municazioni, l'industria pesante e degli armamenti, l'industria farmaceutica, le assicurazioni, la ricerca scientifica e le industrie genericamente legate a pro­blemi energetici, estrattivi, o minerari.

La battaglia culturale

Ma le conseguenze pratiche della diffusa antiselettività delle quali ci siamo occupati, non sono tutto.

Laddove le ideologie ugualitarie, i nemici della selezione, non riescono a incidere sul reale, essi intervengono a livello culturale per influenzare, condi­zionare, modificare i meccanismi di formazione del pensiero, affinché la realtà venga considerata dalle popolazioni nei modi più convenienti.

La convenienza sta proprio nel cercare di ottenere, attraverso motivazioni demagogiche, obbiettivi politici di scardinamento progressivo dei tradizionali valori sociali. Si fa leva sopra situazioni di squilibrio, addebitandole a supposte gratuite violenze di razza, di classe, di sesso. Si strumentalizzano situazioni di malcontento cercando, attraverso di esse, di ottenere simpatia (e voti).

Si tratta di una gigantesca operazione pubblicitaria di promozione dell'ugualitarismo, della cui efficacia occorre prendere atto, visto che attraverso di essa, autentiche truffe scientifiche riescono a venir spacciate per buone.

Università, editoria, TV, radio, cinema, teatro contribuiscono, dominati come sono da uomini del marxismo e della democrazia, a diffondere tali mistifi­cazioni dalle quali è difficile difendersi. L'adulterazione ugualitarista diviene realtà incontrovertibile, ogni discussione su di essa aprioristicamente elusa.

Chi insiste a farlo, viene emarginato dal mondo politico culturale, rifiutan­dosi in esso con testardaggine dogmatica di prendere atto di ragionamenti dia­lettici e di prove scientifiche.

Vogliamo rendere più evidenti queste nostre affermazioni affrontando due argomenti tipici delle tematiche ugualitarie, il problema della razza e quello della donna.

Non c'è dubbio che antirazzismo e femminismo escano dallo stesso filone progressista ed ugualitario, sono rivolta contro il mondo così com'è, un rifiuto di accettare gerarchie e attitudini che la realtà della selezione ci mostra.

Si tratta del tentativo evidente di strumentalizzare situazioni di disagio, ma l'operazione è priva di basi logiche. Dovrebbe essere chiaro a tutti come razza e sesso facciano, di individui della stessa specie, individui diversi.

Quanto al sesso, c'è da dire che le donne più intelligenti si guardano bene dal voler scendere in lotta con l'uomo in quelle attività nelle quali il loro sesso, nel corso dei millenni, ha dimostrato capacità inferiori, capacità che non si com­prende in base a cosa dovrebbero invece ora essere divenute uguali.

Conviene ad esse continuare a dimostrarsi superiori nelle loro “speciali­tà”, e trarne gli infiniti vantaggi che tutti abbiamo sott'occhio.

Troviamo veramente demenziale comunque, pensare che i ruoli di uomo e donna nella società abbiano potuto fissarsi quali oggi sono, solamente in conse­guenza di una sopraffazione violenta del maschio.

È evidente che essi corrispondono invece alla diversità e alla complementa­rietà dei sessi, per cui nei secoli si è collaudata una situazione, la più logica e la più conveniente, al fine del vantaggio della specie.

Quanto alle soluzioni di tipo egualitario date al problema della razza, pur accettate quasi senza contrasto, va detto che peccano di tortuosità in quanto si rifiutano di prendere atto della realtà.

Per spiegare come stanno le cose, trascurano esse l'evidenza dei fatti, cioè la lampante diversità, quanto ad apparenza e struttura fisica, tra umani di razze diverse.

Non ammettono nemmeno, come sarebbe logico, che ad aspetto diverso e a strutture fisiche diverse, come il mondo animale ci insegna (tra i cani un cocker è notoriamente meno intelligente di un maremmano), debbano corrispondere attitudini, intelligenza e caratteristiche comportamentali diverse.

Si rifiutano gli antirazzisti di voler prendere in considerazione studi e tests intellettuali comparativi tra individui di razza diversa, anche se compiuti su in­dividui cresciuti nel medesimo ambiente, come ad esempio quelli fatti su bimbi bianchi e neri ospiti dello stesso orfanotrofio.

