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Piero Sella

Comunismo, democrazia o qualcos'altro?

Insofferenza nel mondo per comunismo e democrazia ­- I moti­vi del no al comunismo Il rifiuto della democrazia Le altre soluzioni: lotta per conquistarle e salvaguardarle I regimi mili­tari « fascisti» L'alternativa per l'Italia

Insofferenza nel mondo per comunismo e democrazia

Per chi è convinto che vadano ricercate soluzioni alternative sia al comuni­smo, sia alla democrazia dei partiti, è particolarmente interessante soffermarsi ad esaminare le soluzioni di governo oggi adottate nel mondo e il loro comples­so interagire.

In una Europa rassegnata, stabilmente divisa in due blocchi contrapposti, può sembrare che comunismo e democrazia siano realtà inamovibili, e le carte non possano più essere rimescolate.

Ma si tratta di un giudizio superficiale, eurocentrico. E' sufficiente estendere l'esame alle forme di governo di altri continenti, è sufficiente approfondire quan­to sia effettiva, spontanea l'adesione che comunismo e democrazia hanno presso le popolazioni sottoposte al loro governo, per convincersi che non è così.

L'esame della realtà internazionale va però affrontato senza prevenzioni, attenti a non cadere nelle trappole più grosse. I politici che oggi hanno in pugno il potere in Europa, ad esempio, è logico facciano di tutto per far credere alle popolazioni del vecchio continente di essere le più fortunate e di godere dei sistemi di governo i più avanzati, i più aperti alla partecipazione popolare.

Le strutture burocratiche del comunismo, e gli uomini dei partiti, avvertendo la minaccia di una possibile esautorazione, si affannano, in ciò essendo perfetta­mente d'accordo, a cercar di dimostrare che non esistono altre possibilità politi­che di trovare presidio di stabilità e pacifica civile convivenza; che, al di fuori di loro, non c'è spazio altro che per violenza, sopraffazione e terrorismo.

L'ultimo gravissimo episodio di Bologna e la prevista ondata di repressione che ne è seguita, proprio questo messaggio vogliono farci giungere.

I fatti di ogni giorno però, al di qua e al di là della cortina di ferro, ci dimostrano il contrario: il soffocamento della libertà, la violenza, la sopraffa­zione, il monopolio più o meno grossolano della cultura e dell'informazione fanno da supporto proprio a comunismo e democrazia e si aggiungono, come già non bastassero, a corruzione e incompetenza.

Tipico altro argomento usato a favore dell'esaltazione dello status quo, anzi per dimostrare l'ineluttabilità che i popoli si dispongano ad accettare comuni­smo e democrazia, argomento a ben riflettere subdolamente razzista, è quello che, abbinando scelte politiche a progresso tecnologico, spinge a far credere che ogni popolo desideri essere governato come sono ora gli Europei, e che in cima ad ogni sua aspirazione politica debba esserci questa meta, anche se per il momento tale fortuna non è ancora accessibile a tutti.

Ma si ricade così nel vecchio errore di credere che la storia debba andare necessariamente in direzioni predeterminate, nonostante l'esperienza ci dimo­stri di continuo il contrario.

Comunismo e democrazia partitica non debbono quindi affatto essere con­siderati aprioristicamente insostituibili modelli di vita, come non è vero del re­sto che la maggioranza dei popoli sia così ansiosa di mostrare la propria dispo­nibilità ad adottarli.

Ma c'è di più, e cioè che nemmeno i popoli dei paesi comunisti e di quelli democratici sono soddisfatti di come vivono e, anche laddove il potere demo­cratico e quello comunista sembrano realtà stabilmente acquisite, non sempre le istituzioni hanno basi solide, possono cioè considerarsi accettate dalle popola­zioni in modo definitivo.

La storia è sempre in movimento e lo sforzo per incatenare la realtà a formule dogmatiche è destinato a restare vano.

Il comunismo scricchiola, denunciando fenomeni di fatica del metallo nelle sue strutture (il mondo musulmano sovietico è una polveriera con miccia già accesa, son cosa recente i fermenti di ribellione in Polonia), ma anche la citta­della democratica non è affatto stabile. E quando crollano, i regimi democratici, come è accaduto in settembre in Turchia, non lasciano certo rimpianti, ma solo guai, cui altri, al loro posto, dovranno porre rimedio.

Molti popoli, della democrazia hanno solo parzialmente assimilato la so­stanza massificante, ugualitaria, mitridatizzandosi contro gli esiti antigerarchici e anarcoidi, solitamente automatici.

Quanto autentici ad esempio infatti i consensi della democrazia in Germa­nia e Giappone? A nostro parere la democrazia in tali nazioni è formale; una vernice superficiale che si è accettato di farsi applicare per non apparire « diver­si » e poter godere così i vantaggi offerti dai salotti economici internazionali alla moda. Queste nazioni, appunto perché in esse l'animo popolare ha conservato i valori istintivi della tradizione, sopportano con i danni minori, i regimi demo­cratici giunti sulle nere ali della sconfitta militare.

