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Mario Consoli

L'uomo e la partecipazione

Diversità degli uomini e dei popoli - La tradizione - I partiti e le ideologie – L'istituzionalizzazione delle fazioni - La società solidaristica - La delega democratica - Le proposte alternative - La categoria - La partecipazione piramidale.

 

Cultura moderna e società politiche occidentali hanno orientato la pubblica opinione ad accettare l'esistenza di uno stereotipo di uomo, caratterizzato da uniformi potenzialità, depositario di uguali diritti.

Parlare di partecipazione, senza chiarire pregiudizialmente l'esatta e natu­rale collocazione dell'uomo nella società e dei popoli nel mondo, ci sembre­rebbe improduttivo e foriero di aggiuntive confusioni di pensiero e di idee.

Contrapposto al teorico uomo democratico esiste, nella realtà, da sempre, l'uomo diverso da tutti gli altri, plasmato dalla selezione, appartenente a popoli distinti per peculiari tendenze, predisposizioni, caratteristiche genetiche.

Esiste una selezione di capacità che ci indica l'uomo portato per gli studi così come quello portato ai lavori manuali, alla meditazione, all'irruenza, ad impartire comandi così come quello portato ad eseguirli.

I teorici democratici sono soliti accusare il pensiero selettivo di voler di­stinguere gli uomini tout court in buoni e cattivi, validi e incapaci, migliori e peggiori, grandi e piccoli. Tali teorici non comprendono, evidentemente, che il prendere atto delle diversità tra gli uomini rappresenta l'unica possibilità di offrire loro una collocazione reale nella vita, l'unica via concreta per ottenere la formazione di una società libera ed organica.

Un dirigente particolarmente creativo, intelligente che si culli nella sua virtuale superiorità, senza realizzarla che in parte, sprecando la propria esi­stenza in edonismi ed ozi, e senz'altro peggiore di un lavoratore della terra o di un operaio, quando questo svolgesse appieno tutti i compiti che gli competono, realizzasse tutta la propria potenziale capacità.

L'uomo che può raggiungere la completa realizzazione della propria esi­stenza, rappresenta, inserito in una società organica, un prezioso ed insostituibi­le elemento. Il teorico uomo democratico è un modello astratto, generatore di confusione sociale, di equivoci esistenziali, che provoca insoddisfazione ed infe­licità perenni. Gli uomini più creativi e capaci subiscono nella società democra­tica una costrizione del proprio globale realizzarsi, quelli dotati di minori poten­zialità vengono immessi in ruoli e dinamiche superiori alle proprie naturali pre­disposizioni.

La distinzione tra validi e incapaci, tra migliori e peggiori, tra grandi e piccoli, non è certo la conseguenza di un pensiero teorico e aprioristico, ma la valutazione concreta di vite spese bene e spese male, di realizzazioni positive e negative, di valori morali e di lassismi edonistici, di dignità e di debolezze.

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Così come per gli uomini, assistiamo ad una selezione differenziante tra i popoli del mondo.

Esistono nella storia popoli dediti principalmente all'agricoltura, o alla pa­storizia, o alle attività artigianali; esistono popoli portati alla guerra, alla con­quista, altri alla difesa statica dei propri confini geografici; esistono popoli in­clini all'esplorazione, alla speculazione scientifica, a rinnovarsi, altri conserva­tori; popoli caratterizzati dall'esuberanza fisica, popoli in cui trovano spazio attività contemplative, mistiche e poetiche…

Sovrapporre ad una realtà così molteplice un qualsivoglia modello di vita che indichi i modi per la strutturazione della partecipazione politica dei singoli alle varie società, ci sembra, più che un assurdo, l'espressione della volontà di allontanare l'uomo dalla propria natura, e le società dalle proprie collocazioni originarie, per strumentalizzarne energie e capacità, quasi sempre per fini eco­nomici e materialistici.

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Interpretare la società degli uomini con realismo ed efficacia vuol dire rife­rirsi a quel bagaglio naturale che i popoli traggono dalle proprie esperienze nel tempo, dai valori che il proprio vivere insieme ha determinato, dalle continuità etico esistenziali tra padri e figli, dalla regolamentazione istintiva del proprio essere in quel determinato territorio e clima, dal proprio svolgere attività e realizzarsi in una determinata struttura sociale che discende dalle proprie ca­ratteristiche, aspirazioni, tendenze, creatività.

Per indicare tutto questo useremo il termine “tradizione”, senza con que­sto voler sminuire il significato che detto termine rappresenta per le importanti correnti del pensiero tradizionalista.

Volendo qui fare un discorso propriamente politico sulla partecipazione dell'uomo, useremo quindi il termine tradizione in senso letterale, volendo con esso indicare la trasmissione di generazione in generazione di usi, costumi di un popolo, il complesso di usanze, fedi, valori ai quali un popolo crede e tien fede nel tempo.

La tradizione è stata dipinta dagli esegeti della democrazia ugualitaristica come una sorta di piattaforma conservatrice e statica dalla quale rifuggire per poter operare quelle evoluzioni socio-politiche, che possano consentire di rag­giungere i “paradisi” delle ideologie. Un appesantimento negativo per il pro­gresso materiale, economico, scientifico, cui l'uomo dovrebbe essere destinato.

