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Sergio Gozzoli

Le ragioni di una scelta

Nella Babele del mondo contemporaneo regnano sovrane la confusione dei valori e la polverizzazione della intelligenza. È la sofisticazione della cultura, che coi sofismi della «iperlogi¬ca» e l’arbitrio del soggettivismo conduce alla dissolvenza di ogni amalgama.
Tutto è ormai opinabile. Non ci son più verità perché ce ne son troppe: appena tu credi di averne trovata una, subito ti accorgi che il tuo vicino ne possiede una diversa.
Ma gli uomini e le società hanno sete di stabilità e di coesione. Dove trovarle?
Giunti a questo punto, in un mondo che non ha più il senso del trascendente, non rimane ormai che una via: quella della scien¬za.
Poiché, laddove il soggettivismo dell’opinabile divide, l’oggetti¬vità della conoscenza scientifica può unire.

 

L’eccesso di opinabilità — La scienza — Il partito della anti¬scienza — Le pseudoscienze — La filosofia — La chiave del la¬birinto — Gli specchi della conoscenza — La sfida.


L’eccesso di opinabilità

Può anche darsi che le cause del «male oscuro» che avvelena il nostro tempo siano molteplici.

La rapidità dei cambiamenti sociali, il vertiginoso ritmo di avanzamento tecnologico, lo squilibrio di un orientamento culturale tutto proiettato verso il futuribile con conseguente perdita del « senso delle radici », gli sconvolgenti condizionamenti esercitati sull’umana natura dalla pressione delle ideologie utopistiche, il pauroso incremento demografico, lo scadimento qualitativo di una parte dell’umanità a seguito dell’annientamento dei fattori di selezione na¬turale per opera del progresso sanitario, il terrore latente del potenziale distrut¬tivo delle armi nucleari, sono alcune delle cause che possono essere invocate o quantomeno discusse.

Ma fra tutte le cause, una appare essenziale, macroscopica e non discutibi¬le: la mancanza di certezze. La mancanza cioè di punti di riferimento affettivi ed intellettuali che siano validi per tutti, quantomeno nell’ambito della stessa com¬pagine sociale.

* * *

 

Da tempo religione e tradizione han cessato di essere — secondo l’espres¬sione di Jacques Monod — la solida armatura delle società.

Una volta esse chiudevano, come le mura cintoie di una città medioevale, l’intera esistenza degli uomini in una rassicurante cerchia protettiva: al di là delle porte l’insicurezza, la precarietà, il caos; al di qua il mondo dell’ordine, le regole ferme, le garanzie di stabilità emozionale e pratica.

Oggi invece, come una moderna città in rapida espansione oltre la vecchia cinta muraria che non delimita più nulla di organico, l’esistenza dei singoli e dell’intero corpo sociale si esplica ben al di là dei confini segnati da fede religio¬sa o tradizione: esse sono bensì tuttora oggetto di ossequio formale, come gli antichi monumenti, ma non si vive più alla loro ombra.

Perse così con fede religiosa e tradizione le fonti delle antiche certezze —che davan ragione della sofferenza e della morte, e riparavano dalla disperazio¬ne — l’uomo si è ritrovato immerso nell’opinabile.

Poiché però nell’uomo l’anelito alla certezza dei valori è insopprimibile quanto quello alla sicurezza biologica, individui e società non potevano che pre¬cipitare nel «male oscuro» del vuoto esistenziale. Mal dissimulato in superficie dall’apparente benessere e dalla sofisticazione tecnologica di cui alcune delle odierne società si ammantano, il malessere della nuova condizione umana ser¬peggia torpido al fondo per esplodere a tratti nelle manifestazioni patologiche più aberranti e più incontenibili, in un drammatico crescendo di segni infausti.

Uomini e società di oggi sono malati soprattutto e innanzitutto di confusio¬ne interiore. Tutto è ormai opinabile: ciò che è giusto per il credente non è giusto per l’agnostico, ciò che è valido per i padri non è valido per i figli, ciò che è certo per l’uomo non lo è per la donna. Nulla è fermo, sicuro, «vero».

Siccome però dai punti di riferimento non è possibile prescindere, per sta¬bilire un quid di provvisoriamente valido si è pensato di ricorrere all’opinione delle «maggioranze».

Ma v’è qualcosa di più precario ed effimero di una «maggioranza»? O di più incerto e sfuggente dei nascosti facitori e sfacitori di maggioranze?

Costumi e convinzioni vengono eretti e sgretolati, come muretti a secco, nel breve volgere d’una campagna di stampa. «Modelli» ed Idee vengono con¬sacrati e dissacrati nel rapido succedersi dei vertici di controllo di un ente televi¬sivo o di una grossa organizzazione culturale. La morale muta — quasi stagio¬nalmente — come le mode d’abbigliamento alle quali pare talvolta asservita. E il ricorso alla «sacralità delle maggioranze», come strumento per uscire dalla mancanza di certezze, ha mostrato tutta la propria fallacia.