Nemmeno la Francia può considerarsi supinamente allineata su posizioni. demopartitocratiche; la sua azione in politica estera, l'avere essa compreso la necessità di uno schieramento autonomo dell'Europa e l'eredità del gollismo, ne fanno uno dei pilastri portanti della nuova Europa.

La Spagna ha ritenuto vantaggioso barattare, con costose sostanziali revi­sioni costituzionali, l'ingresso alla Comunità Economica Europea, ma le impli­cazioni negative del cambio di rotta sono sotto gli occhi di tutti.

Abbiamo l'impressione che anche da noi in Italia, sotto sotto, la democra­zia dei partiti sia vista ormai dalla saggezza popolare come una tassa, un pedag­gio da pagare ad una classe dirigente corrotta e incapace, che si accetta per ora con rassegnato fatalismo.

L'insoddisfazione per regimi come quelli comunisti e quelli democratici, appare dunque diffusa, e si manifesta, pur con motivazioni diverse, la constata­zione che essi contrastano con le più profonde, radicate esigenze della natura umana, anche perché, dove questa insoddisfazione ancora non ha preso corpo, la qualità della vita non appare certo buona. Alludiamo allo squallore della vita in Unione Sovietica e all'Occidente preda del materialismo e della droga.

Ma quali sono in concreto i profondi motivi di dissenso che spingono tanti popoli al rifiuto istintivo di tali forme di convivenza sociale, a desiderare di organizzarsi civilmente in modo diverso, senza cioè tenerne in alcun conto le indicazioni, anzi ponendo in atto contro di esse validi meccanismi di difesa?

I motivi del no al comnnismo

Per quanto riguarda il comunismo, il dissenso è determinato principalmen­te dal suo carattere di dottrina basata sull'odio di classe e sull'invidia; nemica cioè di ogni solidarietà sociale per quanto riguarda il collettivo e tale da scorag­giare nel singolo ogni spinta competitiva.

Ci pare che alla base della scarsa simpatia goduta dal comunismo si trovi anche una campagna pubblicitaria politica male congegnata. Come può far breccia qualcosa che ha in sé i concetti di stanco, misero, sfortunato, poco intel­ligente, povero, quando invece tutti tendono a campar bene e primeggiare? Infatti, a dispetto dei comunisti, il sogno di ogni operaio è proprio quello di uscirsene dal proletariato.

Col soffermarsi ad osservare compiaciuto la retroguardia della società ed in quanto tale volerla organizzare, il comunismo non si pone al servizio del popo­lo, ma è volto di fatto ad ostacolarne l'elevazione materiale e culturale, attra­verso deresponsabilizzanti, antisociali recriminazioni, che spingono chi segue i suoi dettami a comportamenti aberranti, sostanzialmente autolesionistici. E' del resto difficile che i capi del movimento comunista comprendano i desideri del proletariato, appartenendo infatti essi di regola a famiglie di ben diversa estra­zione sociale.

Le sofferenze e le aspirazioni dei lavoratori sono loro estranee, le vedono distorte attraverso il prisma di fumose costruzioni filosofiche e cercano unica­mente di farsene sgabello.

Si tratta di borghesi disadattati, come Lenin, che in gioventù era circondato da servi, istitutori, maestri di tennis ed equitazione.

In Italia del resto, i comunisti, son guidati dal marchese Berlinguer e, tra i capi intellettualmente più vivaci, Amendola, figlio addirittura del ministro delle colonie, nel suo autobiografico « una scelta di vita » ci descrive i salotti artistico letterari, le scuole private di prestigio, tutto un ambiente fatuo e bohèmien, certamente lontano da qualsiasi atmosfera proletaria.

Il miope interesse di classe, cui i comunisti strumentalmente danno vita, fa perdere di vista il prioritario interesse di tutti, cioè della nazione. Si impedisce che, attraverso l'arricchimento di essa, possano trarne vantaggio proprio gli strati sociali che più ne hanno bisogno.

Risulta intuitivo, di conseguenza, che strumenti di lotta cari alla tradizione marxista, come lo sciopero, ad un appena attento esame, risultano unicamente di danno all'economia nazionale e di riflesso ad ogni cittadino.

Se si considera infatti che, dopo ogni sciopero, la vertenza oggetto del contendere viene comunque composta, se ne ricava che tanto varrebbe appianarla prima, imponendo alle organizzazioni di categoria l'arbitrato di un funzionario statale a ciò preposto.

Ogni sciopero, ogni conflitto sociale irrisolto è un oggettivo impoverimento generale, abbassa redditi, produttività, possibilità di investimenti, rallenta la possibilità per lo Stato di avviare riforme e di lottare, quando è necessario, contro fenomeni come la disoccupazione.