La tradizione è invece costituita da tutti gli apporti socio-culturali-politici di un popolo nel tempo. Non subisce influenze di tipo ideologico. Nasce auto­nomamente dalle effettive esigenze, tendenze, caratteristiche della singola so­cietà. Non è statica, ma stabile. Rappresenta la continuità e l'ossatura di un popolo. Non è conservatrice, ma dinamica, poiché è soggetta a continui arric­chimenti. Nel proprio ambito, da generazione a generazione, movimenti di cul­tura, politici, sociali, agiscono determinando, pur conservando la propria so­stanziale stabilità, una dinamica globale di civiltà ed una “saggezza” sempre attuale e reale; in essa nessun elemento della vita di un popolo, fosse pure esperienza sbagliata, viene ignorato.

La tradizione rappresenta il bagaglio dei valori naturali e qualificanti per la singola società, che non sono valori sovrapposti od imposti, ma i valori insiti naturalmente in quel popolo per tendenze, situazioni ambientali, caratteristiche genetiche.

Possono esservi, la storia lo ha dimostrato, idee giuste e non giuste, rivolu­zioni efficaci e sterili, pensieri costruttivi e distruttivi, ma non potrebbero mai essere applicate queste distinzioni per le tradizioni.

La tradizione è la caratteristica di un popolo, di quel popolo; non è espor­tabile, non è adottabile, quindi non può essere giusta o non giusta, efficace o sterile, costruttiva o distruttiva.

Appare evidente come la società moderna, nel continuo tentativo di sosti­tuire il mito del progresso e le ideologie alle tradizioni, altro risultato non po­teva raggiungere se non quello di allontanare i popoli dai propri valori e gli uomini dalle proprie collocazioni naturali, con i conseguenti sbandamenti, confusioni, crisi esistenziali.

La vita nella società moderna si svolge attraverso ritmi disumani ed inna­turali. La crisi più grave che ne deriva, quella esistenziale, ci mostra un uomo attonito, stordito che, con il senso della vita, ha perso di vista anche il signifi­cato ed il valore di se stesso.

Lo sviluppo della società industriale e consumistica, ad esempio, rende as­suefatto l'individuo ad una sorta di ineluttabilità, tanto da impedirgli un radicale ripensamento di quelle scelte, che pur si sono rivelate sostanzialmente errate ed inumane, e ci restituisce un uomo frustrato, sbigottito che, nonostante tutto, continua a ripetere: “ non si può tornare indietro”.

Si tratta di un uomo indifeso, che non si sente più protetto dalla tradizione, da una solidità interiore che poteva farlo sentire parte di un tutto, collegato nel tempo e non atomo isolato; individuo che sa, e sa credere, e non automa che si domanda perché, senza riuscire a darsi risposta.

Non è a caso, è importante evidenziarlo, che la società modello della de­mocrazia e del consumismo sia quella nord americana; si tratta infatti di una società di sradicati che non possiede tradizioni, che si è formata solo da due­cento anni e da popolazioni eterogenee. O, forse, vogliamo considerare tradi­zione l'“epopea” del West?

A conclusione di quanto sopra, intendiamo chiarire pregiudizialmente che nulla di sostanzialmente nuovo ed efficace può essere proposto od indicato, circa la partecipazione, se non si consente prima all'uomo di ritrovare le proprie tradizioni e con esse le proprie originali caratteristiche e la naturale giusta col­locazione.

Nelle pagine che seguono ci riferiremo appunto ad una società tradizionale, organica e basata sui valori dell'uomo. Seguire le nostre proposte, cercando di immaginarle inserite nell'attuale, contingente conformazione della società, ge­nererebbe solo incomprensione.

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I movimenti politici ed ideologici democratici, superata l'attualità del mo­mento storico, continuano a proporsi, sotto forma di cristallizzazioni teoriche, slegate dalle effettive realtà popolari e sociali.

Alcuni esempi: il liberalismo, superato il momento storico delle rivoluzioni nazional costituzionali ed indipendentiste, si cristallizza in partito liberale.

Il socialismo si articola in vari momenti storici, che vanno dalla ribellione allo sfruttamento industriale, alla lotta di classe, alla conquista del potere in Russia, alla trasformazione di alcune democrazie da liberali in socialiste. Ognuno di questi momenti storici determina una cristallizzazione che si perpe­tua nel tempo: il partito socialista, il partito comunista, il partito socialdemo­cratico ed i vari partiti di unità proletaria. Tutti, ovviamente, corredati di pro­prie verità e modelli teorici.

Persino il movimento repubblicano, nonostante la fine della monarchia, ri­mane anch'esso presente, sotto forma di partito.

In Italia assistiamo addirittura all'esistere di un partito cristiano che, sotto le false spoglie di un non ben identificato modello cristiano della società, in effetti rappresenta solo un fenomeno di strumentalizzazione di fede religiosa ad esclusivo uso e consumo di fazioni avide di potere.

Avviene così che nel visitare i depositari delle rappresentanze politiche democratiche, al posto delle vivaci dinamiche di pensiero e di attualità sociale, che sarebbe lecito aspettarsi, ci si trova al cospetto di una sorta di museo delle cere.

Avviene così che, come artificioso ed irreale risulta l'uomo ugualitarizzato, artificiose ed irreali in effetti si dimostrano le ideologie. Tanto più che ogni qualvolta è stata data all'una o all'altra ideologia la possibilità storica di realiz­zarsi, i risultati sono stati deludenti, i modelli proposti teorici, e dobbiamo an­cora vedere, nella realtà, come è fatto il paradiso liberale, quello socialista, quello comunista, quello democristiano.

Emerge chiaro il lImite condizionante della cosiddetta partecipazione de­mocratica.

