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di Piero Sella

Il ruolo dell’esercito e del combattentismo

Proposte per una nuova partecipazione

Il concetto di patria e l’esercito – Necessità di utilizzare le energie del combattentismo – Lo stato attuale delle forze armate – Il condizionamento politico – Incapacità ed abusi della partitocrazia – Le possibilità di azione politica a tutela di esercito e combattentismo



In opposizione al privatistico, al disinteresse egoistico, alle strumentalizza¬zioni ed allo sfruttamento di parte di ogni realtà sociale, prepotente si impone un’esigenza unificatrice che è negli intimi desideri di tutti e che molti tuttavia ricercano incerti nelle più disparate direzioni. Essa sta nei concetti di continuità fuori dal tempo, di solidarietà tra gente di una stessa stirpe, nella spontaneità dell’anteporre l’interesse della collettività nazionale a quello privato.

La realtà politica scoraggia oggi evidentemente tali indirizzi naturali, es¬sendo i due grandi sistemi, comunista e democratico, portati ad una visione internazionalista, comunque priva di spiritualità, nella quale il concetto di Patria appare privo di significato, soffocato, lasciato sopravvivere solo al servizio del¬l’ideologia. L’imbroglio è avvertito dalle popolazioni; esse non credono alla pa¬tria dei politicanti e sono private tuttavia di un riferimento migliore. Quando infatti si parla di Patria, di Nazione, anche se il concetto da cui si muove è quello sano, il popolo è ormai portato ad identificarlo con quella realtà scarnifi¬cata di patria che gli uomini al potere in Europa sfruttano a loro esclusivo vantaggio.

Per i politici al di là della cortina di ferro, patria è quel termine che consen¬te loro l’uso dei riflessi condizionati acquisiti dalle popolazioni in epoche prece¬denti, e lo sfruttamento parassitario delle residue energie patriottiche, volgen¬dole cioè contro la stessa nazione che le mette in campo.

Così è da noi in occidente. C’è ancora una bandiera, un esercito, strutture che mantengono in vita un’unità amministrativa, ma ognuna di tali realtà è usa¬ta contronatura. I governanti non amministrano la Nazione, ma curano gli inte¬ressi della fazione politica cui appartengono; gli economisti sono al servizio del¬le multinazionali, di potenti gruppi di pressione economica; l’esercito, per quel che ancora conta, è trascinato nel turbine delle faide ed allontanato dai suoi altissimi scopi istituzionali.

Ecco perché il concetto di Patria appare fuori moda, superato; ma lo è, per lo stesso motivo per il quale una commedia appare mal recitata, qualora il regi¬sta voglia stravolgerne il senso. L’autentico concetto di Patria riteniamo possa ancora avere rispondenza nel corpo della Nazione, rimosso il diaframma politi¬co che lo separa dai più profondi sentimenti del popolo e, a nostro giudizio, deve essere il fulcro attorno al quale costruire nuove realtà, alternative, legate però saldamente alla tradizione.

Convinti di ciò, nella realtà sociopolitica destinata alla sostituzione della partitocrazia che volta per volta in queste pagine andiamo delineando, forte rilevanza vorremmo fosse attribuita alla componente combattentistica.

Con questo termine intendiamo identificare appunto quella realtà umana e spirituale che si distingue per una particolare sensibilità ai valori unitari della Nazione e che ritiene tali altissimi ideali trovino sicuro presidio in ogni tempo, contro ogni tendenza disgregatrice, nelle Forze Armate.

Esse, simbolo stesso dell’unità nazionale, accolgono i giovani, li seleziona¬no, ne valutano le attitudini, li ordinano gerarchicamente, occupandosi in con¬creto del loro irrobustimento fisico e della loro educazione morale su direttrici che da sempre sono: lealtà, disciplina, coraggio, cameratismo, cavalleresco ap¬prezzamento per il valore dell’avversario.

In ogni parte del mondo l’esercito è bandiera di altruismo, di dedizione al bene comune della nazione; in esso la parte migliore di un popolo accetta co¬scientemente l’ipotesi del sacrificio a difesa della comunità nazionale.

Un atteggiamento di religiosa milizia che molto spiega sul nascere e sull’a¬gire di ordini quali i Templari, i Cavalieri Teutonici, quelli di Rodi, di Malta e su più vasti fenomeni di volontariato a noi più vicini.

Un tale sentire, ancorato alla tradizione e le esperienze comuni che ne conseguono, creano una compattezza, una comunione di sentimenti ed obiettivi, che non resta limitata a quella parte dell’esercito che le contingenze storiche vogliono in armi, ma si estende - è patrimonio comune - anche alle forze smobi¬litate.

La funzione di queste ultime è diversa, ma tuttavia importantissima, com¬plementare. Spetta infatti all’Unione Ufficiali, alle associazioni combattentisti¬che e d’arma occuparsi di tutte quelle iniziative cui l’esercito non può istituzio¬nalmente attendere: l’inquadramento dei militari in congedo a fini addestrativi, il mantenimento di un clima fraterno con l’esercito, l’organizzazione di quanto necessario, propagandisticamente, alla tutela dei valori patriottici. In concreto manifestazioni culturali, dibattiti, rievocazioni storiche, raduni, proposte relati¬ve ai problemi della difesa.