Pretestuosi ed insensati sono pertanto quegli scioperi che dichiarano di muovere proprio da quelle motivazioni; di fatto ogni sciopero allontana le ri­forme, impoverisce i lavoratori e danneggia l'apparato economico che è realtà solidaristica, indivisibile.

Ma tutto ciò i marxisti lo sanno, tanto è vero che quando sono al potere lo sciopero lo vietano. Lo sciopero infatti è solo impropriamente arma di tipo eco­nomico; essa è invece arma prettamente rivoluzionaria. Chi ne decide l'uso ha, il più delle volte, fini ben diversi da quelli sbandierati davanti alle masse.

Lo sciopero è una dichiarazione di guerra alla collettività, che si combatte attraverso il sabotaggio economico.

Ma non sono tutti qui i mali per le nazioni di cui è gravido quello che noi continuiamo a chiamare comunismo, anche se quando ad esso va abbinato qual­cosa di spiacevole, la stampa di regime e la TV preferiscono ora indicarlo come « socialismo reale », sulla falsariga delle motivazioni per cui le Brigate Rosse son diventate BR, e Prima Linea per il Comunismo è indicata, con terminologia da «Arditi», sinteticamente Prima Linea ».

Il più grosso dei pericoli insiti nel comunismo scaturisce dal fatto che col successo ottenuto dalla rivoluzione marxista « in un solo paese » si è creata la necessità, secondo la dottrina leninista, di doverla con ogni mezzo esportare. Ciò ha determinato il costituirsi dei partiti comunisti nelle varie nazioni come centrali di sovversione al servizio dell'Unione Sovietica.

La storia degli ultimi sessant'anni è un susseguirsi di atti di spionaggio, sabotaggio, terrorismo, guerriglia, attuati dai comunisti di ogni paese a favore di una potenza straniera, l'Unione Sovietica, che non ha mai rifiutato i regali che i suoi agenti le inviano da oltre confine.

Il militante comunista ha dimostrato di non porsi problemi morali; è per sua scelta un senza patria, e nessuna nazione può contare su di lui come cittadi­no fedele e rispettoso delle leggi. Quanto agli accordi internazionali sottoscritti dai comunisti essi son destinati a durare finché fa loro comodo.

Non si tratta di accuse gratuite, esse sono nei fatti di ogni giorno, ed ine­splicabile, dannosissima è, a questo proposito, la meraviglia dei « Fantozzi » democratici, quando, periodicamente, sono costretti a prendere atto delle malefatte comuniste. Pazzesca poi è la loro tendenza a giustificare, a non voler cre­dere al peggio, ad accettare di ridiscutere, ad ostinarsi a considerare, con visio­ne antropomorfica, il comunista come possibile interlocutore di buona fede.

Tutto ciò può spingere l'opinione pubblica a dimenticare che l'agire dei comunisti non è frutto di errori o imprevedibile improvvisazione, ma discende sempre da quelle precise premesse dottrinali che servono tuttora da guida poli­tica fondamentale ai partiti dell'internazionale comunista, nel cui programma sono inserite.

Ecco perché è tanto pericoloso l'atteggiamento di quei politici che, pensan­do furbescamente di tenere così i comunisti lontani dal potere, se ne escono in dichiarazioni che giustificano invece le più rosee attese dei marxisti: «Il trava­glio di trasformazione del partito comunista non si è del tutto compiuto, alcuni sintomi però di quanto accade nel suo interno son positivi, e van seguiti con attenzione ... » .

A costoro, e per chiudere con chiunque il discorso sull'eurocomunismo, ricordiamo che nessun elemento esiste concretamente tale da consentire di esse­re possibilisti circa un'umanizzazione del comunismo.

Il rifinto della democrazia dei partiti

Quanto al rifiuto della democrazia da parte di molti popoli, proprio questo ci pare sia uno dei motivi basilari: che essa ammette l'esistenza del comunismo, gli permette di approfittare delle sue istituzioni, e storicamente (guerra di Spa­gna, II guerra mondiale, resistenza, arco costituzionale, emergenza, governi lo­cali, spartizioni di enti) ha accettato di schierarsi al suo fianco nell'avversa e nella lieta fortuna. Ciò come se ignorasse gli obiettivi del comunismo.

Un atteggiamento così insensato è logico desti quanto meno la diffidenza dei popoli, che sono di conseguenza sempre più portati a giudicare la democra­zia come veicolo che conduce necessariamente all'infezione comunista.

La democrazia si limita a sfruttare, per sopravvivere, i limiti, gli errori, le momentanee debolezze del comunismo; ma non lo combatte a fondo.