Ma allora, come uscirne?

Poiché bisogna pur uscirne, dal momento che di eccesso di opinabilità si puo anche morire.

Infatti, se l’esigenza di uscire dall’opinabile nei valori e nei concetti — ma dico di più: nelle parole che li definiscono — nasce da una insopprimibile esi¬genza interiore, intrinseca alla umana natura, essa nasce anche dalla incoercibile pressione della praticità.

Un individuo senza certezze sarà sempre attardato dai suoi dubbi, e ne risentirà la sua azione pratica; una società priva di certezze sarà sempre rallentata dalla estenuante dialettica intorno all’opinabile, con uno smisurato dispendio di energie, tempo e risorse meglio destinabili alle concrete attività.

La scienza

L’àncora di salvezza è offerta dalla scienza.
Non la scienza come fonte di soluzioni tecnico-pratiche, ma la scienza come unica fonte umana di verità incontrovertibili.

Solo in certezze raggiunte attraverso una metodologia scientifica, gli uomi¬ni e le società di oggi possono trovare i punti di riferimento, i valori e le norme di cui il tragico gioco della esistenza terrena ha intrinsecamente bisogno.

Esiste, è vero, tutta una problematica epistemologica — cioè di indagine critica intorno alla scienza — che continua a tentar di gravare di «opinabilità»i risultati stessi della ricerca scientifica. Ma si tratta pur sempre di un sintomo —forse il sintomo estremo — del «male oscuro»: una metafisica senza fede, alla ricerca delle «essenze», pretende di invadere il campo della scienza che indaga invece soltanto le relazioni fra i fenomeni nell’ambito del fisico. La ricerca del « perché », dell’intima essenza, del fine ultimo non è oggetto «naturale» della scienza: essa può anche raggiungerli — e ne ha infatti raggiunto più d’uno —ma essa non se li pone come scopo sostanziale. La metodologica scientifica si applica al «conoscibile», e l’inconoscibile ricade nel suo ambito solo quando e solo in quanto esso si va facendo conoscibile: cioè verificabile e comprovabile. Tutto ciò che resta opinabile le è estraneo. La sua caratteristica prima è quella di rifiutare ogni condizionamento soggettivo, ogni finalismo sistematico, ogni ipoteca ideologica: avendo bisogno di totale libertà, il postulato di oggettività che sta a fondamento della metodologia scientifica si ribella ad ogni preconcet¬to.

L’unico atteggiamento scientificamente accettabile nella ricerca è quello del distacco oggettivo e della registrazione indifferente di dati e di eventi. La scienza può solo lavorare sul provatamente certo, e poi, in ordine decrescente di validità, sull’incontrovertibile, sul possibile ai diversi gradi di probabilità, sul logicamente plausibile ed infine sull’ipotetico in attesa di verifica. Essa ignora ogni pregiudizio. Quindi nessun ricorso all’inconoscibile, ma neppure alcuna necessaria teofobia; nessuna metafisica e nessun antropocentrismo, ma anche, a ben guardare, nessun razionalismo e nessuno scientismo.

Nessuno scientismo, inteso come «fede» illimitata e assoluta nella scienza quale garante di soluzioni scontate per i problemi pratici ed esistenziali del¬l’uomo. Chè anzi è la scienza stessa — avendo assunto in proprio la ricerca epistemologica ricevuta in eredità dalla filosofia — che scopre, fissa e afferma i propri limiti e i propri dubbi.

Ma il discorso epistemologico va contenuto in questo ambito, e qui chiuso e liquidato. Esso non può essere affidato alla «iperlogica», che rischia sempre di farsi «pseudologica», ed a fronte della quale sta una elementare argomenta¬zione: come può essere seriamente posta in discussione la validità di una scienza le cui pratiche applicazioni ci consentono di comunicare con la parte opposta del globo, di raggiungere la Luna, di radere al suolo in pochi secondi una mega¬lopoli, di decidere attraverso un pulsante della vita o della morte di milioni di uomini? I procedimenti radiochimici ci han permesso di datare l’età della Terra, la registrazione dei « rumori di fondo » provenienti dai primi istanti dell’esplo¬sione che originò il tutto, ci orienta sull’età dell’Universo, i successi della biolo¬gia molecolare ci han fatto conoscere il segreto della Vita: quale astrusa argo¬mentazione filosofica potrebbe mai — seriamente — invalidare tutto questo?

Le disquisizioni sottili sulle parole, le esercitazioni intellettualistiche, le elucubrazioni della iperlogica, come del resto le deliranti farneticazioni dell’u¬topia, possono rappresentare un piacevole passatempo o una divertente ginna¬stica mentale, come lo è una partita a scacchi. Possono anche essere espressione di un’esigenza intrinsecamente perentoria dell’umana natura, tesa come il biso¬gno del gioco infantile ad un miglior «addestramento» dei nostri circuiti cere¬brali. Tutto ciò deve però restare nell’ambito del gioco e del passatempo, senza interferire con la organizzazione della vita pratica che si svolge tutta nel regno della realtà concreta, e che ricade interamente sotto il dominio della logica e della esperienza oggettiva.

