Mario Consoli

Il lavoro qualitativo unica alternativa alla produzione di massa

Lo spirito del capitalismo - L'usurocrazia - La rivoluzione industriale - La lotta di classe - Il concetto di lavoro - Il lavoro qualitativo - Il problema economico – Il problema sociale - Il problema esistenziale.

Parlare di lavoro in una società quale quella moderna, industriale e consumistica, impone una pregiudiziale trattazione, quanto meno sommaria, del come e del perché questo tipo di società si è venuta a formare. Ciò al fine di evitare confusioni di concetti, false interpretazioni della realtà e, soprattutto, la così diffusa accettazione della pretesa ineluttabilità ed irreversibilità delle scelte di vita e di organizzazione sociale oggi operanti.

La moderna società ha visto progressivamente assurgere l'economia da funzione dell'uomo a valore condizionante l'umano. Tale processo ha avuto la sua preparazione etico-ideologica con l'avvento dello «spirito del capitalismo», il suo strumento di penetrazione e di espansione con la «rivoluzione industria­le», il suo governo con l'usurocrazia, condizionata dagli interessi del denaro, non più strumento, ma soggetto dell'economia, la sua opposizione e alternativa «interna» con il marxismo e la lotta di classe.

Prima di esporre la nostra visione del lavoro e le nostre proposte alternati­ve, riassumeremo velocemente questi argomenti, per collegarli tra di loro e per farne comprendere a fondo motivazioni e caratteristiche. Questa operazione ci sembra necessaria e pregiudiziale per bene mettere a fuoco il fatto che la crisi attuale non consiste in interessi che scalzano altri interessi, in classi che combat­tono altre classi, ma in un mondo globalmente materialistico che sempre più comprime l'uomo, il quale invece è essenzialmente potenziale di creazione e di sentimento, quindi valore spirituale.

Solo comprendendo il materialismo, nella sua globalità, e considerandone i singoli effetti come conseguenze, l'uomo può potenziare la sua rivolta e rendere incisiva e costruttiva la sua critica.

Lo spirito del capitalismo

L'incubazione di quel complesso di concezioni ideologiche e norme di vita che Max Weber indica come « spirito del capitalismo » prende vita con la rifor­ma, il calvinismo e le sette protestanti.

Così come il sionismo, che tende alla realizzazione nel mondo materiale della «terra promessa», ad esclusivo beneficio del popolo eletto, le sette prote­stanti individuano nel successo materiale la testimonianza della grazia divina. A differenza di altre religioni che indicavano la «fuga nell'al di là», la vita come trascendenza, l'uomo come depositario di valori spirituali, le sette protestanti esortano all'impegno «nell'al di qua», riconoscono come valore «etico» il successo materiale, danno significato di «benevolenza divina» alla ricchezza, giustificano l'usura e l'utile proveniente dalle speculazioni finanziarie.

Della simbiosi tra concezioni religiose protestanti, sviluppo del capitalismo e rivoluzione industriale, oltre a trovare conferma nella conseguenzialità ideo­logica, abbiamo testimonianza dagli avvenimenti storici. Riferiamo in proposito due tra gli innumerevoli esempi che ci vengono proposti dall'accurata e detta­gliata indagine sociologica effettuata da Max Weber sull'argomento:

– Nell'emigrazione verso l'America del nord, i personaggi destinati a di­venire dirigenti, centri propulsori, i «capitalisti» insomma del nuovo mondo, viaggiavano, si spostavano e si insediavano nelle località scelte, puntualmente muniti di veri e propri lasciapassare o, sarebbe meglio dire, carte di credito, rilasciate dalle rispettive sette protestanti di appartenenza. Attraverso questo sistema, i «nuovi arrivati» ottenevano facile e sicuro inserimento e la classe dirigente che si andava formando, risultava diretta emanazione delle relative concezioni socio-religiose, dalle cui organizzazioni ecclesiastiche veniva costan­temente controllata e condizionata.

– In Europa l'incidenza del fenomeno fu minore, per l'ovvia ragione che si operava in realtà sociali più complesse, con tradizioni ed aree geografico-reli­giose ben distinte. E non è certo casuale il fatto che la rivoluzione industriale esplode, con decenni d'anticipo sulle nazioni europee, proprio nell'Inghilterra protestante. In Baviera ed Ungheria, riferisce Weber, « tra i diplomati cattolici la percentuale di quelli che escono da istituti specialmente adatti alla preparazione tecnica ed alle occupazioni industriali e commerciali, è in modo considerevole più bassa di quella dei protestanti; mentre viene da essi preferita quella preparazione culturale che offrono i Ginnasi umanistici (1)” Ed ancora, « Degli artigiani cat­tolici i più dimostrano la tendenza a rimanere nell'artigianato ... mentre i prote­stanti passano nelle fabbriche in una misura compartivamente più forte, e vanno ad occupare i posti più alti delle maestranze specializzate del ceto impiegatizio industriale » (1).

* * *

La concezione di vita del protestante, divenuto capitalista, è ben sintetizza­ta da questa elencazione di precetti fatta da Benjamin Franklin:

- ricordati che il tempo è denaro

- ricordati che il credito è denaro

- ricordati che il denaro è di sua natura fecondo e produttivo; quanto più denaro è disponibile, tanto più se ne produce nell'impiego, così che l'utile sale sempre più in alto. Chi getta via un pezzo di cinque scellini, uccide tutto quel che si sarebbe potuto produrre con esso. intere colonne di lire sterline.

È soprattutto questo terzo precetto di Franklin su cui va incentrata l'atten­zione per giustamente interpretare la società moderna. Lo spostamento cioè, sostanziale, del concetto di denaro, da strumento a fine, da complemento della vita economica, a soggetto della vita sociale, da cosa inanimata a realtà viva; talmente viva da poter essere «uccisa»!

I pericoli di una società basata sull'esaltazione del guadagno e sulla deifica­zione del denaro, che ci è facile osservare a posteriori, furono tuttavia, anche se timorosamente, intuiti persino nell'àmbito della stessa religione protestante.

John Weslej, nel 1700 scriveva « tutte le volte che la ricchezza si è accresciu­ta, il patrimonio religioso è diminuito nella stessa misura. Perciò io non vedo come sia possibile, secondo la stessa natura delle cose, che un risveglio di religio­sità possa avere lunga durata. Poiché la religione deve provocare necessariamente tanto laboriosità (industry) quanto parsimonia (frugality) e queste non possono produrre che ricchezze. Ma quando la ricchezza cresce, si accrescono anche l'or­goglio, la passione e l'amore del mondo in tutte le sue forme. Come è dunque possibile che il Metodismo, cioè una religione del cuore, anche se adesso fiorisce come un albero rigoglioso, rimanga in questo stato? I Metodisti si fanno dapper­tutto diligenti e parsimoniosi; di conseguenza la loro proprietà si accresce. Perciò essi salgono corrispondentemente in superbia, in passione, in desideri carnali e mondani ed in orgoglio di vita. Così rimane la forma della religione; ma lo spiri­to a poco a poco scompare».

Lo spirito del capitalismo trasformerà la vita degli uomini e delle società in maniera così determinante e progressiva da far apparire oggi quasi impossibile che la nascita della società attuale sia così storicamente recente e nasca da ideo­logie tanto settarie.

Già nel 1904, quando la tecnologia ed il consumismo, ultime esaltazioni del capitalismo, vivevano i tempi dell'incubazione, Max Weber, a conclusione dei suoi studi sulle conseguenze delle concezioni religiose protestanti, scriveva:

«Nessuno sa ancora chi nell'avvenire vivrà in questa gabbia e se, alla fine di questa enorme trasformazione sorgeranno nuovi profeti od una rinascita di anti­chi pensieri od ideali o, qualora non avvenga né l'una né l'altra cosa, se avrà luogo una specie di immobilizzazione nella meccanizzazione, che pretenda di ornarsi di un'importanza che essa stessa, nella sua febbrilità, si attribuisce. Allo­ra, in ogni caso, per gli ultimi uomini di questa particolare civiltà potrà essere vera la parola: specialisti senza intelligenza, gaudenti senza cuore: questo nulla crede di esse salito ad un grado di umanità, mai prima raggiunto » (1).

L'usurocrazia

Il denaro nelle iniziali strutture economiche è strumento di scambio più comodo ed agevole del bene in natura. Il suo valore è determinato dal fatto che può essere cambiato, in qualsiasi momento, con beni di utilità pari a ciò che si è ceduto in cambio del denaro. La moneta quindi viene adottata dallo Stato ed utilizzata dai popoli in senso strumentale ai beni oggetto del commercio, il valo­re dei quali è traslato solo provvisoriamente e formalmente in denaro.