Si è vista pochi mesi fa la farsa stupida del boicottaggio delle olimpiadi. Mentre continuavano ad arrivare in URSS grano, materiali strategici, delega­zioni di politici e di uomini d'affari, gli sportivi hanno dovuto rinunciare, senza che da ciò nulla di utile sensatamente fosse possibile prevedere, ad anni di im­pegnativa preparazione.

Si è inteso boicottare l'Unione Sovietica, oppure il mondo sportivo, troppo selettivo e gerarchico per i governanti dell'occidente?

Ma soprattutto è stata interessante, a conferma della nostra diagnosi, la reazione delle democrazie ai gravi fatti di Polonia. L'intera classe politica de­mocratica si è augurata che gli scioperi (scioperi non economici, ma contro il sistema comunista) terminassero alla svelta, perché il dissesto dell'economia polacca non raggiungesse livelli troppo gravi, tali da compromettere distensione e traffici internazionali.

Si è suggerito subito, ad evitare tale jattura, di mettere, e generosamente, mano al portafoglio per sorreggere il sistema comunista in pericolo!

E' evidente invece che, qualora fosse negli intenti dei paesi democratici opporsi davvero al comunismo, dovrebbe essere sfruttata ogni circostanza favo­revole per rendergli la vita difficile nei rapporti internazionali, mentre in politi­ca interna dovrebbe scattare il principio della reciprocità: trattare cioè i comuni­sti come in Unione Sovietica vengono trattati gli anticomunisti.

Nessun democratico può, in ultima analisi, definirsi anticomunista quando, proprio perché democratico, accetta di consegnare la nazione ai comunisti, sol che questi diventino maggioranza. Ma il rifiuto della democrazia non è solo un fatto di legittima difesa.

Essa è anche strumento troppo inadeguato per affrontare i due grandi pro­blemi della società moderna: il problema della corretta gestione dell'economia e quello della partecipazione.

Quanto al primo, ci pare evidente che l'economia liberalcapitalista, stret­tamente collegata ai sistemi democratici, sia direttamente responsabile dell'at­tuale disordinato sviluppo economico, del fenomeno consumistico, della società dello spreco, per cui si impone inderogabilmente l'esigenza di interventi basati su un'attenta socialità per porvi rimedio, pena, si badi bene, non il prosegui­mento del disordine attuale, ma la stessa distruzione materiale della biosfera.

Ma l'economia nei regimi democratici è invece lasciata in balia di se stessa, o sballottata tra i flutti delle varie forze politiche in conflitto fra loro. Ne pos­sono uscire solo compromessi e provvedimenti contraddittori, quali si sono vi­sti in Italia, dove nei mesi di luglio ed agosto l'esecutivo non si è vergognato di rimangiarsi, o rimandare a non si sa quando, una trattenuta fiscale definita asso­lutamente necessaria, per toccare poi livelli di sbandamento addirittura metafi­sici sul problema dell'IVA da applicare sulle nuove costruzioni: si è passati dal 6% al 12%, dal 12% al 2%, dal 2% all'8%, salvo ritirare poi il provvedimento, in attesa di nuovi decreti legge, emendamenti, voti di fiducia, crisi di governo, referendum!

Si ha il sospetto, non molto lontano dal vero, che provvedimenti come questo vengano decisi, in consiglio dei ministri, facendo pescare da un usciere dei bigliettini con le percentuali, dal fondo di un cappello!

E da regimi del genere è lecito aspettarsi riforme che risolvano, con una più responsabile partecipazione dei lavoratori alla vita dell'impresa, i problemi oggi sul tappeto? Quando, per giunta senza regolarlo, come prescriverebbe la Costituzione, si ammette lo sciopero, e si accetta di subirlo senza avere la fanta­sia politica per trovar rimedio a una forma così assurda di conflittualità? In Italia, nello scorso anno, oltre duecento milioni di ore di sciopero!

E' nostra profonda convinzione che socialismo e socialità rimangono solo vuote parole, quando in esse si vogliano comprendere, come corollario, lotta di classe e sciopero. Ambedue sono inutili, in quei paesi nei quali ogni componen­te sociale è tutelata, essendo lo Stato saldamente in mano a concezioni politiche che non lasciano spazio alcuno a quelle isteriche esplosioni di egoismo settoriale che il sistema democratico, per demagogia elettoralistica, è invece portato ad incoraggiare.

Solo dove il partitismo è messo fuori gioco, il dibattito sul da farsi econo­mico raggiunge gli indispensabili livelli di serietà e di competenza, e permette programmazione rigorosa e conseguenti severe scelte di priorità.

Quanto al problema della partecipazione, ci pare che il disinteresse politico delle masse e il loro conseguente, estremamente basso, grado di informazione, facciano giustizia da soli della pretesa democratica di classificare, dividere, irre­gimentare, secondo convinzioni che, tutt'al più, sono proprie di coloro che delle masse si servono, non certo delle ignare popolazioni.