Una serie di interventi che, per i temi toccati, non possono essere privati di autonomia, sottoposti a supervisioni e controlli.

Può sembrare a taluno anacronistico suggerire un rimescolamento di valori che riporti in primo piano le scelte di patriottismo, altruismo e sacrificio, sia per l’evidente predominare oggi di altri indirizzi, sia per il fatto che la testimonianza vissuta di tali valori è patrimonio di un calante numero di anziani.

Ma il fatto che, nonostante ciò, esista ancor oggi chi coltiva, nell’esercito e fuori, per un’intera vita, tali valori, avendoli posti a bussola spirituale della propria esistenza, dimostra tuttavia che si tratta di esigenze insopprimibili, che vanno al di là delle mode politiche e della convenienza e che troveranno pertan¬to in ogni epoca uomini in cui incarnarsi.

Ci siamo rafforzati in tale convinzione assistendo di recente ad una mano¬vra di gruppo tattico corazzato assieme ad altri ufficiali lombardi, che hanno preso atto con noi delle alte qualità professionali ed umane dei sottufficiali e degli ufficiali impiegati nell’organizzazione della manovra.

Una scelta di vita come quella militare non sempre offre l’occasione di poter applicare nella pratica la faticosa preparazione conseguita; doti innate al comando, coraggio, prontezza di decisione, possono essere infatti vanificati, resi teorici da qualche decennio di pace. E nessun’altra professione ha in sè tale rischio; pensate ad un avvocato che accetti di chiudere la propria carriera senza aver fatto una causa, ad un architetto che mai abbia eretto una costruzione.

Nel mondo delle armi, può invece accadere che particolari contingenze sto¬riche determinino, per una generazione, o più addirittura, un clima da deserto dei Tartari, di vigile ed inutile attesa.

Un clima nel quale il militare non viene considerato, viene reputato inutile, portatore di una visione di vita superata, di fatto un escluso, poiché tutti si occupano di altro, essendo la pace il regno del mercantile, del quantificabile.

Ancora più arduo e meritevole perciò, in tali frangenti, contro opinioni che la massa inconsciamente ha fatto proprie, accontentarsi di motivazioni di tipo ascetico e coltivare valori spirituali che tali motivazioni ritengano appaganti.

Si tratta di momenti storici, come l’attuale, in cui ciò che è sublime per colui che ha in sè l’intelligenza per capire, rischia di apparire ridicolo, deforma¬to, nel sorriso beota e superficiale di chi è portato a giudicare in termini di utilitaristico materialismo.

Necessità di utilizzare le energie del combattentismo

Tuttavia, non ci pare che le difficoltà derivanti da un globale «non essere in sintonia» con un determinato tipo di realtà politica e socioeconomica, deb¬bano avere come effetto l’inaridirsi o anche il semplice ritirarsi sull’Aventino delle energie e degli uomini del mondo combattentistico.

Tali energie sono più vaste di quanto non si creda, anche numericamente rilevanti ed in esse i giovani sono componente attiva, portata a concrete realiz¬zazioni e resa attenta, smaliziata, da quanto giornalmente vede accadere sotto i propri occhi. È tempo di mettere in campo, al servizio del paese, quel che fin’o¬ra si è voluto soffocare attraverso retorica e strumentalizzazione, cercando ad ogni costo di farlo apparire secondario.

Sia chiaro quindi che, quando parliamo di combattentismo e rivendichiamo ad esso dei diritti, rifuggiamo da ogni interpretazione del fenomeno in chiave riduttiva, strettamente reducistica, per cui coltivare il combattentismo dovrebbe essere prerogativa di pochi anziani, ormai racchiusi su se stessi e inguaribilmen¬te malati di nostalgia, portati esclusivamente a ricordare ed ornare folclori¬sticamente di bandiere e stinti copricapi le cerimonie organizzate da chi conta.

Patetici personaggi da accontentare con quattro frasi retoriche o la conces¬sione di un cavalierato e che i politici hanno ormai preso l’abitudine di conside¬rare come addobbi, tanto silenziosa e docile è stata finora la loro presenza.

Noi riteniamo invece che l’aver servito la Patria in armi sia titolo di merito tale da far prendere in considerazione gli individui da ciò caratterizzati e le loro associazioni.

Non può essere in ogni caso, per una così larga fascia di cittadini, causa determinante, come oggi si pretende sia, di esclusione dalla problematica politi¬ca.

Escluderli da ogni seria forma di partecipazione non volerne accettare i pareri, incitarli praticamente al disinteresse civile e ciò proprio a causa di quelle che, innegabilmente, sono benemerenze, è contraddittorio ed insensato, poiché si concreta proprio nel rifiutare l’apporto di una categoria che ha già manifesta¬to la propria disponibilità nel mettere al servizio del paese, doti morali e di preparazione professionale.

Ingiustificata una visione dello Stato che valuti in modo punitivo enti alla cui radice stanno i valori più sani della nazione, valori della cui preminente importanza, il combattentismo istituzionalmente si pone a tutela.