La scienza sa che non potrà mai possedere tutte le verità, ed il rigore delle sue procedure si nutre anche di dubbio. Ma è nel dubbio della scienza, che può trovar riparo l’anelito di certezza dell’uomo: poiché è un dubbio sottratto, quantomeno, alla ipoteca del soggettivo e dell’opinabile.

Il partito dell’anti-scienza

Tuttavia, in onta a questa sua solare evidenza di validità, la scienza ha ancora scarsa incidenza — in termini esistenziali e soprattutto culturali — sulla vita individuale e sociale dell’uomo di oggi.

Le ragioni di questo paradosso sono molteplici, e ne rinviamo l’esame — per ragioni di spazio — ad una successiva trattazione. Quel che ci preme qui ora toccare brevemente è la «resistenza» della cultura ufficiale alla coerente accet¬tazione di molte delle ultime acquisizioni scientifiche.

È una resistenza nutrita soprattutto di diffidenza ideologica: impregnata com’è di razionalismo illuministico, di ottimismo progressistico, di finalismo antropocentrico, la cultura corrente non può accettare le conclusioni ultime e nuovissime delle scienze che sono di tipo indeterministico e probabilistico e che
— all’insegna del più rigoroso realismo — negano ogni antropocentrismo, ogni meccanicismo, ogni progressismo finalistico e quindi ogni ottimismo a priori.

Ma v’è forse qualcosa di più, alla radice di questa diffidenza, qualcosa di ambiguo: la considerazione che la scienza, per sua stessa natura, è profondamente antidemocratica.

Nella scienza ¬come del resto nell’arte — l’opinione delle maggioranze non ha peso alcuno; né il secondo principio della termodinamica, o il modello strutturale del DNA, né il sorriso della Gioconda, o le proporzioni del David, furono definiti per referendum o per voto assembleare.

Nel regno della verità ed in quello della bellezza, come scrive Max Born, le leggi sono stabilite dai grandi maestri che creano opere immortali.

* * *

 

Ma questa resistenza, oltre che di ragioni ideologiche, è anche nutrita di ragioni più elementarmente psicologiche: essa è fatta anche di paura e di ranco¬re.

Finché le promesse messianiche lanciate dai primi incerti passi della paleo¬scienza settecentesca sembrarono continuare a garantire il «trionfo della Ra¬gione» (1), la cultura ufficiale fu maggioritariamente scientista e positivista.

Finché le parziali conoscenze fisiche precedenti l’esplosione della rivolu¬zione quantistica sembrarono garantire un determinismo meccanicistico all’inte¬ra cosmologia, la cultura ufficiale fu maggioritariamente scientista e positivista.

Finché le insufficienze conoscitive della genetica e della biologia — prima della scoperta del codice molecolare dell’ereditarietà — sembrarono garantire basi scientifiche ad una visione finalistica e progressistica della realtà vivente e dell’uomo, ancora la cultura ufficiale fu maggioritariamente scientista e positivi-sta.

Ma oggi — alla luce delle nuovissime conquiste scientifiche — è duro poter continuare a sognare di un essere umano naturalmente buono e dominato dalla Ragione, a fantasticare di una ragione umana capace di infrangere le ferree leggi della realtà, a farneticare di un immancabile umano destino scritto fin dal principio nel fine ultimo di tutte le cose.

La scienza infatti non ci mostra, nella realtà, alcun fine, ma dimostra al con¬trario l’occasionalità della nostra origine e la precarietà del nostro esistere; la scienza non affèrma alcuna onnipotenza della ragione umana, ma ne fissa i limiti, la finitezza, i condizionamenti; la scienza non trova uguaglianze, ma disuguaglian¬ze fra individui e gruppi; la scienza non accerta alcuna naturale bontà nell’uomo, ma aggressività solo temperata dal solidarismo all’interno del gruppo; la scienza non garantisce alcun progresso biologico nell’ambito di una singola specie, ma afferma l’invarianza come essenza stessa dell’ereditarietà del vivente; la scienza non stabilisce alcun rigido meccanicismo negli eventi e nelle situazioni del reale, ma afferma la combinazione di causalità e accidentalità in un indeterminismo che lascia spazio al caso.

È chiaro che tutto questo, su di una cultura senza fede nel trascendente che della scienza aveva fatto la «Tavola della legge» del proprio ottimismo pro¬gressistico, ha avuto — e sta avendo — l’effetto di un vero e proprio «tradi¬mento».

Di qui il senso dell’abbandono e della solitudine, che generano l’insicurezza e l’angoscia del male oscuro; di qui il risentimento che ha fatto nascere — nel seno della cultura corrente — un diffuso ancorché inconfessato rifiuto della scienza.

