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Stefano Vaj  

L'etologia

Nuove prospettive la conoscenza dell'uomo

Nascita dell'etologia ­I fondamenti della scienza del compor­tamento L'etologia umana Patologia della civilizzazione contemporanea.


 

La neutralità della scienza e della ricerca scientifica non è più un mito da sfatare. E già stata smentita, da anni, dalle stesse furiose polemiche che gli ambienti culturali legati alle ideologie dominanti hanno scatenato man mano che i postulati descrittivi su cui queste si reggono e fondano i propri giudizi di valore, venivano sempre più rimessi in discussione dai progressi delle «rappre­sentazioni scientifiche del mondo» europee (1).

 

Tra le varie scienze, quelle che hanno specialmente dovuto subire questa forma di «terrorismo ideologico» sono state le discipline che riguardano più direttamente l'uomo, che l'uomo considerano come oggetto di studio, singolar­mente o nell'ambito delle società che crea, in quanto tale o semplicemente qua­le essere vivente tra gli altri.

 

Di fronte a queste si è spesso sollevata una vecchia obiezione, d'ordine gnoseologico, che mira a negar loro lo statuto di scienze «autentiche ». Secon­do questa obiezione, le scienze che studiano l'uomo si troverebbero nell'impos­sibilità di definire validamente il loro oggetto - l'uomo stesso. Per il fatto che l'uomo si trova ad essere in questo caso contemporaneamente soggetto e ogget­to del processo conoscitivo, la necessaria separazione tra soggetto e oggetto si rivelerebbe nella fattispecie impossibile. Perciò, ogni indagine scientifica con­cernente l'uomo in sè, si vedrebbe condannata al fallimento. È evidente che questa obiezione gnoseologica si fonda su una concezione della scienza eredita­ta dall'impostazione positivista del diciannovesimo secolo, oggi largamente su­perata.

 

La storia della microfisica ha d'altra parte dimostrato che persino in fisica la separazione del soggetto (osservatore umano) e dell'oggetto (fenomeno fisi­co) non è mai perfettamente realizzata, e ciò in virtù del principio di indetermi­nazione definito da Heisemberg.

 

 

Da tutto un altro punto di vista parte, più recentemente, la scuola di Fran­coforte nella sua dichiarazione di guerra alle «scienze umane », o, per ripren­dere la sua terminologia, a ogni « antropologia ». Questa scuola di pensiero, che ha raggruppato autori come Theodor Adorno, Max Horkeimer e lo stesso gio­vane Marcuse, e di cui il rappresentante più in vista è oggi Jùrgen Habermas, fonda il suo punto di vista su un dato incontestabile: ogni scienza sbocca su una tecnica rendente l'oggetto di questa disponibile per l'uomo. L'uomo di scienza, beninteso, può essere personalmente disinteressato, animato dalla sola volontà di conoscenza. Ciò non impedisce che ogni definizione scientifica, «operativa» di un oggetto, necessariamente verificata attraverso l'esperienza, si traduca in tecnica di determinazione pratica dell'oggetto, che può a questo punto essere manipolato dal téchnikos secondo la sua volontà. Le «antropologie », avendo l'uomo come oggetto, sboccano dunque su delle tecniche di « manipolazione »dell'uomo sull'uomo, - costituendo degli uomini-oggetti in rapporto a degli uo­mini-soggetti.

Da tutto questo, la corrente di pensiero cui dà vita la scuola di Francoforte non sembra voler dedurre l'impossibilità delle « antropologie ». Pronuncia inve­ce una condanna morale delle scienze umane in quanto «strumento di domina­zione dell'uomo sull'uomo ». I discepoli di questa scuola si pongono un'obbliga­zione morale ad opporsi attivamente a ogni «antropologia» positiva a mezzo di un'antropologia negativa corrispondente. È ciò che si chiama la teoria critica: a ogni affermazione positiva concernente l'uomo, sarà opposta una critica radica­le, puramente distruttiva; a ogni tecnica di «manipolazione» una tecnica di «emancipazione ». Si tratta di una posizione quasi religiosa, che prolunga aper­tamente, in un contesto moderno, l'«eterno no» biblico a ogni impresa fau­stiana, a ogni tentativo umano di essere «come Dio », a partire dalla stessa storia del peccato originale.

 

Quanto queste posizioni abbiano di scientifico, lasciamo giudicare. È stato indispensabile ricordarle in quanto è a questo tipo di discorso che, consapevol­mente o meno, finiscono per rifarsi tutti coloro che oggi negano valore per evidente preconcetto ideologico ai risultati raggiunti dalle scienze che studiano l'uomo. Nessuno pretende di affermare che, in questo o in qualsiasi altro cam­po, sia stata raggiunta la «verità », che i dati in nostro possesso siano definitivi, che le attuali teorie «spieghino tutto ». Ma è caratteristica costante della scien­za europea il procedere superando i propri precedenti punti di vista, ricompren­dendoli in una visione al tempo stesso più ampia e approfondita, non negandoli. In questo senso, pur constatando e accettando con gioia l'inesauribilità della nostra indagine sulla realtà, non abbiamo motivo per non attribuire pieno valore ai dati oggi in nostro possesso.

 

Nascita dell'etologia

 

Tra le scienze nuove che hanno permesso un approfondimento delle nostre conoscenze riguardo al mondo animale e all'uomo stesso, si segnala l'etologia, per la fecondità del suo metodo di indagine, per le rivoluzionarie implicazioni delle conclusioni cui giunge, per lo scalpore che la sua divulgazione al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori ha suscitato.

 

In origine, il termine inglese ethology (da éthos, costumi, comportamento) designava lo studio scientifico del carattere attraverso l'interpretazione dei ge­sti. Per estensione, si giunse ad estenderlo all'anatomia comparata di tutto il comportamento gestuale, quindi a dargli il significato di «biologia del compor­tamento », definendo questo ultimo come stato temporaneo. L'etologia si appli­ca dunque, per definizione, allo studio delle forme transitorie degli organismi, così come si caratterizzano per attività ghiandolari, movimenti, attitudini, mimi­che, atteggiamenti, modi di agire.

 

Prima ancora che l'etologia nascesse ufficialmente, esistevano già alla fine del secolo scorso due tendenze di massima riguardo a questo problema. La prima, a carattere vitalista e «spiritualista », faceva appello a misteriose «forze vitali» o «slanci (élans) vitali » non meglio precisati, limitandosi a constatare l'esistenza dell'istinto, che sfuggirebbe, secondo questa impostazione, ad ogni spiegazione causale d'ordine fisiologico. Al contrario la seconda, ispirata a prin­cipi meccanicistici che derivano dallo pseudorazionalismo cartesiano, pretende­va di spiegare il comportamento in modo «ingegneristico », nello stesso modo in cui si descrive un fenomeno fisico o il funzionamento di una macchina.

