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di Mario Consoli

 

Effetti democratici

Gli scandali L'estorsione L'inefficienza La demagogia Lo sradicamento La menzogna.


Gli scandali

 

« Uno scandalo è un fatto eccezionale, al di fuori dei normali comportamen­ti. La truffa dei petroli non è perciò uno scandalo. Perché rientra nel funziona­mento normale del nostro sistema politico. Nel quale è ormai inestricabile l'in­treccio tra avventurieri della finanza e personaggi investiti di mandato di rappre­sentanza. E questo funzionamento del sistema è ritenuto tanto normale, che in un trentennio nessuno dei responsabili dei cosiddetti scandali è incorso in quelli che vengono chiamati i rigori della legge ».

 

Non siamo noi a scrivere, ma un politologo democratico, il redattore di Panorama Giorgio Galli (1).

 

Certamente l'analisi effettuata da Galli è esatta e non possiamo che condi­viderla. Ma non riusciamo davvero a comprendere come possano coabitare in un unico cervello valutazioni come queste ed una persistente « fede nelle istitu­zioni democratiche»; come si possa affermare « Giustizia non sarà fatta. Tra qualche mese si dirà che il cosiddetto scandalo dei petroli è stata una montatura della stampa. Non andranno in carcere i ladri. Verranno inquisiti i giornalisti e i commentatori » e pretendere di scaricare ogni responsabilità su di un solo parti­to, quello dei prepotenti e dei cattivi, salvando la reputazione degli altri partiti, con i quali sarebbe possibile ottenere un governo giusto, la fine del malcostume, il funzionamento della giustizia.

 

Non si tratta di un partito, ma del partito, come istituto, come strumento di potere; gli scandali, la corruzione sono emanazione diretta e naturale di tutto il sistema democratico.

 

La storia di questi trent'anni l'ha ampiamente documentato: tutti i partiti che hanno fatto parte di maggioranze, chi più chi meno, sono finiti nelle crona­che degli scandali.

 

Scaricare la responsabilità solo su alcuni partiti, mostra l'intenzione di non voler condurre l'indagine a fondo; prendere in considerazione gli effetti, ma ignorarne le cause.

Una società politica che si struttura in partiti, cioè nelle fazioni istituziona­lizzate, e che identifica il metro del successo col risultato economico, non può che condurre alla scomparsa di ogni valore, di ogni regola etica, dunque al malcostume generalizzato.

 

Può essere portatore di onestà politica solo l'individuo che possiede una morale e ad essa dà importanza predominante; chi crede invece che il denaro sia lo strumento essenziale del successo sociale ed il mezzo della umana felicità, non può astenersi dallo sfruttare a proprio vantaggio le occasioni che il potere politico può offrire.

 

Non si tratta dunque di un partito o di alcuni partiti che occorre indicare quali responsabili del malcostume, ma di una società politica, di una concezione della vita, di una scelta ideologica globale.

 

L'estorsione

È ormai acquisito dalla coscienza della massa il fatto che i partiti, le fazioni, quelle che hanno stabile collocazione nel parlamento democratico, incamerino periodicamente finanziamenti da parte dello stato, quindi di tutti i cittadini.

È un assurdo, un non senso, una vera e propria estorsione. Non si com­prende infatti perché un partito, che agisce a tutela dei propri interessi e ad esclusivo vantaggio della propria ideologia, debba essere finanziato, attraverso una tassazione, da tutti i cittadini, di ogni fede politica. Il provento di una tassa, da che mondo è mondo, dovrebbe essere utilizzato per opere pubbliche , per scopi comunitari, per assicurare il funzionamento dello Stato, che è di tutti i cittadini. Si tratta di un caso davvero singolare, questo, di una tassa spesa per sovvenzionare fazioni che hanno come fine quello di dividere i cittadini oppo­nendoli l'uno all'altro. Mentre i naturali finanziatori dei partiti sono sempre stati gli adepti di una fede politica o gli appartenenti ad una clientela, con que­sta recente « conquista democratica » il cittadino è costretto a finanziare al tempo stesso Berlinguer e Almirante, Piccoli e Pannella, Craxi e Zanone.

 

Ma, durante il dibattito parlamentare sullo scandalo dei petroli, c'è stato chi ha proposto qualcosa di più, di più « avanzato », di più « democratico»: il finanziamento pubblico alle correnti di partito (!), quindi alle fazioni delle fa­zioni.