Inoltre l'utilizzazione della moneta nei commerci non era generalizzata, ma localizzata in specifici settori, mentre per altri si procedeva tranquillamente con gli scambi in beni naturali. Si pensi, ad esempio, al mondo agricolo, dove sino a pochi anni fa, determinati contratti venivano ancora assolti con la cessione di parte dei raccolti e di bestiame.

L'utilizzazione del denaro per speculazioni, prestiti ad interesse, ricatti economici tra chi ne aveva a disposizione e chi ne aveva bisogno, veniva univer­salmente marchiata con il termine usura, e l'usuraio era emarginato dalla socie­tà civile insieme al brigante, al ciarlatano, allo sfruttatore della prostituzione.

A parte gli ebrei, il primo a giustificare il prestito ad interesse del denaro, in termini «mora­li», fu Calvino e soltanto da allora il denaro cominciò ad essere usato ufficial­mente, come bene fruttifero, capace di procurare utili, a prescindere dalla sua pura utilizzazione come strumento di scambio commerciale. I pagamenti della manodopera in natura erano ancora generalizzati all'inizio del 1700 e presenti in rilevante percentuale fino al 1800, quando, mentre l'usura trovava ufficiale citta­dinanza, essi vennero declassati a baratto» e universalmente condannati (!).

Saranno utili alcune considerazioni su denaro e morale, poiché è attorno al concetto di morale che la vita della società umana si costituisce, si qualifica, si organizza, si dà tutela e continuità.

Ebrei e protestanti, riguardo l'usura, manifestano due atteggiamenti con­trastanti. Nei «testi sacri» l'usura rimane condannabile tra ebreo ed ebreo e tra protestante e protestante, ma lasciata libera se praticata da ebreo o prote­stante a danno di appartenente ad altra confessione. Tale sdoppiamento nel comportamento testimonia un evidente ampio riconoscimento dell'immoralità dell'usura da parte delle stesse sette sioniste e protestanti, superato esclusiva­mente per la pesante e determinante componente razzista, nel senso deteriore del termine, presente soprattutto tra gli ebrei.

Il denaro ottiene ruolo e rilevanza di primo piano, non tanto per il fatto di venir usato universalmente, ma in quanto diviene fonte esso stesso di ricchezza, bene fruttifero di guadagni.

Ma il denaro di per sé non si può né moltiplicare né fecondare, a differenza della coltivazione agricola o dell'allevamento di bestiame che producono beni nuovi che si moltiplicano; di un materiale grezzo che, se trasformato dalla crea­tività e dal lavoro dell'uomo, può divenire utile oggetto. Il fatto, quindi, che attraverso operazioni puramente finanziarie si possano trarre cospicui utili, im­plica necessariamente uno sfruttamento dell'economia su altre componenti della vita umana, e tale fatto non può certo essere né morale, né assorbito da valori etico-spirituali.

L'«affare» economico, metro del successo nella società capitalistica, non presuppone forse lo sfruttamento di una situazione di inferiorità dell'antagoni­sta? Inferiorità per bisogno di una determinata merce o per bisogno di denaro. Pur non dovendosi necessariamente affermare l'immoralità dell'«affare», pos­siamo tranquillamente postularne l'amoralità.

L'amoralità può condurre lontano e coinvolgere ogni elemento della vita umana, rendendolo amorale. Non può esistere infatti una morale economica che si distingua da una morale religiosa, sociale, politica, artistica e così via; può esistere solo una morale dell'uomo che di volta in volta può apparire economi­ca, religiosa, sociale, politica, artistica, ma nulla altro è e rimane se non applica­zione di un valore unico e superiore. Ora, nel nostro caso, l'aver introdotto un comportamento amorale, quello della speculazione economica, nella vita della società, per giunta consentendogli ruolo primario e condizionante, vuoi dire aver compromesso l'applicazione della morale, quindi l'esistenza stessa della morale come valore e come cemento di un popolo.

La società che è condizionata dal denaro assurto a valore e misura univer­sale diviene vera e propria usurocrazia; in essa il sistema di governo, l'attività politica e culturale, sussistono alla sola condizione di accettare il condiziona­mento economico e di assecondarne esigenze e interessi. Con l'avvento della società capitalistica, con la rivoluzione industriale, con l'usurocrazia, lo Stato diviene strumento dell'economia e non viceversa, come indicato da ogni giusta visione politica che s'ispiri ai valori dell'uomo.

Jules Simon proclamava addirittura che « lo Stato deve lavorare a rendersi inutile e a preparare le sue dimissioni». L'inglese Bentham sosteneva che l'indu­stria avrebbe dovuto chiedere allo Stato soltanto di essere lasciata in pace. Per il tedesco Humbolt, lo Stato «ozioso» doveva essere considerato il migliore.

Noi riteniamo, invece, non solo che alla politica, quindi allo Stato, debba spettare il primato sulle singole attività sociali, quindi anche sull'economia, ma anche che debba porsi un ben preciso limite alla ricchezza, poiché vi è un punto oltre il quale il possesso di beni da realtà privata, diviene strumento di potere; uno Stato giusto dovrebbe individuarlo ed impedirne il superamento da parte del privato.

Certo la più funzionale economia è quella animale, dove l'istinto all'utile naturale determina una continuità ed un'immediatezza tra bisogno effettivo ed attività tesa a soddisfarlo. La differenza tra l'uomo e l'animale stà nella libertà, che ha il primo; ma è proprio la libertà che, mentre consente all'uomo una dimensione ed una potenzialità creativa e spirituale, determina la probabilità, peraltro frequente, di sbagliare. Possiamo quindi affermare che una società umana che affida il primato tra le esigenze civili all'economia, è una società autolesionistica, che sceglie di essere sub-animale.

La politica è dell'uomo, la politica è dinamica spirituale, è libertà. Oggetto della politica è la costruzione, la gestione e la tutela dello Stato. L'identità tra scelta politica e maggior utile economico non è assolutamente obbligata, anzi, spesso il perseguimento di obiettivi politico-spirituali può passare attraverso provvedimenti di per sé antieconomici. Una società quindi che consente all'eco­nomia l'incontrastato dominio della propria gestione, è necessariamente una società che soffoca ogni esigenza politica e con essa la libertà ed ogni potenziale spirituale dell'uomo. Il valore che contraddistingue siffatta società è il denaro; esso viene posto al di sopra di ogni principio etico-morale. E' il guadagno che assume la dimensione di significato esistenziale e non c'è da stupirsi se la mag­giore percentuale di attività umane, nella moderna società dei consumi, è assor­bita dall'usura e dalla speculazione finanziaria. Avviene così che i fenomeni economici – inflazione, svalutazione, rivalutazione – investono e coinvolgono ogni forma di lavoro, compromettendo anche e soprattutto quelle attività crea­tive e produttive che per loro natura nulla hanno a che vedere con la specula­zione finanziaria.

Una volta coinvolta ogni attività umana, il sistema del denaro e del benes­sere deve sopravvivere e, per conservare il potere acquisito, accetta anche di contraddirsi. Avviene così che la disoccupazione, fenomeno obbligato in una società capitalistica non più in fase espansiva, viene evitata (in Italia ne abbia­mo quotidiana testimonianza) facendo sopravvivere aziende provatamente anti­economiche. Ciò avviene in assenza di programmazioni organiche e lungimiran­ti, per l'assoluta mancanza di effettivi valori politici; in assenza di reali utilità umane e finanziarie; al solo fine di infondere credibilità e fiducia nel sistema, tentando demagogicamente di ridimensionare il fallimento nel suo obiettivo primario: l'economia. Si tratta di un'operazione che prolunga i tempi della crisi, ma certo non capace di porvi rimedio, anzi destinata ad aggravarla ed a render­la irreversibile.

* * *

Ezra Pound, che seppe dimostrare in ogni occasione una profonda avver­sione all'usurocrazia, ci offre una singolare proposta risolutiva riguardo denaro e tasse, descrivendo la vita nella sua «repubblica dell'Utopia»: « attribuiscono la loro prosperità ad un semplice modo per raccogliere le tasse o, meglio, la loro unica tassa, che cade sulla moneta stessa. Perché su ogni biglietto del valore di cento, sono costretti ad affiggere una marca del valore di uno, il primo giorno d'ogni mese. E il governo, pagando le sue spese con moneta nuova, non ha mai bisogno di imporre imposte, e nessuno può tesorizzare questa moneta perché dopo cento mesi essa non avrebbe alcun valore. E così è risolto il problema della circolazione. E così la moneta, non godendo poteri di durabilità maggiori di quelli posseduti da generi come le patate, le messi e i tessuti, il popolo è arrivato a giudicare i valori della vita in modo assai più sano. Non adora la moneta come un Dio, e non lecca le scarpe dei panciuti della borsa e dei sifilitici del mercato. E, naturalmente, non sono minacciati d'inflazione monetaria, e non sono costretti a fare delle guerre a piacer degli usurai » (2).