 

In campo scientifico fu la seconda posizione a prevalere, non fosse che per il fatto che lasciava più spazio alla ricerca concreta. In base all'ipotesi meccani­cistica, tutta la fisiologia del comportamento animale ed umano venne così ba­sata sulla nozione di riflesso, vale a dire sulla risposta teoricamente identica che un organo o un apparato o un sistema di organi dà ai diversi stimoli. Per questa concezione, che si trova per la prima volta nei lavori di J. Loeb sui «tropismi»o somme di riflessi, ogni atto è considerato come una risposta predeterminata ad uno stimolo esterno. I nervi centripeti, che ricevono la stimolazione, si pre­sume trasmettano l'informazione relativa al sistema nervoso centrale. Di là, essa innescherebbe un neurone effettuario che a sua volta «stimolerebbe» e attive­rebbe i muscoli, le ghiandole, etcetera. Tale processo viene denominato «arco riflesso» e il suo risultato «riflesso ». Quanto ai comportamenti complessi, ad esempio il corteggiamento, vengono considerati come una combinazione com­plessa di riflessi elementari, concatenati in modo vario.

 

È ovvio come tale concezione, a prima vista soddisfacente e descrittiva per la mentalità positivista dell'epoca, conduce a considerare l'organismo come in­teramente «agito» dall'ambiente, come una tabula rasa, per usare l'espressione che Locke usa per definire l'uomo alla nascita. In questa prospettiva i naturalisti spiegavano l'identità dei comportamenti in seno ad una stessa specie con l'iden­tità delle situazioni ambientali e quindi degli stimoli. «Di conseguenza » , nota Alain de Benoist (Intervista sull'etologia, Il Labirinto, Sanremo 1979), «si sot­tintendeva che una modificazione radicale dell'ambiente sarebbe stata suscetti­bile di creare una modificazione non meno radicale del comportamento ».

 

Il problema dell'apprendimento, che non trovava risposta nell'ambito di questo sistema, conosce nel 1905 un tentativo di soluzione da parte di Pavlov con la teoria del «riflesso condizionato ». Essa spiega l'adattamento come un semplice fenomeno di assuefazione, associante un certo tipo di risposta ad un dato stimolo non di per sè collegati. Così il riflesso fisiologico della salivazione in un cane sarà, come nel famoso esperimento pavloviano, non più provocato necessariamente dalla vista della canne, ma anche solo dallo scampanellio con cui l'animale è abituato a sentine annunciata la sua cena. Purtroppo per Pavlov, se alcuni comportamenti, specialmente quelli locomotori, possono più o meno farsi rientrare in questa teoria, essa non spiega nessuno dei tipici istinti che si manifestano nel regno animale, dall'istinto migratorio, alla sessualità, alla terri­torialità.

 

La teoria pavloviana trova subito, per ragioni squisitamente ideologiche, grande eco negli Stati Uniti, dove dà luogo alla cosidetta «teoria generale del comportamento» (behaviour), da cui il nome di behaviourismo alla scuola che a questa si riferisce. Il behaviourismo spinge alle sue ultime conseguenze la vecchia teoria dei riflessi. La base di questo sistema, elaborato da teorici quasi tutti americani, quali Watson e soprattutto Skinner, è il meccanismo prova/errore (trial and error), mediante il quale l'organismo seleziona, secondo lo schema della creazione di riflessi condizionati, i comportamenti che alla prova produco­no effetti positivi ed elimina automaticamente gli altri. Tale conclusione, «di­mostrata» facendo strisciare centinaia di vermi in tubi a Y che presentavano una resistenza elettrica in uno dei due bracci, porta ad esagerare grottescamente l'importanza dell'apprendimento nello sviluppo, e a stabilire che non possono esistere comportamenti innati o spontanei né predisposizioni.

 

Con il pretesto di eliminare la soggettività, che viene qualificata come «non significativa » , il behaviourismo arriva a negare nell'uomo l'esistenza stessa del pensiero cosciente. La psicologia viene ridotta allo studio dei movi­menti, cioè delle forme esteriori del comportamento. L'ereditarietà psicologica non viene nemmeno presa in considerazione e si cerca di negare persino quella fisica, ricondotta a «rassomiglianze fontuite » , probabilmente dovute al fatto di vivere nello stesso ambiente (!). Da questa pretesa «determinazione ambienta­le» degli organismi, il behaviourismo deduce che sottoponendo l'uomo ad un «condizionamento» energico basato sull'instaurazione di riflessi condizionati ritenuti desiderabili, si potrebbe renderlo più conforme a questo o quel modello etico o politico. Da qui, parallelamente, l'«educazione proletaria» tesa a ri­muovere gli ostacoli naturali alla società comunista, o il procedimento immagi­nato da Burgess e portato sullo schermo da Stanley Kubrick nel film Arancia meccanica, per il ricondizionamento, la « riprogrammazione » dei criminali.

 

Il carattere riduzionista di questo punto di vista non ha bisogno di essere illustrato; va invece notato, che, per quanto screditato e ridimensionato dai suoi stessi assertori, esso continua oggi a restare dominante negli U.S.A. e negli ambienti scientifici più legati all'ideologia americana.

 

La reazione al behaviourismo non tardò comunque a manifestarsi. Trala­sciando, per economia di trattazione, la direzione del tutto opposta in cui si era già sviluppata la cosidetta «sicologia della forma» (GestaltpsychOlOgie), basa­ta sulla constatazione che il «tutto » , la totalità organica, è più della somma delle parti (2), un numero sempre più grande di ricercatori cominciò a manife­stare insoddisfazione per osservazioni che si rivelano basate sullo studio di un numero insoddisfacente di specie animali (ratti, colombi, scimmie rhesus), falsa­te dall'artificialità delle condizioni di laboratorio, viziate da pregiudizi e da un antropomorfismo evidente. Ancona, ci si accorse definitivamente che la teoria del riflesso e quella del condizionamento non spiegavano che una piccola parte dei comportamenti, e comunque non dicono nulla sulla questione fondamentale dell'istinto.

 

Zoologi come Oskar Heinroth e Jacob von Uexkùll ( 3 ) e Charles Withman, intanto, lavorando sugli animali e tenendosi del tutto al di fuori della polemica tra gli ambientalisti e ciò che restava dei vitalisti constatano che, per esempio, negli uccelli alcuni comportamenti fondamentali si scatenano indipendentemen­te da qualsivoglia stimolo esterno, il che significa che l'istinto è qualcosa di più complesso di una reazione ad un dato ambiente o situazione.

 

Si affaccia infine la nozione di Umwelt, o «ambiente specifico », basilare nella moderna etologia comparata, ovvero l'ambiente esterno com'è percepito e quindi «vissuto» e «filtrato» da un organismo specifico, senza il quale non è possibile prendere correttamente in considerazione gli esseri viventi. Si inizia cioè a studiare gli ambienti stessi, non secondo l'aspetto che essi hanno per noi, ma secondo l'aspetto che hanno per la specie studiata.

 

Howard constata che gli uccelli si battono per la difesa del loro territorio con più accanimento di quanto non facciano per le femmine, Carpenter allarga quest'osservazione alle scimmie antropoidi.