I partiti, quali cristallizzazioni di momenti storici superati, non possono rappresentare la dinamica di idee di una società, ma, al massimo, tenderanno a teorizzarla, riconducendola a visioni stereotipate, separando necessariamente la gestione del potere dal dibattito dinamico delle idee, l'amministrazione dello Stato dalla effettiva partecipazione dei cittadini.

Il potere non è più appannaggio delle forze emergenti e rappresentative, ma monopolio dei funzionari di partito.

L'autorità, che deve necessariamente nascere da una piattaforma di tradi­zioni e di valori e si regge sul fatto di essere riconosciuta ed accettata da tutti i cittadini, mancandone i presupposti, decade.

Alcune osservazioni sul sistema democratico si impongono.

Ad esempio: è pensabile, quale società giusta, una società che istituziona­lizza l'esistenza e lo scontro delle fazioni e delle classi? È come voler istituzio­nalizzare i difetti e le manchevolezze. Perché, se è vero che la lotta politica nasce dalla naturale dinamica della società, è pur vero che lo Stato dovrebbe riassorbire tali lotte in una sintesi superiore, interpretando i fermenti nuovi e tutelando le esigenze popolari (nel senso di popolo e non, come oggi viene spesso usato, nel senso di massa).

E ancora, il concetto di maggioranza non determina forse l'esistenza di una minoranza (quasi la metà di una società) obbligatoriamente esclusa dal go­verno? E per di più, qualcuno è forse riuscito a dimostrare che cinquantun persone, per il solo fatto di essere cinquantuno, debbano dire le cose giuste e le rimanenti quarantanove, per il solo fatto di essere quarantanove, debbano ne­cessariamente dire le cose sbagliate? Si ottiene in tal modo il governo di una società o, al contrario, la prevaricazione di una fazione su di un'altra? Non si viene forse a creare una distinzione fra cittadini di serie A, agganciati al potere, e cittadini di serie B, relegati all'opposizione?

Che significato ha per l'uomo l'essersi organizzato in società? Lo ha forse fatto per combattersi o per aiutarsi, per scontrarsi o per collaborare, per un bisogno di dividersi o per un'esigenza vitale, materiale e spirituale, quella soli­daristica?

E se la società nasce da un'esigenza essenzialmente solidaristica, come si può giustificare l'assurda pretesa democratica di istituzionalizzarla invece a li­vello di scontro, di spaccatura sociale, di prevaricazione?

Il popolo originariamente si dà un governo per tutto il suo corpo, il sistema democratico fraziona la società nel gioco delle maggioranze e delle minoranze.

Lo Stato, da istituzione rappresentante e tutelante tutti i cittadini, diviene strumento di potere per fazioni che ne combattono altre.

Il Governo, ormai lontano dalla sua funzione di sintesi, rappresenta obbli­gatoriamente la prevaricazione di una parte, l'espressione di interessi settoriali, la necessità per una fazione di assicurarsi la conservazione di quei privilegi che le vengono concessi, quale maggioranza.

Nel sistema democratico la divisione “obbligatoria” supera ben presto il livello di governo centrale, per coinvolgere, progressivamente, tutte le attività della vita sociale, per sovrapporsi a competenze specifiche ed apporti qualificati. La divisione si istituzionalizza a livello regionale, provinciale, comunale, ed ora anche a livello quartiere, enti, scuole, ambienti di lavoro.

Più il tanto vantato “decentramento democratico” si fa strada, tanto meno ruolo e spazio ottengono i valori di competenza e capacità e più prevale il genericismo partitico, per il quale la massima attività è necessariamente rap­presentata dalla lotta per il potere.

La rappresentanza nei popoli dovrebbe invece identificarsi con la selezione delle capacità e degli apporti. Avvenne così che i rappresentanti del popolo nelle antiche società guerriere furono i migliori combattenti, in quelle agricole i migliori coltivatori, nelle civiltà del pensiero i saggi sapienti.

Quale selezione di valori, di capacità, di apporti il sistema democratico riesce a realizzare? Come si spiega che parlamento e governo sono affollati da uomini che raramente potrebbero coprire professionalmente cariche dirigen­ziali? Chi, costoro, possono in effetti rappresentare?

C'è, evidentemente, qualcosa che non funziona.

Mentre il sistema democratico nega validità alle rappresentanze scaturite dalla selezione, ai vertici, nelle sette dei partiti, non si viene forse a creare una sorta di selezione? Certamente non di intelligenza e di capacità, di furbizia e rapacità semmai, ma pur sempre selezione. In caso diverso nei partiti tutti do­vrebbero fermarsi a livello di semplice iscritto o tutti dovrebbero diventare se­gretario.

Ed ancora, questi partiti, che si piccano di essere i depositari del consenso popolare, oltrechè i rappresentanti di tutto il fenomeno politico della società, come giustificano l'incredibile divario esistente tra base elettorale ed iscritti al partito?

Si pensi che in Italia il partito con il rapporto voti-iscritti migliore, il PCI, contro gli oltre 11.000.000 di voti, raggiunge appena 1.800.000 iscritti, quindi circa il sedici per cento.

Come giustificare, per di più, il fatto che i partiti, oltre che il controllo del potere legislativo, amministrativo, esecutivo, delle aziende statali, hanno finito per controllare anche una miriade di attività nei più diversi settori, da quello editoriale a quello commerciale ed altri ancora? L'Espresso n. 20 del 1980 ri­porta i dati relativi al PCI per il 1979: oltre tremila dipendenti diretti di partito, controllo di aziende varie con quasi 300.000 dipendenti ed un fatturato di sedi­cimila miliardi l'anno!