Esso, se quanto sosteniamo è vero, non può soffrire i limiti delle contin¬genze politiche, ma — nell’interesse stesso della Nazione — va in ogni tempo considerato come élite morale, come riserva sicura per la salvaguardia dell’unità e della compattezza nazionale.

La scelta volontaristica del combattentismo, l’esigenza di dare, dare più degli altri, manifestata dai suoi uomini, implica anche la coerente accettazione di ben precise responsabilità. Prima tra tutte quella di porsi, rifiutando speciose esclusioni, come esempio di dedizione alla Nazione anche nell’esperienza civile e di configurarsi, di conseguenza, come una categoria non inferiore a nessun’al¬tra.
Una collocazione simile, autorizza a parlare del combattentismo prima di altre pur benemerite componenti del tessuto sociale, e giustifica che si rivendi¬chi per esso la più ampia partecipazione alla vita politica.

Non è perciò accettabile l’attuale trattamento morale e giuridico cui sono sottoposti esercito ed associazioni ad esso legate, costretti come sono, l’uno e le altre, a strutturarsi in conformità al volere politico, in subordine ad esso, ed impediti all’espressione delle loro valutazioni ed indicazioni.

Strutture in armi e smobilitate sono costrette ad accettare, facendo buon viso a cattivo gioco, che altri si arroghi il diritto di rappresentarle, mentre esse sono spinte a simulare nei confronti della pubblica opinione un’assoluta assenza di convincimenti.

Troviamo del tutto illogico, assurdo che chiunque abbia un contributo da dare, utile a determinare gli orientamenti e le scelte su problemi di grande im¬portanza per la Nazione, non possa farlo soltanto perché fa parte dell’Esercito, di un’associazione combattentistica o d’arma.

Debba fare anzi continuo atto di sudditanza nei confronti di individui che l’esperienza, giornalmente, ci indica come appartenenti a categorie che definire dotate di minor dedizione e senso della comunità, è certamente eufemistico.

E non solo al mondo combattentistico è impedito dare contributi, sia pure specifici, far cioè pesare la propria competenza, ma l’assioma immotivato non dovete occuparvi di politica è stato purtroppo accettato finora nella maniera più estensiva. Nel senso che si è evitato di portare a conoscenza persino dei propri ambienti, attraverso le perciò inutili anche se numerose pubblicazioni esistenti, il pensiero, la valutazione dei militari su quanto accade nella Nazione.

Non parliamo poi dell’idea di farne partecipe l’intera opinione pubblica!

Una sapiente opera di martellante convincimento ha persuaso molti che un simile agire rientrerebbe, quanto meno, tra le azioni preparatorie di un golpe!

E ciò perché ben si sa quanto è attesa una voce veramente libera, che esca da ambienti puliti, autonomi, autorevoli.

* * *

Il risultato di tale stato di cose è che purtroppo la comune opinione su esercito ed associazioni d’arma è oggi estremamente bassa. Si reputa in genere di aver a che fare con gente priva di cervello, o del tutto allineata sulle posizioni di chi comanda. Il regime impone ai militari umilianti condizionamenti, nono¬stante etologia e sociobiologia insegnino che quella umana non è un tipo di società strutturata sul modello di quelle delle formiche e delle api, in cui è legge che il guerriero debba fare solamente il guerriero.

Quella attuale non è certo del resto una società di tipo tradizionale nella quale sarebbe doveroso per il guerriero riconoscere una superiore autorità.

Dov’è infatti essa oggi?

Il trattamento è doppiamente ingiusto quindi, perché basato esclusivamen¬te su aprioristiche, immotivate preclusioni. Vediamo che dai politici largo spazio viene infatti, sia pure obtorto collo, lasciato ad altre forze sociali, le quali, come i sindacati, vengono di continuo interpellate, anche su argomenti non di loro specifica competenza.

Evidentemente l’ugualitarismo democratico ha dei limiti: quod licet Iovi non licet bovi. La ragione ditale disparità di trattamento, sta a nostro parere nel fatto che è facile ai politici prevedere di quali richieste si farebbe portavoce il mondo combattentistico e cioè: priorità assoluta in ogni campo all’interesse na¬zionale, ristabilimento dei valori gerarchici, selettivi e di preparazione specifica, rigida opposizione ad ogni confusione di ruoli e ad ogni inquinamento morale.

Atteggiamenti tutti in assoluto contrasto con quelli dominanti oggi nella società dei partiti.

Un’antitesi veramente inconciliabile.

Dalla parte del combattentismo unitarietà di intenti, forze disciplinatamen¬te tese verso obiettivi sociali, accettazione a tal fine di gerarchie emergenti da
ideali autentici, faticosamente coltivati; gerarchie che solo attraverso l’esempio possono trovare conferma e sentita accettazione in chi in esse è organizzato.

Dall’altra la fazione anteposta alla collettività, quindi l’arrivismo, cioè l’ambizione male indirizzata, verso l’utile personale o di gruppo; ed ecco tradi¬tori della nazione in guerra, corrotti che mercificano posizioni e magistrature che il paese ha loro affidato tramite individui parimenti indegni.