Al di là della fantasia di un sistema utopistico, onestamente ammesso come tale da Pound nella sua trattazione, l'esempio ci sembra faccia riflettere sulla contrapposizione tra interessi umani e valore-denaro, e sulla necessità pregiudi­ziale di imbrigliare la moneta al suo ruolo originario, strumento dell'economia, che a sua volta deve essere strumento subordinato dell'attività politica dello Stato. Un equilibrio di valori tutto da riconquistare partendo da zero, sulle ce­neri aride che la società moderna si accinge a lasciare all'uomo.

La rivoluzione industriale

La rivoluzione industriale, l'abbiamo visto, è preparata, potenziata e, in vasta parte, determinata, da un complesso di concezioni ideologiche e religiose. La prima nazione dove essa esplode e si afferma è infatti l'Inghilterra, patria e rifugio dei calvinisti, così come lo saranno, poi, in modo ancor più vasto e de­terminante, gli Stati Uniti d'America.

La situazione che precede l'industrializzazione in Inghilterra è assai triste: lo strato sociale afflitto da povertà cronica variava dal 25 al 50 per cento dell'in­tera popolazione; i costumi degli strati sociali inferiori erano degenerati in modo impressionante; il numero degli assassinii, delle rapine, delle aggressioni, la miseria, fecero sì che quel periodo inglese passasse alla storia come «l'era del porcile». Tale situazione era destinata a favorire largamente il sorgere delle fabbriche nella realtà sociale, dato che l'elemento manodopera, così necessario allo sviluppo del capitalismo, era largamente disponibile, non solo, ma anche per pochi soldi.

È questo un elemento che è bene evidenziare, poiché troppo spesso perso­ne giustamente ostinate in una critica appassionata e radicale al marxismo, lo hanno sottovalutato: il capitalismo, con la rivoluzione industriale, si afferma, effettivamente, sfruttando la manodopera, in termini economici, in termini di sicurezza sul lavoro, in termini esistenziali. Si legge persino di bambini di otto anni impiegati agli alti-forni per dodici ore giornaliere. Ancora nel 1870, in Inghilterra la manodopera veniva subappaltata; l'operaio riceveva il salario dal­l'intermediario, che tratteneva per se una quota esorbitante. Lo stesso fenome­no venne a manifestarsi, per lungo tempo, anche negli Stati Uniti.

È pure per tale sfruttamento che gli utili del capitalismo divennero enormi e capaci di moltiplicarsi in breve tempo, accelerando gli investimenti e quindi lo sviluppo industriale. Ed è tale sfruttamento che ha consentito al marxismo di trovare spazio e consenso per la lotta di classe.

Combattere il comunismo, sottacendo o ignorando le effettive responsabili­tà della società capitalistica, vuol dire rendere inefficace ogni sforzo (come gli scarsi risultati dei vari partiti anticomunisti dimostrano) e rinunciare in partenza ad ogni obiettivo realmente alternativo.

* * *

Gli storici hanno indicato, quali principali fattori dello sviluppo della rivo­luzione industriale:

1) Accumulazione di capitale, incremento dei risparmi nel mondo agricolo e commerciale, basso tasso di interesse, aumento della propensione agli investimen­ti. Una situazione cioè nella quale l'accumulo di denaro conferiva, a chi ne disponeva, oltre ad usufruire della ricchezza, anche una reale potenza, non solo economica, che entrava in conflitto e in concorrenza con lo Stato, e pretendeva da esso una completa autonomia decisionale.

2) Abbondante disponibilità dei fattori produttivi: manodopera e materie prime. La rivoluzione industriale trova pressoché intatto il patrimonio mondiale di materie «non riproducibili», ma come lo ha ridotto oggi, a soli due secoli di distanza? È opportuno soffermarsi su questa considerazione. È forse possibile oggi, dopo l'avvenuto saccheggio delle risorse energetiche, ipotizzare una nuova rivoluzione industriale, ugualmente in espansione come fu la precedente? Può considerarsi fenomeno valido, di civiltà, qualcosa che espandendosi scava la ter­ra sotto la stessa casa che va costruendo, badando solo al benessere immediato che tale operazione può arrecare, ignorando le inevitabili conseguenze per le generazioni future, cioè il fatto che la casa costruita finirà per crollare rovino­samente?

3) Politica del lasciar fare; trasformazioni nell'àmbito della filosofia, della religione, della scienza, del diritto; individualismo economico; indebolimento del­lo Stato; tramonto dei valori tradizionali.

4) Espansione del mercato, incremento del commercio estero, aumento dei consumi dovuto all'aumento delle popolazioni, all'urbanizzazione, sviluppo dei trasporti.

5) Innovazioni. Trasformazioni tecnologiche, possibilità di sfruttamento di nuove fonti energetiche.

Per quanto riguarda i punti quattro e cinque, ci sembra legittima una do­manda: è giusto parlare, in merito, di fattori, quindi cause della rivoluzione industriale o non piuttosto di conseguenze della stessa? O non sarebbe più esat­to parlare di una sorta di effetto-causa, cioè di fenomeni che, una volta formati­si embrionalmente, determinano l'espansione industriale, che a sua volta ingi­gantisce i fenomeni stessi, e la spirale di effetto-causa si estende e continua; ma l'inizio di tutto non va identificato con la stessa rivoluzione industriale?

Gli esempi dell'urbanizzazione, delle innovazioni e delle trasformazioni tecnologiche ci sembrano particolarmente eloquenti in merito. Le città non si sarebbero popolate in misura tanto macroscopica se un organico sviluppo agri­colo ed artigianale avesse reso possibile la vita nelle campagne e nei paesi, e se lo sviluppo industriale non avesse formato cerchie di fabbriche attorno alle cit­tà. E ciò sempre a causa dell'utile capitalistico, per voler esasperare il profitto immediato e sottrarsi ad ogni logica di programmazione.

L'aspetto più drammatico della società industrial-capitalistica non è tanto la presenza costante di errori, ma il loro perdurare nel tempo, che ne moltiplica le conseguenze e rende sempre più difficoltose le soluzioni e le possibili alterna­tive.

Non contenti di essere giunti a palesi riscontri clinici dell'inquinamento cit­tadino, non più solo nell'aria, ma anche nel sangue degli abitanti (a Milano, ad esempio, vi si sono rilevate notevoli e crescenti tracce di trielina), si continua a costruire e progettare stabilimenti, ad ingigantire le già disumane metropoli.

Studi internazionali hanno previsto che nel 2000 vivrà, nelle grandi aree urbane, oltre il 50% dell'intera popolazione mondiale, cioè tre miliardi e due­centomilioni di persone su sei miliardi e duecento milioni. Tale dato appare ancor più drammatico se lo si confronta con le percentuali di popolazione, mondiale stanziata nelle città nel 1800 (3%), nel 1920 (15%), nel 1950 ( 25% ). E l'assurdo, il raccapricciante non senso di tale indirizzo suicida della società moderna, risulta ancor più evidente se si riflette sulle immense superfici lasciate libere dall'uomo per rinchiudersi nelle città.

D'altronde siamo alle solite: non è pensabile chiedere al privato o a gruppi di privati di dare tutela e indirizzo all'intera società; questa è materia politica, pertinenza assoluta dello Stato. Solo un pensiero politico rinunciatario ed uno Stato indebolito e snaturato possono consentire il legittimarsi, il perpetuarsi di enormi errori per la società.

* * *

Soffermiamoci ora su alcune caratteristiche, spesso sottovalutate, dalle quali traspaiono i limiti e le contraddizioni interne della rivoluzione industriale.

Il sorgere dei grandi complessi produttivi ha determinato, ovunque, enormi spostamenti di masse di lavoratori, dando vita a quel fenomeno, rilevante e pieno di conseguenze, noto come immigrazione. Tale fenomeno solo a tratti si identifica con l'urbanizzazione; questa infatti rappresenta la tendenza, in una stessa regione, a spostarsi dalla campagna alla città; l'immigrazione ha coivolto invece regioni distanti tra loro, (si pensi all'origine dell'attuale popolazione di Torino), se non addirittura di nazioni diverse (si pensi che inizialmente negli USA i due terzi dei dipendenti dell'industria erano nati all'estero).