Quale conformazione unitaria può mantenere lo stato democratico quando si consente la coesistenza di tanti staterelli autonomi, completi di strutture bu­rocratiche e finanziarie? Di quale autorità, autorevolezza e rappresentatività può essere depositario il governo di siffatto stato?

Ed ancora, come può considerarsi compatibile la pretesa rappresentatività dei partiti nel sistema democratico con la puntuale genericità ed incompetenza dei ministri, dei sottosegretari, degli assessori ...?

Il ministro della Difesa, ad esempio, è mai identificabile con la persona particolarmente competente di problemi militari? E come può giustificarsi il passaggio, oramai abituale, di una stessa persona attraverso i ministeri più di­sparati?

I casi sono due.

Se il sistema politico è effettivamente rappresentativo, allora la qualifica­zione delle competenze deve essere fenomeno naturale, costante, obbligato, ed ai vertici di un determinato settore sarà ovvia l'identificazione tra il più compe­tente, il più autorevole, e colui il quale è chiamato a dirigere e governare. O tutto questo non avviene, non è reso possibile, ed allora non si venga a parlare di rappresentatività, di partecipazione e, quindi, soprattutto, di libertà.

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La tecnica democratica per la conservazione del potere, che peraltro sinora si è dimostrata efficace, consiste nell'offrire alla pubblica opinione uno scontro di ideologie fantasiose, di modelli teorici che, pur risultando puntualmente ste­rile, si dimostra sufficiente a creare confusione d'idee e abulia politica presso i cittadini, tanto da distoglierli dalle effettive possibilità alternative esistenti nello stesso tessuto sociale.

Ci è sembrato quindi doveroso e logico, ancor prima di formulare le nostre valutazioni costruttive e le nostre precise proposte, indicare quale primo obiet­tivo necessario, lo sgomberare il terreno del dibattito socio-politico da tutte quelle architetture teoriche (ideologie) che si sovrappongono, confondendo e distruggendo, alla effettiva società reale. Si tratta di consentire all'uomo di ri­trovare la propria collocazione giusta, la propria coscienza libera, la propria tradizione. Si tratta di consentire all'uomo di conquistare il contenuto della li­bertà, quale partecipazione, sia di cittadino alla effettiva gestione della cosa pubblica, sia di individuo al senso dello Stato e della Nazione, quali fenomeni totali e globali.

Il primo obiettivo fondamentale deve necessariamente essere quello di chiarire, nella sostanza, la realtà della società, il significato del rapporto cittadi­no-stato, il contenuto globale della libertà, l'esatta collocazione dell'individuo nel popolo e del popolo tra i popoli del mondo.

Solo così facendo si potrà scardinare e distruggere l'inumana società dei grandi inganni democratici, ugualitaristici, massificatori, consumistici, materia­listici. Solo da una giusta premessa sociale e politica, che non sia teorica ed astratta, ma che coinvolga e responsabilizzi l'uomo nella sua totalità, che si formi e si stabilizzi nella coscienza e nella volontà dell'individuo, così come nel popolo, potranno nascere sistemi di rappresentanza effettivi e prendere corpo le strutture di una reale partecipazione politica.

Occorre comprendere a fondo che una soluzione “tecnica”, in fatto di partecipazione, per quanto perfetta possa essere in teoria, se sovrapposta a si­tuazioni socio-politiche sbagliate, nessun positivo risultato può ottenere.

Intendiamo cioè affermare che la partecipazione politica e la libertà non si possono realizzare attraverso formule elettorali che prescindano dai valori e dalle regole generali che condizionano la vita sociale, economica e morale dell'uomo. Parlare, ad esempio, di compartecipazione e cogestione nel mondo del lavoro, quando questo è afflitto da condizionamenti, irresponsabilità e confusioni, è espressione solo teorica, irrealizzabile.

Affermiamo che solo una società ricondotta a percorrere i sentieri della tradizione, che avrà potuto conquistare la coscienza dei propri valori, consoli­data la propria fede umana e spirituale, potrà fecondare le strutture della rap­presentanza, che dovranno essere valide, reali ed aderenti alle caratteristiche del popolo; potrà realizzarsi, solo allora, la meravigliosa conquista della parte­cipazione totale: il concretarsi nella vita del valore della libertà.

In tempi di inflazione ideologica, la nostra potrebbe apparire una sorta di “non risposta”. A parte il fatto che, nelle pagine che seguono, inizieremo a delineare concrete proposte alternative, riteniamo che proprio l'esistente infla­zione di “ricette miracolose” imponga ad un serio trattare il problema, il porre precise e pregiudiziali premesse. Sia perché il pericolo maggiore risiede nel ri­schio di aggiungere confusione e teorizzazione alle confusioni ed alle teorizza­zioni già esistenti, sia perché la difficoltà maggiore è rappresentata dalla priori­taria esigenza di condurre popolo e società a percorrere le strade adatte a fe­condare una reale alternativa di partecipazione e di libertà.

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Il problema della partecipazione, irrisolto nel sistema democratico, deve porsi dunque non già come sovrastruttura da “appoggiare” sulla società, ma come utilizzazione della effettiva realtà sociale nazionale.