 

Un'altra tappa importante la manca Erich von Holst con i suoi studi sul sistema nervoso centrale, che dimostrano sperimentalmente l'esistenza di im­pulsi prodotti spontaneamente dal sistema nervoso centrale e quindi di compor­tamenti di appetenza che non poggiano su dei riflessi ma su attitudini dei centri nervosi a produrre di per sè delle eccitazioni a regolazione automatica.

 

A partire dai lavori di Konrad Lorenz, Erich von Holst, Karl Lashley nasce verso la fine degli anni trenta l'etologia moderna.

 

Come dice W.H. Thorpe, «Lorenz associò tutte le idee del suo tempo come nessun altro aveva saputo fare prima di lui e seppe tranne tutte le implica­zioni» (4). A lui si aggiungeranno Nikolaas Timbergen (5), Robert Ardrey, Desmond Morris, Irenaus Eibl-Eibesfeldt, George Barlow, Julian Huxley, Karl von Fnisch, Anthony Storr ( 6 ), di cui alcuni si dedicheranno specificamente alla divulgazione o alla «zoologia umana ». L'etologia dall'inizio degli anni cin­quanta conosce ormai una fama mondiale.

 

A partire da questo momento vengono rovesciati sul mercato centinaia di volumi ed articoli contenenti attacchi, tentativi di stroncatura, «analisi cultura­li », rivolti al fondatore della «nuova scienza» e ai suoi colleghi da parte di « filosofi », sociologi, pseudoscienziati di matrice marxista, cristiana o america­nista. Basti qui ricordare la «summa» di testi contro Lorenz raccolti da Ashley Montagu, capofila della «biologia progressista» americana (Man and Aggres­sion, AA.VV., Oxford University Press, London 1968), le reazioni di Arno Plack (cfr. Die Gesellschafi und das Bòse, Munchen 1973) di Hollitscher (Kain oder Prometheus?, verlag Marxistische Blatter, Frankfurt/M. 1972) di Alexan­der Alland jr. (L'imperativo umano, Bompiani, Milano 1974), di Teiri Naka­mura dell'università di Tokio (7).

 

Più significativo degli innumerevoli tentativi di confutazione e gridi indi­gnati, di cui prosegue la pubblicazione a getto continuo anche in italiano, sono state le proteste scandalizzate per il Nobel di medicina attribuito l'11 ottobre 1973 a von Frisch, a Timbergen e al solito Lorenz. In attesa della consegna, che deve avvenire il 10 dicembre, prende corpo una campagna denigratoria senza precedenti. Già alcuni mesi prima uno psichiatra di Harvard, Leon Heisemberg, aveva riferito (Science, aprile 1972) la scoperta di un articolo «scandaloso» del biologo di Altenberg (pubblicato nel 1940 in piena epoca nazionalsocialista, quindi) in cui si affermava tra l'altro: «Nei tempi preistorici la selezione in base alla durezza, all'eroismo, all'utilità sociale era fatta solo dai fattori esterni ostili. Bisogna che questo ruolo venga ripreso oggi da un'organizzazione umana, al­trimenti l'umanità, in mancanza di fattori selettivi, sarà annientata dalla degene­rescenza dovuta all'addomesticamento» (Zeitschrift fur angewandte Psychologie und Charakterkunde). Questo bastò come pretesto iniziale. Subito Der Spiegel comincia a stracciarsi le vesti sul «caso Lorenz ». Rilanciano la palla L'Huma­nité e France nouvelle. Jean Goux, professore di biologia all'università di Parigi VII, membro del P.C.F., accusa Lorenz di «far scomparire gli antagonismi di classe (!) e di far passare in secondo piano i rapporti di produzione » Mentre la grande stampa borghese, cattolica, liberale di tutta Europa lamenta con finto fair play la propria amarezza per l'attribuzione di un Nobel a uno che afferma che l'aggressività è innata nell'uomo e come tale ineliminabile ed indispensabi­le, Elizabeth Badinter avanza su Combat del 21 novembre l'accusa rituale di fascismo, Louis Martin-Chauffier dalle colonne del Figaro chiama Lorenz «scienziato» tra virgolette, ed infine un gruppo di ricercatori marxisti fa circo­lare in Italia, Francia, Germania una petizione per l'annullamento del Nobel.

 

Il tutto finirà fortunatamente in niente, grazie anche alla solidarietà subito raccoltasi intorno ai premiati, ma il caso è sintomatico sia dell'importanza delle conclusioni cui giunge l'etologia, sia dei metodi con cui i suoi principali espo­nenti sono combattuti ancona oggi.

 

In Italia il dibattito sull'etologia nasce con la pubblicazione da parte di Adelphi del primo libro di Konrad Lorenz, L'anello di re Salomone (Milano 1967), subito seguito dall'esplosivo e dichiaratamente provocatorio La scimmia nuda di Desmond Morris (Bompiani, Milano 1968), che apre una serie di testi su quella «zoologia umana» cui si accennava, e da L'istinto di uccidere, tradu­zione italiana di African Genesis di Robent Ardrey, a quanto è dato di sapere a tutt'oggi prima e ultima opera etologica dell'autore tradotta in italiano (Feltri­nelli, Milano 1968) (8) Anzi, lo scalpore che quest'ultima suscita è tale che la casa editrice, notoriamente di sinistra e forse vittima di una «svista », la ritira a sue spese dal mercato. Non ci vorrà molto comunque perché si cominci a pub­blicare anche Eibl-Eibesfeldt, Storr, Remy Chauvin da parte di grandi e piccoli editori le cui remore ideologiche si fermano spesso davanti al probabile succes­so delle vendite.

 

Se in Germania Konrad Lorenz rappresenta con Arnold Gehlen e Carì Schmitt uno dei «cardini» della cultura antidemocratica tedesca, in Belgio, Francia, Italia è con la nascita della corrente di pensiero chiamata «nuova de­stra» che si comincia a scoprire e propagandane l'importanza e le implicazioni delle scoperte etologiche in politologia, antropologia, sociologia, psicologia, pedagogia. Cosa questa che non si rivela certo difficile, grazie allo spontaneo interesse di pubblico che subito si lega allo stile letterariamente delizioso di Lorenz, in cui dominano scene di una poeticità toccante, ben al di là dell'ipocri­sia da documentario disneyano; e grazie ancora alla profonda semplicità e atec­nicismo che caratterizzano il suo lavoro scientifico, mettendolo alla portata di (quasi) tutti. Alcuni etologi, come già si diceva, si sono poi particolarmente dedicati ad un lavoro di divulgazione.

 

Anche la pubblicazione di volumetti come Uomo e natura. Anti-Lorenz (Schmidbauer, Laterza, Bari 1978) contribuisce a creare pubblicità e a tenere viva l'attenzione su questo tema, attenzione che ancona negli anni 80 continua a manifestarsi attraverso decine di servizi giornalistici e, per esempio, attraverso l'introduzione di Lorenz nella rosa di autori «di sicura presa» che vengono proposti dai vari «club del libro », forma di vendita al pubblico da poco intro­dotta anche in Italia (9).

 

I fondamenti della scienza del comportamento

 

Il problema basilare che la scienza del comportamento si trova ad affronta­re innanzi tutto è quello dell'adattamento, - ovvero della genealogia delle serie di atti finalizzati che possiamo osservare negli animali, compresi quelli più sem­plici.