 

È la logica, tipicamente democratica, che legittima il costituito, anche se sbagliato, per il solo fatto che esiste. E tutti sono obbligati a finanziarlo.

 

Non è lontano il ricordo della polemica sulle correnti di partito, considerate disfunzione, quindi malattia, e si parla già del loro pubblico finanziamento!

 

Gli epigoni della democrazia ragionano in questi termini: i politici rubano perché per conquistare e detenere il potere occorre denaro, quindi, finanziando­li direttamente, si eviteranno furti, corruzione e scandali.

 

Si arriverà, seguendo questa logica, alla tassazione pubblica a beneficio di ogni singolo politicante? E perché no dei loro parenti, dei loro amici, delle loro amanti?

E quale migliore antidoto per il furto in genere potrebbe esservi se non quello di recapitare direttamente a casa del ladro le potenziali refurtive, senza costringere il poveretto a ricorrere, con rischio e fatica, al sistema oggi usuale?

 

Non si comprende invero come ci si possa scandalizzare al clamore degli scandali ed accettare poi, supinamente, l'estorsione continuata, sol perché rego­lamentata da una legge. Si tratta delle due facce, una più squallida dell'altra, della stessa medaglia.

* * *  

Gli scandali sono dunque inutili, sia perché non possono portare chiarimen­to alcuno, sia perché, ad esclusione di Sindona, detenuto in USA per reati ivi commessi, nessuno dei personaggi coinvolti è mai rimasto in galera. Gli scandali scoppiano come riflesso di lotte di fazione e di corrente, mai per senso di giusti­zia o per ricerca di verità.

Inutili, ma pericolosi. Essi rischiano infatti di creare, attraverso l'abile or­chestrazione dei mass media, una sorta di fiducia in un possibile repulisti. Si cerca cioè di creare il capro espiatorio per ogni malefatta; si tenta di ridonare veste candida ad un sistema che è tutto marcio, fetido, da gettare via.

 

Si tratta di un pericolo grave, poiché, se operazioni di questo genere non sono mai. state capaci di ribaltare le situazioni, hanno pur sempre contribuito a rimandare la soluzione dei problemi, ad allungare i tempi della crisi.

 

Per chi invece ragiona a fondo, rifiuta i condizionamenti di massa, accetta di ricercare la verità senza preconcetti o timori, quella degli scandali può rap­presentare un'utile occasione di riflessione; un interessante e sintomatico campo di indagine sociologica e politica.

 

L'inefficienza

Poche settimane sono state sufficienti a sopire l'interesse della pubblica opinione per le manchevolezze che il recente terremoto in sud Italia ha posto in drammatica evidenza.

 

Ma noi riteniamo che nessuna occasione valida ad evidenziare le fonda­mentali carenze del sistema democratico debba essere sottaciuta.

Noi viviamo in una società « incredibilmente avanzata » e meccanizzata; dove gli strumenti tecnologici offrono all'uomo possibilità d'intervento e solu­zioni solo qualche anno fa inimmaginabili. Come e perché, dunque - sarebbe lecito chiedersi - allorquando eventi di particolare drammaticità colpiscono le popolazioni e si richiedono interventi pronti ed efficaci, i miracoli della tecnolo­gia non si compiono, ed i risultati sorprendono per il dilettantismo e la provvi­sorietà?

 

La risposta, in verità, non la si può dare attribuendo colpe e responsabilità al tal prefetto od al tal'altro generale, come vorrebbe semplicisticamente fare il sistema. Occorre osservare il problema nella sua globalità e riteniamo che due specifici fenomeni, se studiati a fondo ed in libertà, possono spiegare gran parte delle manchevolezze lamentate:

 

1) La tecnologia è sì « incredibilmente avanzata », ma è anche asservita all'esclusivo interesse economico privato. L'interesse pubblico, nazionale ed umano, sono tagliati fuori. Basti pensare all'inquinamento dell'ambiente. Basti pensare ai saccheggi energetici, mai controllati da programmazioni autonome dello Stato.

 

2) L'accaparramento del potere da parte dei partiti ha rappresentato il trionfo del genericismo sulla competenza, dell'egoismo sul senso dello Stato, dell'arrivismo sulla partecipazione libera ed intelligente.