Possiamo cioè affermare che il contraltare quotidiano e manifesto al teo­rico “voto” democratico è rappresentato dalla concretezza di un popolo che lavora, che lotta per la sopravvivenza, che soffre la crisi esistenziale spirituale e creativa che attanaglia il mondo moderno, che si trova infine a dover compen­sare con la propria attività ed il proprio impegno, i vuoti creati dalle sovra­strutture ideologiche e gli errori di gestione commessi dalla classe dirigente de­mocratica.

La partecipazione, una volta abbandonata ogni teorizzazione ideologica, deve trovare il suo ideale habitat nelle strutture naturali della società. Strutture che nulla possono avere a che fare con le attuali deformazioni sociali. Precisa­zione che riteniamo necessaria al fine di evitare una confusione tra le “catego­rie” che proporremo e qualcosa che assomigli ai sindacati o alle classi contrap­poste; tra l'assetto armonico di una conformazione geografica naturale e le at­tuali metropoli che prevaricano i medi e i piccoli centri.

Occorre infatti partire dal presupposto di un ridimensionamento del feno­meno dell'inurbamento. La città moderna è disumana: nasce dalle esclusive esi­genze industriali a tutto scapito dell'ambiente e della vita umana. E non si ven­ga a dire che la rivoluzione industriale ha offerto soluzioni ottimali e, in ogni caso, rappresenti una scelta irreversibile; questo significherebbe, da una parte, negare millenni di storia e di civiltà, dall'altra volersi ostinare a non prendere atto delle innumerevoli testimonianze del fallimento sociale, morale, ambien­tale, spirituale, esistenziale della società tecnologica, consumistica e del “be­nessere”.

Né il fenomeno dell'inurbamento è reso indispensabile dall'aumento delle popolazioni. È la stessa storia della fame nel mondo. Si vorrebbero imputare all'aumento della popolazione le colpe e gli errori compiuti dalla società mo­derna.

A prescindere dal fatto che l'esplosione demografica non è casuale, ma conseguente a vocazioni antiselettive ed a scarsa lungimiranza del mondo mo­derno, numerosi territori disabitati o scarsamente abitati fanno da contrappeso alle gigantesche metropoli; la metà delle terre del mondo, attualmente incolti­vate, e la infima percentuale di sfruttamento del mare a fini alimentari, sma­scherano la pretesa ineluttabilità della fame nel mondo.

Indicando una suddivisione categoriale della società ci riferiamo al modello sociale naturale, cioè quello solidaristico, dove per categoria si intende ogni ambiente omogeneo, socialmente utile e rappresentativo di effettive realtà umane. Categorie sono, cioè, oltre a quelle del lavoro, anche quelle del pen­siero, della ricerca, dell'arte, della cultura, della religione.

Per partecipazione va inteso non solo l'apporto dell'individuo alla vita po­litica, ma all'intera sfera di interessi che partono dall'individuo e si rivolgono alla società.

A livello lavoro l'unica formula a dimensione umana e libera che potrà realizzarsi sarà la cogestione aziendale, con la quale tutte le componenti del processo produttivo, oggi innaturalmente contrapposte, dovranno collaborare e partecipare, sia alla gestione, sia agli utili. Si tratta di un esperimento spesso attuato, (RSI, Iugoslavia, Germania, Libia), ma la cui validità avveniristica deve ancora manifestarsi nella sua completezza, sia perché, dove attuato, non erano ugualmente realizzate partecipazione e libertà ad altri livelli, sia perché le con­dizioni storico-ambientali non erano ancora adatte a recepire, con la dovuta integrabilità, tale esperimento.

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Per categoria intendiamo l'ambiente umano che risponde principalmente ai seguenti requisiti:

- Correlazioni umane e tecniche.

La categoria è l'ambiente dove gli individui normalmente vivono ed ope­rano e dove quindi si viene a creare una effettiva conoscenza sia umana (valori, moralità, idee, coerenza) che tecnica (riconoscimento delle effettive compe­tenze, dei precisi apporti, delle reali potenzialità).

Mentre il cittadino che viene chiamato a delegare la propria partecipazio­ne, scegliendo in liste eterogenee candidati non conoscibili direttamente, effet­tuerà scelte necessariamente dettate da suggestioni e condizionamenti, il citta­dino chiamato a giudicare ed eleggere un rappresentante della propria catego­ria, sottratto alle suggestioni dei partiti, potrà fare una scelta qualitativa (egli conosce chi è competente, nello stesso centro geografico, nella stessa categoria, e può agevolmente anche valutarne moralità, idee) e potrà anche controllarne l'operato, direttamente, personalmente, senza far uso del “filtro” delle fonti d'informazione.

- Rilevanza e riconoscimento da parte della società.

Non possono considerarsi categoria ambienti umani socialmente inutili, no­civi, o irrilevanti. Il riconoscimento delle categorie da parte della società deve garantire l'identificazione tra esse e la realtà sociale. Non chiarire questo pre­supposto, rischierebbe di consentire il paradosso della società democratica, dove per categorie si vorrebbero configurare anche i difetti e le disfunzioni sociali (delinquenti, speculatori economici), ed addirittura le deviazioni umane (omosessuali, transessuali, infermi di mente, drogati) che andrebbero, invece, circoscritte, curate e non fatte oggetto di attenzione, tutela e pubblicità.

- Collegamento con le altre categorie.

L'apporto della categoria alla vita della società non deve essere puramente settoriale e fine a se stesso, ma deve convergere, assieme agli apporti delle altre categorie, al bene della collettività, intesa come insieme di individui (corpo) e come finalità nazionale (anima). Non possono essere, quindi, tollerate categorie a se stanti o che, addirittura, siano in contrasto con le stesse finalità della so­cietà.