 

I processi che lo determinano (salvo il caso dell'uomo, per il quale se ne potrebbe aggiungere un altro) sono fondamentalmente due: quello a breve ter­mine dell'apprendimento individuale, la cui importanza cresce con la complessi­tà dell'organismo, e quello a lungo termine della selezione naturale che modella il patrimonio genetico della specie introducendovi delle «informazioni» ricava­te dalla mortalità e fecondità differenziate, di individui come di gruppi (10).

 

Gli effetti dell'apprendimento individuale l'uccellino che impara a loca­lizzare il nido, per esempio sono evidenti, mentre quelli della selezione natu­rale sono più difficili da ricostruire: ed è esattamente a causa di ciò che per lungo tempo si è stati portati a trascurare le componenti innate, ovvero le com­ponenti propriamente istintive, e a ritenere che ogni comportamento potesse trovare spiegazione in una qualche forma di condizionamento.

 

Ora, la constatazione da cui parte tutta l'etologia moderna è che alla base di ogni comportamento istintivo, vi è un «nucleo» innato, stabilizzato geneti­camente e praticamente invariabile.

 

Questo «sapere innato », questo gruppo di informazioni programmate geneticamente, può assumere due forme: da un lato comportamenti e atti istin­tivi precisi, che si esprimeranno qualunque sia l'ambiente; dall'altro attitudini a rispondere in una certa maniera agli stimoli e alle combinazioni di stimoli; in quest'ultimo caso, ad essere programmato geneticamente non è l'atto stesso, ma l'attitudine a produrre l'atto come risposta.

 

Citiamo ancona Alain de Benoist: «Il concetto generale è che il meccani­smo di coordinamento dello schema di comportamento produce esso stesso il «bisogno» per l'istinto di esprimersi e che, all'interno del sistema nervoso centrale, una serie di meccanismi, legati agli organi sensoriali complessi, provo­ca un effetto di inibizione che «blocca» ogni attività fintanto che l'animale non ha soddisfatto il «bisogno ». Al vecchio schema dei riflessologi, eccitazione! Reazione (stimolo/risposta), se ne sostituisce allora un altro, che si può riassume­re nel modo seguente: produzione endogena delle eccitazioni comportamento preparatorio di appetenza (attraverso il quale l'animale ricerca una situazione stimolante o di scatenamento) intervento della situazione di eccitazione spe­cifica che mette in atto il meccanismo innato di scatenamento liberazione ed adempimento dell' atto consumatorio ». Si tratta ovviamente di uno schema di massima, che comunque può essere ulteriormente scomposto.

 

Gli istinti fondamentali che l'etologia moderna ritrova in tutti gli animali superiori sono sostanzialmente quattro: la fame, la paura (che si confonde con l'istinto di fuga), l'impulso sessuale e l'aggressività. Soprattutto per quanto ri­guarda l'ultimo citato questa impostazione cozza con un postulato fino a pochi anni fa dato per dimostrato: cioè che l'aggressività «non può» essere innata, perché lo stato di natura, sia esso cristiano o rousseauiano o lockiano per come viene inteso, è di per sè buono. L'aggressività, negli animali come nell'uomo, «deve» presentarsi quindi come una risposta a certi stimoli, in questo caso di frustrazione.

 

Nel libro Il cosidetto male (Garzanti, Milano 1974), poi ampliato in L'ag­gressività (Il Saggiatore, Milano 1976), Lorenz si sforza di liberare il problema dalle sue componenti emotive e ideologiche e di rintracciare le origini filogene­tiche dell'impulso aggressivo, di chiarire le sue condizioni, di classificare le sue manifestazioni. Appare così come l'aggressività similmente agli altri tre istin­ti citati, del resto sia innata, tragga origine dalla storia naturale della specie: l'ambiente infatti non può né sopprimere né creare questi istinti, può soltanto esercitare su di essi un effetto relativo di potenziamento o di inibizione. L'ag­gressività, in realtà, lungi dal presentarsi come un fenomeno patologico o un «male », si caratterizza come una disposizione normale presso tutte le specie viventi.

 

In un universo basato sull'antagonismo e sul conflitto, l'«aggressività» è alla base di ogni vigore, di ogni capacità di resistenza, di ogni successo. Le specie si mantengono e gli individui proteggono se stessi ed il gruppo dall'estin­zione in quanto sono «aggressivi ». L'aggressività non è né buona né cattiva, fa parte della definizione stessa del vivente.

 

Vanno poi sfatati numerosi luoghi comuni in questo campo. Il leone non è più «cattivo» per il fatto di nutrirsi di gazzelle di quanto lo sia la pecora che bruca l'erbetta. È noto come le disposizioni aggressive siano molto più intense nei conigli, nelle colombe e nei pesci da acquario che nei lupi o nei leoni. Di regola, nelle specie più «armate », i meccanismi di inibizione dell'aggressività all'interno del gruppo sono di necessità più sviluppati. Un lupo, al contrario di un topo, non finirà mai un suo simile che si arrenda. I cervi, potendo sferrare calci dagli esiti letali, misurano la propria forza intrecciando corna senz'altro decorative, ma poco pericolose per il rivale.

 

L'osservazione rivela pure che in seno ad una data specie sono sempre gli individui più deboli che si rivelano più «malvagi»: non avendo la forza per battersi in modo «sportivo» (cioè ritualizzato), sono i primi a prendere l'inizia­tiva di passare dal combattimento «cavalleresco» al combattimento distruttore.

 

Ancora, contrariamente a quanto si pensa, il comportamento aggressivo non conduce necessariamente all'eliminazione e alla distruzione. Se tutta la «violenza» è aggressiva, non tutte le manifestazioni dell'aggressività sono vio­lente. La curiosità, la competitività, il gusto della scoperta e dell'esplorazione, l'organizzazione sociale, negli animali come nell'uomo sono in diretto collega­mento con l'istinto aggressivo. E se in alcune specie è presente l'aggressività senza che sia presente l'«amore» (capacità di riconoscere personalmente un proprio conspecifico tra tutti gli altri e di stabilire con lui legami personali e privilegiati), che si presenta solo nelle specie apparse dopo il terziario inferiore teleostei, mammiferi, uccelli , non è dimostrato che possa esserci amore senza aggressività: «Tutto ci porta a credere» scrive Lorenz, «che i legami di amicizia personale si siano stabiliti in seguito alla necessità, per alcuni individui, di porre termine alle loro contese al fine di unire le loro forze contro altri individui della stessa specie ».

 

Con ciò, non ogni forma di aggressività si presenta di per sè utile alla spe­cie. Tipico è a questo proposito il caso dei ratti, in cui anzi, come nell'esempio delle ali dell'argo, la selezione intraspecifica è non solo inutile ma dannosa: le «guerre tribali» combattute da questi animali non servono nè per assicurare una razionale divisione dei territori, né per la selezione di forti difensori fami­liari e di branco, né per le altre funzioni che l'aggressività solitamente assolve. In più, si presenta in questi animali un marcato indebolimento dell'«istinto di controllo» che di regola, come accennavamo nel caso dei lupi, impedisce all'ag­gressività di mettere in pericolo l'intero corpo sociale.

