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Marzio Pisani

«Resistenza» e «collaborazionismo» nella seconda guerra mondiale

(1) L'unione Sovietica

Ristabilire la verità I partigiani sovietici: importanza strategica e attività militare Nessuna guerra di popolo» Dall'altra parte della barricata I « Bolscevichi pentiti ».


 

Ristabilire la verità

 

Non vi è impostazione etica o morale che possa permettersi il lusso di igno­rare la verità. L'etica della conoscenza non fa eccezione.

 

Essa è la morale di chiunque indaghi il reale alla luce del postulato di oggettività.

 

Applichiamo questo ragionamento alla ricerca storica. È evidente come nessuna storiografia sia valida se non nella misura in cui onora la verità. Lo storico, per essere tale, deve sottrarsi ad ogni pregiudizio personale e ad ogni pressione esterna siano essi di natura ideologica, culturale o psicologica.

 

Bene, se si guarda alla storiografia corrente, si può considerarla sufficien­temente oggettiva? Per quanto riguarda eventi lontani nel tempo la risposta almeno nelle intenzioni e nella maggior parte dei casi è positiva.

 

Tuttavia più gli eventi sono recenti e più è facile che essa diventi negativa: presentazione, narrazione ed interpretazione di fatti e situazioni sono precon­cette, soggettive o addirittura faziose. Ma possiamo permetterci il lusso di at­tendere che passino intere generazioni prima che la luce della verità illumini eventi dai quali è generata la realtà in cui viviamo?

 

L'Europa era stata per secoli, fino all'inizio della seconda guerra mondiale, il centro motore del pianeta. Qui era la forza militare ed economica, qui il perno intorno al quale ruotavano l'ordine e gli equilibri del mondo intero, qui il potere. Gli imperi europei si estendevano su tutti i continenti. Gli Europei deci­devano i destini dell'Africa, dell'India, del Canada, dell'Australia come già ave­vano irrimediabilmente mutato quelli delle Americhe. Dalla fine della seconda guerra mondiale il centro del mondo è invece spezzato in due: Oriente ed Occi­dente. I destini del mondo oggi si decidono a New York, al Kremlino o, in minor misura, a Pechino. L'Europa è colonia, spartita fra i nuovi « padroni ». Si riscatterà in futuro? Ogni giudizio sul futuro dell'Europa dipende dal suo pre­sente. Ed il suo presente non è comprensibile se non alla luce oggettiva della seconda guerra mondiale, delle sue vicende e delle sue conclusioni.

 

Purtroppo però, l'interpretazione storica di parecchi aspetti della seconda guerra mondiale è, a dir poco, condizionata pesantemente dalla faziosità dei vincitori. Questa faziosità, che peraltro accomuna Russi e Americani, trova clamorosa evidenza quando si esamini la storiografia corrente sull'atteggiamen­to delle popolazioni « occupate » nei confronti dei Tedeschi e dei loro alleati: stando a questa storiografia i popoli dei Paesi invasi, nella loro grande maggio­ranza, espressero ostilità e resistettero con le armi ai « nazifascisti », mentre i fenomeni opposti vengono liquidati come episodi individuali di « tradimento ». Si è costruito un mito sulla resistenza e si è seppellita nel silenzio la realtà opposta. Ma i documenti parlano diversamente, e denunciano questa colossale manipolazione dei fatti storici. Per ristabilire la verità quantomeno sul piano delle cifre iniziamo da questo numero una panoramica dei diversi Paesi eu­ropei occupati dagli eserciti dell'Asse.

 

Analizzeremo in una serie di articoli, Paese per Paese, i vari movimenti di resistenza, l'entità delle loro forze, la loro efficacia sul piano politico-militare, nonché il « collaborazionismo » specie nella sua manifestazione più aperta: quella della partecipazione attiva alla guerra contro le democrazie ed il comuni­smo.

 

Cominciamo in questo numero dall'URSS.

 

I partigiani sovietici: importanza strategica e attività militare

 

L'esercito tedesco aveva invaso l'U.R.S.S. il 22 Giugno 1941 ed entro la fine di novembre aveva portato il fronte a ridosso di Leningrado e Mosca: il territorio occupato dalle forze dell'Asse comprendeva i Paesi Baltici (Estonia, Lettonia, Lituania), la Polonia orientale, la Russia Bianca, una parte della Rus­sia propriamente detta (o « Grande Russia »), quasi tutta l'Ucraina e la Crimea. I Tedeschi usavano, come è noto, la tecnica della « guerra lampo » - la Blitzk­rieg: sfondavano il fronte in pochi punti, attaccandoli con il grosso delle forze corazzate e motorizzate che si gettavano poi in profondità dietro le linee sovie­tiche sconvolgendone retrovie e linee di rifornimento, quindi accerchiavano le unità russe che ancora resistevano.