Sono questi, pensieri ampiamente diffusi, che nascono da sentimenti di amore di patria e di giustizia offesi, ma che non hanno ancora trovato nell’am¬biente militare la forza e il veicolo per manifestarsi. Nessuno si è mosso affinché quanto pur ritenuto importante, indispensabile, fosse fatto; tutti sono rimasti in attesa che cadessero le briciole dalla mensa degli angeli.

Grave è a tale riguardo, in particolare, la responsabilità degli Ufficiali in congedo per aver ignorato il dovere di reagire alla caduta di prestigio provocata alle Forze Armate dai politici e da quei generali che hanno anteposto carriera e vantaggi personali alla necessità di prendere le distanze da un regime sempre più mafioso e corrotto; per aver assistito indifferenti al progressivo distacco tra esercito rimasto passivamente strumento del regime e popolo sempre più delu¬so, sfiduciato.
Distacco e crisi di rapporti che hanno coinvolto le stesse associazioni d’ar¬ma e che hanno marciato di pari passo col deteriorarsi delle istituzioni democra¬tiche; di quelle istituzioni che hanno voluto l’esercito e le associazioni così come ora sono.

Grave l’errore di aver concesso credibilità a istituzioni così frequentemen¬te, ma soprattutto così sistematicamente possedute dal malcostume clientelare e manifestamente incapaci di reagire. Grave l’errore di non aver capito che diver¬se circostanze imponevano un diverso agire.

Chi resta immobile, mentre gli altri si muovono, scivola di fatto indietro.

Si è ritenuto adeguato ai tempi che stiamo vivendo il modello di vita asso¬ciativo e il tipo di attività di cinquant’anni addietro.

Per un malinteso senso di disciplina, pur assistendo con preoccupazione all’emergere di progressivi fermenti di dissoluzione, i militari hanno continuato a delegare ad autorità solo nominalmente superiori la tutela dei valori base della convivenza civile e ciò senza tener presente che da parte del potere le prove di non volere, o di non essere più in grado, di curarsene, diventavano via via più numerose.

Non si è posta sufficiente attenzione nel considerare che quei valori erano tali da essere posti al di sopra di qualsiasi ideologia, essendo punto fermo, irri¬nunziabile per ogni cittadino, mentre la gestione della cosa pubblica sempre più precipitava, di compromesso in compromesso, in mano a gruppi di potere, a correnti di partito, a cartelli di pressione economica.

Si è così purtroppo implicitamente accettato il primato di altre forze, ac¬contentandosi di conservare la facciata, la forma di un prestigio, ma perdendo ogni effettivo potere nei confronti di coloro ai quali faceva comodo considerare militari in servizio e in congedo cittadini con diritti limitati, inabilitati cioè a prendere posizione sui problemi della Nazione.

Di fatto il combattentismo è stato emarginato, sacrificato rispetto ad altre non più importanti componenti nazionali, indirizzato verso attività dispersive, al limite folcloristiche.

Nei ristretti limiti di autonomia concessi, ogni fermento, qualsiasi volontà di fare, è stato vanificato, reso limitato, settoriale, fine a se stesso. C’è di peg¬gio; più volte il mondo combattentistico è stato manipolato per presentarlo come contorno ad iniziative politiche, o — a causa delle date in cui tali iniziati¬ve si svolgevano, o per i personaggi che vi comparivano — addirittura elettorali¬stiche, di appoggio, di puntello al sistema politico.

Ciò ha destato, tra i militari lontani da patteggiamenti col potere e nei settori più attenti della pubblica opinione, una pessima impressione, quella de¬rivante dal dover prendere atto che anche l’ambiente militare subisce, nulla ha da eccepire, anzi con la sua presenza è disponibile ad avallare.

Si è così contribuito a dare il tocco della ineluttabilità al doloroso decadi¬mento morale e strutturale della realtà italiana, togliendo al popolo la speranza che dietro ad un fronte traballante, tenuto da truppe insicure, potessero essere schierate a difesa nuove energie, arroccate su elementi del terreno più validi.

Tutte queste non sono altro che conseguenze logiche, la linea di sviluppo, di una crisi voluta da un potere politico che, vivendo sul potenziamento delle fazioni, cerca di lasciare meno spazio possibile a chi, come l’esercito, ne è fuori.

Lo stato attuale delle Forze Armate
Il condizionamento politico - Incapacità ed abusi della partitocrazia

 

Nel suo divide et impera il regime si muove su due direttrici.

Per prima cosa cerca di ridurre progressivamente l’importanza delle Forze Armate, negando i finanziamenti necessari per l’espletamento delle loro funzio¬ni istituzionali.

In secondo luogo agisce per mantenere sotto stretto controllo quel che di esse rimane.

Il primo punto ci pare basilare poiché, da come i politici democratici gesti¬scono il problema della difesa, facilmente si evince quanto sia effettiva la con¬trapposizione tra il loro operare e le necessità dell’esercito. Quanto cioè per gli uomini della fazione sia fisiologico il far slittare in sottordine gli interessi nazio¬nali.