 

Uno dei mezzi generali con cui più efficacemente vengono evitati gli effetti potenzialmente distruttivi dell'aggressività, è la ritualizzazione, che si presenta come un ulteriore concetto cardine dell'etologia moderna e riguarda una gam­ma vastissima di comportamenti innati di varia origine. Termine di significato intuitivo, si definisce scientificamente e rigorosamente come «la formalizzazio­ne o la canalizzazione d'adattamento di un comportamento a motivazione emo­zionale, sotto la pressione teleonomica della selezione naturale, destinata a: a) assicurare una più grande efficacia alla funzione di avvertimento e diminuirne l'ambiguità, tanto dal punto di vista intraspecifico che da quello interspecifico; b) fornire degli stimolanti o degli scatenatori di schemi di azione più efficaci agli altri individui; c) ridurre le perdite all'esterno della specie; d) servire da mecca­nismo di collegamento sessuale o sociale » (Julian Huxley).

 

Tra gli schemi ritualizzati di comportamento ricordiamo ad esempio le toi­lettes di convenienza, le «danze », i comportamenti rituali di esplorazione, i canti, i giochi, gli sport, i rituali autoestetici, le parate acrobatiche, le offerte di cibo, le demarcazioni» dei confini. Presenta notevoli difficoltà, ma ugualmen­te un grandissimo interesse, capire le origini dei comportamenti ritualizzati: sia cioè la loro funzione (origine teleonomica) che i comportamenti da cui derivano (origine morfologica), spesso radicalmente trasformati dalla ritualizzazione stes­sa. Tale indagine, come viene ad esempio svolta in opere quali E l'uomo incon­trò il cane (Adelphi, Milano 1977) o L'anello di re Salomone, primo libro di Konrad Lorenz (op. cit.), conduce a risultati illuminanti nel campo della psico logia animale ed anche umana, tenuto conto delle specificità proprie alla nostra specie.

 

Qualcosa andrebbe aggiunto sull'analisi degli apparati e dei meccanismi conoscitivi, cui il più volte citato etologo di Altenberg ha dedicato L'altra faccia dello specchio (Adelphi, Milano 1974), e dei modi in cui questo assorbimento di informazioni provoca modificazioni comportamentali, - tanto che questo adat­tamento, come si diceva all'inizio, si verifichi a livello genetico o puramente individuale. Qualcosa andrebbe ancora aggiunto sulla classificazione etologica delle società animali, classificazione che divide le aggregazioni di individui in quattro grandi categorie. Innanzitutto la schiera anonima (il branco di sardine, per intenderci), contrassegnata semplicemente dal fatto che gli individui del gruppo reagiscono vicendevolmente con attrazione, cioè vengono compaginati da comportamenti che uno o più individui scatenano presso gli altri. Quindi il cosidetto «ordinamento sociale senza amore », che lega individui in base a fat­tori esterni alla loro identità (cfr. il matrimonio stanziale dei ramarri o delle cicogne). Per concludere con i due tipi di società già citate, quella dei ratti, determinata solo dal combattimento collettivo tra comunità e basata su un rico­noscimento (in questo caso olfattivo) non personale, ma «tribale », e quella basata sui rapporti personalizzati e organici (l'«amore »), propria ad esempio all'uomo e alle oche selvatiche.

 

Per quanto concerne questi temi, nonché per un approfondimento delle questioni accennate, non possiamo però che rinviare per economia di trattazio­ne ai testi citati, tra cui segnaliamo per chiarezza e concisione, Intervista sull'eto­logia, di cui ci siamo largamente serviti per il presente studio. Una summa del pensiero di Lorenz in materia di etologia animale di grande rigore espositivo e di carattere prettamente scientifico è stata di recente pubblicata da Boringhieri (K. LORENZ, L'etologia, Torino 1980).

 

 

L'etologia umana

 

Un'accusa che spesso è stata mossa all'etologia moderna è quella di ridu­zionismo, accusa che rivela una buona dose di umorismo involontario nella mi­sura in cui a portarla sono coloro che vorrebbero appunto «ridurre» l'uomo a un fascio di riflessi condizionati, o a una variabile economica dei processi di produzione.

 

Viene cioè rimproverato alla scienza del comportamento di sopravvalutare nell'uomo i fattori biologici, di negare la «cultura» a profitto della «natura », e così via. In realtà è proprio grazie al pregiudizio e all'incomprensione di questi fattori che la psicologia ha spesso confinato con il puro «gioco» intellettuale senza riscontri reali; che in campo politico si è affacciato il pensiero utopistico; che l'uomo si è in passato visto imporre modelli etici «contronatura» che favo­rivano l'instaurarsi di stati patologici a livello individuale e sociale.

 

L'etologia, al contrario, parte da un punto di vista scientificamente corret­to, che si può riassumere parafrasando una massima di Lao-tze: «Non tutto l'uomo è nell'animale, ma tutto l'animale è nell'uomo ». Il che significa concretamente che l'uomo, costituendo una specie ben precisa, è assolutamente nor­male che abbia caratteristiche particolari a lui proprie, che è impossibile riscon­trare presso altri esseri viventi, tra cui quelle che vengono considerate le fun­zioni «nobili» del cervello umano. Così, non ha senso affermare che l'etologia riduce l'uomo all'«animale », in quanto tale affermazione denuncia già un con­cetto di «animale» del tutto astratto e carico di connotazioni negative, le cui origini vanno ricercate nel pensiero metafisico.

 

A partire da questa impostazione, la ricerca etologica sull'uomo prende due strade: da un lato quella ad esempio di Desmond Morris, di cui, oltre al già citato La scimmia nuda, ricordiamo Lo zoo umano (Mondadori, Milano 1970) e L'uomo e i suoi gesti (Mondadori, Milano 1978), che analizza il comporta­mento umano mettendo in luce quanta parte di esso sia comune ad altri animali superiori e quali siano le sue origini filogenetiche; dall'altro quella battuta dallo stesso Lorenz, che mira a definire etologicamente non ciò che abbiamo in co­mune, ma ciò che abbiamo di diverso dagli altri animali, ovvero le caratteristi­che peculiari della nostra specie. I risultati di questi due assi di ricerca sono entrambi estremamente interessanti, e si completano a vicenda.

 

L'etologia non pretende di spiegare la totalità dell'uomo. Ma essa si rivela in grado di spiegare, come forse non era mai stato fatto prima, la natura e l'origine degli impulsi fondamentali di cui egli è teatro, come dei comportamen­ti che da essi prendono origine.

 

La «zoologia umana », se vogliamo chiamare così il primo asse di ricerca cui abbiamo fatto riferimento, verifica sul piano dei singoli comportamenti, atti, attitudini, abitudini, gesti, il principio generico della piena applicabilità all'uomo delle categorie e dei metodi dell'etologia generale, e mostra l'estrema fecondità di questo studio. Prende valore pieno anche per la nostra specie l'insieme delle considerazioni generali in materia di etologia animale che abbiamo svolto nella seconda parte di questo studio.