 

Le unità accerchiate o si arrendevano o venivano annientate. Queste « sac­che » di accerchiamento erano qualcosa di gigantesco: i Sovietici persero tra morti e prigionieri circa 300.000 uomini nei combattimenti per Minsk, 310.000 a Smolensk, 660.000 a Kiev e Uman in Ucraina, 670.000 nella « doppia batta­glia » di Vjaz'ma - Briansk, 100.000 nell'Ucraina orientale. Era ovvio che sol­dati sovietici, isolati o a gruppi, riuscissero a sfuggire alla cattura e a nasconder­si in territori boscosi o paludosi. A questi si aggiunsero ben presto membri del partito comunista e truppe paracadutate dall'aviazione sovietica dietro le linee tedesche. Inoltre « battaglioni di sicurezza » venivano creati dai Sovietici prima di ritirarsi. Questi dovevano rimanere nei territori che venivano occupati dai Tedeschi per costituire dei « distaccamenti partigiani ». Contemporaneamente come afferma J.J. Baritz, un maggiore che prestò servizio come ufficiale di Stato Maggiore nell'Armata Rossa i capi sovietici facevano addestrare « comandanti, commissari, operatori radio, sabotatori, addetti al servizio infor­mazioni, pionieri, terroristi » da utilizzare come partigiani, e lanciavano appelli ai 70 milioni di Russi sottoposti all'occupazione germanica perché si scatenasse­ro contro le linee di rifornimento e attaccassero le unità dell'Asse in transito.

 

Nonostante tutti questi sforzi, come è costretto a riconoscere il Baritz, nei territori occupati fino al luglio del 42 vi erano solo 80.133 partigiani, saliti poi a 142.000 un anno più tardi, dei quali solo circa il 50% proveniva dalla popola­zione locale che ammontava, è bene ripeterlo, a ben 70 milioni di abitanti.

 

Quali furono i risultati militari ottenuti dai partigiani russi? Nell'estate del 43 i partigiani potevano proclamare di aver liberato varie zone dietro le linee tedesche. Si trattava, per lo più, di zone boscose, montagnose o di paludi (come le paludi del Pripet) aree comunque di infima importanza strategica o economi­ca, dove, appunto per questo, le truppe dell'Asse erano particolarmente scarse. I partigiani ottennero, è vero, alcuni successi specie davanti a Mosca, attaccan­do obiettivi ferroviari, ponti, mezzi isolati e sopprimendo parecchi collaborazio­nisti. Questi successi tuttavia, non raggiunsero mai le dimensioni vantate dalla propaganda comunista e vanno ridimensionati alla luce dell'obbiettività storica.

 

D'altra parte non vanno sottovalutati gli insuccessi dovuti all'efficienza del­le truppe dell'Asse, alle diserzioni, ed all'ostilità popolare che raggiunse punte molto alte. Nella provincia di Orel 10.000 partigiani, organizzati in 75 «batta­glioni di sicurezza », furono lasciati ad operare come « distaccamenti partigia­ni », ma quando i Tedeschi arrivarono, ne trovarono solo 2.300; mentre di 6.000 partigiani lasciati nella provincia di Smolensk ben presto ne rimanevano a combattere solo 2.000.

 

Nei pressi di Leningrado furono organizzati quasi 15.000 partigiani, ma dopo pochi mesi di combattimenti più del 50% era stato eliminato.

 

Addirittura, alcuni capi partigiani dovettero essere fucilati perché conside­rati « poco attivi ».

 

Nessuna «guerra di popolo»

 

Per quanto riguarda il sostegno morale e materiale dato alla resistenza dal­la popolazione, esso fu ben scarso come testimonia ancora il Baritz: « La cosa (il reclutamento di altri partigiani, n.d.r.) si dimostrò però alquanto difficile in quanto le popolazioni non sembravano abbastanza fidate. G. Linkov, comandan­te di un distaccamento inviato da Mosca nella Russia Bianca descrisse in seguito le sue esperienze. Il suo distaccamento di 55 uomini accuratamente selezionati e addestrati doveva essere paracadutato vicino alla città di Lepel' nel settembre del 41, ma i piloti persero la direzione e finirono col lanciarli su una zona cosi ampia che, una volta giunto a terra, Linkov non riuscì a trovare nessuno dei suoi compagni. Per ritrovarli dovette continuare a cercarli per parecchi mesi, grave­mente ostacolato dall'indifferenza o dalla vera e propria ostilità della gente del luogo che come ebbe modo di sapere più tardi fornì di lui precise e dettaglia­te descrizioni ai Tedeschi. Altri ex partigiani hanno descritto episodi analoghi e si ha ragione di ritenere che, nelle prime fasi della guerra, questi casi fossero al­quanto frequenti ». In Crimea, dove la maggioranza della popolazione era di origine tartara, « i tartari si dimostrarono entusiasti di collaborare con i Tede­schi » combattendo contro i partigiani.