Premesso che circa l’arma nucleare la nostra classe dirigente politica nulla intende fare per averla, a causa dei suoi legami internazionali, c’è anche da dire che tra gli esperti militari mondiali la tendenza oggi dominante è quella di resti¬tuire importanza alle forze convenzionali. Ciò perché gli eventi degli ultimi anni dimostrano che l’imperialismo sovietico proprio coi mezzi convenzionali e con la sovversione si fa strada.

A questo proposito, c’è da rilevare che siamo inseriti in una realtà difensi¬va priva di validità.

Il Patto di Varsavia ha oggi infatti una supremazia schiacciante, e gli USA, fulcro della NATO non solo non hanno bilanciato il potenziale sovietico, già favorito dalla posizione geopolitica e strategica, ma hanno addirittura negli ul¬timi anni ridotto le loro forze.

È facile prevedere pertanto che un attacco comunista in Europa, col sup¬porto di una superiorità aerea di due a uno e una supremazia in carri di oltre tre a uno, possa agevolmente in poche settimane raggiungere i Pirenei.

Per quanto ci riguarda più da vicino, il contributo dell’Italia alla difesa atlantica è il peggiore tra quelli degli stati che fanno parte dell’alleanza, ed è calante fin dal 1960.

Negli anni ‘70 la cronica carenza di disponibilità finanziarie costrinse alla ristrutturazione: un fenomeno di cannibalismo per cui condensando, riducendo e riutilizzando, per l’Esercito si scese da 36 a 24 grandi unità. Per l’Aeronautica si contrassero i gruppi di volo da 51 a 40. Per la Marina Militare si stabilì il livello minimo a 105.000 tonnellate di naviglio; per capire quanto sia esiguo tale livel¬lo basta ricordare che l’ultimo sommergibile nucleare lanciamissili varato in novembre dai sovietici stazza da solo 30.000 tonnellate!

Il calo numerico e di efficienza non si bloccò qui. Le promesse di mantene¬re le Forze Armate almeno a tale ridotto livello furono fatte solamente per far digerire ai militari il primo giro di vite. I finanziamenti furono in seguito ulte¬riormente ridotti.

Di conseguenza, per l’Esercito, il massimo livello di efficienza previsto è ora il 70% di quello fissato con la ristrutturazione.

La Marina subisce continue contrazioni del già risibile tonnellaggio e l’età media del naviglio è di ben diciannove anni!

Per l’Aviazione i 40 gruppi di volo previsti si sono ancora ridotti; sono ora
solo 37, dotati di aerei ormai superati (vi sono velivoli in servizio da oltre 20
anni!). I piloti, personale non reintegrabile, sono calati negli ultimi 13 anni da
2600 a 1500.

Più di un terzo dei finanziamenti per la difesa è devoluto al personale (sti¬pendi e pensioni). Impossibile, quindi, non solo ammodernare e rinnovare, ma anche solamente reintegrare le scorte; si son dovute anzi fare nuove economie e limitare quindi le attività addestrative.

Per concludere questa desolante panoramica, ci pare vada fatto cenno al pletorico organico del ministero della difesa, i cui dipendenti civili assommano a ben 18.000 e agli oltre 30.000 dipendenti degli arsenali militari, strutture tecno¬logicamente superate e, quindi, di ben scarsa utilità. Un organico totale pari a cinque grandi divisioni di fanteria!

* * *

 

Quel che resta dell’Esercito viene tenuto sotto controllo: ci si è assicurata la supina adesione degli alti gradi attraverso il controllo politico delle carriere.

In questo periodo di scandali chi non ha sentito definire andreottiano piut¬tosto che craxiano uno dei generali della guardia di finanza implicati nel con¬trabbando?

Si è attuata una politica degli stipendi vergognosa, tesa verso il basso e verso l’appiattimento, e non si è mai voluta seriamente attuare una ristruttura¬zione delle carriere. Il numero degli ufficiali non è stato adeguato alle nuove minori necessità determinate dal trattato di pace.

Se una tale situazione poteva essere giustificata nell’immediato dopoguer¬ra, è oggi del tutto priva di scusanti; deve essere giudicata perciò esclusivamente frutto di calcolo e dovrebbe essere oggetto di una severa inchiesta.

Ci sono migliaia di ufficiali superiori privi di comando e di mansioni concrete.

Per fare un esempio, ci sono più ammiragli che navi e più generali di squa¬dra aerea che aeroplani!
Si è rifiutata senza alcuna sensata, accettabile motivazione, la formula eser¬cito di volontari che avrebbe senz’altro portato a un riordino di tutto il settore ed indubbi vantaggi al paese. E ciò, nonostante il fatto che la tecnica sempre più complicata dei mezzi militari (radar - centrali di tiro - missili) esiga in maniera ormai indilazionabile personale sempre più specializzato e quindi una ferma militare di tipo professionistico.

Quanto ai vantaggi pratici ottenibili di riflesso sulla vita civile ed economi¬ca della nazione, essi sono evidenti: si assicura un mestiere sicuro a duecentomi¬la giovani, diminuendo, in una sola volta, ditale cifra il numero dei disoccupati. E tutto ciò con l’ulteriore vantaggio di non turbare, con partenze per il servizio e difficoltosi reinserimenti, il mondo del lavoro e di lasciare a casa, facendoli contenti ed evitando fastidi all’esercito, tutti quelli che non desiderano fare il militare.