 

Essendo ormai ammesso che gli schemi di comportamento derivano dagli adattamenti filogenetici della specie, della razza e del gruppo, l'etologia confuta il concetto secondo cui l'uomo «apprende» dall'ambiente tutto ciò che sa e risulta da questo determinato. A partire da ciò si può ripercorrere la «sto­ria» di questi schemi e spiegarne le disfunzioni negli individui e nelle società.

 

In realtà la specie umana partecipa pienamente degli istinti fondamentali, che tendono a manifestarsi in qualunque ambiente, e la cui frustrazione costa cara in termini di degenerescenza.

 

È proprio per questa applicabilità all'uomo che l'etologia incontra tante resistenze ideologiche. Sarebbero certamente in pochi a scandalizzarsi del fatto che i lupi e le oche sono innatamente aggressivi e non sono tali per aver ricevu­to un'educazione sbagliata, se questa osservazione non fosse estensibile a tutti gli esseri viventi. Così, invece, sociologi e antropologi si sono immediatamente affannati a negare che l'aggressività sia uno degli istinti naturalmente presenti, insieme agli altri, nell'uomo, cercando ad esempio di dimostrare, come hanno fatto Margaret Mead o Hermann Helmuth, che certi popoli sono pacifici «per natura ». Gli esempi citati sono quelli di alcune tribù e popolazioni primitive che, purtroppo per questi autori, non sembrano disposti a manifestare il «paci­fismo» loro attribuito. Eibl-Eibesfeldt ha potuto facilmente provare che presso questi popoli l'aggressività è assolutamente presente, eventualmente in forma ritualizzata: «Gli Esquimesi », precisa, «si abbandonano a duelli canori (che non sono in nessun modo delle competizioni artistiche, ma servono a regolare liti molto serie), e picchiano regolarmente le loro donne; gli indiani Zùni hanno dei riti di iniziazione estremamente crudeli; gli Arapesh della Nuova Guinea scaricano la loro collera su degli oggetti» (Amore e odio, Adelphi, Milano 1976) ( 11). È importante notare che il discorso estesamente sviluppato nel pre­sente articolo a titolo esemplificativo, a proposito dell'impulso aggressivo, è ri­producibile e va ripetuto per la sessualità, per l'istinto sociale e per caratteristi­che della società umana quali l'ordinamento gerarchico, per la distinzione dei ruoli maschili e femminili, per la paura e l'istinto di fuga, per la territorialità e le origini etologiche della proprietà personale e di gruppo, il rapporto genitori-comunità-prole, l'«etnocentrismo » degli appartenenti a una comunità, e così via. Tutti temi questi che cominciano oggi ad essere adeguatamente sviluppati al di là del fuoco di fila dei «crucifige» che ognuno lancia sull'argomento che più tocca i suoi personali preconcetti (12)

 

L'etologia contemporanea, come si è detto, non trascura comunque ciò che si rivela «monopolio» del genere umano. In effetti, una rivoluzione dagli effet­ti incalcolabili si è prodotta, alla fine del terziario, con la scoperta del pensiero concettuale. In questa tappa della storia naturale, facoltà che in passato non esistevano che isolatamente presso gli altri animali, si combinarono in un «in­sieme» totalmente nuovo, che ha sviluppato proprietà «sistematiche» emer­genti, fino ad allora sconosciute. La percezione astrattiva delle forme, la facoltà di rappresentarsi lo spazio, propria, ad esempio, ai grandi carnivori, combinate con le facoltà esplorative dei giovani antropoidi e con la capacità imitativa (cfr. L'altra faccia dello specchio, op. cit.), hanno avuto per risultato un'attività nuo­va, l'attività concettuale, che non si manifesta nei singoli sottosistemi. Di conse­guenza, dal momento che comprendo che la mia mano è una cosa reale tanto quanto l'oggetto che tocca (coscienza di sè), la mia presa dell'oggetto diventa comprensione ed io quindi comprendo l'attività della mia mano tanto bene quanto la risposta che ottengo quando percepisco una forma. E questa com­prensione può essere trasmessa e divenire oggetto di tradizione. Da qui la nasci­ta del linguaggio sintattico, che è molto probabilmente inseparabile da quella del pensiero concettuale. Noam Chomsky arriva addirittura a pensare, proba­bilmente errando, che il linguaggio si sia sviluppato più come mezzo di concet­tualizzazione che di comunicazione.

 

La caratteristica forse più specifica dell'uomo resta comunque la neotenia, ovvero il persistere lungo tutto l'arco dell'esistenza individuale di caratteristiche (curiosità, capacità di apprendimento, eccetera) che negli altri animali sono pre­senti solo nel periodo della giovinezza; il che fa si che l'uomo rimanga per quasi tutta la sua vita «aperto al mondo », e conservi uno stadio di «non specializza­zione» che rafforza le sue capacità di adattamento e di autoaddestramento, venendo così a configurarsi come un essere ineluttabilmente «incompiuto », come tale non interamente mosso e determinato come gli altri animali dalla sua appartenenza alla specie, ed un essere arrischia fo, cioè un essere che essendo chiamato ad autodeterminarsi continuamente, ha perpetuamente e costitutivamente la possibilità di perdersi.

 

L'etologia ci rivela un uomo che è per natura un essere culturale, un essere i cui istinti sono sì interamente programmati, ma sotto forma di pulsioni non di per sé orientate verso un oggetto preciso, come accade invece per le altre spe­cie, come ci spiega molto bene Eibl-Eibesfeldt (I fondamenti dell'etologia, op. cit.).

 

Altre prestazioni contribuiscono insieme a quelle già citate a creare lo spe­cificamente umano, come le grandi prestazioni di tirocinio, la capacità di con­trollare movimenti volontari con grande precisione e finezza (cfr. il linguaggio e la manipolazione), la particolare importanza presso l'uomo del gioco e dei com­portamenti ludici, ma l'altro carattere centrale della nostra specie è la tradizione cumulativa. Contrariamente a quanto si è pensato per anni, la tradizione esiste anche presso gli animali che presentano strutture sociali molto evolute. «Una taccola esperta è in grado di comunicare ad un'altra giovane, inesperta, il peri­colo rappresentato da un dato animale o da una data situazione. Tra certi tipi di scimmie esistono persino dei metodi di comportamento che possono essere tra­smessi dalla tradizione, come ad esempio il metodo consistente nel lavare nel­l'acqua di mare le patate dolci che siano sporche, tanto per pulirle che per dare loro un sapone salato» (KONRAD LORENZ, Patologia della civiltà e libertà della cultura, in Intervista sull'etologia, op. cit.). Ma tutto questo tipo di « conoscenze tradizionali » non possono essere trasmesse che attraverso una lezione impartita dai fatti. Con l'affermarsi del binomio pensiero concettuale-linguaggio simboli­co, la «tradizione» viene invece liberata dalla necessità della presenza dell'og­getto e dell'esempio diretto e diventa così «cumulativa », ovvero si accumula di generazione in generazione.