 

Collaborazionisti si infiltravano tra i partigiani come nuove reclute. Quan­do l'infiltrato veniva scoperto, i partigiani lo fucilavano, gli bruciavano la casa e gli sterminavano la famiglia. Molti partigiani confiscavano cibo, scarpe e indu­menti alla popolazione civile.

 

Racconta ancora il Baritz: « Io stesso partecipai alla liberazione della città di Orel effettuata dall'Armata Rossa nel 1943 e so che la polizia segreta sovietica arrestò e deportò addirittura le donne che avevano avuto figli dai Tedeschi. Ma anche se una purga di questo genere fu effettuata su tutto il territorio liberato, il numero di coloro che in maggior o minor misura aveva collaborato superava il numero di coloro che erano diventati partigiani per un rapporto di circa 2 a 1 ».

 

Dall'altra parte della barricata

 

Abbiamo visto quale modesto contributo fu dato dalla popolazione dei ter­ritori occupati al movimento partigiano. Per contro il numero dei collaborazio­nisti fu più elevato di quanto comunemente non si creda, non solo, ma di questi una buona parte non si limitò a non opporsi all'Asse, o a dare preziose informa­zioni, ma passò ad una fase di lotta attiva arruolandosi nella Wermacht o nelle Waffen SS.

 

Già durante la preparazione dell'operazione Barbarossa l'invasione del­l'U.R.S.S. i Tedeschi avevano stretto un'alleanza con la resistenza anti-co­munista nei Paesi Baltici, tra cui spiccavano i movimenti paramilitari fascisti dei « Fratelli della foresta » e dei « Lupi d'acciaio », a cui affidarono il compito di operare dietro le linee sovietiche.

 

Aveva funzione simile il « Reggimento Usignolo », una formazione di anti­comunisti ucraini filo-tedeschi.

 

Durante le fasi iniziali dell'offensiva germanica in Russia i Tedeschi comin­ciarono a reclutare volontari tra i prigionieri di guerra che venivano impiegati come autisti, interpreti ed agenti di polizia ferroviaria. La i 34a divisione di Fanteria tedesca, verso la fine del primo mese di guerra, iniziò ad arruolare soldati russi integrandoli negli organici della divisione a parità di diritti: alla fine del 1942 quasi il 50% della divisione era composta di Russi. Una brigata russa anticomunista fu costituita dal generale von Tresckow e venne affidata al co­mando del figlio del generale zarista Sacharov. Quando un'unità di Cosacchi passò in blocco dalla parte dei tedeschi, questi li organizzarono nel « Kosake­nabteilung 600 » agli ordini del maggiore cosacco Kononov. Ormai i Russi ve­nivano reclutati sia per rinsanguare le divisioni tedesche, sia per formare dei veri e propri reparti russi ai diretti ordini del Comando tedesco, come le « Le­gioni Nazionali » formate da volontari delle varie minoranze etniche. Nell'esta­te del 1942 ben 500.000 cittadini « sovietici » militavano nelle forze armate germaniche. La cifra arrivò entro la fine del 1942 alle 800.000-1.000.000 unità.

 

I fattori che portarono questi cittadini sovietici a combattere per Hitler erano molteplici, ma i più rilevanti furono: l'anticomunismo, alimentato in 20 anni dagli orrori del regime marxista, dalle deportazioni, dai massacri e dalla collettivizzazione forzata nelle campagne; la persecuzione anti-religiosa; le pur­ghe di Stalin (che avevano colpito gli stessi bolscevichi); infine i nazionalismi delle numerose minoranze etniche nel Baltico, in Ucraina e nel Caucaso, che fornirono le Legioni Nazionali. Queste minoranze vedevano nell'Asse la forza che sola al mondo avrebbe potuto distruggere lo stato sovietico e permetter loro dentro o fuori di un grande Reich tedesco di mantenere la propria identità nazionale secondo le proprie tradizioni (1). Infine, da non sottovalutare, fu l'an­tisemitismo che era diffusissimo tra popoli come i Lettoni, gli Ucraini o i Cauca­sici.

 

I « Bolscevichi pentiti»

 

Un ulteriore impulso ai reclutamenti fu dato dopo che, nel luglio 1942, un reparto di SS olandesi aveva catturato il generale sovietico Vlassov (uno degli eroi della battaglia di Mosca) e questi si era dichiarato pronto a collaborare con i tedeschi. Vlassov, insieme ad altri alti ufficiali sovietici, come Malyskin, Blago­rescenskij, Truchin, Zykov Zilonkov, fondò il K.O.N.R. (comitato per la libera­zione dei popoli della Russia) che formò un suo piccolo esercito con altri 50.000 volontari russi. Vlassov aveva un programma che prevedeva la proprietà privata, l'abolizione delle fattorie collettive, la liberazione dei prigionieri anti­comunisti, nonché libertà di religione, stampa e parola in un'ottica « nazionali­sta russa ».