Altra gravissima manchevolezza, che ha purtroppo trovato puntuale con¬ferma nel disordine e nell’improvvisazione che hanno contraddistinto l’organiz¬zazione dei soccorsi in occasione del terremoto, è quella riguardante la cosid¬detta difesa civile. Da anni l’Unione Ufficiali si batte affinché qualcosa di con¬creto a livello locale venga istituito, incentrandolo sulla propria struttura e sulle associazioni d’arma, ma invano.

Si assiste allo spettacolo di un potere politico manifestamente incapace di gestire con competenza qualsiasi realtà nazionale, e che tuttavia si ostina a non delegare, per paura di essere confrontato, scavalcato, esautorato. Un potere politico che continua su questa linea di agire anche se sa benissimo che essa si risolve a danno dei cittadini. Si assiste a spettacoli penosi, all’insegna del faccio tutto io e si rifiutano apporti che nulla costerebbero all’erario, di puro volonta¬riato sol per non mettere in mano a gruppi, la cui sudditanza politica è dubbia, strumenti come colonne mobili di soccorso, depositi di materiali, ecc.

Ed ecco, come conseguenza, lo squallido bricolage sostitutivo degli uomini dei partiti, impediti dalla logica del loro sistema a scegliere le soluzioni più funzionali, rapide, intelligenti; costretti alle soluzioni più macchinose, illogiche, dispendiose, purché consentano il controllo clientelare-mafioso delle disponibi¬lità finanziarie messe a disposizione attraverso il sacrificio economico di tutti.

* * *

Conseguenza tra le più gravi del controllo politico delle carriere, come i tragici e scandalosi eventi dell’ultimo decennio hanno messo in luce è l’uso per scopi di partito o di gruppo, di corpi armati dello Stato.

Contrabbando, provocazione politica, terrorismo, traffici di armi e valuta, si sono intrecciati negli ultimi anni nei settori della Guardia di Finanza e dei Servizi Segreti più a contatto coi politici.

Un discorso particolarmente approfondito ci pare meriti l’attività politica dei servizi segreti.

A nostro parere tale attività è inammissibile.

Nessuno vuoi qui contestare alla classe politica il diritto alla propria autodi¬fesa. Che ciò avvenga però attraverso Ufficiali e servizi speciali dell’Esercito a ben altri e più nobili scopi destinati, ci pare configuri chiaramente il reato di abuso di potere.

Ogni regime ha la sua polizia politica. L’esercito ha il diritto-dovere di restare estraneo ai compiti di essa, per poter conservare il prestigio che gli deri¬va appunto dall’essere al di sopra delle parti. E ciò è tanto più necessario per¬ché nella storia del terrorismo del nostro paese non solo i servizi segreti sono sempre presenti, ma si ha il fondato, gravissimo sospetto che le operazioni at¬tuate immettendo infiltrati nei movimenti eversivi avessero l’obiettivo, non tan¬to di scoprire e individuare elementi pericolosi, quanto quello di organizzare attentati, sia pure per interposta persona.

Chi sta servendo la patria in armi, o l’ha servita nel passato, ha il diritto, sotto ogni regime, di andare orgoglioso della propria divisa. Stiamo assistendo purtroppo invece al manifestarsi, anche nelle Forze Armate, del contagio scate¬nato da una classe politica infetta, edificata e prosperante sul malcostume clien¬telare.

 

Le possibilità di azione politica a tutela di esercito e combattentismo

Si imporrà, tra le necessarie immediate modifiche istituzionali, quella che abbia come obiettivo la salvaguardia dell’esercito dall’invadenza dei politici, impostando la regolamentazione delle carriere, in analogia a quelle di altre ca¬tegorie (es. Magistratura) in modo che vengano assicurati, anche agli altissimi gradi, quel prestigio e quella dignità che solo da una piena indipendenza posso¬no scaturire.

È assurdo che il capo di stato maggiore dell’esercito debba riconoscenza a un qualsiasi politico, e sia quindi perennemente ricattabile e condizionabile.

Sia sottoposto allo stretto, esclusivo controllo dell’esercito ogni tipo di ser¬vizio segreto militare e spetti alle stesse Forze Armate il contatto diretto con i militari in congedo, in particolare con gli Ufficiali, cui dovrà essere affidata, tenuto conto dell’arma di appartenenza, la gestione delle associazioni combat¬tentistiche e d’arma.

Queste conserveranno, come esige la tradizione dei vari corpi, la loro auto¬nomia per quanto riguarda riunioni, raduni, cerimonie, ma la loro attività dovrà coordinarsi e, per particolari fini addirittura essere unificata, al fine di poter esprimere con la necessaria incisività e sapendo di contare, i convincimenti del¬l’intero ambiente combattentistico.

L’obiettivo del combattentismo dovrà essere quello di partecipare insieme alle altre categorie, a pieno titolo, all’edificazione del nuovo Stato etico.

La manifesta, progressiva, incapacità del regime democratico a gestirsi con un minimo di pulizia, renderanno più agevole il procedere su tale strada. I tem¬pi duri che si preparano per economia ed energia, faranno il resto.