Nessuna considerazione hanno per i peggiori risultati scolastici dei colorati, risultati per i quali il distacco coi bianchi aumenta di pari passo col complicarsi degli studi.

Nulla contano per gli antirazzisti le realizzazioni sociali e politiche di cui la storia ci consegna testimonianza, né le situazioni dell'oggi a livello politico eco­nomico e di creatività intellettuale.

Ce ne sarebbe a sufficienza per considerare chiuso il discorso, ma ecco rispuntare la tortuosità di cui sopra.

Per accreditare una visione contrastante con la realtà, ma a prima vista accettabile, marxisti e democratici sono costretti a ricorrere a sottili sofismi, motivazioni contorte, vere e proprie arrampicate sugli specchi. Alla fine, al pate­tico trucco di chiedere tempo, sostenendo cioè, che quanto oggi non è, sarà possibile, anzi certo, nel radioso domani che il progresso ci prepara.

Tutto ciò solo per poter negare validità a spiegazioni semplici, evidenti e logiche.

Queste spiegazioni vengono negate, dovendosi a tutti i costi “dimostrare” in contrapposizione qualcosa di prestabilito.

Al servizio di ideologie che demagogicamente si propongono di sfruttare a loro vantaggio situazioni di sottosviluppo, attraverso l'adulazione e la simpatia che sempre si suscita in chi si va a sollevare di qualche responsabilità, si sono volutamente ignorate le conclusioni degli scienziati più seri che stanno portando sempre nuovi contributi agli studi di genetica, etnologia, paleontologia. Si sono arroccati, gli antirazzisti, su ormai superate posizioni biologiche, orientate verso un evoluzionismo progressista.

Cosa poteva esserci infatti di più progressista, di più stupefacentemente moderno, della dimostrazione che da una scimmia può uscirne fuori un uomo?

E come avviare la dimostrazione di ciò, se non postulando l'esistenza di un'evoluzione finalizzata a determinati risultati?

Una volta fatta accettare l'idea dell'evoluzione, addirittura da una specie all'altra, non è difficile spingere a pensare, aiutati anche dall'aspetto fisico delle stesse, che esistano razze che abbiano compiuto un minor tratto di strada nel cammino evolutivo.

Spingere, ad esempio, a pensare che la razza nera possa, tra mille generazio­ni, essere portatrice di un diverso bagaglio genetico ed intellettuale rispetto ad oggi.

Con tali premesse, e con un martellamento culturale che vuol sembrare apolitico, non c'è da meravigliarsi che molti, giovani e no, abbiano sull'argomen­to idee alquanto confuse; che si sopravvalutino molto marxisticamente l'influen­za di ambiente ed educazione, che molti siano addirittura fermi su posizioni settecentesche, di Lamarckismo, ossia convinti della trasmissibilità dei caratteri acquisiti alle generazioni future, come se la vita fosse una corsa a tappe a squa­dre e non una corsa individuale in linea.

Riteniamo l'argomento evoluzionista una delle principali fonti di inquina­mento ideologico della nostra epoca, e ciò, perché l'errore si ritorce proprio contro l'essenza dell'uomo, del quale si giunge a farsi un'idea completamente erronea.

Si potrebbe cioè essere portati a pensare agli uomini delle generazioni pas­sate più lontane come ad esseri inferiori (questo è vero razzismo)!. In realtà la nostra intelligenza è solo apparentemente maggiore e trovarci oggi di fronte a realizzazioni (solamente tecnologiche, si badi bene) di maggior rilievo, dipende unicamente dall'accumulo culturale e delle informazioni.

Ci pare che l'interpretazione deterministica dell'evoluzionismo contenga in sé un ulteriore errore, pecca infatti di dogmatismo progressista: una volta am­messa la catena di mutazioni genetiche tra l'uomo e la bestia, per qual motivo essa (contrariamente al principio di entropia) deve essersi mossa dalla bestia verso l'uomo e non, per ipotesi, in direzione opposta, cioè dall'uomo verso l'animale, considerando cioè quest'ultimo come una degenerazione dell'uomo?

