Sommario N° 64

Individualismo e valori nazionali

La classe dei politici, quella da molti definita «la casta», si è recentemente lamentata della galoppante «disaffezione dalla politica» da parte della pubblica opinione. E, a conferma di questo malessere, hanno preso le mosse manifestazioni popolari di rifiuto dei partiti e delle loro classi dirigenti. Su tutto ciò si è sviluppato un dibattito variopinto e vivace.

Sarebbe, per taluni, colpa del distacco del «palazzo» dalla società reale; per altri dell'inflazione di partiti, partitini e cartelli elettorali che, nonostante il tanto sbandierato bipolarismo, infestano la scena politica; per altri ancora della legge elettorale che conduce fatalmente a maggioranze incerte e zoppicanti.

A nostro avviso i termini della questione sono altri. Innegabilmente il «pa-lazzo» e la società reale abitano in paesi diversi, non hanno colloquio e si muovono attraverso schemi completamente avulsi gli uni dagli altri. Certo la «casta» dei politici si presenta alla pubblica opinione articolata in una pletora di formazioni che trae origine da una lotta per il potere fine a se stessa e non dalla contrapposizione di idee o proposte politiche e questo indubbiamente non è né accettato né gradito dai cittadini.

è anche palese che le leggi elettorali sin qui escogitate rispecchiano solo la preoccupazione del legislatore di favorire il successo della propria formazione politica e non certo quella di rendere possibile e attiva la richiesta di consenso popolare o l'articolazione di una maggiore, soddisfacente partecipazione dei cittadini.

Il consenso richiesto, in questi tempi, in assenza di contenuti politici e di programmi tra loro realmente alternativi, si è infatti svilito al punto di somigliare alla risposta dei consumatori ad un qualsiasi spot pubblicitario, né più né meno di come avviene per la vendita di un telefonino, di una bibita o un detersivo.

Per quanto riguarda la partecipazione poi, quel che si vuole ottenere è esattamente l'opposto: oggi infatti il cittadino è praticamente costretto a delegare, per cui non gli rimane che coltivare il piccolo orticello privato del proprio benessere personale, affinando sempre più il suo egoismo individualistico.

Ma tutto questo avviene perché manca l'humus indispensabile a qualunque partecipazione politica: il valore della Patria, cioè la consapevolezza di appartenere a una nazione, a un popolo e a una storia.

Non si tratta dunque di «disaffezione dalla politica», ma di una delle tante conseguenze della perdita dei valori nazionali. Una perdita avvenuta non per un malanno accidentale, a causa di un virus respirato nell'aria o di una storta alla caviglia. è invece il risultato di un'azione programmata, posta in essere attraverso progetti convergenti e finalizzati a trasformare i popoli in masse spersonalizzate, facilmente dominabili.

In Palestina, in Iran, in Venezuela la Patria esiste ancora ed è per questo che tali nazioni vengono presentate dagli attuali padroni del mondo come «canaglie», come i nemici da colpire e civilizzare a suon di stragi e distruzioni. Una tecnica ben sperimentata prima in Europa e in Giappone, poi in Vietnam, in America Latina, in Africa, in Serbia, in Afghanistan, in Iraq.

E i paesi non omologati vengono criminalizzati ogni giorno, con cadenza martellante, stucchevole, da stampa e televisione, sfruttando ogni pretesto, anche quando si rischia di cadere nel ridicolo. L'intera pagina 6 del Corriere della Sera del 21 agosto 2007, ad esempio, è stata dedicata alla notizia che Chávez, il presidente venezuelano, ha deciso di spostare di mezz'ora le lancette dell'orologio nel suo paese, per sfruttare maggiormente la luce del sole. La notizia viene presentata come l'ennesima «stranezza» del «controverso» personaggio. «Il potere punta al dominio sul tempo». E altre frasi tra l'ironico e lo scandalizzato, dimenticandosi evidentemente che in Europa le lancette dell'orologio, da decenni, per lo stesso motivo, vengono spostate di un'ora.

Ed ancora, tre giorni dopo, il 24 agosto, a pagina 15 dello stesso giornale, titolo con caratteri di scatola per denunciare con raccapriccio la notizia che in Iran un giovane è stato frustato in piazza per atti legati all'alcol e al sesso, proibiti dal Corano. Ma a pagina 6 dello stesso quotidiano, nello stesso giorno, si legge che nel Texas si sono raggiunte le 400 esecuzioni ed altre sono in calendario per la fine del mese, proprio mentre l'Unione Europea si è fatta paladina di una moratoria della pena di morte. «Non siamo vostri sudditi», hanno risposto seccati agli «amici» d'oltreoceano i dirigenti americani: «I texani sanno governarsi bene da soli». Ma in questo caso i toni del Corriere sono più pacati e molto meno scandalizzati, perché si tratta della civile, anzi della civilizzatrice America, quella che esporta, con le proprie bombe, libertà e democrazia in tutto il mondo.