È sorta così un’anti-scienza. Figlia di uno stato d’animo, essa non è un’enti¬tà organica ed organizzata. Vive e serpeggia nel vecchio accademismo impre¬gnato di illuminismo paleoscientifico, nella mancanza di cultura e mentalità scientifiche di molti cultori delle pseudoscienze — le cosiddette «scienze socia¬li» — nella soggezione psicologica di alcuni scienziati stessi alle correnti ideolo¬gie utopistiche e alle forze politiche — di potere e no — che le rappresentano.

Questo «partito» dell’anti-scienza si esprime quindi in forme culturali di¬sparate e diverse, talvolta fra loro lontane: esse hanno però in comune il fatto che — tutte — hanno qualche premessa di tipo dogmatico da dimostrare, che non badano troppo per il sottile quanto a tecnica di ricerca, che ignorano in genere i metodi rigorosamente oggettivi, strumentali e quantitativi, e che scar¬tano tutte le conclusioni sgradite alla premessa.

In tutte si ritrova una certa dose di moralismo, di ottimismo, e di finalismo.

Ho detto moralismo, non moralità. Ché la moralità, in termini di conoscen¬za, è invece di chi cerca la verità per la verità, e, trovatala, la accetta anche se sgradevole.

Quanto all’ottimismo, non si intende qui quella condizione interiore di chi
nutre fiducia in sé e nella sorte nonostante le avverse apparenze di cui pur prende
atto: si dice invece di quell’ottimismo ideologico — di principio — che pretende
a forza di trovare le favorevoli apparenze, e i segni fausti, e le sicure promesse,
e che scarta come «inaccettabile» ogni verità — ancorché provata — che parli
in contrario.

Il finalismo è poi l’errore capitale, la negazione stessa dell’oggettività del¬l’indagare, cioè il puro e semplice ripudio della scienza: la quale non può osserva¬re e misurare un oggetto col metro di un fine, di qualcosa cioè che è — per definizione — ancora di là da essere, e che non è pertanto né osservabile né misurabile.

La connotazione però più saliente e tipica di tutte queste espressioni cultu¬rali sta nella contraddizione di fondo propria a questa anti-scienza: poiché ac¬canto alla pretesa di fondarsi tutta sulla scienza — alla quale porge l’ossequio più formale — essa mostra una totale mancanza di chiarezza e rigore scientifici nella formulazione delle sue tesi, ma soprattutto un ‘assoluta incapacità di enunciar¬le in termini verificabili: non comprovate teorie, e neppure ipotesi di lavoro, ma puri atti di fede. Insieme alla più completa noncuranza per ogni ipotesi alternativa.

Le pseudoscienze

Abbiamo già osservato (2) come nessuna delle ideologie dominanti della cultura corrente parta dalla premessa — seppure come tentativo — di una co¬noscenza oggettiva dell’uomo su base scientifica, mentre balza invece evidente che esse dovrebbero farlo: soprattutto quelle ideologie che — lasciando intende¬re che l’uomo così com’è non calza del tutto nei loro schemi — credono nella possibilità di un «miglioramento» della sua natura, dovrebbero quantomeno partire da un’oggettiva definizione dell’uomo così com’è nel momento in cui esse intendono iniziare l’opera «migliorativa».

Abbiamo detto pseudoscienze, e vediamo di giustificare tale definizione.

Pur non pretendendo — per ragioni di spazio — di aprire qui una tratta¬zione sulla natura della scienza, vediamo quantomeno di fare un minimo di chiarezza. A prescindere dal preciso codice di regole che si applica alla metodo¬logia scientifica — verificabilità e ripetibilità dell’osservazione e dell’esperimen¬to, eliminazione dei fattori variabili, esatta misurazione e registrazione strumen¬tale dei fenomeni ecc. — faremo una semplice considerazione: tutte le scienze, nessuna esclusa, sono applicazioni particolari della scienza fondamentale che è la fisica, poiché non v’è indagine sul reale che possa prescindere dalle leggi stati¬stiche «universali» della fisica.

Basta allora por mente a quale relazione — anche indiretta — intercorra fra discipline quali ad esempio sociologia, psicologia e pedagogia, e le leggi univer¬sali della fisica, per valutarne la scientificità.

E l’eventuale obiezione che si tratta soltanto di indirizzi di ricerca prevalen¬temente fenomenologica, e che si applicano solo all’uomo, non fa che porre in più chiara evidenza la totale mancanza di scientificità di una simile impostazio¬ne mentale. Poiché è semplicemente puerile il pretendere che la fisica quantisti¬ca, o la termodinamica statistica, non abbiano alcunché a che fare con l’uomo, o che sistematica e informatica si applichino soltanto, che so io, al mondo della grande industria o delle telecomunicazioni.