Ma né dell'una né dell'altra ipotesi la genetica, e la paleontologia attraver­so lo studio dei fossili, ci danno sicura conferma.

Esistono ancora oggi, identiche ad allora, specie che esistevano decine di milioni di anni fa; altre sono scomparse, ma sostenere che ci siano state tra­sformazioni da una specie all'altra, è indubbiamente antirazzista, ma non è scien­tificamente dimostrabile, essendo il meccanismo delle mutazioni genetiche estre­mamente controverso e di efficacia estremamente improbabile per il raggiungi­mento dello scopo, data la sua assoluta casualità.

Le mutazioni, essendo errori di duplicazione, è difficile possano produrre qualcosa di diverso da semplici “scarti di fabbrica”.

Le possibili modifiche della specie sono determinate, a nostro avviso, dal solo predominare dei più adatti che selettivamente hanno imposto i loro fenoti­pi, fenotipi che sono quindi solo apparenti modifiche della realtà, e nulla hanno a che vedere con mutazioni genetiche.

Vogliamo chiudere con un'ultima osservazione pratica circa il problema razziale.

Fino a qualche anno fa gli antirazzisti, negando ogni differenza intellettuale tra le razze e quindi ritenendo i cattivi risultati scolastici e pratici delle popola­zioni di colore dovuti unicamente a carenze e ingiustizie legislative lottarono per l'ottenimento della piena parità, pensando, forse in buona fede, ciò fosse sufficiente per far raggiungere ai colorati condizioni di reale uguaglianza.

Prezzolini, saggiamente afferma che la parità sociale non può più venir conces­sa dalla legge, ma va conquistata, dimostrando di esserne degni.

I fatti dimostrarono che la parità di diritti non era sufficiente per far rag­giungere uguali risultati. Per ottenerli, ora, si chiedono leggi di favore.

La spinta antiselettiva è quindi tale da poter divenire perfino antiugualitaria.

Ed ecco i contingentamenti a favore di minoranze di colore, alle quali viene garantito ad esempio un determinato numero di posti all'università.

È recente negli USA la polemica di uno studente bianco che accusò di razzismo l'università che l'aveva respinto, ammettendo al suo posto, per soli meriti di pelle, un negro con punteggio nettamente inferiore quanto a titoli ed esami.

La giustizia americana dovette dargli ragione ed ammetterlo all'università.

La stessa origine hanno le tanto sbandierate nomine di negri nella compa­gine governativa, amministrativa e giudiziaria USA, e la comparsa del solito scienziato negro intelligentissimo nei telefilms.

Colorati scavalcano bianchi più meritevoli, sol perché fa comodo alla diri­genza USA poter dire: noi razzisti? Guardate, abbiamo persino il sindaco di Washington negro! C'è un negro alla presidenza della corte suprema!

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A rimedio per tutte le situazioni che abbiamo descritto occorre per prima cosa, opponendosi alle malsane, innaturali ideologie antiselettive, scalzare le correnti politiche che ne sono espressione, e avviare le formule legislative ade­guate per la formazione di una rappresentanza popolare alternativa a quella di massa.

Esse dovranno articolarsi su quei settori della realtà sociale nei quali la realtà fa ogni giorno giustizia di qualsiasi fantasia utopistica.

Dal mondo del lavoro, delle professioni, dell'intelligenza, deve nascere e organizzarsi la protesta contro chi intende continuare a ignorarlo, contro il pa­rassitismo burocratico, contro l'interessata demagogia dei partiti che oggi sugli istinti peggiori delle masse fa leva, escludendo ragionevolezza e competenza.

La nuova visione politica non dovrà tendere, perpetuando vecchi errori, alla ricerca di una forza rappresentativa numerica, ma dovrà presentarsi come una risposta chiara, logica, ineccepibile, ai problemi che la massa agita e denun­cia in maniera indistinta.

La risposta potrà giungere solamente sotto forma di soluzioni funzionali e competenti, solo attraverso rappresentanze selezionate dalle categorie sociali che abbiano ad esprimersi in assoluta libertà, senza passare sotto le forche cau­dine dello schema partitocratrico.

Piero Sella