* * *

Patria è bene comune e convergenza di interessi.

Apparentemente si tratta di concetti simili a espressioni usate anche nella società attuale. Ma, a ben guardare, le cose non stanno esattamente così: il bene comune e la convergenza di interessi cui noi ci riferiamo, infatti, non sono – come sono oggi intesi – il risultato della semplice sommatoria delle singole convenienze individuali o di gruppo; appartengono a una sfera più alta e più ampia, a un tempo non compresso dai vincoli dell'attualità, e a una dimensione che tiene conto delle singole categorie soprattutto in quanto parti integranti di quell'articolato soggetto di storia – capace cioè di agire, scegliere e costruire – che è il popolo.

C'è chi disse che la differenza tra un politicante e uno statista è che il primo opera preoccupandosi delle prossime elezioni, il secondo delle prossime generazioni.

Quando si respira aria di Patria il popolo cerca, come destinatario del proprio consenso, statisti, capi, uomini capaci di rappresentarlo e guidarlo, ai quali riconosce virtù di lungimiranza.

Quando invece i valori nazionali sono latitanti e gli individui si sentono solo massa senza personalità, emergono i politicanti, gente priva di carisma e di competenza: viene a galla quel caravanserraglio di nani e ballerine che oggi ben conosciamo.

* * *

Patria è collegamento fra le generazioni; è la dialettica che articola il mondo dei padri, quello dei figli e quello dei nipoti; è la dinamica che proietta nel futuro il popolo, attraverso lo scontro e il superamento costruttivo tra il rispetto delle tradizioni e la voglia di cambiamento, tra la saggezza dei capelli bianchi e l'ardimento innovatore della gioventù.

Forse per la prima volta in questa èra, i giovani hanno smesso di voler cambiare il mondo. Si passa direttamente dall'infanzia dei giochi e delle favole – anche questa messa a dura prova dal bombardamento televisivo e dalle playstation – allo stordimento procurato dai decibel delle discoteche, da spinelli, ecstasy e «buchi» per approdare, quando non ci si rovina del tutto, all'amorfo arrangiarsi per sbarcare il lunario, senza grandi progetti e particolari emozioni. Per quanto riguarda i giovani d'oggi il mondo può rimanere com'è; può anche peggiorare, ché a loro non interessa.

è questa una considerazione carica di implicazioni che, da sola, sarebbe sufficiente ad indicare il grado di pericolosità della crisi che stiamo vivendo.

La nazione invece ha bisogno della vitalità delle proprie generazioni da cui trae la linfa che rinvigorisce costantemente il senso di identità e la volontà di esistere del popolo, proiettandolo nel futuro, trasformandolo in costruttore di civiltà.

è difficile comprendere come si possa disconoscere – come avviene oggi – l'importanza del patrimonio lasciatoci in eredità dalle passate generazioni e i precisi doveri che dovremmo avere verso quelle future. Se si negano i valori nazionali, la coscienza di popolo, il dovere a proseguire la costruzione della casa comune, si dovrebbe coerentemente ripartire, ad ogni generazione, da zero. Beoti selvaggi con alle spalle il nulla e di fronte l'ignoto. Senza utilizzare né strade, né ponti, né case, né città, né scoperte scientifiche, né conoscenza, né arte. E, siccome tutto ciò viene invece utilizzato a piene mani, non si comprende come ci si possa esimere da uno sforzo corale, anche se del compimento di molte delle nostre opere non saremo noi a beneficiare, ma i figli o i nipoti.

* * *

Carlo Collodi, il geniale inventore di Pinocchio, in un'opera poco conosciuta, Minuzzolo, cerca di spiegare attraverso un racconto per ragazzi, con linguaggio adatto all'infanzia, i principali avvenimenti della storia e le più importanti scoperte della scienza.

Alla domanda «Come andò che la Repubblica romana diventò un Impero, ossia una Monarchia?» Minuzzolo rispose: «Andò così. I Romani fino a tanto che seppero mantenersi onesti, leali e virtuosi, furono degni di pigliar parte al maneggio dei pubblici affari e di governarsi da sé; vale a dire poterono reggersi con un governo repubblicano. Quando poi il popolo cessò di mettere avanti il bene pubblico al proprio bene, quando cessò di saper morire per la patria, quando non fu più in grado né di amministrare il paese né di difenderlo colla vita, allora dové cedere il diritto di comandare a quei personaggi ambiziosi che per ingegno, valore o scaltrezza, promettevano di poter reggere convenientemente da sé soli le redini del supremo potere».