L’idea che la scienza sia buona per le macchine e per le malattie, ma che «l’uomo è un’altra cosa», è davvero peregrina. Tutta la realtà vivente — uomo non escluso — è spiegabile in termini di biologia molecolare, di legami intera¬tomici, di salti quantici di energia. Allo stato attuale delle nostre conoscenze, continuare a pensare l’uomo come qualcosa di separato e diverso dal resto del vivente significa volersi immergere in un mondo di fiabe. Il che può anche rap¬presentare una felice deliberata scelta, dal momento che le fiabe sono in genere belle, e spesso «intuiscono» più verità di molte pseudoscienze. Ma non si pre¬tenda alla scientificità delle fiabe.

È tempo di uscire dall’equivoco: o al di qua o al di là, del confine fra scienza e non scienza.

O si sta nel mondo delle verità ad alto grado di dimostrabilità, o si sta nel mondo degli indovini. O ci si rifà alla costanza dei fenomeni, o ci si abbandona al delirio profetante. O si accetta il calcolo delle probabilità, o ci si affida alla negromanzia. O il laboratorio e il computer, o le farneticazioni dei prigionieri del sogno. O il misurabile, o il metafisico.

Quel che non è accettabile è la via di mezzo, cioè l’accogliere con favore le conclusioni della scienza finché esse piacciono e rifiutarle quando esse sono «pessimistiche», pretendendo di esorcizzare la verità con un giochetto seman¬tico: il pessimismo è brutto, è oscuro, è negativo, è reazionario, mentre l’ottimi¬smo è bello, è luminoso, è positivo, è progressista. Giochi di parole. Entità non misurabili. Meschine formule mimetizzanti. Mentre le forze in gioco nella preparazione del nostro destino — con l’indifferenza di una inconsapevole combinazione di carte che non conosce né pessimismo né ottimismo — conti¬nuano a snodare la propria logica implacabile. E ad attenderci al varco.

Ma è proprio così bello e luminoso, il rifiutare la realtà solo perché fa paura, o perché non piace? È davvero così positivo, il vivere nell’illusorio e nel velleitario? È seriamente un «progresso», questa marcia ad occhi bendati ver¬so il futuro?

Al di là dei giochi di parole sta, in realtà, solo l’ignoranza: quella onesta, di chi non sa perché non può, e quella colpevole, di chi non vuol sapere per pigri¬zia mentale o per paura della verità. In ogni caso, rifiutare una verità scientifica sgradevole può anche essere un atteggiamento umano talvolta spiegabile: im¬maturità, caparbietà senile, fragilità psicologica, mancanza di coraggio. Può per¬sino essere logicamente accettabile, quando il rifiuto sia determinato da convin¬zioni religiose: poiché la religione — come l’arte — nasce prima e fuori della scienza; non ne ha bisogno; non confronta con essa i propri contenuti; e la sua problematica e i suoi fini — la sua stessa essenza — sono metafisici, e quindi svincolati dal principio di oggettività che è il cardine di ogni ordine logico col quale la mente umana si volge ad indagare la realtà fisica.

Ma per chi si ponga ed intenda restare in quell’ordine logico umano che della scienza usa e si avvantaggia — della scienza in sé, dico, e del suo derivato primario che è la tecnologia — per chi accetti di affrontare per sé e per gli altri, per sé e per i figli, la realtà terrena — e parlo quindi di responsabilità sociali e politiche — rifiutare queste verità è illogico, immorale ed inescusabile.

Ma è, soprattutto, pericoloso. Poiché, nel gioco terreno dell’esistenza, v’è una certezza assoluta ed assiomatica: chi punta contro la verità — cioè contro la realtà — ha un numero praticamente infinito di probabilità di finir perdente.

 

La filosofia

Abbiamo parlato delle pseudoscienze e della loro contraddizione di fondo, che pervade e ammala tutta la cultura ufficiale delle società «avanzate»; e abbiamo detto del diritto di arte e religione ad esistere fuori dell’àmbito della scienza. Ma che diremo della filosofia?

A differenza della religione, che poggia su verità «rivelate», essa cerca la verità, non la riceve; e la conoscenza che persegue è la stessa perseguita dalla scienza. Essa sta quindi nello stesso àmbito della scienza, cioè nell’àmbito del verificabile e della logica dell’oggettività della natura.

Ogni sua risposta quindi o poggia su questa logica, o è da scartare. Ma se poggia su questa logica, e mutua dalla scienza il procedimento, essa finisce per coincidere con la scienza stessa e per diventarne un doppione. Lo stesso pro¬blema epistemologico è ormai stato assunto in proprio dalla scienza. Del filoso¬fare perciò non v’è più necessità alcuna: quando non si possa dir che fa danno, è giocoforza ammettere che non serve a nulla.