L'esistenza stessa dell'immigrazione testimonia che la rivoluzione industria­le, ben lungi dall'essere costruzione sociale autonoma, sfruttò e mischiò popola­zioni diverse tra di loro, ad uso e consumo del grande capitale. È bene ricordare che i miglioramenti materiali oggi riscontrabili, rispetto alla prima manodopera industriale inglese, sono stati ottenuti con durissime lotte durate decenni. La società capitalista, la democrazia, non hanno mai saputo, senza pressioni ester­ne, far germogliare il seme della giustizia sociale, confermando sempre il loro egoismo.

Quanto la rivoluzione industriale si sia allontanata dalla società naturale dell'uomo, appare evidente dalla decadenza delle tradizionali attività agricole ed artigiane. L'artigiano, per stare al passo con le moderne regole dell'econo­mia, è costretto a scimmiottare l'industria, ma, non potendola eguagliare, per ovvi motivi di investimenti e di tecnologia, una volta persa ogni caratteristica qualitativa, è destinato a scomparire. La crisi dell'agricoltura, soppressa la cate­goria contadina, rischia di divenire irreversibile, non potendo la terra essere coltivata con i criteri e la mentalità tipici dell'operaio moderno.

A riconfermare quanto poco il capitalismo industriale si armonizzi con una società umana naturale ed organica, e di questa risulti invece lo sfruttatore pa­rassitario, sarà interessante studiare l'atteggiamento dell'operaio nei confronti delle richieste del capitalista, al sorgere della rivoluzione industriale, ed oggi, dopo due secoli.

All'inizio, il capitalismo, nell'intento di ottenere più prodotti in minor tempo, cercò di incentivare le maestranze con il sistema del cottimo. Il risultato fu opposto. Gli operai lavoravano meno ore, quanto sufficiente cioè a procurar­si il denaro necessario. Il capitalismo ragionava seguendo la logica dell'arric­chimento per l'arricchimento, ma tale logica è estranea all'uomo, il quale, origi­nariamente, saggiamente si limitava ad attribuire al denaro un valore puramen­te strumentale. Per superare tale ostacolo si dovette sostituire al cottimo il con­tratto con un minimo di ore lavorative. Quindi si coerciva una realtà sociale che tendeva chiaramente in tutt'altra direzione.

Ci sono poi voluti due secoli di imbonimento e coinvolgimento consumisti­co, per diffondere la febbre dell'arricchimento, divenuta del consumo per il consumo, a tutti gli strati sociali. Oggi la tendenza si è rovesciata, l'operaio consumista chiede denaro, sempre di più, ma non si incontra ancora con le esigenze del capitale, poiché vorrebbe, a questo punto, sì più denaro, ma lavo­rando di meno.

Altra contraddizione eclatante della rivoluzione industriale è rappresentata dall'aumento della popolazione, da essa causato. Tale aumento inizialmente interessava le zone industrializzate e contribuì a fornire sia maggiori consuma­tori che maggiori maestranze. Oggi il fenomeno appare diverso: le popolazioni industrializzate limitano le nascite, i paesi cosidetti «sottosviluppati» le molti­plicano. Tale tendenza aumenta con il passare degli anni e configura già, se non vi si porrà rimedio, un domani incerto, dove masse di «sottosviluppati» giovani entreranno in collisione con gruppi di «industrializzati» vecchi.

Altre conseguenze della rivoluzione industriale sono la dequalificazione del lavoro e la mobilità della manodopera. Una cosa è legata all'altra. La maggiore meccanizzazione dei processi produttivi richiede una minore qualificazione del­l'operaio; la manodopera può agevolmente spostarsi; spostandosi gli è sempre più difficile apprendere a fondo uno specifico lavoro. Un uomo costretto a tra­scorrere gran parte della vita ad adempiere mansioni non determinanti, non personalizzate, è evidentemente un uomo insoddisfatto, per il quale il lavoro è un peso, sarà portato a peggiorarne la qualità, ed in lui ogni propensione a maggiori apporti tenderà ad estinguersi.

L'esasperata mobilità della manodopera e il generico apprendimento di fa­cili mansioni non determinano forse una larga massa di frustrati scontenti e turbolenti che si contrappone ad un ristretto ambiente di lavoratori «fissi», che fanno carriera?

Si badi bene, non si tratta di conseguenze occasionali o non previste. La dequalificazione del lavoro fu voluta sin dall'inizio. Agli albori della rivoluzione industriale una delle prime leggi a scomparire fu quella che fissava il periodo minimo dell'apprendistato dei giovani in sette anni. La mobilità della manodo­pera addirittura ci viene presentata come il «fiore all'occhiello» dei capitalisti e dei democratici.

* * *

Una controprova degli effetti e delle conseguenze della rivoluzione indu­striale la possiamo avere dando un rapido sguardo ad alcuni aspetti della società americana di oggi, modello del capitalismo, « paradiso» del benessere e della tecnologia.

Il diplomatico Silvio Fagiolo ha recentemente pubblicato un'indagine sul­l'operaio americano in cui si legge: « Lo stato d'animo di latente antagonismo nei confronti del sistema si manifesta in tre direzioni: A) assenteismo e ricambio (turnover) molto frequenti. Tra i nuovi assunti nelle grandi aziende del Nord, la metà abbandona il posto di lavoro dopo un anno. La Chrysler, per mantenere una forza lavoro di 44 mila unità, è costretta a procedere a 100 mila assunzioni. Negli ultimi dieci anni l'assenteismo è raddoppiato ... Nemmeno la circostanza che i lavoratori dell'auto occupano il primo terzo nella scala nazionale dei redditi è sufficiente a garantire la continuità delle prestazioni (Il salario degli operai della General Motors è tre volte superiore ai minimi di legge e supera del 56% la media nazionale dei salari della manifattura). B) disinteresse per il risultato del proprio lavoro, con casi estremi di vero e proprio sabotaggio e quindi caduta della qualità. Il numero di autovetture richiamate temporaneamente dal mercato per difetti di produzione è salito, nel 1977, a 12,6 milioni. C) contestazione del­l'autorità, con aumento degli scioperi, dei contratti collettivi respinti dalla base, delle vertenze. In passato tre infrazioni disciplinari erano sufficienti a far scattare il licenziamento, ora si può continuare a lavorare con otto. Negli anni del dopo­guerra, mentre le condizioni di lavoro e la sicurezza dell'occupazione sono mi­gliorate e l'orario si è ridotto del 10%, l'insoddisfazione operaia, piuttosto che diminuire, è andata accentuandosi » (3) .

Alcuni esempi di contraddizioni che coinvolgono il sistema americano:

– Ad un aumento della produzione corrisponde una staticità o una contra­zione dell'occupazione. Dal 1950 al 1965, nella manifattura, ad un aumento della produzione del 79% ha fatto riscontro un'espansione dell'occupazione del 7%; la produzione mineraria ha avuto un incremento del 38% e la forza lavoro è diminuita del 40%. Avviene così che negli USA gli addetti alla produzione nel 1947 erano il 51%, nel 1968 il 35,9%, nel 1978 il 32%. Si tratta di una tendenza chiaramente opposta alle esigenze capital-consumistiche, cui si tenta di porre rimedio trasferendo forze di lavoro nei servizi, in attività complementa­ri, la cui utilità si dimostra spesso effimera, e che in ogni caso finiscono per determinare un grave aumento dei prezzi dei beni di consumo prodotti; un prezzo che diviene così inflazionato, non più determinato dal solo, effettivo processo di produzione.

– Il settore automobilistico, uno dei primi a manifestare i sintomi della crisi, sia per motivi energetici, sia per l'enorme divario tra percentuale di effet­tiva utilità e percentuale di diffusione consumistica, determina un sesto dell'oc­cupazione; utilizza il 20% di acciaio, il 35% di zinco, il 50% di piombo, il 60% della gomma e l'11% di alluminio.

– Il 20% delle famiglie raccoglie il 41% del reddito complessivo, mentre un altro 20% della popolazione, al fondo della scala sociale, solo il 5%. Appare evidente come il mito degli USA, società del benessere, sia più un'immagine artefatta, da vetrina internazionale, che una realtà effettiva e globalmente equi­librata.