 

Di ciò, inevitabilmente, hanno fatto le spese per prime quelle categorie naturalmente destinate alla funzionalità dello Stato, alla tutela degli interessi pubblici, all'azione costruttiva e solidale. Si tratta di categorie che si sono trova­te, in trent'anni di democrazia, sempre più povere di mezzi, osteggiate nei valori caratterizzanti, inquinate, nei vertici gerarchici a causa delle nomine partitocra­tiche, nell'ambiente umano per la mortificazione delle tradizioni e per la conse­guente degradazione di funzioni ed ideali.

Ci riferiamo soprattutto alle Forze Armate. Sono loro che pagano per pri­me lo scotto democratico del carrierismo, dell'arrivismo, dell'inefficienza, per poi venire occasionalmente riabilitate, anzi sfruttate, quale puntello al traballan­te sistema dei partiti. Riteniamo che condividere, anche parzialmente, una tale contingente forma di riabilitazione, in nome di un malinteso senso dello Stato, sia colpevole e complice. Occorre comprendere che la rilassatezza morale, il montare della delinquenza organizzata, il terrorismo politico sono conseguenze del sistema democratico, nascono da esso, e nessun correttivo interno ad esso, pena di morte compresa, può aggiustare le cose.

 

Non può esservi « senso dello Stato » all'interno di un sistema politico che ha distrutto lo Stato; in queste contingenze si deve guardare avanti, allo Stato alternativo, allo Stato da costruire. Il ruolo delle Forze Armate nella società non deve e non può mai essere quello di puntello dell'antistato.

 

Lo spirito che ci anima nell'affrontare lo scomodo, ma rivelatore argomen­to delle Forze Armate è critico, ma costruttivo; teso a valorizzare ruoli e fun­zioni, a ricollegare tradizioni a valori, ad indicare, di fronte alla palude di una società decomposta ed informe, la strada che conduce ad uno Stato organico, frutto e concretizzazione dei valori spirituali, solidali, creativi, di ordine e gerar­chia, che sono naturalmente assegnati all'uomo.

 

L'articolo di Piero Sella, pubblicato in questo numero de « l'Uomo libe­ro », vuole essere un contributo in tal senso.

 

La demagogia

Lo strumento adottato dal sistema dei partiti per placare le ire della pub­blica opinione rimane sempre lo stesso. Parole calde, commoventi, capaci di appagare gli umori, ma che a nessuna concreta soluzione debbano nei fatti ap­ prodare.

La demagogia è la regola di tutta la vita democratica, come nelle campagne elettorali, dove le promesse sono ormai universalmente riconosciute inutili chio­se d'effetto ad una frase di comizio o ad uno slogan politico-consumista.

 

Tipico esempio in materia ci è stato offerto da un discorso televisivo del Presidente della Repubblica Pertini, a seguito del terremoto, che tanto clamore e tanta « democratica » simpatia gli ha fruttato.

 

« Chi ha mancato deve essere colpito! »

 

« Chi ha speculato sulla disgrazia del Belice? e se vi è qualcuno che ha speculato, io chiedo: costui è in carcere come dovrebbe essere in carcere? »

 

Chi è stato colpito? Chi sarà colpito?

 

Quali garanzie può ancora dare, anche ai più ingenui, un sistema politico dove il Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura si rivolge ai citta­dini chiedendosi se dei delinquenti, anzi dei disgustosi ed inumani sciacalli, sia­no in galera . o dove?

L'uomo libero è stanco e stordito di parole: ha bisogno di fatti. Ma, quando ormai la crisi ha investito l'esistenziale, mortificato le attese spirituali, compro­messo ogni apporto individuale, anche i fatti, da soli, non bastano più.

 

Bisogna ritrovare il gusto alla responsabilità, alla partecipazione attiva, il senso della dignità e del giusto, l'estetica delle posizioni chiare ed aperte, la gioia della creatività, l'orgoglio delle gerarchie del merito e del valore, nelle quali credere e con le quali costruire, il sentimento e la fede che fa vibrare di ideali puliti, capaci di ingigantire e vivificare l'esistenza.

 

Si sente, nella stanza che puzza di marcio, il bisogno di uscire a respirare una boccata d'aria pulita. In libertà. Senza paure. Senza complessi.