 

Ne deriva una sorta di ereditarietà socioculturale. In origine soltanto il co­dice genetico era in grado di fissare e ritrasmettere delle informazioni lungo le generazioni. Con la tradizione cumulativa appare quasi un nuovo apparato do­tato di simili proprietà.

 

Il meccanismo di trasmissione genetica è comune a tutti gli esseri viventi; ma l'uomo ha in più questo particolare meccanismo secondario capace anch'es­so di assicurare la ripetizione dell'eredità nel suo proprio campo. Certamente il cervello dell'uomo, e di conseguenza il pensiero concettuale sono del tutto iscritti nel codice genetico. Ma, una volta che il cervello è là, si presenta un'altra forma di eredità, che sta alla prima come il contenuto al recipiente che lo con­tiene. Se un uomo inventa qualcosa, la scrittura o l'aratro o la polvere da sparo, da questo momento non soltanto i suoi figli, ma l'insieme del gruppo etnico-cul­turale al quale appartiene nelle sue generazioni future, possiederanno questi strumenti.

 

Ciò rinforza, come è ovvio, i vincoli comunitari poiché chi comprende un'i­dea, dal momento in cui l'ha assimilata, la possiede tanto bene quanto colui che gliel'ha spiegata, ed i due sono quindi avvicinati dal fatto di avere questa idea in comune. Ma nello stesso tempo vengono differenziati da un altro gruppo che a sua volta possiede altre idee in comune. Appaiono così le differenti culture.

 

Patologia della civilizzazione contemporanea

 

Si apre così il campo di ricerca più avanzato e recente dell'etologia moder­na. È Lorenz stesso ad aprire ancora una volta la strada con saggi come Gli otto peccati capitali della nostra civiltà (Adelphi, Milano 1974) o Patologia della ci­viltà e libertà della cultura (op. cit.). Sviluppando liberamente i suoi punti di vista in un contesto di analisi fecondamente interdisciplinare, egli resta comun­que molto aderente ad una stringente trasposizione delle conoscenze raggiunte allo studio della società contemporanea, con miti, valori, modi di vita connessi. Le culture si rivelano alla luce dell'analisi etologica come entità organiche para­gonabili alle diverse specie, spenglerianamente indipendenti pur se legate tra di loro, soggette a nascita, estinzione, evoluzione; si presentano come la vera ric­chezza della specie umana e il quadro naturale in cui soltanto può vivere l'uomo restando tale.

 

Il mercantilismo globale e l'attacco portato a tutte le culture dall'american way of life, mettendo in opera una selezione universale basata su un solo crite­rio, quello economico, risultano quindi un disastro innanzitutto biologico, in quanto tendono a ridurre le differenze tra i popoli e gli individui, impoverendo il pool genetico della specie, e spingendoci verso un futuro in cui gli uomini diventeranno realmente e pericolosamente sempre più uguali.

 

La densità delle popolazioni, creata dall'urbanesimo selvaggio e dall'elimi­nazione massiccia dei fattori di mortalità selettiva, urtando contro il bisogno di «territorio », innesca il declino dell'uomo occidentale, provoca una dissoluzio­ne progressiva dei legami sociali organici che, come abbiamo visto, sono alla base delle comunità umane , ipertrofizza l'impulso aggressivo, indebolendo i meccanismi di controllo e ritualizzazione, e provoca indirettamente conseguen­ze sempre più gravi.

 

La devastazione dello spazio vitale, l'indebolimento del «senso estetico », la spinta alla «semplificazione» cancerosa delle strutture abitative traggono alimento da questa situazione.

 

L'uomo, dopo aver imparato a dominare tutte le potenze dell'ambiente estranee alla sua specie, è dominato interamente oggi dalla selezione intraspeci­fica, ovvero da una competitività puramente «interna» all'umanità, che da un lato come si diceva è obbiettivamente egualitaria in quanto rapportata a un solo fattore la concorrenza mercantilista e dall'altro si presenta ugualmente inutile e nociva alla specie quanto l'aggressività del ratto o l'allungamento delle penne come simbolo sessuale secondario nel maschio dell'argo. Si presentereb­be così la necessità di una presa a carico della comunità della gestione di una selezione orientata in direzioni reputate positive, cosa che non è certo concepi­bile in una società come quella contemporanea.

 

Oltre a questo, ciò che più preme attivamente nel senso di un deterioramen­to genetico che si è già manifestato, è l'addomesticamento (13). Con quanta rapi­dità la « domesticità » o anche la pura cattività degli animali selvatici possano portane alla decadenza di moduli comportamentali sociali, e addirittura a modi­ficazioni fisiologiche, ci viene mostrato anche dall'osservazione più superficiale. In certi tipi di pesci capaci di «cura della prole », la riproduzione artificiale praticata a fini commerciali per poche generazioni ha disturbato a tal punto la predisposizione genetica a questo comportamento che, su molte dozzine di cop­pie, a malapena se ne trova ancora una in grado di occuparsi delle «nidiate» nel modo giusto. In modo analogo a quanto avviene per la decadenza delle norme di comportamento sociale di origine culturale, sembra che, anche in que­sto caso, i più vulnerabili siano i meccanismi storicamente più recenti e mag­giormente differenziati. Gli istinti antichi e generalmente diffusi, come quello dell'assunzione di cibo o dell'accoppiamento, tendono invece a ipertrofizzarsi. È l'allevatore stesso, in questo caso la società occidentale, a favorire il processo selezionando la voracità e l'impulso a riprodursi, mentre cerca invece di elimi­nare gli istinti aggressivi e di fuga che considera elementi di disturbo.

 

Esistono chiari rapporti tra il nostro «senso estetico» .che appare radi­cato geneticamente e funzionale alla conservazione della specie e le trasfor­mazioni somatiche che compaiono regolarmente nel corso dell'addomestica­mento. I muscoli rilassati, l'adiposità e l'afflosciamento del ventre, l'accorcia­mento della base cranica e delle estremità, che di questo sono caratteristiche tipiche, sia nell'animale che nell'uomo vengono generalmente considerate «an­tiestetiche », mentre quelle opposte conferiscono un aspetto «nobile ». Del tut­to analoga è la nostra valutazione delle caratteristiche comportamentali che l'addomesticamento distrugge: l'amore materno per la prole, o l'altruistica e coraggiosa difesa del gruppo, sono norme comportamentali programmate a li­vello istintivo come l'accoppiamento o la nutrizione; con la differenza che noi le consideriamo qualcosa di più «nobile» sia negli animali che nell'uomo.

 

A questo quadro globale possono essere ricondotti una serie di fenomeni secondari ma altrettanto riconoscibili. Innanzitutto l'iperestesia, ovvero l'iper­sensibilità e l'insopportazione verso qualunque tipo di dolore e costrizione, fos­sero anche autoimposti, che si riflette in una parallelamente crescente incapaci­tà di provare gioia. « In tempi normali» spiega Lorenz, «ogni apprendimento di un comportamento sostenuto da una ricompensa spinge l'organismo ad adat­tarsi a situazioni penose, a causa del piacere dell'ottenere.