Oggi nessuno sarebbe in grado di comprendere questa spiegazione giacché quei termini – patria e bene pubblico – decisivi per comprendere la risposta, usati con naturalezza da Collodi, risultano completamente privi di significato, particolarmente per i giovani che, non essendo stati educati a quei valori unificanti cui si fa riferimento nel racconto, non sono in grado di uscire dal proprio sterile egoismo ed elevare il livello dei propri pensieri.

* * *

Gli imbonitori al soldo dei nuovi padroni del mondo hanno avuto facile gioco perché, per screditare i valori nazionali, hanno potuto sfruttare la stessa azione scatenata, dalla metà degli anni Quaranta, tesa a criminalizzare i regimi sconfitti nella Seconda Guerra Mondiale. I fascismi infatti furono quelli che maggiormente avevano fatto propri quei valori, sino a ritualizzarli.

La storia della Patria è lunga come quella dell'uomo, con i suoi alti e bassi e le sue differenziazioni tra popolo e popolo. Ma per quanto ci riguarda, nell'epoca più recente, ritorna ad essere un valore attuale e culturalmente condiviso con il Risorgimento, particolarmente grazie all'influsso ideologico che su esso ebbero personaggi come Giuseppe Mazzini. «L'uomo celebra veramente la sua natura solo quando uccide in sé l'individuo».

è con il fondatore della Giovane Italia che si comincia a parlare con chiarezza di popolo come di un'associazione di credenti uniti nel culto della «religione della Patria». Ma all'attualità politica e alla condivisione di questo sentire si giunge pienamente solo con l'ascesa al potere del Fascismo.

Scrive Emilio Gentile ne Il culto del littorio: «Il momento culminante di questo nuovo culto della patria furono le cerimonie per la scelta della salma del Milite Ignoto, il trasporto nella capitale e la tumulazione nella tomba sotto l'Altare della patria il 4 novembre 1921. La salma, in un vagone speciale seguito da diciassette carri recanti corone e bandiere, giunse a Roma da Udine, passando da Treviso, Venezia, Padova, Ferrara, Bologna, Firenze, accolta ovunque da una grande folla commossa, mentre ali di gente d'ogni ceto, lungo il percorso, rendevano omaggio in ginocchio al passaggio del feretro. [...] Il 10 novembre rese omaggio alla tomba del Milite Ignoto un grande corteo di fascisti, per celebrare la conclusione del loro congresso che aveva sancito la trasformazione del movimento di massa in partito. I fascisti si consideravano i principali artefici del ritorno della nazione alla religione della patria».

E il regime che ne seguì fu tutto improntato, conseguenzialmente, ai valori patriottici. Bottai sottolinea la relatività dell'individuo «transeunte elemento, partecipe di un'opera immensa, che lo trascende: egli porta il suo contributo e scompare. Il suo dovere è di dare la sua opera alla costruzione della vita collettiva nazionale, alla costruzione dello Stato, dovere che non viene meno mai».

Patria dunque, sino a toccare toni di vero e proprio misticismo. Fernando Mezzasoma scrive: «Noi crediamo che la Patria sia un premio da meritare, una vetta da ascendere, una meta da conquistare». Gli fanno eco Niccolò Giani – «L'individuo muore ma la Patria vive eterna nei secoli» – e Guido Pallotta – «Vi è un solo modo di essere mistici quando la Patria chiede sangue: offrirlo». I tre, coerentemente, caddero: il primo sotto il piombo partigiano, il secondo sul fronte greco, il terzo nel deserto egiziano.

Giuseppe Solaro, giovane federale di Torino, il cui volto luminoso, fiero e sereno, ritratto mentre è condotto al patibolo il 27 maggio del 1945, rimane tra le icone più intense ed eloquenti di quel tragico periodo, nel suo scritto I veri ribelli siamo noi, aveva definito i fascisti «autentici partigiani della Patria».

La sconfitta provocò dunque il crollo dei fascismi e la loro criminalizzazione, e coinvolse i valori che maggiormente erano emersi in quel periodo storico. Ma a determinare l'obsolescenza, generazione dopo generazione, dei valori nazionali sono stati anche i molti colpi «bassi» inferti dall'americanizzazione del costume.

Esasperazione dell'individualismo in ogni aspetto della vita, da quello sociale a quello economico, a quello etico, a quello comportamentale.