– La partecipazione politica ha dimostrato una flessione corrispondente allo sviluppo economico generale: nel 1876 si riscontrava una percentuale di votanti dell'82%, nelle odierne consultazioni americane vota appena il 59% degli elettori.

La lotta di classe

È un errore, da molti compiuto, identificare il primo socialismo con il mar­xismo e la lotta di classe. Ambedue prendono vita dal reale sfruttamento del proletariato da parte del capitalismo, ma mentre il primo non rinuncia a ricerca­re una dimensione umana nel lavoro, e spesso è permeato di aneliti solidaristici, qualitativi, il secondo incentra la propria azione tutta sul fatto economico, ac­cettando così, e inevitabilmente facendoli propri, gli errori disumanizzanti della rivoluzione industriale. Con la lotta di classe, dal capitalismo privato si passa al capitalismo di stato, ma le proposte esistenziali non mutano sostanzialmente: l'interesse economico, materialistico, ha sempre il sopravvento sulla creatività e sul rispetto per la personalità umana.

I primi socialisti ammettono implicitamente la disuguaglianza umana e la necessità di una società solidaristica. Saint-Simon ad esempio, riporta il Cole: «non si rivolgeva alla classe lavoratrice, contrapposta ai datori di lavoro; al con­trario, il suo appello era diretto all'intero corpo dei produttori, ch'egli invitava ad accettare i presupposti di una produzione scientificamente organizzata e a colla­borare funzionalmente, ciascuno secondo le proprie doti specifiche, all'espansio­ne della produttività sociale», ed ancora «ammetteva la disparità di remunera­zione, corrispondente alle reali differenze nella qualità delle prestazioni e auspi­cava il conferimento di ampi poteri ad una autorità centrale, da costituirsi sulla base del merito, con compiti di direzione e pianificazione» (4).

I primi socialisti si dimostrarono inoltre preoccupati dell'aspetto qualitativo del lavoro umano e seppero vedere, fin dagli albori, i pericoli dell'economia consumistica.

Per Fourier « era fondamentale che il lavoro da cui l'uomo trae i mezzi di sussistenza fosse piacevole e attraente in se stesso, e non semplicemente vantag­gioso nei risultati». Inoltre «voleva contenere entro limiti ristretti il lavoro mani­fatturiero, eliminando i consumi superflui e aumentando la resistenza di mobili, capi di vestiario, ecc. » (4).

Ma i primi socialisti non seppero inquadrare le proprie, spesso giuste, af­fermazioni in un'organica e globale visione della società e dello Stato, che deri­vasse dai valori spirituali dell'uomo, unica vera, originale antitesi della società capitalistica che andavano combattendo; le loro proposte risultarono perciò utopistiche e così lasciarono il posto a Marx, che alla realtà determinata dalla rivoluzione industriale era invece ben ancorato, troppo riteniamo, tanto da es­serne limitato nell'analisi e condizionato nelle idee. Con Marx il socialismo di­viene «scientifico», economico; il socialismo diviene lotta di classe.

Marx apre il Manifesto del Partito comunista con l'affermazione: « La Sto­ria di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi ». E prosegue sostenendo che lo Stato è essenzialmente un'istituzione di classe che esprime la volontà della classe economicamente dominante: una sovrastruttura politica, elevata sulla struttura economica, che corrisponde allo stadio raggiunto dallo sviluppo delle forze produttive.

Marx sostiene che il salario è per il capitalista il pagamento del lavoro e che la differenza tra il valore del prodotto e il salario, è il plusvalore. Plusvalore che rappresenta il «maltolto» che la classe lavoratrice deve riconquistare. Per defi­nire tale valore Marx dovette in qualche modo quantificare il valore di un'ora di lavoro, ma, pur teorizzando un « tempo lavoro medio », non arrivò mai ad af­fermare una sostanziale parità di prestazioni tra operaio ed operaio.

Possiamo agevolmente constatare come le attuali realizzazioni ugualitarie nel mondo del lavoro, attuate nelle democrazie a seguito della spinta sindacale, superino di molto la stessa iniziale massima richiesta marxista; ma è pur sempre responsabilità di questa l'aver avviato il meccanismo rivendicativo in termini ugualitari e di classe, che doveva condurci alla situazione attuale. L'ugualitari­smo è malattia contagiosa e sottocutanea, cammina e si estende, una volta con­tratta, per moto proprio, e quando le conseguenze appaiono in superficie, esse sono sempre ben più gravi di quanto possano prevedere persino coloro i quali hanno sparso il contagio.

L'attribuire priorità all'interesse economico ed il credere di poter risolvere il problema sociale con la conquista del potere da parte della cosiddetta «classe lavoratrice», oltre ad essere sbagliato, è pericoloso: alla lunga si dimostra arma a doppio taglio.

Come possono i marxisti giustificare i recenti avvenimenti di Polonia? Come è possibile una rivendicazione salariale, quando la classe lavoratrice è al potere? Come spiegare la concessione di sindacati autonomi in uno stato socia­lista, che dovrebbe essere, già di per sé, la personificazione del «sindacato per­fetto»? Come ammettere lo sciopero, permanendo la dittatura del proletariato: contro chi esso si rivolge; contro se stessi? O, forse, invece di costruire giustifi­cazioni impossibili, non sarebbe più esatto constatare che, alla prova dei fatti, lotta di classe e dittatura del proletariato si sono dimostrate teorizzazioni falli­mentari?

Agitare davanti alla massa operaia esclusivamente interessi economici crea inevitabilmente insoddisfazione e malcontento, non risolvibili nemmeno con la scomparsa del capitalismo privato dalla scena del potere.

Ma davvero si può credere che l'uomo preferisca essere massa, o classe che dir si voglia, di arrabbiati, o, non è piuttosto vero che il suo istinto naturale lo conduce verso una soluzione sociale-organica, armonica, di collaborazione, dove sia resa possibile ogni sua esigenza, sia materiale, che creativa e spirituale?

Il marxismo non può offrire all'uomo una strada costruttiva, realmente al­ternativa al capitalismo, poiché, pur opponendovisi, accetta di fatto il contenuto essenziale della rivoluzione industriale, cioè la supremazia dell'economia. L'uo­mo non può trovare soluzione al problema esistenziale né dal capitalismo né dal marxismo, ma solo da una concezione politica che ambedue riesca a superare riconducendo l'economia al giusto posto di strumento al servizio dei valori del­l'uomo. È un problema di valori globali, non di interessi materialistici. È del­l'uomo il problema, non di una classe. È la stessa trascendenza della vita uma­na, oggi messa in secondo piano dal prevalere del materiale, che va affermata.

Opporsi alla lotta di classe senza opporsi alla società capitalistica, che de­termina lo strutturarsi delle classi sociali, non può che risultare sterile, vano tentativo destinato a rimanere ai margini della storia. La lotta al marxismo deve configurarsi esclusivamente come conseguenza di una guerra ideologica assai più vasta: quella alle concezioni materialistiche ed economicistiche che hanno determinato l'avvento del capitalismo e l'esplosione, al suo esclusivo servizio, della rivoluzione industriale.

Il concetto di lavoro

Di fatto i capitalisti riducono il lavoro ad una delle materie prime necessa­rie alla loro speculazione economica. I marxisti rispondono chiedendo per la classe operaia l'intera attribuzione del profitto economico del lavoro.

Definire cosa dovrebbe essere il lavoro per l'uomo, dopo i due secoli che ci hanno preceduto, risulta cosa ben ardua. Le interpretazioni sono innumerevoli ed ognuna risente, quale più, quale meno, del condizionamento della moderna realtà industriale. Ma tale realtà è un aspetto contingente di un mondo in crisi, già incamminato sulla via del tramonto, avviato all'autodistruzione. Ben stolto sarebbe l'uomo che, resosi conto di ciò, non trovasse la forza di volontà e la libertà interiore di collocare il proprio pensiero in spazi liberi, in un mondo cioè dove tutti gli attuali compromessi, determinanti la vita dell'uomo, siano stati superati.

Nello stesso pensiero antidemocratico riscontriamo tuttavia discordanze sul concetto di lavoro; discordanze talvolta sostanziali, ma che sempre sono aggra­vate da una differente interpretazione dei concetti usati.

Giovanni Gentile sostiene: « lo Stato ... dev'essere, ed è quello del lavorato­re, quale esso è, con i suoi interessi differenziati secondo le naturali categorie che a mano a mano si vengono costituendo … L'uomo reale, che conta, è l'uomo che lavora e secondo il suo lavoro vale quello che vale. Perché è vero che il valore è il lavoro; e secondo il suo lavoro qualitativamente e quantitativamente differenziato, l'uomo vale quel che vale » (5).