Ma a prescindere da questo, vi è, tra filosofia e scienza, una differenza pratica che rappresenta un abisso incolmabile: in poco meno di tre millenni di speculazione filosofica le più acute e tenaci intelligenze non sono riuscite a co¬gliere una sola verità di fondo che sia àncora ferma per tutte le menti umane, mentre in tre secoli, a partire da Galileo, la scienza ha messo in fila una consi¬derevole serie di verità incontrovertibili.

Questa è infatti la superiorità della scienza: che ogni mente raziocinante, posta di fronte a qualcosa che sia misurabile e pesabile o comunque definibile in termini quantitativi attraverso percezioni sensoriali o determinazioni strumentali, non può che arrivare ad una identica conclusione. Poiché la scienza è un giudice che pretende, in ultima analisi, la «prova oculare»: la quale, eccezion fatta per i ciechi e i pazzi, mette tutti d’accordo.

La primazia della scienza non toglie nulla alla nobiltà della filosofia come espressione dell’umana ansia di conoscere, né al suo valore storico come tenta¬tivo di far concordare gli uomini su «qualcosa» prima ch’essi possedessero il procedimento scientifico integrato dalla moderna tecnologia.
Di fronte tuttavia alle grandi questioni che han fatto tremare le vene e i polsi del genere umano per decine di millenni, di fronte alle questioni chiave che l’uomo si pone da sempre — di dove vengo? chi sono io? perché esisto? — le filosofie, tutte le filosofie senza eccezione, mancarono il compito.

Per nobile e ciclopica che sia stata la sua opera, la filosofia resta ormai soltanto come un monumento del passato: un paleogramma nella letteratura della conoscenza umana. Del suo uso come strumento attuale di conoscenza, non vedo chi possa farsi sostenitore.

Intatta resta tuttavia la sua importanza come oggetto di studio: è un dovero¬so omaggio da pagare agli sforzi titanici dei nostri padri, un riconoscimento dei ponti verso il conoscibile ch’essa preparò alla scienza, un mezzo per conoscere meglio il nostro passato e quindi noi stessi. Alla stessa stregua studiamo la tec¬nologia navale dei Vichinghi, la struttura delle mura etrusche, o le pitture rupe¬stri del paleolitico: con stupefatta ammirazione.

Ma dopo millenni di ricerca filosofica restavano ancora senza una risposta, senza un’umana spiegazione, senza una soluzione sostenuta da uno straccio di «prova oculare» tutti i tragici enigmi che hanno nutrito d’angoscia le notti dell’uomo: qual’è l’origine del mondo, della vita, di noi stessi? quale il nostro scopo? quale il destino? quello d’ognuno di noi, e di noi tutti?

Se risposte vi furono, esse vennero dalla via non-umana della conoscenza rive¬lata: esse furono offerte dalla religione, non dalla filosofia.

La chiave del labirinto

Ma l’uomo, evidentemente, ama gli enigmi. E non avendo mai smesso di cercarne il segreto, egli trovò un giorno una chiave: quella della oggettività della natura. Essa gli aprì una porta, oltre la quale ne stavano molte altre, nascoste ognuna dalla precedente, lungo una sorta di intricato labirinto.

L’uomo, piuttosto incautamente vi penetrò: da allora, non ha potuto più uscirne.

V’è qualcosa di arcano, nel labirinto: più l’uomo procede, e più gli appare lontano il termine del percorso; più cose riesce a vedere, e più gli pare di tro¬varsi avvolto dall’oscurità; più conquista conoscenza, e più avverte sgomento e incertezza; più scopre e afferra tesori e strumenti di potenza di cui il labirinto trabocca, e più si sente povero e spaurito.

Ma la proprietà più sinistra del labirinto si manifesta allorquando egli sol¬tanto pensi di tornare indietro. Non ch’egli in realtà lo voglia, giacché il fascino dell’enigma, il richiamo della porta successiva è già di per sé più forte di lui: di questa ansia di conoscenza, di questa inquietudine dello spirito, di questa curio¬sità intellettuale egli era già prigioniero prima ancora di entrare. Ma quando volge il capo all’indietro — ché questo gli è consentito — e riabbraccia con lo sguardo e la memoria la strada già percorsa, e l’ampio mondo al di fuori — la savana, le caverne e le tende, le rocche e i castelli, i fuochi dei bivacchi e le zattere sui fiumi, le rocce rilucenti al sole e le odorose foreste tese di mille fremiti nel vento — e come una nostalgia di spazi e di giovinezza, un rimpianto di inconsapevolezza e di libertà gli chiude la gola, allora la morsa di mille invisi¬bili tentacoli lo afferra e lo risospinge in avanti: alla seduzione dell’ignoto che è in lui, si aggiunge la forza inesorabile del fatto compiuto ch’egli ha suscitato e creato attorno a sé.

L’uomo non può più tornare indietro.

Questo è l’alto prezzo che la conoscenza impone: quando tu sai, sei possedu¬to da quel che tu conosci. Per uccidere la verità che è in te, dovresti uccidere te stesso.

