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La paura delle idee

La volontà repressiva del sistema democratico, nei confronti del dissenso politico e culturale d'ogni colore, si va manifestando con sempre maggiore asprezza e decisione. Gli atteggiamenti adottati in merito sono due, essi appaio­no non solo diversi tra di loro, ma, ad un'analisi superficiale, contraddittori.

Un atteggiamento è riservato ai dissidenti contemporanei ed un altro ai “grandi dissidenti” del passato.

Consideriamoli nell'ordine.

A circa un anno e mezzo di distanza dal “caso 7 aprile”, con il quale si volle sommariamente collegare tutto il dissenso della sinistra extraparlamentare all'operato delle brigate rosse, il sistema ha messo in atto, con vere e proprie acrobazie giuridico-poliziesche, un nuovo blitz, questa volta per far identificare, dalla pubblica opinione, tutto il dissenso “fascista” con il terrorismo delle as­surde e criminali stragi.

Comprendere cosa voglia ottenere tale operazione è semplice.

Alla pubblica opinione, sbandata e insoddisfatta, non può essere consentito soffermarsi a seguire idee di dissenso e di alternativa globale; essa deve credere che chi parla in termini antidemocratici, necessariamente, ha una bomba in ta­sca o un mitra sotto la giacca. E se a tale identificazione si aggiunge il legittimo stato d'animo di sgomento per le inumane conseguenze delle azioni terroristi­che, l'obiettivo è pienamente raggiunto; la pubblica opinione la si può tranquil­lamente considerare vaccinata, contro i “germi antidemocratici”, ancora per qualche tempo.

È davvero ben fortunato questo sistema politico che si trova, puntualmen­te, a poter sfruttare la bomba giusta, al momento giusto!

Ma appare, ovviamente, più difficile far immaginare alla pubblica opinione un Sorel, un Nietzsche, un Pound, un uomo della spiritualità medioevale o un artista del futurismo, intento ad accendere una miccia nella sala d'attesa di una stazione od a lubrificare con morbosità la propria P 38.

È per questi allora, e per molti altri esponenti del pensiero e della cultura antidemocratici, che l'atteggiamento repressivo del sistema si manifesta in modo più sottile.

Capita così di leggere, sempre più spesso, esaltazioni di detti personaggi in chiave democratica, nell'evidente intento di neutralizzarli, facendo apparire cioè il loro pensiero e le loro idee, tranquillamente assimilabili dalla cultura del si­stema, come nell'enorme vagina di un'anziana baldracca.

Assistiamo così ad innumerevoli mostre dell'arte futurista, patrocinate da enti pubblici. Persino a sinistra si “rileggono” personaggi come D'Annunzio.

Scorrendo la terza pagina del quotidiano “ Il Giorno ” scopriamo che è ora di “ ribaltare mo/te idee comuni sul medioevo”. “Cos'è quella luce?” si do­manda Luigi Prosdocimi, affermando che il medioevo “ ci appare come il tempo della fondazione di quell'Europa per ricostruire la quale, ai nostri giorni, il mon­do della cultura e una opinione pubblica sempre più cosciente si battono con impegno” .

Ed ancora, veniamo a sapere da Pietro Rossi che “ Nietzsche ora è libero”; che sono cioè superate le interpretazioni antidemocratiche del suo pensiero. Luigi Grande ci informa che George Sorel “ fu e resta un pensatore della sinistra socialista” e che “ solo la parte negativa, caduca e irrazionale del suo pensiero confluì nell'ideologia fascista ”; quindi, “ assolviamo Sorel da colpe non sue”!

Sempre su “ Il Giorno ”, in due articoli, Luciano Cavalli ed ancora Pietro Rossi ci illustrano l'attualità e l'importanza dell'opera sociologica di Max We­ber. Come se da tale opera non emergesse, con chiarezza inequivocabile, la matrice materialistica comune alla “ gabbia d'acciaio” capitalista ed al marxi­smo, e la sua decisa condanna.