Julius Evola invece afferma: « secondo la tradizione biblica il lavoro fu concepito in stretta connessione con la caduta dell'uomo e come una specie di espiazione, quindi come nulla che si possa glorificare ... labor poté equivalere quasi a soffrrenza e a pena, e il verbo lavorare poté significare «soffrire» ... il lavoro deve essere considerato come un semplice mezzo di sostentamento nel caso di esseri non qualificati per svolgere un'attività di un genere più alto. Lavorare come fine in sè e oltre quanto occorre pel proprio mantenimento è una aberra­zione –– e proprio il «lavoratore» dovrebbe capirlo: l'«eticità del lavoro», l'«umanesimo del lavoro», il «lavoro come onore» e tutte le altre chiacchere non sono che mezzi per mistificarlo e per meglio saldare le catene che lo legano al meccanismo della «produzione» divenuta quasi un processo autonomo» (6).

Potremmo parlare quindi di una interpretazione ottimistica ed una pessimi­stica del lavoro. Ma quanto sia importante e pregiudiziale dare preciso contenu­to al termine lavoro lo scopriamo leggendo ancora in Gentile: « lavora il contadino, lavora l'artigiano, e il maestro d'arte, lavora l'artista, il letterato, il filoso­fo» (5) (in questo elenco non figura l'operaio); ed in Evola: « è un non senso applicare il termine di - lavoratore - «per non dire addirittura - operaio -» all'inventore, all'artista, al creatore, al pensatore, al condottiero, al diplomatico, al sacerdote, allo scienziato, perfino al grande organizzatore e capitano d'indu­stria ... anzi noi non chiameremo «lavoratore» nemmeno il contadino, nella misura in cui non sia il bracciante salariato, ma colui che è ancora fedele alla terra e la coltiva, per tradizione e per un interesse che non si esaurisce nella pura idea del provento » (6).

Per lavoro dobbiamo dunque comprendere tutte le attività oggi espletate dall'uomo nella società industriale? Possiamo considerare tale anche quello del­la catena di montaggio, il lavoro senza mestiere, l'atto spersonalizzato di chi non può e non vuole conoscere il senso di quello che fa, al di fuori del fatto d'essere all'origine dell'acquisizione di denaro? Certamente no, nella società attuale, come abbiamo visto, ogni agire umano perde significato e diviene stru­mento passivo della speculazione economica.

Ma non si deve neppure guardare con malevolenza alla fatica che l'uomo trova nel lavoro, perché anche questo può essere strumentale, servire cioè alla realizzazione di uno scopo, ed è lo scopo che ha rilevanza, che deve essere considerato e valutato, non lo strumento che è servito per raggiungerlo.

Chi si attarda in posizione contemplativa, è spesso accaduto, può correre il rischio di deformare, attraverso le proprie «teorizzazioni pure», l'analisi della realtà. Attribuire, ad esempio, rilevanza ad attività militari ed artistiche e non considerare la fatica applicata ad altre attività, non vuol forse dire atomizzare arbitrariamente l'apporto di ciascuno? A parte il fatto che anche al militare ed all'artista, la battaglia e l'opera costano fatica, l'uomo è uno, come la sua socie­tà deve essere una, lo Stato; ma l'uomo è in una varietà di individui diversi tra di loro, che agiscono, naturalmente e provvidenzialmente, in campi differenti, e si realizzano nel perseguimento di obiettivi diversi.

Il senso della vita dell'uomo sta unicamente nella volontà e capacità di conquistare risultati superiori a quelli di cui già è in possesso; e tale obbiettivo può essere proprio al tempo stesso del militare che vince una battaglia, del poeta che raggiunge nuove e superiori intensità spirituali e sentimentali, del contadino che ottiene dalla terra raccolti di maggior pregio, dell'artigiano che affida al manufatto la sua creatività destinata a rimanere nel tempo, così come dell'uomo che svolge qualsiasi attività di effettiva utilità sociale, ed in tale attivi­tà non risparmia né ingegno né solerzia per contribuire all'edificazione ed all'af­fermazione dell'intera collettività, dello Stato.

Le esigenze dell'uomo, nella realizzazione della propria esistenza, sono molteplici. Osserviamone le principali:

- la sopravvivenza; l'uomo ha bisogno di procurarsi cibo, vestiario, casa…

- la volontà di affermazione; l'uomo è intelligente, può pensare ed essere libero, e quindi tende a conoscere, ed ottenere di più, a scegliere ciò che decide di volere;

- la spiritualità; l'uomo è realtà trascendente, che tende costantemente a raggiungere dimensioni superiori verso le quali si sente attratto, anche se non sempre può comprenderne intimamente il senso; la diffusione delle religioni presso ogni popolo del mondo, ne è la prova elementare;

- la creatività; realizzazione meravigliosa e dinamica della disuguaglianza umana;

- il solidarismo; il sentirsi partecipe degli altri ed il realizzare se stessi per gli altri; tale esigenza ha determinato da sempre la tendenza alla socialità ed alla sua edificazione organica e gerarchica nello Stato;

- la libertà; irrinunziabile conseguenza dell'essere pensante; facoltà di sce­gliere, e scegliendo di volere;

- la continuità; l'uomo è proiettato oltre se stesso, ed in tale proiezione non riconosce il limite del tempo alla dimensione delle proprie costruzioni; per questo procrea, crede nei figli, nei figli dei figli, e ad essi affida la continuazione delle proprie realizzazioni.

Noi riteniamo che il punto di incontro e di equilibrio tra tutte queste esi­genze sia il lavoro.

Il lavoro deve procurare i mezzi per la sussistenza, ma lo deve fare in misu­ra essenziale, senza concedere nulla all'inutile e al superfluo, per consentire all'uomo un'esistenza totale e una realizzazione spirituale. Spendere tutta una vita nella semplice sopravvivenza può avere un senso per il mondo animale, ma per l'uomo significa morire senza aver vissuto.

Con il lavoro l'uomo afferma la propria esistenza nel mondo della natura, assoggettandola alla sua volontà, alla sua intelligenza, sfruttandone in maniera costruttiva le risorse.

Il lavoro deve consentire il manifestarsi della spiritualità, essendo strumen­to di una realizzazione totale, non attività a sé stante dell'agire umano. Il lavoro è strumento irrinunziabile di ogni forma di creatività umana. Con esso i sogni possono divenire costruzioni, il pensiero azione. Attraverso l'organizzazione del lavoro, lo Stato dà organicità sociale e prospettiva di civiltà al proprio essere e divenire.

Il lavoro deve essere perciò sottratto definitivamente ed irreversibilmente ad ogni forma di condizionamento, primo fra tutti quello economico. Dove il lavoro è sfruttato, è compromesso il senso stesso della libertà.

Attraverso il lavoro l'uomo costruisce la proprietà, che rappresenta, al tempo stesso, un appagamento ad un istinto naturale ed il concretarsi della vocazione alla continuità. L'uomo che lascia in eredità quanto in vita ha con­quistato, ha in sé la stessa logica dello Stato che lascia realizzazioni di civiltà alle generazioni future. È questo un concetto particolarmente osteggiato nella socie­tà capitalistica; in essa il risparmio è di fatto combattuto e la proprietà conside­rata bene da consumare e gettare via. Mentre l'individuo spende sempre più facilmente e meno trasmette ai figli, la società capitalistica, in sintonia, saccheg­gia ogni risorsa del pianeta, senza per nulla preoccuparsi delle future generazio­ni.

Il lavoro qualitativo

Il concetto di lavoro che propugnamo rappresenta, evidentemente, l'esatta antitesi di quello che nella società contemporanea è il lavoro. Le regole del consumismo impongono una moltiplicazione crescente delle produzioni; quelle della rivoluzione industriale determinano una progressiva dequalificazione della manodopera. La quantità dei beni di consumo ed il tipo di operaio che derivano da questa situazione, sottopongono la qualità del prodotto a spinte progressi­vamente negative. A tale risultante il sistema capitalista cerca di porre rimedio applicando ai cicli di produzione soluzioni tecnologiche sempre più sofisticate. Ma così la qualità che si ottiene è sempre più legata al macchinario impiegato e sempre meno all'intervento dell'uomo; si tratta cioè non di innovazione creati­va, a dimensione umana, ma di una pseudo-qualità frutto di standardizzazione ed anonimato.

Il prodotto industriale è per giunta di breve durata, e ciò è anche e soprat­tutto una precisa scelta economica del consumismo.