La democrazia parlamentare col suo felliniano corteo di scandali, sprechi, corruzione, può reggere solo in periodi di favorevole congiuntura, nei quali è possibile per i popoli sopportare anche spese pazze, insensate.

Del resto, il concetto che tra gli enti inutili, i più inutili e dannosi siano i partiti politici, ci pare già estesamente recepito dall’opinione pubblica; essa at¬tende ansiosa, e non attraverso le solite capriole tattiche degli addetti ai lavori, un autentico rinnovamento.

Finché ciò non sarà possibile, il combattentismo dovrà graduare secondo le circostanze, i propri interventi.

Il normale, piacevole meccanismo delle riunioni, delle attività sportive, addestrative, assistenziali, dovrà fin d’ora essere integrato, incoraggiando gli interventi tesi a dare contributi, apporti ed indicazioni utili alla soluzione dei problemi politici ed economici della Nazione.

Tutto ciò, come attività, chiamiamola di pace; ma a circostanze eccezionali, eccezionale attività; e ciò quando si debba constatare che si trovano in pericolo quei valori che dovrebbero essere fuori e sopra ogni discussione. Quei valori la cui difesa è fine precipuo dell’esistenza stessa dell’esercito e delle associazioni ad esso legate, valori che non sono politici, almeno nel senso deteriore di essere propri di. un gruppo o di un partito, ma esigono tutela generalizzata, perché patrimonio nazionale.

Ed allora, se contro di essi, come è accaduto negli ultimi anni, si determinasse uno schieramento di partiti, o in difesa di essi i partiti non fossero in grado di organizzarsi, ecco l’esigenza di un intervento correttivo, patriottico, a livello superiore, non improvvisato, ma sempre disponibile, preparato a non essere sorpreso dagli eventi.

Non è lecito in caso di pericolo per la Nazione, che il combattentismo, come purtroppo è accaduto nel passato e ancora sta accadendo, faccia finta di nulla e prosegua nelle sue normali attività.

Mentre la situazione internazionale è esplosiva, l’esercito se ne va a pezzi, scandali e terrorismo dilagano, è lecito che la rivista dell’U.N.U.C.I., l’Unione degli Ufficiali d’Italia, se ne esca con amenità come quella dell’articolo (U.N.U.C.I. - Agosto) dal titolo « Gli equilibri del condominio più difficili di quelli internazionali » in cui si parla della ripartizione delle spese condominiali? Ed è un vizio, perché in un numero precedente si era parlato dì come riconosce¬re i funghi... o quello era un sia pur prudente contributo alla preparazione della guerriglia in montagna?

Si ha la sensazione di fronte a tali fatti che l’associazione degli Ufficiali sia tenuta in vita col preciso scopo di distrarre gli iscritti dall’occuparsi di cose realmente fattive.

Ma i discorsi dell’ambiente militare hanno tutti il tono del facciamo finta che tutto va ben; e non perché non sia esso in grado di accorgersi che le cose van male, ma solamente perché è ben chiaro quanto ogni critica giunga alle orecchie dei potenti molesta come ronzio di mosche.

Ma questo opportunismo non rimane senza conseguenze.

Il popolo ha un’istintiva sensibilità per comprendere, ed alle cerimonie uf¬ficiali, organizzate dal Ministero della Difesa, partecipano di anno in anno sem¬pre meno persone.

Come possono apparire credibili cerimonie per onorare i caduti in guerra, se vengono condotte dagli uomini dei partiti? Quali toni di sincerità possono essi offrire, quando proprio sulla sconfitta militare della nazione posero le basi delle loro fortune, politiche ed economiche?

Torniamo a dirlo, le cose ora sono congegnate in modo tale da rendere stabile una sudditanza inammissibile.

Non teorizziamo certamente qui il ritorno alle consuetudini dei Longobar¬di, presso i quali il supremo organo della sovranità era l’assemblea del popolo in armi, e chi non faceva parte dell’esercito, pur essendo uomo libero, a tale as¬semblea non poteva partecipare; ma tuttavia riteniamo che molte cose diverse dalle attuali sarebbe possibile introdurre, per dissipare l’impressione di incapa¬cità che il paese ha verso tutto quel mondo che gravita attorno all’esercito.

Il confronto con le altre nazioni, pur dello stesso campo occidentale, ci dicono quanto poco da noi il combattentismo incida; e non alludiamo alla Tur¬chia, ci riferiamo agli U.S.A., in cui enorme è l’influenza che ha l’American Legion, l’associazione dei combattenti, ed ora è un generale a dirigere la politi¬ca estera del paese; ci riferiamo alla serietà dell’addestramento della riserva negli altri paesi NATO, serietà di cui abbiamo notizia attraverso i colleghi ope¬ranti nella C.I.O.R. (Confederazione Interalleata degli Ufficiali della Riserva).

Da noi purtroppo persino le informazioni che permettono un collegamento tra esercito e forza smobilitata, filtrano per la paura dei politici, code di paglia e coscienze sporche, come in clandestinità.

Nessuna difficoltà pratica esiste perché sia consentito ad un buon numero di Ufficiali in congedo di partecipare attivamente alle esercitazioni, ma si ha l’impressione che iniziative del genere si attuino solamente per merito di Uffi¬ciali in servizio disposti a rischiare, a dispetto cioè delle strutture ministeriali.