- Selezionabilità dei suoi elementi.

Una categoria sociale libera da condizionamenti di ideologie, fazioni, schemi teorici, si struttura naturalmente in gerarchia meritocratica di compe­tenze e capacità ed offre, in tal modo, la base ottima per la realizzazione di una rappresentanza selettiva.

La categoria gia rappresenta di per sé la sede della vita dell'individuo; si tratta di valorizzarla e realizzarla nella sua completezza, dando, nel suo ambito, cittadinanza al dibattito politico. Un dibattito politico sganciato dalle cristaliz­zazioni teoriche o dalle divisioni delle fazioni, ma costantemente agganciato ai problemi contingenti, nella visione unitaria e solidaristica della Nazione.

Questo non significa negare possibilità al crearsi di correnti di pensiero, ma queste non dovranno mai uscire dalla naturale sede della vita sociale, per for­mare fazioni istituzionalizzate; dovranno rappresentare il fermento culturale e politico inserito nello Stato, perché questo dovranno tendere a modificare, e perché questo dovrà sempre rappresentare l'elemento di ricomposizione e di sintesi di tutto il fenomeno umano, culturale e politico della società.

Occorre comprendere che, finalisticamente, uno Stato che intende superare il fenomeno del partitismo non può né salvarne una parte (partito unico), né consentire, in prospettiva, la possibilità del riformarsi di fazioni, anche se in altro modo strutturate.

L'uomo che opera in una categoria rispondente ai requisiti sopra descritti trova realizzata la propria tendenza naturale alla totalità. Intendiamo, cioè, af­fermare che l'uomo che accetta di vivere in una società, tende a realizzarsi come uomo creativo, come tecnico, come politico, in una parola come uomo totale.

La società democratica, al contrario, separa le aspirazioni umane e, così facendo, ne impedisce il completo realizzarsi. In essa il lavoratore deve essere lavoratore e basta; anche quando si organizza in associazioni (sindacati) tale fatto deve riguardare esclusivamente un aspetto (rivendicativo) del proprio es­sere lavoratore; lo stesso cittadino che vuole occuparsi di politica è costretto ad uscire dal proprio ambiente di lavoro, e, cercando di trovarne voglia e tempo, partecipare alla vita di un partito; quando poi vuole anche affermare dei valori etico-spirituali, deve cercarseli e applicarseli per conto suo, perché nulla, a questo punto, essi possono avere a che vedere sia con la sua vita di lavoratore, dove devono prevalere gli interessi economici, sia con la vita del partito, dove devono prevalere gli interessi di fazione.

È inammissibile che l'uomo tolleri la spaccatura tra vita individuale e vita sociale, tra vita politica e vita produttiva, tra vita economica e interessi etico-spirituali; ne esce snaturata, a livello reale e concettuale, la stessa società, alla quale nulla più rimane della naturale, iniziale vocazione solidaristica e globale. Nella società democratica ciò che non ha mai cittadinanza, è l'interesse del po­polo, della Nazione, come valore e come sintesi di individualità.

L'uomo totale, inserito nella categoria, vede concretarsi il valore compe­tenza, nel riconoscimento di tutti i propri apporti. Il concetto di competenza, sganciato dalla totalità degli apporti, ed isolato a livello tecnico, potrebbe in­vece, ad esempio, comprendere ed esaltare il grande scienziato che, tradendo il proprio paese, cede o addirittura vende i risultati della propria ricerca a nazioni straniere, perché, a livello tecnico, rimane in ogni caso un competente.

Di converso, la competenza, intesa globalmente, è la risultante di capacità tecniche, di meriti morali, di caratteristiche individuali. Il metro della selezione sociale deve appunto essere la competenza nella sua completezza.

L'individuo, nella società ugualitaristica così frustrato, perché, convinto di essere “uguale”, è condannato ad una perenne insoddisfazione nel vedere chi più “ha” o “può”, restituito alla sua naturale collocazione, troverà soddisfa­zione per il riconosciuto ruolo delle proprie competenze e sarà portato a ri­spettare un ordine meritocratico, dove avranno posto contemporaneamente gradini più elevati e meno elevati del suo.

La collocazione dell'individuo nella categoria sociale determina inoltre l'articolarsi della dinamica diritti-doveri attorno al concetto di partecipazione. Al cittadino saranno garantiti i diritti esclusivamente in funzione dei doveri che la società, quale interesse collettivo e superiore, imporrà.

La funzione di sintesi nazionale, espressione dell'anima del popolo, indica­zione degli obbiettivi da conseguire, coordinamento concentrico ed armonico di tutte le attività della società, può essere il risultato esclusivamente di una effet­tiva aristocrazia meritocratica, frutto di una selezione di competenze e di valori.

Osserviamo ora come una siffatta partecipazione, attraverso le categorie sociali, potrebbe realizzarsi nella pratica, assolvendo al tempo stesso alle esi­genze di elettività delle rappresentanze e di selezione delle competenze, con la premessa che l'effettiva strutturazione, fatti salvi i principi ed i valori condut­tori, dovrà scaturire dalle condizioni storico-ambientali nelle quali potrà realiz­zarsi la nuova società.

Partiamo da una piccola città. All'interno delle singole categorie saranno elette le rispettive rappresentanze (abbiamo già visto come, a questo livello, i concetti di valutazione qualitativa, e quindi selettiva, possano essere realizzati). L'insieme delle rappresentanze di categoria esprimeranno le scelte della citta­dina, che così risulteranno determinate dai migliori apporti di tutta la realtà locale.