Ma il prodotto, quando è inflazionato, dequalificato, destinato a durare poco, ad essere gettato, non vede sostanzialmente diminuita la sua intrinseca utilità? Quanti prodotti, oggi consumati dalla massa, sono effettivamente utili all'uomo? E, quelli di scarsa o nulla utilità, che sono la maggioranza, quanta fatica costano all'uomo?

Appare sempre più evidente come questo tipo di società utilizzi e renda possibile solo un lavoro meccanico e schiavizzante ed emerge allora la necessità di restituire al lavoro la sua originale natura liberatoria: la possibilità di tradurre in pratica il risultato dell'intelligenza e della volontà dell'uomo.

Il lavoro qualitativo è lavoro liberatorio.

Un lavoro cioè che contempli al tempo stesso l'esigenza di utilità (in senso umano, non economico; è utile anche l'opera d'arte, non solo il vestiario o gli alimenti) e l'esigenza di creatività. Tale lavoro prevede persone impegnate a qualificarsi, ad apprendere un mestiere per potersi affermare, a realizzare delle opere, ad espletare delle attività che superino le opere e le attività esistenti, e le superino in quanto è l'uomo, con i suoi valori e per i suoi valori che vuole superarle.

È evidente come questo tipo di lavoro porti lontano, se per vicino s'intende il marasma disorganico in cui viviamo; per la manodopera cose come mobilità e velocità di inserimento nei processi produttivi, scompaiono.

Chi ben conosce il contadino tradizionale e l'operaio moderno, può consa­pevolmente affermare che per preparare un buon agricoltore non bastano tre generazioni, mentre per fare un operaio bastano pochi giorni.

L'immagine dell'apprendista artigiano che soffre lunghi anni di pazienza e di studio, prima di arrivare a maneggiare i «ferri del mestiere», è destinata a tornare di attualità. Può sembrare un'immagine arcaica, per molti aspetti anti­patica e fastidiosa, ma mentre l'operaio di oggi è destinato ad essere sempre meno qualificato del suo predecessore, l'artigiano impegnato in un lavoro quali­tativo è spinto costantemente a produrre qualcosa di migliore di quello che aveva prodotto il suo maestro. Da una parte abbiamo un operaio che s'illude di poter giustificare il proprio sostanziale peggioramento, esaltando il progresso tecnologico che lo stordisce, dall'altra abbiamo l'uomo che vuole migliorare se stesso e le opere della propria intelligenza creativa.

Appare evidente come le attività principi nel campo del lavoro qualitativo siano quelle artistiche, culturali, artigiane e contadine. Ci si potrebbe domanda­re, a questo punto, di tutto il fenomeno industriale, cosa potrebbe rimanere in siffatta società? Certamente non è pensabile, e non sarebbe nemmeno intelligen­te, ipotizzare la distruzione sommaria di tutto quanto è stato il risultato delle conquiste tecnologiche. Il rimedio sta nel diverso tipo di utilizzazione che va fatto della tecnologia; non un'utilizzazione, come quella di oggi, che potremmo definire «idolatrica», ma un uso semplicemente strumentale, costantemente subordinata alla volontà ed alle scelte dell'uomo.

* * *

Il lavoro qualitativo porta automaticamente ad una conoscenza approfondi­ta e ad essere coscienti di tutto il fenomeno produttivo; determina così la re­sponsabilità del lavoratore.

Sorge spontanea una domanda rivolta al mondo contemporaneo.

È lecito, oggi, chiedere all'operaio l'adempimento del proprio dovere nei confronti del lavoro? In effetti tale adempimento è spesso sollecitato non solo dagli imprenditori, ma anche da economisti, uomini di partito, esponenti del go­verno, per superare la crisi, per aiutare la soluzione dei «momenti difficili», per difendere l'occupazione e la situazione finanziaria. Ma il dovere del lavoratore verso la propria azienda e verso l'economia nazionale, in effetti non può essere altro che un aspetto particolare del dovere senza aggettivi, il dovere-valore.

L'uomo cioè, allinea il proprio operato a principii e senso di responsabilità solo quando in lui è consolidato, e fortemente radicato, il dovere quale riferi­mento costante ai propri valori morali.

Solo l'uomo che possiede una morale potrà manifestare in un particolare settore, quale quello del lavoro, il proprio senso del dovere; ma per costui sarà anche inutile ogni sollecitazione in merito, poiché questo sarà già di per sé il suo comportamento naturale. È quindi un non senso, a chi morale non possiede, chiedere l'espletamento di un dovere, qualunque esso sia.

Ma la morale, e con essa il dovere, non è forse osteggiata e combattuta dalle dottrine industrial-democratiche, in nome della supremazia economica, del guadagno, dell'egoismo materialistico?

È quindi un assurdo, una contraddizione, negare la morale e pretendere di ottenere il rispetto del «dovere del lavoratore», sol perché questo fa comodo agli interessi del sistema capitalistico.

* * *

Il lavoro qualitativo non può sorgere spontaneamente, improvvisamente, come un fungo nel bosco, ma deve essere reso possibile da una nuova società, da una diversa concezione della vita, da uno Stato che se ne faccia assertore. Solo siffatto lavoro può determinare un arricchimento sociale, un miglioramen­to esistenziale, l'edificazione di uno Stato che sappia sempre superare se stesso.

Sappiamo perfettamente che non pochi, i democratici, si scandalizzeranno per questo nostro insistere sull'uomo e sullo Stato che « devono superare se stessi ». Ma riteniamo che quello di costoro sia il tipico atteggiamento dello struzzo: senza entrare nel merito di più ampi discorsi filosofici, riteniamo che tale superarsi si identifichi con la stessa vita dell'uomo. Tutta la storia lo testi­monia e lo afferma. L'uomo è in quanto pensa. In quanto pensa sceglie e vuole. L'uomo che vuole è un uomo che si è prefisso un obiettivo che, proprio perché non è ancora raggiunto, è superiore, e nel raggiungerlo si afferma, vive, supera se stesso, cioè quello che era prima dell'obiettivo, prima di volerlo, prima di pensarlo.

Ma sarebbe una ben breve vita se, una volta raggiunto l'obiettivo, non ne pensasse, volesse e tendesse a raggiungerne un altro, ancor superiore. E lo Sta­to, che degli uomoni è sintesi e realizzazione, non può che seguire, per vivere, per affermarsi, la stessa dinamica.

È recente, e ci auguriamo di breve durata, il proliferare di masse che non vogliono, che non tendono ad affermarsi, che non vivono. Intere masse che compaiono e scompaiono dalla scena del mondo, senza nulla aggiungere alla storia dell'uomo, senza nulla lasciare di sé. Masse incapaci di tensioni spirituali, di commozioni sentimentali, di gioia creativa, costrette ad un'esasperata corsa al bene materiale fine a se stesso. Se da una parte, per taluni, l'esistenza di queste masse potrebbe far apparire il nostro discorso fuori dal tempo, sganciato dalla realtà, in effetti essa denuncia con drammatica urgenza la necessità di proporre nuovi temi all'intelligenza umana, di delineare rapidamente le alternative possi­bili e giuste, di creare spazi nuovi e liberi, nella certezza che, la storia lo testi­monia, l'uomo non può morire.

* * *

Il lavoro qualitativo consente oltre alla soddisfazione per il realizzarsi della creatività e la rinascita del senso di responsabilità, anche la possibilità di dimi­nuire le ore lavorative necessarie, non essendo gli uomini più costretti ad inse­guire i tempi della produzione di massa. Ciò è utile per consentire all'uomo non già il riposo, quanto la possibilità di una vita più completa. È ridicolo infatti pensare che un buon lavoratore debba passare tutta la giornata a svolgere de­terminate mansioni; egli deve disporre di sufficiente tempo anche per dedicarsi all'educazione dei figli, all'arricchimento culturale, allo sport, alla vita associativa, alla partecipazione politica. Anche se ciò avviene a spese di qualche inutile oggetto in meno.

Attraverso il lavoro qualitativo l'uomo ha la possibilità di realizzarsi per quel­lo che realmente è, per ciò che vale, per il potenziale di creatività di cui è dotato, fuori da schemi fissi, da scatti automatici generalizzati, da limiti di età.