Si confonde libertà e bene della nazione, col fatto che ai cittadini è consen­tito assumere stabile collocazione politica all'interno di un sistema. Ma è pro­prio tale sistema ad essere congegnato in modo da non consentire libertà e bene della nazione.

Le correnti politiche democratiche si articolano sì in modo così vario da co­stringere ciascun cittadino a riconoscersi, sia pur genericamente, in qualcuna di esse, ma proprio per questo, per l'insistere cioè nel voler costituire aggregazioni statiche, i partiti, che ricercano istituzionalmente motivi di disaccordo con gli altri su cui coagulare consensi, sarà loro sempre più difficile, dopo averli coltivati con sofistici distinguo, comporre tali ormai consolidati disaccordi, quando, in occasio­ne della formazione dell'esecutivo, il farlo diventerà indispensabile.

Qualora invece ogni problema venisse discusso appena resosi manifesto, costruttivamente subito risolto e accantonato e non si passasse ad un secondo argomento se non superata ogni divergenza sul primo, è evidente che delle po­lemiche e delle discussioni iniziali, pur se profonde, verrebbe cancellata ogni traccia negativa e così salvaguardata l'esigenza di compattezza nazionale e di gestione totalitaria, cioè da parte di tutti, dello Stato.

Esso non deve, come in democrazia, essere feudo di risicate maggioranze che hanno vinto una battaglia basata sul frazionismo e l'emarginazione di vasti settori popolari e non deve più essere rappresentato da individui che sono per­sonificazione del lievitare progressivo delle divisioni tra il popolo; in quanto, dalle divisioni tra il popolo essi traggono potere, ma nel medesimo tempo sono condizionati e resi deboli, perché assolutamente privi di autonomia.

I popoli che ciò hanno compreso, rifiutando di conseguenza la democrazia dei partiti, fanno sì che ai motivi di discussione cui il vivere civile dà inevitabil­mente luogo, non si dia il tempo necessario a creare fratture; fratture che la democrazia invece, contraddittoriamente, dopo aver dato loro vita, averle inco­raggiate, sovvenzionate, cerca di comporre, ma solamente ai vertici del potere e badando bene che ciò avvenga solo temporaneamente.

Essa vive infatti sulle divisioni del popoìo ed è suo precipuo interesse con­servarle.

Le altre soluzioni - Lotta per conquistarle e salvaguardarle

Il problema di quale forma di governo sia allora preferibile, accantonando come dannosi ed inadeguati comunismo e democrazia, è cosa aperta, stretta­mente collegata per ogni popolo alla sua tradizione, alle sue capacità, alle sue esigenze di sviluppo.

Molte possibilità di gestire lo Stato, rifiutando sia comunismo che rappre­sentanza popolare attraverso i partiti, sono riscontrabili nello schieramento dei cosiddetti paesi non allineati. Questi paesi, assillati dai problemi pratici del­l'amministrazione e dell'adeguamento della realtà naturale alle esigenze delle popolazioni, (e non già a quelle di astratte ideologie) hanno trovato indispensa­bile eliminare quei luoghi di raccolta per gente che la pensa diversamente dagli altri, che sono i partiti, per avviare sostitutivi, autenticamente unitari strumenti di costruzione sociale.

Diverse le soluzioni istituzionali che hanno assicurato ai governanti il colle­gamento indispensabile per la conoscenza degli umori, delle necessità e delle aspirazioni popolari; ma tutte sono state premiate dal consenso delle popola­zioni, ottenuto come conseguenza dell'aver potuto prendere, rapidamente, ad ogni livello, decisioni autonome, slegate cioè da qualsiasi condizionamento, in contrasto con le chiacchiere, i patteggiamenti e le lungaggini inconcludenti dei regimi democratici.

Molti tra i paesi non allineati, anche se non è possibile certo una generaliz­zazione, ci pare offrano spunto a positive osservazioni. Si tratta innanzitutto di nazioni che rifiutano la politica dei blocchi, aperte alla collaborazione interna­zionale e che si curano principalmente, in modo serio e incisivo, della soluzione dei loro problemi interni.

Eccezioni a questo buon indirizzo di governo sono proprio quei paesi che, pur restando nel, gruppo dei non allineati per motivi di opportunismo politico, di fatto ne sono fuori per aver operato precise scelte di campo.

La maggior parte degli stati veramente non allineati e persino quelli che godono di pessima fama presso di noi, perché in essi il potere si è imposto attraverso colpi di stato e i regimi scaturiti sono senz'altro di tipo autoritario, sono, confrontati con l'Unione Sovietica e con le grandi potenze democratiche, modelli di ordine interno e baluardo di libertà internazionale.

