Sergio Gozzoli

 

Uomini e topi (da laboratorio)

Ambiente e selezione – L'esempio del Rattus norvegicus - I pericoli della società del benessere

 

Per quanto vi sia nell'aria - a seguito delle acquisizioni scientifiche degli ultimi decenni - un vento di revisione o quantomeno reinterpretazione del concetto darviniano di evoluzione naturale, l'importanza della selezione nel fa­vorire o sfavorire la trasmissione di certi caratteri nell'ambito di una data po­polazione genetica resta incontrovertibile. Non esiste cioè ragionevole dubbio che sia la selezione - operante sulla variabilità dei caratteri offerta da una popolazione genetica - a produrre la “specializzazione” di specie, razze e gruppi attraverso la eliminazione di alcuni tipi e la conseguente “concentra­zione” di tipi opposti.

Supponiamo come esempio che un gruppo di animali o di uomini siano improvvisamente costretti a vivere in un clima caratterizzato da oscillazioni di temperatura così forti che soltanto una parte degli individui - quelli forniti per esempio di un particolare tipo di metabolismo, o di una particolare protezione tegumentale - siano in grado di sopravvivere fino all'età riproduttiva: è chiaro allora che le caratteristiche dalle quali dipende la resistenza alle forti variazioni termiche tenderanno ad essere presenti in sempre maggiore concentrazione nel patrimonio genetico di quel gruppo, mentre al contrario saranno sempre meno rappresentati - attraverso le generazioni - i tipi portatori di caratteristiche opposte.

Il fatto però che alcuni di questi ultimi caratteri siano recessivi - e quindi in grado di trasmettersi attraverso il “genotipo” (o corredo cromosomico) senza apparire nel “fenotipo” (o insieme delle strutture esteriori) - può in molti casi impedire la loro estinzione totale: essi resteranno cioè presenti -ancorchè mascherati - nel potenziale genetico di quel gruppo. Tuttavia la loro percentuale sarà ridotta e - ad equilibrio raggiunto - destinata a rimanere fissa finché non mutino le condizioni climatiche.

Ma che succede se tali condizioni mutano, se cioè l'azione selettiva rap­presentata dalle brusche oscillazioni termiche viene a mancare?

Succede semplicemente questo: anche i tipi non resistenti agli sbalzi termici possono ora sopravvivere, riprodursi e moltiplicarsi quanto gli altri. Nel giro di poche generazioni la loro percentuale - non più contenuta dalla selezione - sale liberamente e senza limiti: la composizione del gruppo sarà pertanto com­pletamente diversa, e diverse quindi le caratteristiche del gruppo nel suo in­sieme.

Poiché è questo, che è da ben capire: la selezione non agisce su di un “singolo” carattere, ma opera invece sull'intero organismo portatore di quel carattere per influire - in ultima analisi - sulla composizione media del gruppo.

Cavalli più veloci degli altri - per un carattere condizionante una partico­lare posizione di inserzione di uno o più muscoli sulle ossa degli arti - hanno maggiori probabilità di sopravvivere in un'area infestata da belve o cacciatori, e quindi di procreare individui simili a loro, finché il gruppo - o il branco, o la specie - saranno alla fine costituiti praticamente solo da fenotipi molto veloci.

Ogni specie, razza, sottorazza, gruppo geografico o sociale oggi esistente, è in fondo il risultato di tutta una lunghissima serie di pressioni selettive che - agendo in condizioni naturali - hanno condotto ad un certo equilibrio:

quell'equilibrio che consente l'optimum di sopravvivenza e moltiplicazione a quella data popolazione genetica.

Ma l'equilibrio può rompersi se un fattore “artificiale” - per esempio gli accoppiamenti selettivi imposti da un allevatore nel caso di animali, o un ec­cesso di protezione sanitaria nel caso delle società umane più ricche e sofisticate

- si inserisce nel processo. Il risultato sarà allora una libera crescita percen­tuale dei tipi “meno adatti”: quindi una inadeguatezza “media” di quella popolazione genetica alle condizioni esterne se queste - per una qualsiasi ra­gione - tornassero bruscamente ad essere quelle “naturali”.

Chiarito tutto questo a mo' di premessa, veniamo al soggetto che qui ci interessa.

Il Rattus norvegicus è un ceppo particolare di ratti, originariamente appar­tenenti ad una razza vivace, vigorosa e combattiva, mantenuta tale dalle diffi­coltà ambientali che consentono solo ai più intelligenti, forti e aggressivi la so­pravvivenza e la procreazione.

I ratti di questo ceppo, però, sono mantenuti in laboratorio - di genera­zione in generazione - da circa 140 anni: protezione termica, ambiente sterile, nutrimento assicurato a tutti, femmine garantite a tutti.