 

I più coscienti del carattere ideologico di quella guerra che opponeva non tanto una nazione all'altra quanto due diverse concezioni dell'uomo e del mondo erano i 151.000 Russi che si arruolarono nelle Waffen SS. Con questi volontari furono formate intere divisioni, come la « Lettland », la « Latvia », la « Estland », la « Galicien », la « Weissruthenien », oltre ad altre unità come 2 divisioni di cavalleria cosacca, una brigata di fanteria cosacca, una brigata d'as­salto ed altri 18 battaglioni.

 

I contributi delle diverse nazionalità, alle Waffen SS furono così ripartiti: i Paesi Baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) fornirono 45.000 volontari in parte provenienti dai movimenti fascisti d'anteguerra, 10.000 i Tartari, 10.000 i Co­sacchi, 18.000 i « Grandi Russi », 38.000 le popolazioni del Caucaso (Turco­manni, Ghirghisi, Uzbeki, ecc.) e 30.000 gli Ucraini. Queste truppe furono im­piegate sul fronte russo, contro i partigiani comunisti, nei Balcani contro Tito, in Polonia, in Cecoslovacchia, in varie altre zone d'Europa come truppe di oc­cupazione, in Francia nella battaglia di Normandia, e in Germania sul finire della guerra.

 

In conclusione, i popoli dell'Unione Sovietica offrirono quasi un milione di combattenti volontari, distribuiti tra Legioni nazionali, Waffen SS, armata Vlas­sov ed elementi integrati nelle formazioni tedesche. A questi vanno aggiunti tutti quelli che collaborarono come funzionari, lavoratori, informatori, infiltrati tra i partigiani o in qualsiasi altra forma. Dalla parte opposta i partigiani, ancora nel luglio del 1943, erano poco più di 142.000.

 

Marzio Pisani

 

 

(1) Può sembrare paradossale ma era proprio il carattere razzista del nazionalsocialismo ad offrire garanzie che i nuovi conquistatori avrebbero rispettato le tradizioni di queste minoranze nazionali anche sotto la sovranità di un nuovo « Grande Reich ». Inoltre questi volontari con il loro valore e la loro fedeltà si guadagnarono l'ammirazione dei camerati europei, nonché degli ufficiali delle SS che si avviavano a divenire la futura classe dirigente del « Nuovo Ordine Europeo ». Per contro, la ideologia marxista-leninista, essendo ugualitaria e materialista, non poteva che tendere a omogenizzare, livellare, e sradicare culturalmente ogni minoranza etnica.

BIBLIOGRAFIA

 

HISTORY OF THE SECOND WORLD WAR - (edizione italiana).

L'edizione originale è stata diretta da Sir Liddei Hart, capitano, storico e critico militare, redattore dell'Enciclopedia britannica e da Barrie Pitt, collaboratore dell'Enciclopedia britannica e consulente storico militare del Sunday Times Magazine, con la collaborazione dell'Imperial War Museum.

In particolare si sono consultati capitoli curati da:

H.W. KOCH, Lettore di storia moderna all'università di York e scrittore di alcuni saggi storici sulla Germania.

JOHN ERICKSON. Ha prestato servizio militare nel Servizio Informazioni. Ha insegnato storia e lingue slave al St. John's College di Cambridge e successivamente ha lavorato anche presso la St. Andrew's University, l'Università di Manchester, e quella dell'Indiana. Si è specializzato nella storia militare dell'URSS e ha lavorato su archivi militari tedeschi relativi alla guerra russo-tedesca. È autore di parecchie opere e articoli storico-militari.

 

J.J. BARITZ, Laureato nel 1937 all'Istituto di Economia e Commercio di Mosca. Prestò servi­zio nell'esercito sovietico nella 2ª g.m. come ufficiale di S.M. guadagnandosi il grado di maggiore, e prendendo parte ad operazioni quali la riconquista di Orel. Trasferitosi in Occidente, ha lavorato presso lo U.S. Army Institute for Advanced Russian Studies, come esperto di scienza militare sovie­tica. Ha collaborato a trasmissioni radiofoniche e ha svolto ricerche sui procedimenti tattici dell'at­tività partigiana e sovversiva comunista. Alcuni dei suoi articoli sono stati pubblicati anche in russo, francese, italiano e tedesco.

 

LE WAFFEN SS - Henri Landemes, Ciarrapico Editore.

THE IRON FIST - Leo Kessler