C'è da chiedersi se la cattiva opinione che aleggia attorno a questi regimi non dipenda proprio dal fatto che in essi il potere è così stabile da scoraggiare, da non offrire spazio ad avventure destabilizzanti e a provocazioni straniere e dal fatto parallelo che, a maggiore indipendeza politica corrisponde sempre maggiore indipendenza economica.

La supponenza con la quale marxisti e democratici mostrano di considerare coloro i quali rifiutano di accettare la loro architettura politica, le loro illimitate possibilità di intervenire ovunque a livello pratico, economico o semplicemente propagandistico, ci spiegano come alla nostra opinione pubblica, condizionata con arroganza e portata quindi, per quieto vivere, nei giudizi, a restare alla superficie, le forme di governo nel mondo, che riescono a escludere l'uno e l'altro corno del dilemma, appaiano rare, poco significative eccezioni, residui fossili politici, deplorevoli aborti sociopolitici.

Come se la perfezione consistesse nel vivere sotto il disumano regime co­munista e l'unica alternativa consentita ad esso fosse quella di addossarsi il pe­sante fardello dei partiti politici!

Purtroppo la mole degli interessi economici gestiti dai comunisti e dal co­siddetto « mondo occidentale », è considerevole. Essa forma un intreccio che avviluppa l'intero pianeta, rendendo estremamente precario il sussistere di for­me di governo contraddistinte da una indiscussa, completa autonomia.

Che l'internazionale rossa sia una realtà ci pare ancora incontrovertibile, anche se i governanti occidentali che mostrano di non vedere il guinzaglio sovie­tico sul collo dei comunisti, e le capriole tattiche dei dirigenti marxisti occiden­tali possono aver inquinato il giudizio dei più sprovveduti.

Ma esiste anche quella che già Corradini definiva « l'internazionale demo­ cratica, di liquido carattere, sentimentale e rettorico, umanitaria, pacifista, mille­naria secrezione di popoli in decadenza ».

Essa vive in simbiosi col marxismo. Ha preso atto che l'obiettivo contro cui esso si batte per attuare la dittatura internazionale del proletariato è la nazione, intesa come blocco compatto di idealità ed interessi, ed è disposta a gettargliela nelle fauci, nella speranza di distrarre così la voracità del mostro da ciò che ad essa maggiormente interessa: i traffici mercantili, le ricchezze delle multinazio­nali, i compromessi e gli affari di una borghesia senza confini.

Dall'epoca della crociata contro l'Europa, un tacito accordo regola eviden­temente i rapporti tra le due intemazionali, tra occidente e comunismo: nessuna interferenza diretta, anzi, massima collaborazione economica e mani libere verso i paesi terzi, onde aver assicurati sempre maggiori spazi di manovra.

Su questa linea di azione, le potenze legate ai principi internazionalistici del marxismo e del capitalismo, nel presupposto o, meglio, attraverso il pretesto di convincimenti ideologici, cercano di sopraffare nei popoli ogni autonomia culturale e imporre così sviluppi politici che contrastano con le esigenze delle nazioni alle quali intendono applicare il loro parassitario meccanismo di controllo.

Mentre ci pare logico infatti che le diversità razziali e caratteriali dei popoli diano luogo ad altrettanto diverse forme di governo, essendo innaturale che realtà diverse siano dirette da uguali regole, marxisti e democratici hanno inve­ce, inguaribile, la tendenza ad imporre ad altri popoli i loro artificiosi modelli politici.

Si parla tanto di libertà e di autonomia, ma è un fatto che senza l'azione dell'imperialismo comunista e senza quella demostatunitense, sensibilmente maggiore sarebbe il numero degli stati che oggi nel mondo si reggerebbero con istituzioni da loro stessi liberamente scelte e non con sistemi che mascherano malamente pesanti interferenze, che di volta in volta prendono aspetto politico, economico, culturale, religioso.

Dove non giungono né marxismo né democrazia, lì è il presidio sicuro della libertà e dell'interesse delle nazioni.

Durissima è la lotta dei popoli per la libertà, contro la penetrazione marxi­sta e le subdole manovre delle maggiori potenze democratiche; lotta contro la pretesa di mantenere ad ogni costo, e con ogni pretesto, un predominio econo­mico e culturale, che si traduce nell'interessata imposizione di scelte e modelli di vita.

Basta pensare alla tracotanza dei comunisti nell'arrogarsi il diritto di man­tenere la loro occupazione militare e il loro colonialismo economico sull'Europa orientale. Basta por mente alle aggressioni sovietiche, dirette, o condotte attra­verso quinte colonne, in Corea, Vietnamm, Laos, Cambogia, Afghanistan; alle operazioni portate a termine in Africa, nei Caraibi, a quelle in atto nel centro America.

Né inferiori per numero e qualità, sono stati i maneggi della CIA statuni­tense in Iran, Corea, Vietnam, Libano, Sudamerica, Africa, per non parlare delle continue interferenze nel Mediterraneo, attraverso la testa di ponte Israe­liana, e in Spagna, Grecia, Portogallo dove è stata « ristabilita la democrazia » .