Con la scomparsa della selezione naturale, che manteneva una forte con­centrazione dei geni “più adatti”, la composizione media di questo ceppo dif­ferisce tanto dalla razza originaria da rappresentare ormai una realtà biologica diversa: diversi la struttura e l'aspetto, diverso il comportamento. Il cervello è meno sviluppato ed ha peso inferiore; le capsule surrenali sono più piccole; la tiroide è meno efficiente; le ghiandole sessuali al contrario hanno uno sviluppo più precoce e sono più attive. Come risultato questi ratti sono più mansueti e più stupidi, meno attivi e intraprendenti, meno resistenti a sforzi e fatiche, più inclini ad ammalarsi e meno capaci di superare le malattie: adatti solo ad essere provvisti di tutto dall'esterno - acqua cibo protezione e sesso - senza com­piere sforzo alcuno.

Si tratta - lapalissianamente - di un fenomeno di oggettivo scadimento medio di qualità di una popolazione genetica. E tuttavia v'è chi - con inguari­bile quanto antiscientifico “ottimismo” - si sforza di interpretare il fenomeno in chiave positiva: Dobzhansky, per esempio, ha il coraggio di chiamarlo “ma­nifesto adattamento” al “proprio”ambiente - cioè la gabbia del laboratorio - con un chiaro riferimento all'uomo delle odierne società opulente che do­vrebbe - sulla falsa-riga del rattus norvegicus - accettare di divenire “adatto al benessere”!

E quando il cosiddetto benessere venisse poi a cessare? Qual'è il prezzo che popolazioni ormai geneticamente indifese contro freddo, epidemie, fatiche, alimentazione ipocalorica, avversità materiali e morali dovranno pagare, se una qualsiasi “crisi energetica globale” ripiombasse alcuni paesi in una economia povera - per esempio del tipo agricolo d'inizio di questo secolo - senza ri­scaldamento, vaccinazioni di massa, ferie, pensioni, copertura sanitaria sofisti­cata ecc. ecc.?

Il fantasma della risposta a questa domanda aleggia tetro sulle gabbie do­rate del nostro “benessere”.

A meno che i cosiddetti “ottimisti” non ritengano che si possa dare per scontata e garantita la perennità del benessere attuale.

Ma chi, o che cosa, potrebbe in termini scientifici fornire una tale garanzia? Chi o che cosa, può scontatamente porre queste società del benessere al riparo da crisi economiche, disastri ecologici, esplosioni demografiche, capovolgimenti climatici, terremoti e alluvioni, errori politici, carenze tecnologiche?

E chi proteggerebbe questa nuova razza di “figli del benessere”, questi esseri da sesso e ingrasso, contro le “razze del malessere” - con un po' meno di tendenza al sesso, ma con più aggressività, cervello e fame - quando queste ultime muovessero all'assalto delle cittadelle del privilegio indifeso? Dove an­drebbero a cercare, i nostri mansueti, pacifici e progrediti “esseri da laborato­rio” i perduti geni della combattività, dello spirito di sacrificio, della resistenza fisica necessari a difendersi?

A parte l'obiezione che il benessere stesso non può che essere il prodotto di un cervello efficiente e di una notevole capacità di “attività” anche fisica - quindi di ghiandole ben funzionanti anche al di fuori della sfera sessuale - per cui col calare di questi declinerebbe anche quello, resta l'argomento chiave:

qualunque sistema d'ordine - sia esso una molecola d'acido nucleico, una cellula batterica, una macchina utensile o una società umana - tende inesorabil­mente ad una perdita di ordine, cioè alla degradazione. Tanto la degradazione sarà maggiore quanto più complesso, esteso e sofisticato è il sistema.

In altre parole tutte le realtà esistenti - ma in particolare quelle “costrui­te” dall'uomo, che sono le più sofisticate - sono precarie: esistono oggi, pos­sono non esistere più domani. Tutte le precedenti “società del benessere” hanno conosciuto il loro mezzogiorno d'oro, il loro secolo di sicurezza e magni­ficenza, ed il loro più o meno brusco crepuscolo, il loro tragico tramonto: la ricchezza d'Egitto e di Persia, d'Atene e Gerusalemme, di Cartagine, di Roma e di Bisanzio ha dovuto fare spazio alle sabbie del deserto, a pascoli di greggi, alla fame dei cani randagi.

Se dei superstiti poterono allora continuare a vivere e ricominciare a co­struire, fu solo grazie a qualche gene meno mansueto o un po' meno “ses­suale”, ma in compenso un po' più sveglio ed aggressivo.

Ma contro queste farneticazioni di un mondo fatto a gabbie pulite e pia­strelle lucide, contro i sogni deliranti di una umanità a piatto garantito e ghian­dole atrofiche, pacifica e stupida, mollacciona e ipersessuale, non stanno solo la logica scientifica, il calcolo delle probabilità, ed un minimo di serietà intellet­tuale.

V'è qualcosa di più.

V'è il fatto che agli uomini, se gli si dà da scegliere consapevolmente, l'idea di un futuro in gabbia con tutti i suoi vantaggi e privilegi non va molto a genio.

Per quanto riguarda noi, tanto per cominciare, non ci stiamo.

Per noi e i nostri figli e i nostri nipoti e poi ancora più in là meglio vivere precariamente, ma restare quel che siamo: disadatti al “laboratorio protetto”, ma adattissimi a campar da uomini.

Meglio rattacci selvatici, che topolini da gabbietta.

Sergio Gozzoli