Non puoi esorcizzare il demone della conoscenza, non puoi ricomporre l’e¬nigma violato e riportare in vita il drago che hai ucciso; puoi lavare le tue mani del sangue che le incrosta, ma non liberare il tuo spirito del segreto carpito.

Ormai, uomo, non puoi che andare oltre.

Qualunque cosa ti attenda, qualunque voragine si apra al di là del prossimo antro, tu devi proseguire. Percorrere il labirinto fino in fondo, antro dopo antro, porta dietro porta, e affrontare la tua immagine riflessa dagli specchi che si allineano alle pareti: la tua immagine sempre più nitida, sempre più impietosa¬mente vera, sempre più a fuoco e sempre più in luce contro una circostante oscurità sempre più smisurata. Ormai non è più la foresta agli orli della radura che ti limita e chiude, non sono più le mura della fortezza o della cattedrale, né la catena di monti vertiginosi o la vastità turbolenta di un oceano. Quella che ti circonda e ti stringe ora, uomo, è la gelida tenebra del cosmo . Bene, ora tu sai, e sei qui, e non puoi tornare indietro. Dimmi, che farai adesso?

Gli specchi della conoscenza

Non v’è che una scelta: affrontare la verità.

Tutta intera.

Inutile tentare di ingannare te stesso, inutile distogliere lo sguardo della tua immagine riflessa dagli specchi della conoscenza. E necessario che tu ti guardi, uomo, che tu ti osservi impietosamente.

Per misurarti appieno e a fondo. Per valutare le tue forze.

Poiché, di tutti gli enigmi, l’estremo e il supremo, quello del tuo finale desti¬no, quello che più ti seduce e ti atterrisce, ti affascina e ti sgomenta, è in gran parte racchiuso dentro dite: nella misura reale ed esatta — non quella sperata, non quella sognata, non quella promessa, ma quella vera, quella che è — della tua forza.

L’altra parte dell’enigma sta altrove, fuori di te, nell’entità delle forze che ti minacciano, nella vastità del Cosmo, nella ineluttabilità delle leggi che hai sco¬perto, nell’inarrestabile fluire del tempo, nella potenza — forse anche benigna, nessuno può dirlo — del caso che instancabilmente compone e scompone lo sconfinato mosaico delle probabilità.

Ma non potrai mai sperare di cogliere il favore del caso, se non usando al meglio di tutte le tue risorse.

E come potrai farlo, se non le conosci? Se continui a ingannare te stesso, a drogare il tuo spirito di soporiferi ottimismi, a velare i tuoi occhi di fuorvianti illusioni?

Guardati, uomo, spietatamente: misura la tua forza, e per misurare la tua forza spia ogni ruga della tua finitezza e della tua fragilità.

Giacché, quando sarà giunto il momento di saltare al di là dell’abisso, tu dovrai essere ben certo che ti bastino le gambe al balzo, e ti aiutino gli occhi a prender la distanza, e ti regga il cuore allo sforzo immane.

Le tue gambe, i tuoi occhi, il tuo cuore. Non vi sarà aiuto, al di fuori dite.

Vai quindi, e continua a cercare la Verità .

E quando l’avrai trovata, accettala e rispettala . Hai già frantumato tutti i tuoi idoli, rinnegato tutti gli dei: non farlo anche con la Conoscenza.

È l’ultimo Iddio che ti resta.

 

La sfida

L’uomo è un animale più curioso che saggio, più coraggioso che previden¬te. Se fosse stato saggio e previdente, avrebbe sepolto nelle più profonde visce¬re della terra le sue prime scoperte scientifiche. Ma non lo ha fatto, ed ora è troppo tardi.

Come individuo, ognuno di noi possiede la inalienabile libertà di accettare o respingere la conoscenza scientifica, o semplicemente di farne a meno. Ma solo in teoria . In pratica, come potrei io — che pure vivrei assai meglio col mio cavallo e con la mia spada — rifiutare la tecnologia figlia della conoscenza scien¬tifica?

E anche se come individuo lo potessi mai, non lo potrei come membro d’un gruppo: giacché qualunque società decidesse di tornare indietro su questa strada, sarebbe alla mercé delle altre.

Dunque, indietro non si torna.

L’uomo è vissuto per decine di millenni senza il procedimento scientifico come mezzo di conoscenza globale, per quanto egli lo applicasse inconsapevol¬mente qua e là e di tanto in tanto nelle tecniche e forse nel pensiero. Ma ormai non lo può più fare: per coloro che volessero tentarlo, sarebbe il suicidio.

Non v’è allora altra via che cavalcare la tigre, per far pagare all’uomo il più basso prezzo possibile di fronte al progresso tecnologico che sembra tendere al suo annichilimento.

Ma se questa può apparire una scelta di ordine meramente pratico, ve n’è un’altra di ordine più alto, etico ed esistenziale, che il nostro orgoglio e il nostro senso estetico ci impongono: la Conoscenza ci sfida.