 

Un cane o un lupo per impadronirsi di una preda allettante o per compia­cere il padrone, fanno molte cose che normalmente ripugnano loro. Passano attraverso i rovi, saltano nell'acqua fredda e si espongono a pericoli che noto­riamente temono ».

 

Ogni situazione migliore nasce da una costrizione su se stessi. La gioia (che non è né il «piacere », né la «felicità ») nasce ugualmente dalla sottoposizione a un «dolore» corrispondente. Il caso dello scalatore e di ciò che prova giunto sulla vetta (e che non proverebbe se fosse trasportato in cima da un elicottero), è paradigmatico di questa dialettica. Questa insopportazione e questa incapacità generano insieme un appiattimento delle sensazioni e delle emozioni, da cui nasce la cosidetta «noia mortale ».

 

L'«infantilismo» perpetuo, ovvero la conservazione di moduli comporta­mentali e atteggiamenti propri al bambino per tutta la durata dell'esistenza; il disturbo cui è soggetto da un secolo a questa parte il meccanismo di trasmissio­ne della «tradizione» tra le generazioni e di «contestazione» e «recupero» di questa; la disorganizzazione sociale, sono da parte loro altrettante caratteri­stiche salienti della civilizzazione contemporanea.

 

La «nuova psichiatria », la pedagogia permissiva, la criminalogia egualita­ria, sociologica e behaviourista, il potere di condizionamento che oggi accede all'insieme della comunicazione di massa e l'ipertrofia di questa rispetto alla comunicazione personale, si configurano al tempo stesso come sintomi e cause di questa decadenza.

 

Questa progressiva disumanizzazione e degenerescenza appare, a detta del­lo stesso Lorenz, largamente imputabile alla diffusione e al tentativo di messa in pratica dell'ideologia democratica e ugualitaria, che, trasferendo in campo poli­tico la dottrina behaviourista, è ancora ferma alla credenza che il comportamen­to sociale e morale dell'uomo sia determinato non dall'organizzazione del suo sistema nervoso e dei suoi organi di senso quale si è andata plasmando nel corso della filogenesi, ma esclusivamente dal «condizionamento» positivo o negativo che egli riceverebbe dalla società, onde gli uomini sarebbero «fondamental­mente» uguali, non responsabili dei loro atti e trasformabili a piacere mediante un'appropriata «educazione ».

 

La ricerca etologica contribuisce oggi a liberarci da questa «credenza ».

 

Stefano Vaj

 

 

(1) Sull'importanza ideologica che rivestono persino campi come la fisica quantistica relati­vamente alla nostra visione della realtà, cfr. ad esempio il dialogo «galileiano » Sulla realtà dei quanti di J.M. JAUCH, Adelphi, Milano 1980.

 

(2) Tra i teorici del « gestaltismo » ricordiamo Wolfgang KOHLER, di cui è stato tradotto Psicologia della Gestalt, Feltrinelli, Milano 1961.

 

(3) Opere: Bausteine zu einer biologischen Weltanschauung, Bruckmann, M ü nchen 1913; Staatsbiologie. Anatomie, Phisiologie, Pathologie des Staates, Hanseatische Veragsanstalt, Hamburg 1933; Umwelt und Innenwelt der Tiere, Berlin 1921; Teoretische Biologie, Surhkamp, Frankfurt/M. 1973; Ambiente e comportamento, Il Saggiatore, Milano 1967; Der Mensch und die Natur, Grund­z ü ge einer Naturphilosophie, M ü nchen 1953. Su von Uexk ü ll inoltre abbiamo una biografia: Gu­drun von UEXKÜLL, Jakob con Uexk ü ll. Seine Welt und seine Umwelt. Eine Biographie, Christian Wegner, Hamburg 1964. Questo biologo resta comunque tanto interessante quanto poco noto in Italia.

 

(4) Su Konrad Lorenz Adelphi ha pubblicato una cattiva biografia (Alec Nisbett, Vita di Lorenz) che oltre ad essere incompleta per il fatto che il personaggio in questione è tutt'ora vivo e vegeto, appare eccessivamente preoccupata di « scusare » e « chiarire » le affermazioni del nostro. Contiene comunque un certo numero di informazioni interessanti.

 

(5) The study of instinct, Oxford University Press, London 1951.

 

 

(6) L'aggressività nell'uomo, De Donato, Bari 1968.

 

(7) Possiamo aggiungere, a testimonianza di una prolificità a cui sfortunatamente non corri­sponde altrettanto interesse: John Paul Scott, L'aggressività, Giunti Barbera, Firenze 1974; Arno PLAACK, Der Mythus von Aggressionbetrieb, Paul List, M ü nchen 1973; Josef RATTNER, Aggression und menschliche Natur, Fischer, Frankf ü rt a./M. 1972; BERKOWITZ, Aggression. A social psychologi­cal analysis, McGraw-Hill, New York 1962; R. DENKER, Auflcl ä rung ü ber Aggression, Stuttgart 1966; Elliot Aronson, The social animal, Routledge and Kegan Paul, London 1973; GERHARD e Szczesny, Das sogenannte B ö se. Vom Unverm ö gen der Ideologen, Rowolht, Hamburg 1971; L.R. Aronson, Development and evolution of behaviour, W.H. Freeman and Co., San Francisco 1970; DC. Glass, Environmental Influences, Rockfeller University Press, New York 1968; BERELSON e STEINER, Human Behaviour, Harcourt and Co., New York 1964; Kurt GERHARDT, Aggression und Rassismus, elementare Verhaltensweisen?, K ö sel, M ü nchen 1973. Chiudiamo qui il museo degli or­ rori.

 

(8) Le altre sono: The territorial imperative, Atheneum, New York 1966; The social con­tract, Collins, London 1970; The hunting hypothesis, Atheneum, New York 1976. Robert Ardrey è morto in Sudafrica nel 1980.

 

 

(9) Lorenz ha visto di recente l'uscita in Italia di un libro fotografico dedicato ai suoi Dialo­ghi con le oche selvatiche, che presenta immagini di rara bellezza e di cui l'etologo ha scritto il commento (Mondadori, Milano 1979).

 

(10) Cfr. Konrad LORENZ, Evoluzione e modificazione del comportamento, Boringhieri, Mi­lano 1971.

 

(11) Di Irenäus EIBL-EIBESPELDT ricordiamo ancora: I fondamenti dell'etologia, Adelphi, Milano 1976; Galapagos. Die Arche Noah im Paziflk, Piper, M ü nchen 1960; Im Reich der tausend Atolle, Piper, M ü nchen 1964; Grundriss der vergleichenden Verhaltensforschung, Piper, M ü nchen 1967; Der vorprogrammierte Mensch, Piper, M ü nchen 1973; Krieg und Friede, Piper, M ü nchen 1974. Attualmente è professore all'università di Monaco e dirige la sezione di etologia umana all'Istituto Max Planck di fisiologia del comportamento.

 

(12) Segnaliamo oltre ai testi già citati, Anthony BARNETT, Istinto e intelligenza, Boringhieri, Milano 1972.

 

(13) Cfr. l'articolo di Sergio GOZZOLI su l'Uomo libero n. 3.