 

Lo sradicamento 

Questa la società della fiera consumistica. Una società dove, mentre si sotterrano migliaia di morti, radio e televisione trasmettono canzonette. Una società dove si deve dimenticare presto e tutto; mai fermarsi per comprendere, per cercare di scoprire il senso delle cose e degli avvenimenti. La società dell'o­blio.

 

Quando, l'uomo, nella sua corsa affannosa attraverso i corridoi del labirin­to democratico che lo imprigiona, saprà fermarsi davanti allo specchio, guardar­si negli occhi, scrutarsi, e capire che solo la sua forza e la sua volontà possono liberarlo?

 

Quanti, tra lo stordimento di ritmi ossessivi e di pubblicità incredibilmente imbecilli, sono riusciti a chiedersi e spiegarsi perché, vecchi e giovani, i disere­dati dai paesi cancellati dal sisma si sono rifiutati di abbandonare le polverose macerie che furono le loro case, il loro mondo, il teatro delle proprie tradizioni?

 

Ci sovviene una frase di George Sorel: « Le famiglie saldamente riunite alla cultura di un piccolo territorio consacrato dalle tombe degli antenati; esse accet­tano con profondo rispetto le decisioni delle autorità sociali, che custodiscono il genio della razza; la religione impone loro di osservare le regole severe della morale » (2).

 

L'ideologismo internazionalista democratico ha imposto la visione e l'esi­stenza di un uomo ugualitarizzato, sradicato da origini e tradizioni, privato di identità. Quale beffardo disprezzo per i popoli! Quale barbara distruzione di cultura e civiltà!

 

La verità che bisogna scoprire e che bisogna divulgare è che l'unico, origi­nale, effettivo rispetto per l'uomo e per i popoli può scaturire solo dalla consa­pevolezza responsabile della diversità tra gli uomini e tra i popoli, e quindi dalla necessità di accettare e tutelare tradizioni, origini, fedi e costumi.

 

L'uomo e il popolo vanno rispettati nella loro identità; uniformarli ad ogni costo, mescolarli, spingerli ad ammassarsi in metropoli informi ed anonime, organizzarli secondo schemi teorici ed universali, gerarchizzarli col solo metro del denaro, vuol dire distruggere, con tradizioni e culture, la loro essenza e la loro stessa esistenza.

 

La menzogna

Le ideologie democratiche sono bestie testarde. Si prefiggono delle utopie ed ogni verità deve passare al setaccio della loro convenienza. Se una notizia storica dà loro ragione, va bene, altrimenti la si nasconde, la si snatura, se ne sostituisce un'altra, più opportuna. Se le teorie scientifiche concordano, si è scientisti, allo spasimo, fanaticamente, altrimenti esse divengono eresie dogma­ticamente non ammissibili.

 

Le ideologie democratiche, in questi ultimi tempi, sono costrette, per di­fendere la loro utopica visione del mondo dalle verità che si fanno incalzanti ed evidenti, a ricorrere alla menzogna ed alla mistificazione.

 

La scienza, con l'ausilio delle moderne tecnologie, sta abbandonando il ter­ritorio delle ipotesi indimostrate, per avvicinarsi alle verità oggettive, sempre dimostrabili, non più opinabili. E si tratta di verità che, puntualmente, confer­mano il tramonto delle ideologie.

 

Siamo al paradosso! Gli scientisti battuti dalla scienza! La dea illuminista, progressista, ugualitaria, universalista, si è coltivata in seno la serpe che ora morde la sua vecchia e flaccida mammella.

 

La caccia alle streghe, l'ossessivo e scomposto uso dello strumento della menzogna e della mistificazione, in realtà rappresentano solo il sussulto finale di sistemi politici ed ideologici la cui morte non può più essere a lungo procrasti­nata.

 

Da una parte il mondo rantolante delle utopie, dall'altra l'uomo con la sua voglia di conoscere, di sapere, di costruire.

 

Per questo noi, che scientisti non siamo né siamo disposti a diventare, ma che rifiutiamo paraocchi alla ricerca della verità, accettiamo con gioia ed entu­siasmo di inoltrarci nel territorio della oggettività e della verificabilità.