Molti comunque sono i paesi che sono riusciti a salvaguardare effettiva indipendenza e regimi sui quali le influenze straniere scivolano come l'acqua sui vetri di una finestra.

Ed ecco paesi socialisti in sviluppo come l'Algeria e la Jugoslavia, nazioni con strutture in transizione come la Cina, altre come la Libia ove sono in corso interessanti esperimenti; l'Iran dove i principi della rivoluzione islamica stanno consolidandosi, le monarchie tradizionali, quelle per intenderci dove il re serve ancora a qualcosa, Marocco, Giordania, Arabia Saudita, Thailandia, Nepal.

Tra i paesi non allineati, importanti per il numero degli stati controllati e l'incisività del loro agire, sono i regimi nei quali i militari si sono assunti il compito (e non si capisce perché un generale debba svolgerlo peggio di un avvocato) di dirigere, orientare l'amministrazione, o nei quali essi fanno sentire ai politici la loro presenza ed ecco Portogallo, Turchia, Iraq, Pakistan, Indone­sia, Corea, e molti paesi del Centro e Sud America.

I regimi militari « fascisti »

Una precisazione, circa i regimi che nascono da un colpo di stato militare, ci pare necessaria, visto che da commentatorì superficiali o interessati essi ven­gono, senza eccezioni, classificati come « fascisti ».

Molti di tali regimi, invece, pur avendo individuato i grossi difetti endemici della democrazia dei partiti, incompetenza, parassitismo, intrighi, corruzione e la necessità di una generale moralizzazione, si limitano per lo più ad agire costi­tuendosi come « alternanza » alla democrazia, sostituendola cioè solo tempora­neamente, senza trovare la forza di dare vita a sistemi politici alternativi dichia­ratamente irreversibili.

Soffrono, tali militari, di un evidente, anche se inspiegabile, complesso di inferiorità culturale nei confronti della democrazia.

Non si sforzano di stabilizzare e costituzionalizzare, cosa in realtà non diffi­cile, le soluzioni rivoluzionarie nate dalla necessità di rimediare all'operato dei partiti, né di organizzare verso di esse il consenso delle masse; anzi, dopo qual­che anno consentono, invece, la ripresa del gioco elettorale.

Barattano una sistemazione di lusso in esilio per loro stessi, con nuovi guai per le popolazioni destinate a sopportare i danni delle periodiche riesumazioni democratiche. (Da questi intervalli nulla del resto la democrazia dimostra di apprendere).

Questo tipo di regime militare, privo di consenso popolare e incapace di avviare una moderna partecipazione, configura solamente un sussulto di con­servatorismo, un regime « di destra » o nel migliore dei casi una salutare, ma istintiva e disordinata reazione contro il pericolo comunista.

Risulta facile capire quanto illogica sia la qualifica di « fascista » attribuita a tali regimi. Il fascismo infatti, come è accertato dalla più seria, autorevole indagine storica (De Felice), non è « destra », avendo sempre avuto l'ambizione di riconoscersi in ogni componente sociale, ma soprattutto, non prende mai il potere per riconsegnarlo; si è sempre preoccupato, anzi, di organizzare e conso­lidare a proprio vantaggio l'adesione delle masse.

Non ci pare « fascista », sotto questo profilo, il generale Pinochet che in Cile, se le notizie di stampa non hanno distorto il senso del suo messaggio , ha annunziato, in occasione dell'anniversario del rovesciamento del regime di Al­lende, una sia pur lontana, riconsegna del potere ai partiti.

E' evidente quanto una condotta simile privi automaticamente la giunta mi­litare di ogni legittimazione all'esercizio del potere e addirittura giustifichi le richieste degli « Zombi » dei partiti, di essere fin da subito reinsediati ai loro posti.

L'alternativa per l'Italia

Non è nostra intenzione proporre per l'Italia modelli stranieri, e tra essi beninteso comunismo e democrazia. Chiediamo solamente la più ampia libertà di ricercare, proporre, discutere soluzioni alternative al fallimento della politica dei partiti, che riteniamo non possano avere la pretesa di succedere a se stessi.

Va ridiscussa la politica internazionale dell'Italia e vanno offerte concrete proposte per una nuova partecipazione.

Circa i rapporti internazionali, è inconcepibile che quanto poteva essere opportuno nel 48 sia ancora pienamente valido nell'80. Forme di sudditanza come quella che ora ci lega agli USA, vanno sostituite con legami politici più solidi coi paesi europei e coi paesi emergenti del Mediterraneo e del vicino orien­te.