Ed infine, ma gli esempi potrebbero essere innumerevoli, Maria Luisa Astoldi esalta l'opera poetica e culturale di Ezra Pound, liquidando, come se di scarso rilievo, tutta la fermezza delle scelte antidemocratiche compiute dal let­terato, quale “frutto di ignoranza, di approssimazione e di equivoci” . Ma Pound non è forse quell'uomo che, per la coerenza delle proprie idee, fu rin­chiuso dai “demo-umanitari” americani, prima in una gabbia di ferro esposta alle intemperie, poi, per tredici anni, nel manicomio criminale di St. Elizabeth?

Con tutto ciò non vogliamo certo assumere la difesa d'ufficio di ogni per­sonaggio antidemocratico di oggi, così come non possiamo evidentemente sotto­scrivere tutto il pensiero degli uomini di cultura che abbiamo citato.

Vogliamo, invece, rivendicare il diritto al dissenso, condannare la repres­sione operata dal sistema democratico, ben distinguere, sul piano giuridico e su quello politico, il “reato” di opinione dal delitto terroristico.

Pretendiamo rispetto e obiettività per tutto il patrimonio, immenso ed in gran parte attuale, anzi avveniristico, del pensiero e della cultura antidemocrati­ci, cui si potrà e dovrà sempre più far riferimento, nell'edificazione della nuova società dell'uomo e della libertà.

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Come l'incredibile, spudorata censura democratica non conosca limite al­cuno, è dimostrato dall'atteggiamento della stampa italiana persino nei confron­ti dei discorsi di Giovanni Paolo II.

Un esempio per tutti. Durante il recente viaggio nell'America latina, Papa Wojtyla, nel discorso di Bahia, ebbe a manifestare, con parole particolarmente chiare e decise, la condanna di ogni materialismo, anche e soprattutto quello economico, della lotta di classe, del governo delle fazioni egoiste, i partiti; ebbe a rivendicare la natura spirituale e solidaristica della società, “ una società in funzione dell'uomo, nel rispetto dell'uomo ”. La risposta della censura democra­tica fu immediata: leggemmo sui giornali il discorso mutilato di ampi brani; i concetti furono “sdrammatizzati”; le stesse notizie di quella giornata del Papa non furono più riportate nell'usuale prima pagina, ma esiliate, con scarso rilie­vo, nelle pagine interne: il “ Corriere della Sera ” in quarta pagina, “ Il Gior­no ” e “ La Stampa ” in quinta, “ La Repubblica ”in ottava, “ Il Giornale nuo­vo ”, addirittura, in dodicesima!

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Non c'è da stupirsi se anche oggi, come in ogni dittatura, l'informazione è deformata e la cultura addomesticata agli interessi del sistema. Ma il pericolo maggiore di questa propaganda di regime è che riesce a diffondere, presso la pubblica opinione, tra le tante falsità, anche il convincimento che, nonostante tutto, oggi la libertà ci sia.

Noi ci rivolgiamo quindi agli uomini che malgrado ciò sono rimasti liberi, a coloro che sono riusciti a conservare un'obiettività interiore, e che vogliono, anche se è faticoso e scomodo, ricercare fonti attendibili per formulare i propri giudizi e riferimenti culturali non inquinati per costruire il proprio pensiero. Sono costoro che hanno la possibilità e il dovere, oggi, di interpretare la realtà e di elaborare quelle proposte alternative capaci, domani, di offrirsi, costruttive ed avveniristiche, al cosciente consenso di una pubblica opinione, finalmente sottratta al giogo di un'informazione democratica, solo apparentemente plurali­stica.

La grande paura che il sistema dimostra di fronte alle idee, sta a significare che oggi proprio queste sono gli strumenti necessari per superare il costituito e costruire l'avvenire.

È questo il tempo di idee nuove; elaborarle e diffonderle, a costo di possi­bili sacrifici, è il preciso dovere degli uomini liberi.

Mario Consoli