Vediamo spessissimo ventenni cronicamente limitati o incapaci, e sessan­tenni perfettamente validi ed efficienti. Appare ridicolo, in merito, il criterio del pensionamento standardizzato della società democratica. Oltre a togliere com­petitività e incentivi all'uomo che lavora, il pensionamento standardizzato sot­trae al mondo del lavoro numerosissime potenzialità ancora valide. Per di più determina un precoce invecchiamento di ampi strati di popolazione, che il si­stema di fatto rifiuta e ricaccia in ghetti assurdi e disumani. In Italia, contro ventun milioni di lavoratori ci sono sedici milioni di pensionati.

È sufficiente soffermarsi a fondo sulla situazione esistenziale dell'anziano per decretare il fallimento della società industrial-democratica. Una società superimpegnata a gestire i propri problemi economici, che si è allontanata dal suo scopo essenziale: gestire la vita dell'uomo.

Il problema economico

A quanti volessero accusare il nostro discorso di inattuabilità economica, noi chiediamo se per economia si intenda l'interesse del grande capitale e dei moderni usurai, o l'interesse dell'uomo e quello dei popoli.

Nel primo caso, certamente, una società qualitativa determinerebbe un clima irrespirabile per multinazionali, per grandi e piccoli usurai e con essi, una ben misera fine toccherebbe a quelle potenze che oggi, attraverso il condizio­namento economico, attuano il loro scaltro e arrogante imperialismo.

Ma se l'interesse perseguito è quello dell'uomo e dei popoli, il discorso dell'irreversibilità dell'economia quantitativa si dimostra una grossolana frottola messa in circolazione, ad arte, dal sistema industrial-democratico. La scelta qua­litativa porterebbe infatti, al tempo stesso, una forte spinta anticonsumistica, una maggiore durata dei prodotti ed un controllato aumento dei prezzi. Queste tendenze finiscono, se guidate e programmate con disinteressata intelligenza, per compensarsi, e risolversi infine a vantaggio del consumatore. L'aumento dei prezzi sarà solo relativo perché, se da una parte il costo reale del prodotto è destinato ad aumentare, per la maggiore incidenza sia dei materiali che della manodopera, dall'altra diminuirebbe il «superprezzo consumistico», oggi de­terminato da pubblicità, confezione, trasporti illogici, importazioni non necessa­ne, passaggi di mano inutili, ricerche di mercato, ecc. ... Il prodotto, in ogni caso, anche se più caro, potrà ugualmente essere acquistato perché il consuma­tore sarà indotto a consumi minori, ma orientati verso prodotti più duraturi.

Altra confutazione prevista è quella del paventato spettro della disoccupa­zione. Confutazione illogica e destituita di fondamento. Le stesse cento persone che oggi quantitativamente producono cento prodotti, non potrebbero produrne dieci, ma qualitativi?

E quante sono, e quanto incidono sull'economia nazionale, le attività la cui crisi ci costringe ad ingenti e pesanti importazioni? Si pensi, ad esempio, ai prodotti agricoli. Non sarebbe più intelligente disporre di qualche contadino in più e di qualche metalmeccanico in meno?

Con il lavoro qualitativo non solo viene salvaguardata l'occupazione, ma si crea maggiore ricchezza, a causa della minore necessità di consumi, una ricchez­za non accentrata nelle mani di pochi, ma diffusa, in meritocratiche distribuzio­ni; una ricchezza che diviene patrimonio individuale e, considerata nel suo in­sieme, patrimonio e risorsa nazionale.

Il lavoro qualitativo crea inoltre un'eccezionale possibilità competitiva sul mercato internazionale.

Una competitività basata su quantità e prezzo è sempre battibile, in qualun­que momento, da una qualsiasi potenza industriale in fase espansiva (quanti mer­cati ci siamo visti sfuggire, a vantaggio del Giappone, persino sul nostro stesso territorio?). Una competitività invece basata sulla qualità, la storia economica del mondo lo testimonia, è destinata a durare perché più difficilmente superabi­le.

Il problema sociale

Dove conducano rivoluzione industriale e capitalismo l'abbiamo visto: al marxismo, alla lotta di classe, alla guerra civile, alla formazione di masse arrab­biate, irresponsabili e turbolente.

Attraverso l'applicazione organica e globale del concetto di lavoro qualita­tivo, si realizza invece una società dove ogni individuo trova collocazione e possibilità di affermarsi per quel che vale. Avremo quindi una nazione ordinata, una tendenza del corpo sociale verso il solidarismo, verso la collaborazione, verso la responsabilità degli impegni. Il lavoro qualitativo presuppone una co­stante tutela da ogni forma di sfruttamento, economico o psicologico che sia. Dove non ci sono sfruttati, non si creano malcontento e rivendicazioni dannose.

In una società dove il lavoro è qualitativo ed il senso di responsabilità ac­quisito, esistono i presupposti per la realizzazione della partecipazione econo­mica e per la gestione dei processi produttivi da parte di tutti i prestatori d'ope­ra. E questa, solo questa, potrà rappresentare l'effettivo e definitivo superamen­to di ogni forma di società capitalista o marxista; la ricomposizione del tessuto sociale lacerato dalle lotte per il denaro, in una autentica socializzazione; l'af­fermazione dell'uomo costruttore e volitivo; la spinta corale delle creatività ver­so realizzazioni di civiltà.

Ma sarebbe utopia e debolezza ottimistica il pensare di poter realizzare tale fenomenale e rivoluzionaria costruzione sociale, quando ancora i presupposti necessari sono lontani. Sulla mentalità creata dal lavoro dequalificato e sfrutta­to, sulla irresponsabilità determinata nelle masse dal sistema capitalistico, sullo sbandamento materialistico provocato negli individui condotti a rincorrere il riflesso del dio-denaro, nessun valido esperimento è lecito tentare, aspettandosi costruttivi risultati.

La prima, graduale e faticosa realizzazione deve necessariamente essere quella dell'affermazione del lavoro qualitativo in ogni settore della vita naziona­le, scavalcando ogni resistenza di chi è interessato al mantenimento dello status quo economico e di quello politico, che è delegato a sorreggerlo.

Il problema esistenziale

Nella società industrial-democratica la maggioranza degli uomini è insoddi­sfatta del proprio lavoro, incapace di reagire autonomamente, condannata ad essere perennemente frustrata. Si riscontrano poi minoranze di individui che sono costretti a «lavorare per vivere», ma, faticosamente, riescono a parzial­mente realizzarsi in attività extra-lavorative, poco o per nulla retribuite. Ci sono infine persone che si lasciano travolgere talmente dal vortice economico da immedesimarsene sino al punto di dare al guadagno ed all'attivismo fine a se stesso, la dimensione di valori.

Tale società si presenta agli occhi dell'osservatore come un mondo di infe­lici e turbolenti. Un mondo dove l'uomo, «evoluto» economicamente, consu­ma sempre di più, ma si dibatte in una paurosa crisi esistenziale.

Perchè ho vissuto? Perchè vivo? È la tremenda domanda che serpeggia in ogni strato sociale. Al limite estremo la risposta irrazionale è il suicidio.

Il numero dei suicidi e dei tentati suicidi aumenta ogni anno. Nel 1979 in Italia si è raggiunta la quota di 4.550, di cui il 65% è rappresentato da persone che hanno superato i quarantacinque anni di età; in oltre le statistiche ufficiali non comprendono, come invece sarebbe logico, i morti per droga. Il primato mondiale di suicidi spetta alle efficienti e benestanti democrazie scandinave.

Si tratta di dati talmente eloquenti da rendere inutile ogni commento.

È riuscito qualcuno a dimostrare che la felicità ha dimora nel paese delle autostrade e dei supermercati? Che sia possibile sostituire per sempre l'utile umano con l'arido, sterile, «utile economico»?

Il concetto di benessere per l'uomo è e deve rappresentare un fatto princi­palmente spirituale; il benessere materiale è solo strumentale, in quanto tale importante e necessario, ma sempre soggetto alla supremazia dello spirito.

Chiarire tale concetto è vitale nel mondo di oggi; un mondo che si sta, a veloci passi, avvicinando al bivio tra autodistruzione e costruzione totalmente alternativa.

Dell'uomo è lo scegliere.

Mario Consoli

(1) MAX WEBER, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni.

(2) EZRA POUND, « Oro e lavoro», da Opere scelte, Mondadori.

(3) SILVIO FAGIOLO, L'operaio americano. Fabbrica e sindacato in USA, Laterza.

(4) G.D.H. COLF, Storia del pensiero socialista, Vol. I, I precursori, Laterza.

(5) GIOVANNI GENTILE, Genesi e struttura della società, Sansoni.

(6) JULIUS EVOLA, Ricognizioni - Uomini e problemi, Edizioni Mediterranee.

64