La famiglia si decompone: da quella di tipo patriarcale – dove si conviveva, come nei passati modelli della società agricola, coi genitori, coniugi, figli, zii, nipoti ed anziani – si arriva tra gli anni Cinquanta e Sessanta alla cosiddetta famiglia «monocellulare», marito, moglie e uno o due figli al massimo, sino a invertire il flusso demografico: diventano più numerosi gli italiani che muoiono di quelli che nascono.

Dagli anni Settanta, tra divorzi e separazioni, la percentuale delle unioni durature si fa sempre più bassa. Oggi non ci si sposa nemmeno più. Si «convive» per il tempo strettamente legato al capriccio del momento. Al primo litigio tanti saluti. E i figli, sballottati tra i genitori separati, i nuovi fidanzati della mamma e le conviventi del papà, crescono con un'educazione improntata alla più assoluta incertezza e al più becero materialismo.

Ed ecco quindi che una società basata su una serie di organismi compositi ed organizzati – il vecchio modello familiare – dove erano osservate regole comportamentali costanti, si trasforma in una società di singoli individui, capricciosi e insofferenti di qualsiasi norma che non sia quella dettata dal proprio tornaconto.

Si lavora solo perché è necessario uno stipendio. Ma la fatica e l'impegno devono essere il minimo indispensabile. è finita l'era delle arti e dei mestieri, è giunta quella dei «servizi» e dei diritti. L'orgoglio per una vita dedicata al dovere e alla crescente qualità del proprio lavoro non è più di moda. Lo statale che timbra il cartellino e, invece di ottemperare ai propri incarichi, va a fare commissioni private, non è un disonesto, ma un furbo.

E, ad aumentare il caos, le pretese dei «diversi» devono essere tutelate, anche quando vanno a scapito dei «normali».

Come ci si può aspettare che un giovane, nato ed educato in questo bengodi delle pretese e dei privilegi, possa comprendere un'etica di sacrificio, valori aggreganti di tipo etico e patriottico?

E poi, se non bastasse, avanza la bandiera dell'utopia ugualitaria – che coinvolge tutti gli uomini e tutte le etnie – e si arriva alla società multirazziale. Popolo addio! Quale identità, storia, destino può avere un insieme di individui di diversa razza, religione, cultura e tradizione? Solo polli di allevamento a disposizione del sistema finanziario-consumista.

Chi può oggi comprendere l'idea di «morire per la patria»? L'eroe, particolarmente per i giovani di oggi, è uno sciocco se non addirittura un pazzo. Eppure si muore lo stesso, stupidamente, in numero sempre crescente, immolati sull'altare dell'utile capitalistico e delle leggi del mercato.

Non essendovi più i valori che proiettano l'oggi nella visione del futuro da costruire per i figli e i nipoti, non essendovi quel rispetto per la natura che ha sempre caratterizzato i popoli civili, ha valore solo ciò che adesso è in grado di produrre potere e quattrini. Anche se questo può causare incresciosi «danni collaterali». E quindi si inquina, si rimpinzano gli alimenti di additivi, di coloranti, di conservanti nocivi; si utilizzano con la massima indifferenza materiali cancerogeni. Viviamo attraversati da una fittissima tela di ragno di raggi elettromagnetici senza che nessuno abbia ancora indagato in maniera, pur se non esaustiva, almeno approfondita, sulle conseguenze che tutto ciò provoca sui viventi. Il commercio dei cellulari, l'utilizzo di antenne sempre più potenti, fino a quelle collocate nello spazio, sui satelliti, sono più importanti della salute dell'uomo.

Non si muore più per la patria, ma si muore di tumore, per guida in stato di ebbrezza, per droga o accoltellati da un immigrato. Sempre più frequentemente. Queste sì morti senza significato, senza valore, inutili.

Il giovane trovato cadavere all'angolo della strada, riverso su se stesso, con ancora in vena l'ago della sua ultima, fatale dose è la raccapricciante immagine di un mondo orfano di ideali, nel quale alla propria piccola esistenza non è offerta nessuna nobilitazione, nessuna catarsi, nessun senso di appartenenza a qualcosa di grande, di degno, di proiettato nel futuro.

Chi crede in una religione escatologica riesce a rifugiarsi nella consolatoria convinzione che avrà, nell'aldilà, dopo la morte, una vita felice, ed accetta così la realtà terrena come il duro prezzo da pagare per ottenere quel risultato.