Così dicasi per quelle validissime, entusiasmanti cerimonie, volute dalla tenacia di ottimi Ufficiali presso le scuole ed i reparti, che sono di regola tenute, per evidenti, superiori disposizioni, nel chiuso dei cortili delle caserme.

È ora di coraggioso impegno al servizio della collettività.

Il combattentismo deve premere con decisione affinché vengano avviate nuove forme di partecipazione capaci di imprimere una svolta.

Occorre a tal fine, preliminarmente, individuare ed isolare gli individui più compromessi col potere politico e scrollarsi di dosso le strutture parassitarie imposte dagli uomini di partito.

Occorre mobilitare tutte le energie disponibili; queste energie, cementate dalla tradizione nei più alti imperativi morali, è possibile vivificarle, pur senza assumere atteggiamenti di partito.

È sufficiente una seria, competente, autonoma organizzazione al di fuori di ogni condizionamento.

Occorre far quadrato, affinché manifestazioni pubbliche, raduni combat¬tentistici, prese di posizione sui problemi del paese, cessino di nascere sotto la spinta di politicanti senza scrupoli, pronti solo a strumentalizzare ed autoattri¬buirsi deleghe.

Tali occasioni dovranno anzi, in futuro, essere utilizzate per stabilire con¬tatti, organizzare convegni, tendere all’unificazione di quanto è oggi tenuto arti¬ficiosamente frantumato.

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Per più sintomi appare evidente quanto il mondo combattentistico sia finito nel mirino dei partiti; è necessario stare in guardia affinché la situazione non peggiori.

Da parte dei politici è sempre stata infatti considerata con sospetto l’apoli¬ticità delle Forze Armate e delle associazioni ad esse legate, non riuscendo a concepire essi l’esistenza di qualcosa che ardisse sottrarsi al loro gioco clientelare.

Si è tentata la regionalizzazione dell’Unione Ufficiali per smembrarla e porla al servizio dei responsabili locali dei partiti, affinché ne indirizzassero i tronconi, esclusi da ogni contatto con le Forze Armate, verso attività marginali, tali da non destare preoccupazioni.

Altro tentativo pericoloso, anche se troppo grossolano per aver successo, è stata l’iniziativa, sorta sotto l’egida del P.C.I., di dar vita ad una federazione delle associazioni combattentistiche; ma nessuno è caduto nella trappola.

Come era prevedibile, l’infezione è rimasta circoscritta ai gruppi già in pre¬cedenza mossi da fili comunisti, come l’ANPI e gli ex deportati.

Né ci si poteva aspettare un risultato diverso; chi ha portato le stellette è geneticamente refrattario ad ideologie internazioniste che rifiutano il concetto di Patria ed a chi semina discordia tra i cittadini fomentando la lotta di classe.

L’episodio è tuttavia interessante, perché rivela un vuoto di potere, la scar¬sissima incisività del combattentismo come ora è strutturato, vuoto e scarsa incisività così notevoli, da spingere il P.C.I., con il suo consueto realismo, ad inter¬venire con qualche prospettiva di successo.

Altro possibile pericolo per il combattentismo, è quello che potrebbe sorti-re da una modifica recentemente approvata allo statuto dell’Unione Ufficiali, per cui le cariche di capo sezione diverranno elettive.

Sarà una prova importante da superare.

Riusciranno i nostri amici Ufficiali nelle varie città ad organizzarsi, o sa¬ranno in futuro controllati da fiduciari di partito?

Anche se con la gestione di questi ultimi è senz’altro immaginabile un rifio¬rire di attività, esse sarebbero ancor più strumentali, ad ancor meno autonome di quelle odierne.
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È facile, per concludere, la risposta in positivo a tutto ciò: difenderci e passare alla controffensiva, cessare di comportarci come fossimo paghi di so¬pravvivere al servizio di altri, smettere di attendere, di aspettarci dallo stesso mondo politico quel rinnovamento che assicuri la tutela delle altissime idealità del combattentismo.

I politici dei partiti preferiranno sempre cavarsela con quattro frasi sputate fuori dal computer della demagogia, nel quale per l’occasione avranno inserito la scheda «valori patriottici» «retorica sentimentale».

Sanno essi benissimo che quei profondi cambiamenti che da più parti inge¬nuamente proprio a loro vengono richiesti si ritorcerebbero sicuramente a dan¬no della stabilità del loro potere.

Ecco perché deve essere frutto di autonoma elaborazione, determinare gli obiettivi del nostro muovere; ecco perché deve essere grande la tenacia ed enorme la prudenza onde evitare l’invischiamento nelle strutture esistenti.

Ci pare che i temi oggetto delle nostre osservazioni presentino sufficiente importanza per essere dibattuti sia dai militari in servizio che all’interno delle varie associazioni combattentistiche e d’arma; che la linea da noi proposta possa essere già una base per il necessario approfondimento del problema.

È opportuno si aprano ora la consultazione, il contatto, tra coloro che su queste basi intendono avviare la futura attività del combattentismo.

Piero Sella