Una nazione che quarant'anni fa, male armata e male guidata, ha combat­tuto per cinque anni contro le più forti nazioni del mondo, non può accettare indefinitamente il ruolo di fornitrice di calzature agli svizzeri e di vitto e allog­gio ai turisti nordici.

E' il momento di assumere nuove responsabilità, di smettere di dire, anche se può essere comodo, « non è possibile fare altrimenti » ».

Certo, per giocare un ruolo internazionale occorre essere davvero una « potenza ». . Ma con la tecnologia di cui siamo in possesso dobbiamo forse prendere lezioni di coraggio, iniziativa, senso di responsabilità, da nazioni come Brasile, Argentina, Egitto, Israele, India, Pakistan, Sud Africa, ormai in posses­so di armamento atomico?

O è preferibile che i soldi del contribuente vadano spesi per imbecillità come il referendum contro la caccia?

Questo dell'armamento atomico, è argomento che nessuno osa affrontare. Ma forse non se ne parla perché dovrebbero contemporaneamente essere af­frontati tutti i problemi riguardanti il nostro esercito.

Chiediamo che di una cosa e dell'altra si parli, sia pure per decidere e ammet­tere di fronte alla nazione che, arrivati a questo punto, non val più la pena di avere un esercito. Gli stanziamenti attuali servono, infatti, a malapena per stipendi e pensioni, non permettendo nemmeno la completezza dei quadri, nè un pur mode­sto addestramento, per non parlare del rinnovamento del materiale.

Quanto alle « concrete proposte per una nuova partecipazione », è neces­sario, assolutamente necessario, che nuovi istituti di rappresentanza popolare sorgano per offrire la possibilità che la cosa pubblica venga gestita con i migliori apporti della nazione e con la garanzia di autentici spazi di libertà.

Preso atto del graduale esautoramento morale e di competenza del parla­mento e dei partiti, riteniamo sia ormai possibile operare la sostituzione della attuale rappresentanza popolare, insoddisfacente perché oramai solo formale, attraverso il potenziamento organizzativo e l'attribuzione di sostanziali preroga­tive politiche, alle realtà sociali del mondo del lavoro e ad ogni fenomeno asso­ciativo esistente, che sia di qualche interesse per la nazione.

Oggi, il mondo della cultura, dello sport, del combattentismo, ma anche i sindacati, le associazioni imprenditoriali, la scuola, l'università, l'esercito stesso per come sono congegnate le carriere, la magistratura che ha accettato senza proteste l'incarico dal regime di perseguire cittadini unicamente a causa delle loro opinioni, vengono tutti considerati dagli uomini dei partiti come « cosa loro » e strumentalizzati senza riguardo alcuno.

Ed infatti, fenomeni che dovrebbero essere alla base stessa della conviven­za sociale, alla quale potrebbero apportare tutto il genuino contenuto di vita di un popolo, patrimoni di competenza, professionalità, esperienza, si trasformano sotto il negativo, malefico influsso partitocratico, da soggetti della realtà politica nazionale, in oggetti. La penetrazione dei partiti in ognuno di questi settori è sotto gli occhi di tutti ed è per di più progressivamente accelerata, dato che i politici cercano di rimpiazzare le posizioni perse presso l'opinione pubblica, occupandone altre ritenute strumentalmente più favorevoli.

Con ciò, l'infezione partitocratica sommerge tutto, impedendo ogni espres­sione di autonomia, soffocando ogni originalità, sfruttando contro natura, ope­rando con demagogia ributtante, nella quale è configurabile la fattispecie giuri­dica della circonvenzione di incapace.

Le persone che vivono oggi in un contesto associativo, infatti, difficilmente si rendono conto del grave plagio di cui sono vittime, anzi si ritengono fortuna­te, quando hanno l'onorevole Taldeitali o il senatore Talaltro che « porta le loro istanze in sedi più alte » e li « rappresenta ».

Non comprendono esse di trovarsi nella condizione di trote di allevamento, mantenute vive ed unite per essere adoperate alla prima occasione. Fuor di metafora, di essere considerate qualcosa e di ottenere qualche « contentino » sol perché forniscono un indirizzario, un serbatoio di voti e accettano di far da contorno a manifestazioni, apparentemente culturali, religiose, combattentisti­che, in realtà clientelari o addirittura elettoralistiche.

Altro che tutela sindacale, difesa di valori culturali, patriottici!

Urge restituire alla realtà sociale la possibilità di una corretta, costruttiva partecipazione, perché possa fornire risposte chiare e risolutrici, soluzioni fun­zionali da poter porre con successo a confronto col balbettio incoerente della demagogia democratica.

Occorre scrollarsi di dosso il fastidioso parassitismo dei partiti, assecon­dando così le attese dell'opinione pubblica, delusa per l'apparente ineluttabilità del doloroso decadimento morale e strutturale della realtà nazionale, ma tutta­via convinta che la crisi debba pur avere uno sbocco.

Piero Sella