I rappresentanti di tutte le categorie di ogni comune eleggeranno successi­vamente le rappresentanze a livello provinciale, dalle quali scaturirà il governo della provincia.

Seguendo questi due gradini osserviamo come, così facendo, si viene a de­terminare sia la selezione dei cittadini ad ogni livello; sia il fatto che si ottiene automaticamente una unitarietà della politica e dell'amministrazione dei co­muni e delle province.

I rappresentanti di categoria di tutte le province eleggeranno le rappre­sentanze di categoria a livello nazionale.

Le rappresentanze di categoria, a livello nazionale, formeranno l'assemblea legislativa, dalla quale poi scaturirà il governo centrale.

Vediamo ora, superando l'aridità delle nostre sintetiche indicazioni, quali sono gli aspetti della vita della società e i valori che dette strutture piramidali saranno chiamate a realizzare e garantire, oltre alla selezione delle competenze ed alla rappresentatività:

- continuità della partecipazione.

L'elezione del rappresentante di categoria, ben lungi dal consistere in una delega intermittente, cioè l'unico ed isolato atto di partecipazione, dovrà essere il conseguente atto di una vita globale nella categoria dove, assieme ai problemi “tecnici”, avrà avuto cittadinanza il dibattito politico ed avranno avuto modo di manifestarsi la scelta e la valutazione dei candidati a rappresentare la cate­goria ai più alti livelli.

Come appare impossibile una gestione aziendale nella quale l'apporto degli amministratori possa concretarsi “episodicamente” solo alla scadenza di un determinato numero di anni, così il fenomeno della partecipazione dovrà essere un fatto continuativo.

Nelle strutture sociali elementari, ad esempio famiglia, i singoli componenti non si riuniscono solo quando regole teoriche lo prevedono, ma per discutere ogni qualvolta si ponga qualche problema da risolvere. Allo stesso modo la vita della categoria dovrà strutturarsi per consentire, insieme alla soluzione dei pro­blemi tecnici, lo svilupparsi del dibattito politico.

- Controllo della rappresentanza.

Dalla continuità della partecipazione emerge la logica possibilità del con­trollo costante delle rappresentanze elette. Questo significa che il mandato affi­dato deve poter essere sempre revocabile, qualora il prescelto si dimostrasse indegno della fiducia accordatagli, e che le scadenze elettorali periodiche de­vono essere soppresse, per consentire ai rappresentanti che svolgono la propria attività in maniera consona alle intenzioni ed ai valori espressi dalla categoria di non veder interrotto il proprio mandato. Si eviterà così l'inutile interruzione dell'operato dei rappresentanti validi, e il formarsi di periodici, pericolosi vuoti di potere.

- Stabilità del governo.

Il superamento delle scadenze elettorali, della contrapposizione delle fa­zioni ed il formarsi di una aristocrazia meritocratica, determineranno una stabi­lità delle forme di governo, foriera di programmi a tempi lunghi, di realizzazioni volte al futuro, di amministrazioni lungimiranti.

Ebbe a dire un uomo politico inglese: la differenza tra un uomo di partito ed uno statista sta nel fatto che l'uomo di partito governa pensando alle pros­sime elezioni, lo statista alle prossime generazioni.

Facendo nostra la battuta, potremmo dire: quanto è destinata a durare la società democratica governata dagli uomini di partito? E una società giusta, organica, intelligente, non deve essere, necessariamente, governata da statisti, quindi dalla aristocrazia meritocratica?

- Adeguamento continuo delle rappresentanze alle mutate esigenze della società.

La storia è inesauribile fonte di esempi che dimostrano quanto ogni forma di governo tenda a cristallizzarsi, e renda necessaria, ad un certo punto limite, l'esplosione di un fenomeno rivoluzionario che, attraverso il capovolgimento del potere costituito, giunga ad adeguare l'assetto socio-politico alle mutate esi­genze sociali.

È chiaro che prospettare una alternativa forma di gestione dello Stato, già destinata fin dall'inizio ad essere rovesciata da una rivoluzione, rappresenta un non senso ed una contraddizione.

La partecipazione e la rappresentanza selettiva che abbiamo indicate do­vranno essere in grado (e questo è l'aspetto fondamentalmente alternativo) di adeguare continuamente le rappresentanze, e quindi il potere, alla realtà della società in tutti i suoi aspetti ed in ogni sua dinamica.

Le categorie devono essere il filo di congiunzione e composizione conti­nuativo tra governo e popolo, tra pubblica amministrazione, interessi di Na­zione, problemi sociali, ed esigenze individuali o locali.

Usando espressioni roboanti, potremmo parlare di “rivoluzione perenne”, di “rivoluzione legale”, di “stato rivoluzionario”, ma ci sembra più concreto e semplice parlare di società umana organica e libera.

* * *

Anticipando alcune delle più prevedibili obiezioni alla nostra visione della partecipazione, pensiamo utile fin d'ora confutarle.

Prima obiezione: una partecipazione basata sulle categorie non configura obbligatoriamente una sorta di tecnocrazia, quindi governo di tecnici avulsi da ogni pensiero politico?