Ci sfida con le sue agghiaccianti verità.

Noi ora sappiamo. Viviamo la nostra precaria esistenza — chiusi nello spa¬zio fra una malferma crosta terrestre e l’involucro atmosferico, chiusi nel tempo fra una glaciazione e l’altra, fra il cataclisma dal quale venimmo ed il cataclisma che ci seppellirà — effimero respiro del tempo nell’esplodere di un Universo dalla fredda frontiera senza luce, manciata di pulviscolo energetico nella inim¬maginabile immensità del Cosmo.

Da qui ai suoi insondabili confini, ci circonda l’Abisso. Gelido. Vuoto di vita. Incommensurabile.

Quale ponte getteremo al di sopra di esso, se non il nostro orgoglio?

Per altri la via è la disperazione, l’angoscia, il rifiuto, la fuga in un esisten¬zialismo passivo o in artificiosi ottimismi. Non per noi.

Noi, accettiamo la sfida.
* * *

 

Ma la Conoscenza ci sfida anche con le verità ancora celate. Mille enigmi sono ancora avvolti nell’oscurità, sogno di preda per l’avventuroso istinto del¬l’uomo. Il nostro stesso orgoglio, per esempio, e il nostro senso estetico: in fondo noi viviamo di essi. È in ultima analisi una misura di bellezza, o di armo¬nia, quella che disegna nella mente umana qualunque ideale di giustizia, o di nobiltà; è in ultima analisi un atto di orgoglio, quello che ci fa capaci di vincere i draghi e i ghiacciai, i deserti e gli oceani e l’immensità cosmica, e la stessa disperata solitudine del pensiero.

Ma dove stanno, orgoglio e senso estetico? In quale struttura, esattamente?

E tutti gli altri impulsi — che con metro estetico l’uomo divide in aneliti dello spirito e brute pulsioni animali — tutti gli istinti che consentono e regola¬no la nostra sopravvivenza? E le categorie logiche dell’umana ragione, che ci consentono di apprezzare l’obbiettività del reale, e ci dan coscienza della nostra stessa irrazionalità? Se tutte queste sono funzioni di particolari strutture, qual’è l’intimo meccanismo di relazione fra struttura e funzione? E se ogni struttura è l’esecuzione d’un progetto genetico inscritto in una modesta frazione molecola¬re, quali sono tutte le tappe che intercorrono fra il programma e la sua realizza¬zione, ambedue immutabili attraverso le generazioni, lungo una continuità di decine di millenni?

L’ultimo confine della Conoscenza è ancora al di là di ogni orizzonte umano. E se l’orgoglio ci fa continuare la marcia, il senso estetico ci fa sperare che la marcia non trovi mai l’ultima mèta: poiché un mondo senza enigmi sarebbe un mondo senza sfide.

E se altri tremano alle sfide della conoscenza, noi dichiariamo di amarle. E le accettiamo. Tutte.

Se veniamo dal Vuoto, il nostro orgoglio lo riempirà. Se siamo figli della precarietà e del caso, noi costruiremo una Storia che ci dia nobiltà; se non esistono scopi e disegni, il nostro Onore sarà il nostro scopo; se non esistono Dei, noi adoreremo la memoria dei padri; se non esiste un Domani, i nostri figli saranno il nostro domani. Se la Verità ci sfida, negandoci ogni attesa ed ogni premio, ebbene, noi, in piedi, accettiamo la sfida: basteremo a noi stessi. Se non ci son più insegne alle quali offrire il braccio, ebbene, noi continueremo a roto¬lar la macina, a battere il remo, a levar la spada a gloria del nostro nome: per i padri e per i figli.

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Ma tutto questo non significa cavalcare un cavallo bianco al suono dei corni e al garrir degli stendardi: questo significa la conquista, lenta e faticosa, della Conoscenza; questo significa — per i migliori fra noi, ma soprattutto per i mi¬gliori fra i giovani — la difficile disciplina dello studio, della ricerca e del pen¬siero scientifico.

Oggi, la via alla cultura passa attraverso la scienza.

La via ai Valori e allo Spirito, passa attraverso la scienza.

Ma è una via dura: il lupo libero e solitario deve lasciare le gole scoscese dei monti, le aperte savane, il fascino della foresta, per un’avventura a lui inusitata e forse ingrata: la caccia alla verità è aperta .

Sergio Gozzoli

 

(1) Questo trionfo della Ragione, peraltro, ci fu insegnato da questa cultura — come scrive Alain REINBERG, il massimo studioso dei ritmi biologici nell’uomo — in modo incredibilmente primi¬tivo e, tutto sommato, piuttosto manicheo.

(2) Vedi numero precedente di questa Rivista: Ideologie e DNA .
Lo stesso discorso vale per quelle pseudoscienze — le cosiddette « scienze non-esatte » — che spesso vivono in simbiosi con queste ideologie.