Ma, se in questa fuga nel religioso dovesse esaurirsi tutta la spiritualità dell'uomo, si condannerebbe il proprio popolo e la propria civiltà ad una progressiva, inesorabile decadenza. Per chiarire maggiormente il concetto, citiamo la lucida analisi che fa l'antropologa Ida Magli, nel suo Omaggio agli italiani, riferendosi all'impatto del giudeocristianesimo sul mondo romano e alle sue conseguenze.

«Va così perduto anche il senso della storia nella sua dimensione di accadimenti collegati nel tempo: passato, presente, futuro. Subentra il tempo-non tempo della liturgia, che appunto non ”fa storia” in quanto struttura la giornata che comincia e finisce chiusa in se stessa, così come l'anno. L'involuzione della vita sulla terra comporta necessariamente l'insignificanza della ”storia”, creata dall'uomo, agita dall'uomo, non in rapporto a Dio. L'Orientalismo ebraico e non ebraico che rifluisce in Occidente è anche questa mancanza di senso della storia. Passeranno molti secoli prima che l'Occidente, l'Italia, ricomincino a credere in se stessi tanto da cercare nella propria storia passata una base per creare il futuro».

* * *

È dunque soprattutto la scomparsa della nazione, come valore, come religione laica, come sentire culturale e popolare, come senso di identità, come elemento unificante e solidale, come spinta alla civiltà, come elevazione dell'individuo nella società e nel tempo a caratterizzare l'attuale profonda crisi dell'uomo europeo.

Ed ecco che, di fronte all'ingiustizia, al sopruso, alla corruzione, alla decadenza, alla noia esistenziale, all'imbarbarimento dei costumi, al posto dell'uomo che si ribella e combatte per costruirsi un domani diverso e migliore, oggi si trova un individuo attonito, spaventato ma imbelle, che al massimo riesce a piagnucolare e la cui sola preoccupazione è quella di sottrarre il più possibile – senza poterci riuscire – i suoi piccoli interessi materiali alla furia devastatrice della crisi.

Si dovrà allora cominciare proprio dalla riconquista dei valori nazionali; e questo rappresenterà il discrimine tra il definitivo tramonto del nostro mondo e la rinascita, la ripresa del cammino. Questo dovrà essere l'elemento della svolta.

In ogni caso i tempi non potranno essere brevi e occorrerà un violento scossone per svegliare questo popolo drogato e dormiente. Eventi traumatici di ogni tipo ci aspettano dietro l'angolo. C'è solo l'imbarazzo della scelta.

Sarà l'esplosione di una delle tante bolle finanziarie? Vivremo un'esperienza di tipo «argentino»?

Saranno le conseguenze devastanti della globalizzazione, con la distruzione di tutte le nostre produzioni – la tradizione plurimillenaria delle nostre opere artigianali di grande qualità – per l'invasione del mercato da parte delle industrie asiatiche, e particolarmente di quella cinese?

Saranno le condizioni di vita rese insostenibili dal dilagare della società multirazziale, dallo scontro tra culture ed esigenze inconciliabili?

Sarà lo strazio di vedere i nostri figli senza un domani, senza sogni, senza entusiasmi, con prospettive sempre più precarie, sempre più esposti alle lusinghe dell'alcool e della droga?

È possibile che le prove che lo attendono riusciranno a spingere il nostro popolo a lottare per sopravvivere e a battersi per riconquistare i necessari valori sociali e nazionali.

 

Mario Consoli


64

Individualismo e valori nazionali

di Mario Consoli

 

L'ignoranza della scienza

di Enzo Caprioli

Il progresso tecnologico disseminato di sviste madornali

Il caso amianto

C'è vera scienza al di fuori delle logiche naturali?

 

Problemi energetici e sudditanza politica

di Vittoriano Peyrani

L'energia delle stelle – Il nucleare

L'atomica e i reattori nucleari – La bomba all'idrogeno

Il sole – Politica ed energia

L'effetto serra – Le energie alternative

Guerre per il controllo dell'energia – Conclusioni

 

Teodoro Francesconi

Soldato della RSI

 

Il sistema bancario nella “Commedia Umana” di Honorè de Balzac

di Vincenzo Marasco

Testo integrale dell'intervento al Convegno

«Il Mezzogiorno, il suo sistema creditizio e le banche solidali»

Il Salone del Risparmio e della Previdenza

Centro Congressi Palazzo delle Stelline, Milano

24 maggio 2007

 

Il volto nascosto della schiavitù

di Gianantonio Valli

Trafficanti fin dal Tardo Impero – L'epoca d'oro dei Carolingi

Perno dei traffici dal Seicento all'Ottocento

Doppio gioco nelle tredici colonie – La guerra civile americana

Padroni di Hollywood