 

In questo numero della rivista, l'articolo di Sergio Gozzoli, approfondisce le ragioni delle nostre scelte di indagine e ricerca, e quello di Stefano Vaj con­tribuisce a sottrarre l'indagine scientifica allo specchio deformante della pro­paganda ideologica.

 

* * *

Anche la storia deve essere considerata un campo di indagine attenta ed approfondita. Al di là di interpretazioni più o meno forzate e sempre soggettive, esistono dati, documenti, avvenimenti che oggettivamente vanno analizzati e rappresentano sicura fonte di conoscenza.

 

L'ideologia dominante si difende sferrando colpi di coda.

 

Un esempio per tutti. Una delle immagini più emblematiche e propaganda­te del mondo ebraico perseguitato è senza dubbio quella offerta dal diario di Anna Frank. Non solo da esso si è tratto spunto per un film, rappresentazioni televisive e teatrali, argomento per libri ed articoli, ma è stato addirittura adot­tato da molte scuole quale libro di testo, diffuso, solo in Italia, in 700.000 copie.

 

Ma ora il diario di Anna Frank si è rivelato quantomeno un pessimo « montaggio ».

 

Il primo dubbio sull'autenticità del documento coincide con la pubblicazio­ne, da parte della rivista « Life », delle foto di alcune pagine autografe del diario. Fu constatata immediatamente l'assoluta diversità di calligrafia con quel­la dell'ultima pagina scritta dalla figlia, che Otto Frank aveva fatto circolare.

 

Otto Frank, che nel frattempo, con i diritti d'autore, aveva accumulato una fortuna, nel 1958 viene condannato dal tribunale di New York a risarcire il vero autore, l'ebreo Majer-Levin, perché risultò che il diario, in effetti, era stato steso da lui, rielaborando alcune annotazioni della giovane.

 

Recentemente un tribunale olandese, su istanza del signor Ernest Roemer, ha stabilito, dopo aver periziato gli « originali » del diario, che gran parte dei manoscritti sono redatti con la penna biro. La penna biro è stata inventata nel 1951 . Anna Frank è morta nel 1945 .

 

Mentre lo spazio riservato alla divulgazione del diario, nei mass media, è stato immenso, e ciò per lunghi anni, la notizia del falso accertato, o è stata ignorata del tutto, o è stata riportata in poche righe e su di una sola colonna.

 

Ciò nonostante il diario di Anna Frank è tuttora largamente diffuso, per commuovere masse convinte di trovarsi di fronte ad una originale documenta­zione umana e storica.

 

A ciò si aggiunge il vero e proprio linciaggio cui recentemente è stato fatto oggetto, da parte della stampa democratica, il linguista americano, di sinistra,

 

 

Noam Chomsky, per aver scritto, in nome della libertà di espressione e di ricer­ca storica, la prefazione al saggio in cui lo storico francese Fourisson si occupa della vicenda del diario di Anna Frank dopo che gli è stato impedito di farlo dalla propria cattedra all'Università di Lione.

 

Riteniamo che sia fondamentale ripristinare la verità di cronaca e di storia, per poter uscire dalle deformazioni propagandistiche e riprendere il cammino della conoscenza dell'uomo, dei popoli, del mondo. Da questo numero della rivista, con l'articolo di Marzio Pisani, iniziamo la pubblicazione, in tal senso, di una serie di documentazioni storiche che possono servire all'attento e libero lettore per filtrare le realtà ufficiali degli ultimi quarant'anni.

 

* * *

Scandali, estorsione, inefficienza, demagogia, sradicamento, menzogna:

sono tutti effetti logici ed obbligati del sistema democratico.

 

Contro un mondo che pretenderebbe di giustificare ogni manchevolezza e malefatta nel segno di ideologie astratte, si schieri l'uomo, con il suo spirito, la sua sete di conoscenza e di verità, la sua natura di attore e di costruttore di civiltà.

 

Contro i condizionamenti dei ricatti economici, delle mistificazioni, delle menzogne; contro la distruzione delle tradizioni e dei popoli, si delinei chiara e incorruttibile la statura, la dignità e la volontà dell'uomo libero.

 

L'uomo libero, una dimensione che ereditiamo da chi seppe esserlo; che ci impegniamo a testimoniare; che offriamo ai nostri figli, per la necessaria costru­zione di domani.

 

Mario Consoli