Abbiamo gia specificato come l'uomo da noi concepito (uomo naturale, non teorico) sia l'uomo totale, i cui apporti non possono essere presi in consi­derazione esclusivamente sotto il profilo della specializzazione. Una partecipa­zione selettiva di uomini totali determinerà sì delle rappresentanze competenti “tecnicamente”, ma, al tempo stesso, interpreti di tutti i valori di cui la cate­goria, quindi la società, è depositaria. Superando la concezione della separa­zione tra apporti tecnici e apporti politici, prende forma l'idea di una società globale in grado di esprimere una rappresentanza di uomini totali.

Seconda obiezione: consentendo un dibattito continuativo a livello popolare ed un conseguente controllo delle rappresentanze, non si rischia di perdere il con­trollo della società e di sfociare in forme politiche anarcoidi?

Abbiamo parlato di una società sgombra da sovrastrutture, quindi da con­dizionamenti economici ed ideologici. O si ha fiducia nell'uomo e nella società naturale, tradizionale, solidaristica, ed allora, una volta determinatisi i presup­posti, gli apporti costruttivi dei singoli individui divengono la dialettica costrut­tiva dell'intera società, delle rappresentanze, dello Stato. O questa fiducia non la si ha, ed allora qualsiasi discorso sull'avvenire dell'uomo e della sua società perde valore e significato.

Ed ancora: abbiamo indicato quale sbocco della partecipazione e della rap­presentanza selettiva, l'aristocrazia del merito. O si crede nella capacità auto-selettiva degli uomini, capace di determinare le aristocrazie, e si crede nelle aristocrazie, nella loro capacità di emergere, di rappresentare i popoli e di gui­dare gli uomini, o si crede nell'uomo-massa, ma allora per l'uomo-massa la società democratica è la sede naturale ed un discorso alternativo, a tale uomo, non serve.

Terza obiezione: se voi affermate la non validità del sistema elettorale quan­titativo, come pensate possibile superare, nella vostra società, il problema delle maggioranze e delle minoranze?

La risposta è duplice:

- mentre nel sistema democratico le maggioranze e le minoranze si de­terminano su convergenze di potere di alcuni partiti, quindi su divisioni ideolo­giche artefatte, nella società selettiva da noi proposta, il dibattito e quindi le scelte verranno effettuate, sui problemi concreti, dalle persone competenti e quindi non si avranno maggioranze di interessi precostituiti, ma il dibattito ve­drà solo il determinarsi di decisioni. Non si tratta di una sottigliezza, ma di una differenza sostanziale;

- il concetto numerico del 51% che ha ragione sul 49% dovrà essere modificato in maniera più confacente ad una società solidaristica che vuole esprimere un governo per la totalità del popolo. Appare evidente, ad esempio, che la nomina del governo non potrà certo scaturire da una maggioranza nu­merica del 51% dei rappresentanti popolari, ma da una convergenza di consensi assai più vasta, così come lo stesso governo non potrà essere posto in crisi da una piccola quantità di voti, ma da un vasto dissenso e, soprattutto, da precise istanze alternative. Il consenso da cui deve nascere il governo di una nazione deve essere necessariamente assai più vasto di una risicata maggioranza demo­cratica e, al tempo stesso, deve garantirgli la possibilità di operare tranquilla­mente, senza essere continuamente sottoposto al pericolo ricattatorio di qualche voto che dalla maggioranza passi alla minoranza, come avviene nel sistema parlamentare dei partiti.

Quarta, prevista, obiezione: questa società organica, solidaristica, selettiva, regno di partecipazione e libertà, non vi sembra un'utopia?

Certamente utopistico può sembrare il nostro tipo di società, in un mondo dove l'uomo ha perso il suo ruolo, dove i valori hanno perso significato, dove le tradizioni si vorrebbero cancellate, ma si può seriamente pensare che questa società della profonda crisi umana non debba avere una fine, forse vicina? E non occorre cominciare a costruire la società alternativa alla crisi, indicarne profili e prospettive?

Utopistica la nostra visione della società, che si basa sulle caratteristiche naturali dell'uomo, quando il mondo è infettato da ideologie, ognuna corredata di una utopia, e su queste ideologie si vuole frantumato il corpo sociale?

È forse utopia la realtà della vita? La natura dell'uomo? La volontà di migliorarsi e di costruire?

La verità è che è diffuso un conformismo rassegnato, generatore di pigrizia intellettuale, tipico dei momenti di crisi. Non ci si rende conto che l'utopia, cioè il regno dell'assurdo che, in questo caso, diviene anche il regno del disumano, è proprio la società democratica, dell'uguaglianza a tutti i costi, della massifica­zione.

Uscire dalle tematiche alla moda, per fare un'analisi effettivamente libera, svincolata da ogni condizionamento, può certo, ad un osservatore superficiale, generare il sospetto di utopia, ma ad una più attenta riflessione apparirà evi­dente che nulla di più concreto e reale può esserci, di una ricerca di libera e costruttiva alternativa, che parta dalle reali caratteristiche umane.

Deve affermarsi, sopra ogni cosa, la volontà di trovare il coraggio intellet­tuale di uscire dai condizionamenti ideologici che hanno portato alla crisi dell'uomo. In questa ottica vanno considerate l'analisi critica e le proposte al­ternative da noi effettuate. In questa ottica prende corpo l'idea di un uomo libero che vuole ritrovare se stesso, il proprio ruolo, la propria tradizione, un tipo di società che gli si adatta, il proprio ordine naturale. Un uomo che, ritro­vata la dignità della lotta per la libertà, riacquista fede nelle proprie capacità costruttrici, creative e spirituali.

Mario Consoli